
Assisi: dodici religioni, una preghiera per la pace
Gianni Marsilli su l'Unità
ASSISI. I frati del Sacro Convento tengono a far sapere con quali materiali sia stato rifatto il pavimento della piazza Inferiore. Pietra rosa d'Assisi delle cave del Monte Subasio. Pietra Mazzaro di Gravina e Trachite Zovonite dei Colli Euganei, un calcare di grana fine e chiara. Pietra di Gerusalemme dalla zona di Betlemme, la stessa del Muro del Pianto, giallo-grigia. Granito G682 dalla Cina, color giallo oro. Quarzite «Flamingo» dal Brasile, dai riflessi di rosa metamorfico. Granito «Giallo Duna» dalla Namibia, che la lucidatura valorizza particolarmente. Il breve excursus geologico serve a far capire lo spirito universale di quanto accaduto in quella piazza e nell'attiguo convento. Come le pietre che calpestavano, anche gli ospiti del Papa sono venuti da tutti i continenti. Era già accaduto nel 1986: anche allora pregarono per la pace, che identificavano nel disarmo e nella distensione tra est e ovest. Ai frati del convento piace pensare che quella preghiera contribuì alla fine della guerra fredda, e che questo sia il miglior auspicio per l'efficacia di quella di ieri. In verità l'«impegno comune» che i leader religiosi hanno espresso davanti al Papa non ha precedenti. È certamente uno degli antidoti più potenti, dall'11 settembre ad oggi, contro il tanto evocato «scontro di civiltà». La giornata è stata lunga e intensa, e Giovanni Paolo II l'ha scavalcata con grande freschezza, quantomeno spirituale. Anche la voce era quella dei giorni migliori, nitida e ben sostenuta.
IL RABBINO E LO SCEICCO - Non si può non mettere a confronto le due testimonianze più attese. Nelle parole pronunciate dal dottor Ali Elsamman in nome dello Sceicco Al Ahzar Mohammed Tantawi e in quelle del rabbino Israel Singer è stato infatti sin troppo facile leggere un botta e risposta. Il primo ha negato che dall'insegnamento di Allah possa derivare un qualsiasi incoraggiamento per «l'offesa e l'aggressione». Non si è però privato dal mettere il dito nella piaga mediorientale: «Tutte le religioni monoteiste - ha detto - raccomandano che l'essere umano promuova il diritto e la giustizia, restaurando i legittimi proprietari nei loro diritti. In questa occasione, Al Ahzar Al Sharif ha il piacere di rendere omaggio allo Stato del Vaticano per il suo lodevole sostegno nei confronti del popolo palestinese». Il rabbino Singer ha parlato subito dopo il rappresentante dello sceicco: «Nella pratica - ha detto - le religioni sono servite per fomentare migliaia di guerre orrende e sanguinose». Ha ricordato come la Bibbia sia colma «delle ingiunzioni di Dio agli ebrei di combattere contro i nemici quando è necessario. Battaglie che devono essere combattute spietatamente e senza misericordia e tuttavia, il combattimento militare non è il cuore del giudaismo». Ad un certo punto ha smesso di leggere il suo intervento e ha parlato a braccio: «Siamo uomini di Dio (rivolto al Papa, ndr) e vogliamo essere guidati da te. Shalom. Dovreste dire alla vostra gente (rivolto a tutti, ndr) e noi dovremmo dire alla nostra di chiedersi se la terra o alcuni luoghi siano più importanti della vita della gente. Fino a che non impariamo a fare questo non ci sarà pace». Ha così risposto al dottor Elsamman e nello stesso tempo è parso criticare la leadership politica di Israele: le vite umane sono più importanti dei territori. E tutti hanno pensato a quelli «occupati».
Poi tutti gli invitati, in segno di pace, hanno portato una lampada al Papa, anche Ciampi. Era il gesto introduttivo dell'«impegno comune» per la pace, che ognuno ha declinato nella sua lingua, e infine le parole di congedo del Pontefice: «Tessiamo la pace con il filo d'oro della giustizia, della libertà e del perdono». Anche il Papa aveva, in precedenza, espresso il suo impegno: «Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo!». Al «terrorismo» in quanto tale - quasi fosse una nuova nozione che si aggiunge a quelle di guerra e di violenza - si sono riferiti quasi tutti gli invitati di Giovanni Paolo II. Lui stesso ha fornito il senso dell'incontro: «Serve a diradare le nebbie del sospetto e dell'incomprensione». Ha denunciato «l'ingiusta associazione della religione con interessi nazionalistici, politici, economici o di altro genere». È sembrato estremamente preoccupato del fatto che la religione serva da paravento, se non vero nutrimento, agli atti di terrorismo. Una preoccupazione che ad Assisi è stata condivisa da imam e rabbini, oltre che da altre decine di religiosi non meno importanti, anche se meno esposti.
