
Arafat sprecò un'occasione Sharon non spenga la speranza
Bill Clinton su la Repubblica
SIA israeliani che palestinesi hanno legittimi diritti e legittime recriminazioni. Entrambi hanno anche un'incrollabile determinazione. Ma questo conflitto non si concluderà con una vittoria militare. E per quanta gente i terroristi possano uccidere, non si concluderà con la vittoria del terrorismo. Al contrario: più vittime cadono sotto i colpi del terrore, meno è probabile che il terrore prevalga. So bene che alcuni giovani palestinesi sono orgogliosi di morire per la propria causa. Ma credo che questo avvenga perché finora nessuno ha avuto il coraggio di dire loro con franchezza: potreste servire meglio la vostra causa continuando a vivere, anziché suicidandovi in un attentato.
Servireste meglio il vostro popolo vivendo, e accettando, da vivi, un ragionevole compromesso con Israele.
Perché ciò sia possibile, oggi la priorità è fermare la violenza terrorista, gli attacchi dei kamikaze. Le dichiarazioni di buona volontà vanno bene, ma non bastano se sono sempre seguite da azioni di cattiva volontà.
Quello che abbiamo davanti non è un conflitto che il tempo può curare da sé. Per risolverlo, in realtà, abbiamo già un progetto a grandi linee, la bozza di un ragionevole accordo di pace. Capisco che oggi a molti può sembrare impossibile. Ma è così. Sono convinto che lo scorso anno il presidente Arafat abbia sciupato un'occasione d'oro di firmare la pace. E credo che la violenza e il terrorismo che sono seguiti al summit di Camp David non fossero inevitabili. Quella violenza e quel terrorismo sono stati un terribile errore.
Oggi i palestinesi devono agire contro le proprie organizzazioni terroristiche, e hanno la capacità di farlo. Se i loro leader faranno tutto il possibile in questo senso, spero che molte delle sofferenze patite dai palestinesi potranno essere rapidamente alleviate. Dunque abbiamo bisogno di un processo che fermi il terrore e la violenza, ristabilisca il necessario grado di fiducia nel negoziato, e spinga entrambe le parti ad astenersi da azioni unilaterali, avanzando verso un futuro comune.
L'America non riposerà finché, secondo le parole dei Salmi, non ci sarà pace tra le mura di Israele e sicurezza nelle sue torri. È importante che gli Stati Uniti e l'Unione Europea facciano capire chiaramente al mondo intero che non permetteranno mai la distruzione di Israele. Ma è importante anche un'altra cosa.
Ebbene, oggi imploro gli israeliani di non lasciarsi scoraggiare, di non rinunciare al sogno della pace, di non sacrificare la speranza, di non arrendersi. Di non cedere agli estremisti delle due parti. Di ricordare sempre chi assassinò Sadat: un estremista egiziano. E ricordare chi assassinò Rabin: un estremista ebreo. Non consentite agli estremisti di vincere. Non permettete alla disperazione di trionfare. Più abitanti del Medio Oriente si svegliano al mattino con qualche motivo di speranza, e meno gente di questa regione sarà disposta a morire prima del tramonto. Forse ora la pace ci appare come un miracolo. Ma i miracoli talvolta accadono. Stiamo pronti.
Questo testo è tratto dal discorso dell'expresidente americano alla Tel Aviv University
Il silenzio di Washington
Marcella Emiliani su Il Messaggero
NON SI FERMA la spirale di violenza in Israele/Palestina. Ieri l'esercito israeliano, pur avendo evacuato il centro di Tulkarem, a Nablus ha ucciso quattro palestinesi militanti di Hamas, ritenuti colpevoli di atti di terrorismo. Due di loro anzi, Jasser Samaro e Nassim Abu Rus, erano elencati nella lista dei peggiori estremisti islamici consegnata dal governo di Sharon all'inviato americano
Zinni nel dicembre scorso. Dal canto suo Hamas, colpita al cuore, ha rotto la tregua ed è tornata a dichiarare guerra totale ad Israele "ovunque e con tutti i mezzi".
Ancora assediato a Ramallah dai tank israeliani, il presidente dell'Autonomia palestinese ha denunciato ancora una volta la brutalità del governo israeliano e la sua politica di "distruzione totale", non mancando di ammonire la comunità internazionale per il suo immobilismo di fronte all'agonia del proprio popolo.
