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Lo Stato sovrano e il sovrano dello Stato
Giovanna Zincone su la Repubblica

Con Berlusconi, l'Italia non è meno democratica, è meno liberale.

Berlusconi ha vinto le elezioni politiche del 2001 e ha continuato a vincere nelle elezioni successive. Il suo è dunque certamente un governo democratico, però non è, almeno nei comportamenti pratici, un governo liberale. Non comprende i vincoli che il liberalismo impone alla maggioranza e fa di tutto per sbarazzarsene. In particolare, il premier non sopporta l'autonomia della magistratura rispetto al potere esecutivo. Il fatto è che proprio questa autonomia rappresenta per i liberali il principale contrappeso al potere sovrano, che altrimenti rischia di trasformarsi in un potere dispotico.

…se a qualcuno è consentito di sottrarsi al dominio delle leggi e al giudizio dei tribunali, tutti gli altri perdono dignità, tutti gli altri sono degradati alla condizione di sudditi.
Che il governo Berlusconi intervenga per modificare lo svolgimento di un processo in cui sono imputati il presidente del Consiglio e un importante esponente della sua maggioranza costituisce un atto grave e impensabile in un regime liberale, non solo perché colpisce l'autonomia della magistratura, il principale dei contrappesi all'esecutivo, ma perché ci ripropone un sovrano allo stato di natura, autorizzato alla "difesa dei propri interessi", al di là delle leggi e dei giudici.
La proposta di rispolverare l'immunità parlamentare indica bene questo generico desiderio di restituire al moderno sovrano, alla sua maggioranza, e più in generale alla classe politica, immunità e privilegi legali.



La tirannide della maggioranza
Massimo L. Salvatori su
l'Unità

La Casa delle libertà si è presentata agli italiani agitando la bandiera della «rivoluzione liberale». E non passa giorno che Berlusconi e i suoi ministri, di fronte a chi in Parlamento e fuori da esso si oppone ai programmi del governo, non denuncino con arrogante insofferenza l'opposizione stessa come un ostacolo frapposto alla volontà della maggioranza che ha dato loro il voto e li ha portati al potere. «Lasciateci lavorare!», «Abbiamo vinto le elezioni, e dunque cosa volete?» gridano a gran voce. Essi sono convinti che la volontà del governo di fare qualsiasi cosa loro piaccia e convenga sia la democrazia e che la democrazia giustifichi per sua natura il delirio di onnipotenza di chi esercita il potere. Ciò che è nel loro interesse lo trasformano nell'interesse della maggioranza che ha dato loro il voto e l'interesse della maggioranza quale da essi interpretato lo considerano l'interesse di tutto il paese. Per questo Berlusconi è tanto pronto a definire l'opposizione come «anti-italiana»
I nostri neoliberali sembrano ignorare, ma più probabilmente ignorano davvero, che uno dei fondamenti del liberalismo moderno è la denuncia del pericolo fatto gravare sulle istituzioni e sulla società dalla volontà di una maggioranza che travolga il sistema dei pesi e contrappesi su cui si basano il sistema rappresentativo e l'equilibrio tra i poteri dello Stato.
Basta fare i nomi di James Madison, di Benjamin Constant, di John C. Calhoun, di Alexis de Tocqueville, di John Stuart Mill, i quali - per caratterizzare la politica illiberale di una maggioranza che, pur formatasi nella libera competizione elettorale, travalica e mette in atto una politica di prevaricazione - parlarono di "tirannide della maggioranza". Questa tirannide prende corpo quando un potere tende a soverchiarne un altro, quando chi rappresenta la maggioranza si sente legittimato a non riconoscere i diritti delle minoranze, quando una parte si considera il tutto e pensa di rappresentare tout court il bene comune, quando chi governa mescola interessi privati e pubblici.



La Grande Riforma di Taormina
Giuseppe D'avanzo su
la Repubblica 

ROMA - Sul tavolo di Silvio Berlusconi, c'è da ieri un papiello alto una spanna che in 400 articoli raccoglie la Grande Riforma della Giustizia del governo. Giuseppe Gargani, il responsabile di Forza Italia per i problemi della giustizia l'ha consegnato ieri al presidente del Consiglio, definendo il testo "importante e formidabile". L'autore del testo, l'avvocato, professore, onorevole Carlo Taormina, già vice del ministro degli Interni, siede allegrissimo e loquace allo scrittoio del suo studio a due passi dalla Corte di Cassazione. Come devo chiamarla onorevole, avvocato o professore? "Professore. Di essere onorevole non mi importa un fico secco".