Eliminato il testimone
su il Manifesto
Salta in aria a Beirut l'ex capo dei falangisti cristiani libanesi Elie Hobeika, l'esecutore delle stragi di Sabra e Chatila nel settembre '82. Doveva testimoniare nell'inchiesta aperta in Belgio contro Sharon, all'epoca ministro della difesa e capo delle truppe che occupavano Beirut Ovest durante le stragi.
Hobeika aveva appena incontrato due deputati belgi: "Ho obbedito agli ordini, temo per la mia vita". L'autorità libanese accusa apertamente Israele. Giornata mondiale di preghiera per la pace, trecento capi religiosi a Assisi. Il papa: "Mai più violenza, guerre, terrorismo"
Le nomine Ue spaccano l'Ulivo
su la Repubblica
ROMA - Piero Fassino lo dice chiaro e tondo: "Serve un chiarimento". Serve eccome, perché tra Ds e Margherita la tensione è ormai pericolosamente vicina al livello di guardia. La nomina di Lamberto Dini alla Convenzione europea, la "bruciatura" di Massimo D'Alema, la sensazione di "trappola" che si respira a via Nazionale, l'intesa per le amministrative, con i Ds che non sono più disposti "a donare il sangue" per la coalizione, sono tutti segnali di un conflitto che cova sotto la cenere e che potrebbe accendersi in tempi brevi. Come se non bastasse dentro i Ds maggioranza e minoranza (che però sulla vicenda ha difeso D'Alema) sono sempre ai ferri corti. Nella Quercia si sentono "scavalcati e traditi" dalla vicenda Dini. Al punto che in più d'uno dice chiaramente che Rutelli deve scegliere: o fa il capo della Margherita o il leader dell'Ulivo. E così il vertice dell'Ulivo di martedì prossimo si annuncia ad alta tensione. Così come la direzione della Quercia in programma il giorno prima.
Al centro della polemica la designazione dei due rappresentanti del Parlamento italiano alla Convenzione: una scelta che tocca ai presidenti delle Camere, ma che è naturalmente oggetto di ampie consultazioni politiche. E mentre la nomina di Casini (che ha designato il suo collega di partito Marco Follini) fila via senza problemi, la bufera scoppia sul nome fatto da Marcello Pera, quello appunto di Lamberto Dini.
In realtà la questione della doppia leadership di Rutelli cova da tempo, e il nodo probabilmente sarebbe arrivato al pettine comunque. I primi segnali c'erano già stati nel nervoso coordinamento dell'Ulivo di lunedì scorso. Poi i Ds, anche nella segreteria di ieri, hanno convenuto sulla necessità di porre il problema di una ristrutturazione dell'Ulivo. E il nodo di fondo, anche per le prossime amministrative, è il doppio ruolo di Rutelli.
L'inchiesta Onu sulla giustizia in Italia
Giudici e governo: ben venga
Bruno Marolo su l'Unità
Washington. L'Italia è nel mirino dell'Onu. L'indagine aperta mercoledì sul governo di Silvio Berlusconi, sospettato di aver superato i limiti del diritto internazionale nella sua battaglia contro i giudici, è nelle mani di un giurista che ha la reputazione di andare fino in fondo. Dato Param Cumaraswamy, relatore speciale per l'indipendenza dei magistrati e degli avvocati difensori, è egli stesso protagonista di una vicenda che ricorda quella del procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli. Il governo del suo paese, la Malaysia, ha cercato di farlo tacere su episodi di corruzione nell'ambiente giudiziario ma il segretario generale dell'onu Kofi Annan e il tribunale internazionale dell'Aja gli hanno dato ragione. Ora il dottor Cumaraswamy, in una posizione rafforzata, ha chiesto un appuntamento urgente con il presidente del consiglio italiano, per cercare una soluzione a un conflitto (tra governo e magistrati) che potrebbe mettere in pericolo lo stato di diritto in Italia.
Sono parole forti, pronunciate da una tribuna autorevole. La commissione delle nazioni unite per i diritti umani (UNCHR), che ha sede a Ginevra, ha da tempo una sezione speciale che vigila sull'indipendenza del potere giudiziario rispetto all'esecutivo, condizione indispensabile per il rispetto delle leggi internazionali.