Anche nei momenti peggiori, Arafat però non perde il senso dell'opportunità politica e l'accenno che ha fatto due giorni fa al martirio ne è il sintomo. La sua situazione è effettivamente disperata: bloccato dall'assedio armato israeliano a Ramallah non può trasformarsi nell'attivista-viaggiatore che è sempre stato andando a sollecitare aiuto e solidarietà in tutto il mondo arabo e in
Occidente. La tregua che ha proclamato un mese fa è stata violata innanzitutto dai suoi uomini, a riprova che lui non controlla affatto la situazione sul campo. E poi c'è l'assordante silenzio degli Stati Uniti che, dopo aver riconosciuto la necessità storica della nascita di uno Stato palestinese quando dovevano cementare l'alleanza antiterroristica contro l'Afghanistan dei talebani e di Bin Laden, hanno poi lasciato mano libera a Sharon nelle sue rappresaglie pesantissime contro i palestinesi stessi.
Se Sharon non sembra voler pensare alle conseguenze di tutto questo, gli Usa e l'Europa dovrebbero invece essere più attenti alle conseguenze del "martirio" di Arafat che per le masse arabe, non solo palestinesi diventerebbe l'ennesima vittima dell'arroganza sionista-americana-occidentale, al pari della popolazione irachena colpita dall'embargo, al pari della popolazione
afghana finita nel mirino dei bombardamenti Usa.
Guantanamo l'America sotto accusa
Vittorio Zucconi su la Repubblica
WASHINGTON Sulla punta estrema della provincia cubana dell'Oriente, nella terra della santeria fra la Sierra Maestra e l'acqua azzurra che divide Cuba da Haiti, l'America si scopre sotto processo per il caso dei "prigionieri del nulla". Tra l'indifferenza risentita dell'opinione pubblica Usa e il clamore di un'Europa che si sente più giusta, i 158 prigionieri rinchiusi nelle stie sulla baia di Guantanamo, stanno come la prima, importante crepa della coalizione antiterrore.
Quello che il campo di battaglia non ha fatto dividere la coalizione il campo di concentramento "X Ray", nella baia di Guantanamo a Cuba rischia di fare.
La battaglia è combattuta con immagini che giornali, televisioni, esponenti politici europei e il ministro degli esteri della Commissione europea, Javier Solana, hanno visto come prove delle «torture», come denunciano i giornali inglesi, e che il Pentagono, la Casa Bianca e la grande maggioranza dell'opinione americana considera invece fin troppo umana per terroristi disumani.
Ma le immagini che lo stesso Pentagono ha rilasciato e che mostrano esseri umani umiliati, vestiti nella tuta arancione dei condannati a morte, le mani e le caviglie legate con gli schiavettoni di plastica infrangibile, le orecchie coperte da cuffie isolanti, la bocca chiusa da bende di garza, gli occhi bendati da occhiali oscuranti, raccontavano una storia che rischiava di costare al prestigio civile dell'America più caro di una battaglia perduta e intaccare la premessa fondamentale della guerra globale al terrore, che essa sia condotta nel nome giustizia e della civiltà giuridica dell'Occidente.
«Il trattamento e il giudizio sui prigionieri di Guantanamo non può essere lasciato agli umori del Pentagono... gli Stati Uniti d'America devono difendere il diritto e la legge anche nei confronti di terroristi... non ci possono essere scuse per abbandonare la civiltà della legge» scriveva ieri in un forte editoriale il New York Times, la voce di quella città che ogni giorno si sveglia guardando la ferita nel proprio corpo e che nessuno ha il diritto di accusare di buonismo o di antiamericanismo.
L'Europa promuove i conti dell'Ulivo.
Dov'è il "buco" sbandierato da Tremonti?
Sergio Sergi su l'Unità
Bruxelles - Un panorama idilliaco. I conti italiani? Tra i migliori in Europa!. Mica stiamo a scherzare. Mancavano, a Giulio Tremonti, il ministro dell'Economia, il fiocco al collo, il grembiulino alle ginocchia, i calzettoni e i pantaloni alla zuava e l'avrebbero scambiato per lo scolaro che torna a casa e consegna la pagellina del primo trimestre. É stato bravo, vero? Ma senza dubbio, che portento, che risultato da campioncino, un alunno diligente e modello. E il buco, bambino, il buco dov'è finito? Non facciamo che ci nascondi la verità, potrebbe allungarti il naso. Ma quale buco! I conti italiani - me l'hanno detto anche i miei colleghi giunti da tutt'Europa - sono tra i migliori.
E ha avuto facile gioco Piero Fassino, a Bruxelles per una serie di incontri, a dire: Sono lieto che sia sparito il buco di cui Tremonti ha parlato a milioni di italiani in tv. Adesso, decenza vorrebbe, che il ministro tornasse davanti alle telecamere per spiegare che la voragine dei conti non è mai esistita e chiedere scusa per aver detto una cosa non vera. Fassino ha stigmatizzato il comportamento ambiguo e grave del ministro: Tutte le volte che viene in Europa offre un quadro ottimistico, poi torna in Italia e racconta altre verità.