Bene, professore, vogliamo parlare della Grande Riforma?
"Io voglio prima parlare della prescrizione".

Qual è questa correzione?
"È semplicissima. Per le contravvenzioni, prescrizione a 3 anni. Per i delitti puniti con pena superiore ai cinque anni, prescrizione a 5 anni. Il ragionevole periodo di 10 anni per tutti gli altri delitti diversi da quelli imprescrittibili (omicidi, stragi, mafia, terrorismo). Semplice, no?".

Forse un po' troppo semplice. Con queste regole il processo Sme (imputati Berlusconi e Previti), i processi Imi/Sir e Lodo Mondadori (Previti imputato) muoiono.
"Sì, saltano. Del resto, la sospensione dei processi per i parlamentari, l'amnistia, l'indulto, cioè le altre possibili ipotesi, sortirebbero lo stesso risultato complicando di molto il sistema".

Cambio la domanda. Lei pensa così di andare incontro al capo dello Stato che ha invitato tutti al confronto e al dialogo? "Senta, io non capisco che cosa vuole dire questa parola "pacificazione". Come ci si può pacificare con un tipo come Borrelli? Noi siamo la maggioranza liberamente eletta dal popolo. Abbiamo le nostre proposte. Le sottoponiamo alle valutazioni del Parlamento e quindi dell'opposizione. Che può trovarsi d'accordo o dissentire. In ogni caso, poi tocca a noi perché noi abbiamo la direzione politica e amministrativa del Paese. Che cosa bisogna pacificare, non capisco".

Professore, quali sono le innovazioni della sua proposta?
"Il progetto di riforma affronta tutti i capitoli dell'universo giudiziario. Il Csm. L'ordinamento giudiziario. Il processo penale. Il codice penale".

Affrontiamo uno per volta, per favore.
"Gliene darò soltanto degli accenni. È un testo alto così che non è corretto ancora diffondere. Osservo che è una riforma che non prevede alcun intervento sulla Costituzione e che si realizzerà soltanto con leggi ordinarie".

Va bene. Csm. Come cambia?
"Innanzi tutto cambia la legge elettorale. Diciamo che la novità di rilievo è la creazione di una sezione disciplinare composta esclusivamente da membri laici. Via i togati".

Ordinamento giudiziario.
"In primis, la separazione delle carriere, non la distinzione delle funzioni. Una separazione netta, rigorosa, una separazione a vita. Se fai il pubblico ministero, mai farai il giudice, e viceversa. Diverso sarà l'accesso, la tecnica di formazione anche se resteranno nello stesso ordine. Poi, rotazione degli incarichi direttivi ogni 4 anni e nuove norme sull'assegnazione delle cause, così la smetteremo con l'abitudine milanese dei pubblici ministeri di scegliersi il giudice per le indagini preliminari e il giudice del dibattimento".

Codice e Procedura penale.

"Forte distinzione tra pm e polizia giudiziaria. Sarà la polizia a dover trasmettere gli atti al pm quando individua l'indiziato e il reato. Abolizione della Direzione nazionale antimafia e delle direzioni distrettuali antimafia. Tutte le procure lavoreranno sulla mafia. Alla direzione antimafia resteranno soltanto il coordinamento dei dati e delle strategie. Introduzione dell'ipotesi di avocazione da parte delle Procura generale della Corte d'Appello con la possibilità di impugnazione dinanzi alla Procura Generale presso la Cassazione. Gerarchizzazione dell'ufficio del pubblico ministero e tra gli uffici. Generalizzazione del patteggiamento.

E il codice penale?
"Prevediamo di riscrivere i reati di opinione, le fattispecie di corruzione, concussione e reati contro la pubblica amministrazione con distinzioni importanti nel regime sanzionatorio tra corruttore e corrotto, cioè tra privato e pubblico ufficiale (con pena inferiore per il privato) e prevedendo l'ipotesi di concussione soltanto in caso di violenza e minaccia. Ah, dimenticavo i pentiti...".

Dica.
"Definiamo i presupposti e i limiti delle dichiarazioni dei pentiti a pochi casi".

Quali?
"Soltanto ai casi di conoscenza diretta e personale dei fatti o a personale correità: ogni altra indicazione può diventare soltanto uno strumento d'investigazione e non fonte di prova. Mi fermo qui. Avremo tempo e modo per parlarne ancora".

Professore, lei non è nel governo. Non crede che se Berlusconi affida a lei l'incarico di preparare il testo della Grande Riforma, l'incarico sia un'offesa e una sfiducia per il ministro di Giustizia Castelli?
"Non lo so e non mi importa".

Ne ha parlato con Castelli?
"No, ne ho parlato con Bossi e Maroni".