L'offensiva finale parte dal salotto di Vespa:
"Via il mio processo da Milano"
su il Manifesto
L'imputato Cesare Previti va in televisione e chiede lo spostamento di uno dei processi a suo carico (quello per la presunta corruzione dei giudici romani, noto come "caso Sme-Ariosto") da Milano a Brescia. Ieri sera il deputato di Forza Italia, dal salotto della trasmissione "Posta a porta" di Bruno Vespa, ha lanciato l'ultima offensiva contro quella che definisce "una procura in stato d'agitazione". "Con l'approvazione delle nuove leggi, ed in particolare quella sulle rogatorie - ha detto - a Milano si è entrati in uno stato di agitazione pressochè continua, guidati dal procuratore generale Borrelli. Questa è la base in cui si sta svolgendo questo processo. Ci sono poi fatti interni al processo che mi porteranno a chiedere il trasferimento ad altra sede". A riprova del complotto contro di lui, Previti narra che "ci sono state almeno 9 riunioni tra pm e giudici, supportati da elementi esterni". Alle suddette riunioni avrebbero partecipato il procuratore generale Borrelli e, tra gli "elementi esterni", l'ex procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli.
Se questo è un governo «normale»
Massimo L. Salvatori su La Stampa
Nel riprendere le fila del dibattito svoltosi su questo giornale a proposito dell'esistenza o meno nel nostro paese di una «emergenza democratica», partirò dal chiarire le ragioni per cui ho usato tale termine. È evidente che non ci troviamo oggi in Italia di fronte al pericolo che i carri armati circolino per le strade, che si sopprimano i partiti di opposizione e si chiuda il Parlamento.
Ma possiamo dire di essere in una situazione di «normalità» politica e istituzionale? che i rapporti tra il potere esecutivo e la maggioranza parlamentare per un verso e l'ordine giudiziario per l'altro siano «normali»? È «normale» che Berlusconi sia a un tempo la guida del governo e il proprietario di una parte abnorme di quel quarto potere che è l'informazione?
Come qualificare il fatto che tutto venga tentato per impedire il proseguimento di un processo volto a chiarire se vi sia stata opera di corruzione nei confronti di magistrati; che all'apertura dell'anno giudiziario un gran numero di magistrati abbiano messo in atto una protesta senza precedenti; che il presidente del Consiglio a ogni occasione denunci il complotto politico dei giudici tirando una linea di persecuzione che da Craxi arriva a lui?
Che dire di un ministro delle Riforme che definisce l'Unione Europea una dittatura di burocrati avente per scopo di opprimere i popoli? È indice di una qualche normalità che sempre il presidente del Consiglio abbia ripetutamente definito l'opposizione come «anti-italiana»? Al di là dei torti e delle ragioni di ciascuno, tutto ciò indica che il nostro sistema si trova in una situazione anomala per un paese democratico. Sicché la normalità ha quale presupposto la rinuncia a siffatti comportamenti.
"O paghi o muore tua madre"
I ricatti del clan Marchi
Luca Fazzo su la Repubblica
MILANO - "La condotta degli indagati si connota in termini di massima spregevolezza e delinea una personalità assolutamente negativa, assoluta amoralità, insensibilità ai valori del vivere civile...". Così, nell'ordine di custodia in carcere, vengono marchiati Vanna Marchi e il suo clan. E potrebbero sembrare sostantivi persino esagerati, se si guarda agli articoli del codice contestati alla regina dell'Antipancia e soprattutto al clima un po' demente che trasuda dalle carte dell'inchiesta.
Perché dell'ignoranza, della superstizione, delle disgrazie dei suoi clienti Vanna Marchi e il suo clan si sono approfittati in modo implacabile e feroce.
Ce ne sono decine, di racconti, e vengono da tutt'Italia, dal Trentino alla Calabria. Racconti che si somigliano: la trasmissione su una tv locale, i numeri al lotto comprati, poi la telefonata, "I numeri non sono usciti perché lei ha una forte negatività, le hanno fatto il malocchio". E inizia la sarabanda delle minacce, delle catastrofi annunciate. "Vanna Marchi e la figlia confessa un centralinista avevano dato precise disposizioni di far leva sulle persone la cui situazione era particolarmente delicata, prospettando disgrazie a famiglie già provate, madri coi figli tossicodipendenti, gente con gravi malattie, vittima di tradimenti coniugali".
C'è Franca, 44 anni, disperata per il marito disoccupato da tre anni, che si vede portare via ventisei milioni. C'è Lilla, 52 anni, che ha il marito ammalato, e viene dissanguata dalla banda di Vanna, svuota i conti di famiglia, alla fine viene interdetta dai parenti: ma intanto la cosca delle televendite ha incassato da lei 300 milioni.
C'è Elisabetta, 48 anni, che per pagare gli intrugli del mago do Nascimento finisce a battere, e il suo è il racconto più lungo e sconvolgente: "Mi era stato asportato il rene destro, avevo saputo che mia figlia faceva uso di eroina, ero disperata... La segretaria Emilia mi disse più volte al telefono: "Signora, preferisce trovare sua figlia morta in un fosso? Questa è la fine che farà se non viene aiutata dal Maestro".
25 gennaio 2002