Il pg militare: «Col codice di guerra norme inconcepibili per la coscienza comune»
Toni De Marchi su l'Unità
«Desta qualche preoccupazione l'approccio minimalista al tema delle garanzie costituzionali in materia di giustizia» che sembra ispirare alcune motivazioni del decreto legge del Governo che ripristina il codice penale militare di guerra per la missione in Afghanistan. Vindicio Bonagura, procuratore generale presso la Corte militare di appello, è misurato nelle parole e prudente nella sintassi. Ma il giudizio è netto: il Governo ha riportato in vita norme per le quali «sarebbero leciti, sul piano del diritto interno, fatti inconcepibili per la coscienza comune».
Il procuratore si riferisce, nel caso specifico, a quell'articolo 183 del codice che consente ad un comandante di «passare per le armi» una persona che commetta reati. Ma è tutto l'impianto dei provvedimenti governativi, la cui pericolosità era stata denunciata da «L'Unità» nei giorni scorsi, che viene scosso dalla critica del Procuratore.
Il richiamo del procuratore al Parlamento perché modifichi i decreti del Governo ha trovato un'eco in Senato lo stesso pomeriggio. Dall'opposizione è partita una bordata di critiche. Per i Ds, Massimo Brutti, magistrato ed ex sottosegretario alla difesa, ha sottolineato «il disagio derivante dal fatto che l'impianto complessivo del codice penale militare di guerra è assolutamente lontano dallo spirito della Costituzione repubblicana e anche dai modi di pensare del presente». Brutti, a nome del gruppo, ha presentato una serie di emendamenti per riportare le norme entro confini costituzionali. «La maggioranza sembra disposta ad accoglierle, e il nostro atteggiamento sul decreto lo decideremo anche in base alle modifiche che saranno accolte» dice.
Più radicale la contestazione di Luigi Malabarba, di Rifondazione comunista, e di Giampaolo Zancan, dei Verdi, che hanno proposto una pregiudiziale di incostituzionalità. Raccogliendo consensi anche nella sinistra dei Ds
Conflitto d'interessi, il centrosinistra rilancia
Fassino e Rutelli firmano una legge che prevede anche amministrazione fiduciaria e obbligo di vendita
Dario Di Vico sul Corriere della Sera
ROMA - L'Ulivo ha deciso di far scendere in campo Francesco Rutelli e Piero Fassino. Con tutta probabilità, infatti, saranno loro due i primi firmatari della proposta di legge sul conflitto di interesse che questa mattina il centro-sinistra depositerà presso la commissione Affari Costituzionali della Camera. Il disegno di legge, messo a punto da Stefano Passigli e Franco Bassanini, punta sul cosiddetto modello americano. Si propone la nascita di una authority ad hoc composta da cinque membri (due eletti dalla Camera, due dal Senato e il quinto scelto di comune accordo tra i quattro) e con forte potere discrezionale. Ministri, sottosegretari e presidenti di Regione dovrebbero presentare al nuovo organismo di garanzia una dichiarazione sul loro stato patrimoniale e, qualora fossero in presenza di un conflitto di interesse, dovrebbero anche proporre all'authority un'ipotesi di soluzione. I garanti a quel punto potrebbero accettare la proposta dell'esponente politico o costruire un percorso alternativo. Tra le misure di cui l'authority potrebbe disporre l'applicazione spiccano l'amministrazione fiduciaria e l'obbligo alla vendita.
Ulivo e Ds ancora divisi sul conflitto d'interessi, mentre la maggioranza tende una mano sulla giustizia
su il Manifesto
La maggioranza rivede la proposta di legge sul Csm, nella speranza di riallacciare il dialogo con l'opposizione. La modifica annunciata ieri, in commissione giustizia del senato, dal relatore Antonino Caruso (An) va infatti nella direzione richiesta dall'Ulivo, e soprattutto dal potere togato.
La maggioranza ha infatti cassato la cosiddetta "norma sull'elettorato attivo". In concreto significa che i magistrati giudicanti e quelli inquirenti potranno continuare a votare gli uni per gli altri, invece di essere costretti a votare solo per rappresentanti della propria categoria. Il segnale dovrebbe rassecurare magistrati e opposizione sull'intenzione del governo di protare in aula la separazione delle funzioni e non quella delle carriere.
Ieri, intanto, è iniziato nella commissione affari costituzionali della camera, con la relazione del forzista Donato Bruno, l'esame della proposta di legge sul conflitto d'interessi. L'Ulivo avanzerà oggi la sua proposta. E' il modello approntato dal diessino Stefano Passigli, che non esclude l'ipotesi di vendita del patrimonio nei casi estremi di interessi confliggenti. Sotto la Quercia, però, non tutti sono d'accordo. Il capo dei deputati Violante avrebbe preferito cercare una mediazione sull'ipotesi avanzata da Vincenzo Caianiello. Il "correntone" rilancia l'incompatibilità.
23 gennaio 2002