Ultima domanda, professore. Berlusconi le ha mai chiesto di fare il Guardasigilli?
"No, ma se me lo propone, ci penserò


L'Italia riesuma il codice penale di guerra. E lo modifica, in peggio
Toni De Marchi su
l'Unità

«Chiunque, al fine di denigrare la guerra, pubblicamente fa atti di vilipendio o profferisce parole di disprezzo o invettive contro la guerra, la condotta o le operazioni di essa, ovvero contro le forze armate dello Stato o coloro che vi appartengono, è punito con la reclusione militare fino a tre anni». È l'articolo 87 del Codice penale militare di guerra. Era il 1941, anno XIX E.F., dodici lustri fa, quando questa norma fu scritta e resa operativa. E dal 1946, cinquantasei anni fa, era rimasta inutile ed inefficace.
Un pezzo di passato che si credeva chiuso e archiviato. Fino al 1° dicembre scorso, quando con il decreto legge che autorizza le operazioni militari in Afghanistan, il Governo ha deciso che, no, quel codice è ancora buono e va usato. Ai militari che partecipano all'operazione "Enduring Freedom" si dice nel decreto. Ma, resuscitandone il cadavere, vengono riportate in vita anche quelle norme, come l'articolo 87, che possono essere applicate alla generalità dei cittadini. Così, oggi, se il Parlamento non deciderà di modificarlo quando la prossima settimana il Senato inizierà a discuterne, l'autore di un articolo "sgradito" o gli organizzatori di una manifestazione contro l'impegno italiano in Afghanistan potrebbero finire davanti ad un tribunale militare e rischiare fino a tre anni di galera. Militare.
«Con la reintroduzione di questo codice - commenta Domenico Gallo, magistrato del tribunale di Roma - si scoperchia un vaso di Pandora con conseguenze devastanti per i diritti civili». Un primo effetto è che il codice penale militare di guerra d'ora in poi si applicherà anche alle missioni militari "di pace". Quasi contemporaneamente al ripristino del codice del 1941, infatti, il Governo ha presentato un disegno di legge che ne modifica alcune norme. Peggiorandole, se mai fosse possibile. Una di queste prevede che «sono soggetti alla legge penale militare di guerra, ancorché in tempo di pace, i corpi di spedizione all'estero per operazioni militari». Finora, per le missioni in Bosnia come in Kosovo, in Somalia come a Beirut, la disciplina applicata era quella prevista dal Codice penale di pace, coetaneo di quello di guerra, ma stravolto e migliorato nel tempo dagli interventi della Corte costituzionale e del Parlamento. Ora non più. Saremo sempre in guerra, anche senza che sia dichiarata.
Un'altra modifica proposta dai ministri Martino e Castelli trasforma una serie vastissima, «ed indeterminata» sottolinea Gallo, di reati comuni - dalla corruzione, al furto, al traffico di droga, alla violenza sessuale - in reati militari per il semplice fatto che sono commessi da un militare o all'interno di un'installazione militare. Fu nel 1956 che il Parlamento li escluse dalla giurisdizione dei tribunali militari.

«Ma se non bastasse, la legge di guerra viene applicata oltre che ai corpi di spedizione anche a tutto il personale, militare e civile, di supporto che sta in Italia» commenta Elettra Deiana, deputata di Rifondazione comunista che ha preannunciato un'iniziativa parlamentare per bloccare queste norme che «estendono a dismisura la competenza dei tribunali con le stellette e rischiano di produrre guasti inenarrabili».

Il papocchio sembra effettivamente aver travolto i suoi stessi promotori. Nella relazione alla proposta di legge di modifica del codice fascista è scritto: «Alcune disposizioni sostanziali del codice penale militare di guerra appaiono infatti, con indiscutibile evidenza, contrastanti con i valori costituzionali e altre richiedono un adeguamento all'ordinamento militare ridefinito e alle circostanze di fatto mutate, rispetto a quelle sussistenti all'epoca dell'ormai lontana entrata in vigore del codice penale militare di guerra».
Un proposito condivisibile, che suggerisce al legislatore di abolire l'articolo 183, dove si contempla la possibilità per un comandante di «passare per le armi» chi si macchi di un reato come lo spionaggio o «contro gli usi di guerra». Ma che, fino a quando al legge non sarà approvata, resta pienamente in vigore e attuale.
Quella che invece non sparirà dal codice è una previsione assolutamente incostituzionale, contenuta all'articolo 185 del codice penale di guerra, il quale assoggetta alla legge e ai tribunali militari i cittadini stranieri che commettono reati contro le nostre forze armate in territorio straniero. Recita l'articolo 103 della Costituzione italiana: «I Tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. In tempo di pace hanno giurisdizione soltanto per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze armate». Ma l'Italia, finora, non ha dichiarato guerra a nessuno. E allora? Allestiremo anche noi un italico Camp X-Ray in una Guantanamo nostrana?


Dialogo
Vauro su
il Manifesto


Dialogo


Nel 2001 inflazione media al 2,7%. Il caro euro? Finora trascurabile
Conferma dell'Istat: il dato migliora la stima governativa, changeover «corretto» nel 98% dei casi
Stefania Tamburello sul
Corriere della Sera

ROMA - Nel 2001 l'inflazione media è risultata del 2,7% (inferiore quindi al 2,8% previsto dal governo), mentre quella tendenziale nell'ultimo mese dell'anno (dicembre 2001 su dicembre 2002) si è attestata sul 2,4%. Nel confermare i dati, l'Istat rileva che la conversione in euro dei prezzi in lire effettuata a dicembre con la doppia esposizione delle cifre nei cartellini dei negozi è stata corretta nel 98% dei casi. Gli arrotondamenti ingiustificati avrebbero pesato solo per lo 0,08 sull'incremento dei prezzi di dicembre rispetto a novembre (0,1%). Si tratta di un segnale rassicurante per l'andamento dell'inflazione in vista delle rilevazioni di gennaio. E degli effetti concreti dell'entrata in circolazione della nuova moneta. In attesa dei nuovi dati dell'Istat ieri sono stati diffusi i risultati del monitoraggio condotto dall'Unioncamere che ha preso in considerazione anche le denunce di rincari presentate dalle associazioni dei consumatori. Che avrebbero riguardato il 10% degli esercizi commerciali, principalmente bar e rivendite di carni e di prodotti ortofrutticoli, sui quali peraltro inciderebbe la stagionalità. Ebbene riportando tali aumenti nel paniere dell'Istat, l'indice dei prezzi al consumo salirebbe solo dello 0,1%. Mentre sarebbe dello 0,2%, sempre secondo Unioncamere, l'impatto inflattivo degli aumenti tariffari. In particolare sono salite a gennaio rispetto a dicembre del 3,2% con un peso sull'indice nazionale dello 0,2% le tariffe a controllo nazionale (giochi e lotterie, autostrade, medicinali, tabacchi e canone Rai) e del 2% con un'incidenza sul paniere dello 0,1% quelle locali dei trasporti. Sono invece scese del 2%, determinando un contributo negativo sull'indice dello 0,1%, le tariffe energetiche (elettricità e gas metano). Nel complesso dunque Unioncamere stima per gennaio una variazione dei prezzi mensile dello 0,4-0,5% e tendenziale (gennaio 2002 su gennaio 2001) pari al 2,4-2,5%.



Inflazione: +2,7% la media del 2001
Diagrammi e tabelle su
Il Sole 24 Ore


Inflazione


Governo francese, sgarbo a Berlusconi
La responsabile della Cultura: «Non venga all'inaugurazione del salone del libro di Parigi»
Maurizio Caprara sul
Corriere della Sera

ROMA - Lo schiaffo francese è stato sonoro, le risposte di Palazzo Chigi e dintorni sono state non meno ruvide. Il ministro della Cultura Catherine Tasca, ieri, ha fatto sapere di non desiderare Silvio Berlusconi all'inaugurazione del Salone del Libro a Parigi, in programma per marzo e nel quale l'Italia sarà l'ospite d'onore. «Conosco le sue posizioni in campi come la creazione e la diversità culturale», ha detto la socialista del governo Jospin che presiedeva il Consiglio superiore dell'audiovisivo. «Sono molto preoccupata per la politica che conduce e preferirei un altro patrocinio», ha aggiunto. La reazione ufficiale, ma non l'unica, del governo italiano è stata affidata al sottosegretario Paolo Bonaiuti: «Il presidente Berlusconi ignorava anche l'esistenza della signora Tasca... E in ogni caso continuerà tranquillamente a ignorarla». Raramente i rapporti tra Italia e Francia sono stati così spigolosi. In autunno, il presidente dell'Assemblea nazionale Raymond Forni annunciò l'annullamento di una visita del presidente del Senato Marcello Pera perché «indignato» dalle parole di Berlusconi sulla superiorità della civiltà occidentale sull'islamica. Il ministro Antonio Martino ha dovuto scusarsi per aver detto che giornali tedeschi avevano parlato di tangenti francesi sull'A400M, mentre articoli del genere non c'erano…


  18 gennaio 2002