
Dell'Utri non si arrende
"Casini e Pera intervengano"
Castelli inquieto, Berlusconi sembra però rassegnato a tenersi il ministro per non irritare Bossi
Giuseppe D'avanzo su la Repubblica
ROMA - È utile cominciare dalla coda. Dalla tarda serata. La polvere è calata, le seconde e terze file hanno liberato il campo, accompagnate verso la cena da chi non sa e parla e dice per mostrare di sapere. Marcello Dell'Utri ha la solita aria serena di chi si compiace di conservare nervi saldi e testa fredda quando tutti la perdono.
Dice: "Bisogna fare un tavolo. Possiamo chiamarlo il Tavolo della Buona Volontà. È l'unica strada che abbiamo davanti a noi. Spesso Berlusconi è rappresentato come un 'rivoluzionario'. Non c'è nulla di più caricaturale, e sbagliato. La natura di Silvio è pattizia e, vedrete, che alla fine riuscirà a trovare il punto d'incontro delle convenienze di ognuno per fermare questa lotta all'ultimo sangue di tutti contro tutti, dove nessuno può vincere".
Il tempo di prendere fiato. Dell'Utri continua: "Occorre un nuovo patto per quella che io chiamo una ripartenza. È vero che ci sono i 'musulmani' e i 'cattolici', ma è indiscutibilmente vero che gli uni e gli altri sono monoteisti: da qui occorre ricominciare rintracciando le ragioni della politica che sembrano smarrite. Occorre che finalmente la sinistra si chieda: vale la pena di insistere per un processo, per un solo processo anche a prezzo di questo sconquasso? Lo so che cosa mi obietteranno: Berlusconi è un cittadino come gli altri. Bene. Chiedo: e la realpolitik non ha niente da dire? La realpolitik impone questa domanda: a chi giova? A chi conviene? Non è meglio smetterla? Siamo nella condizione in cui ognuno deve cedere qualcosa, e allora soltanto il Tavolo della Buona Volontà può essere il luogo dove si può costruire un'intesa".
Dietro le quinte, la storia è un'altra. Umberto Bossi ha un diavolo per capello. Teme gli accordi sotto banco con l'opposizione peggio di un magrebino all'uscio e non si fida. Parla con Berlusconi: il presidente del Consiglio lo rassicura. Bossi continua ad essere diffidente. "Sia ben chiaro - dice in giro - Se salta Castelli, va a ramengo il governo". A buon intenditor, poche parole.
Il primo tassello dello scambio - la testa del Guardasigilli - è inutilizzabile. Era un tassello importante. Nelle intenzioni degli estensori del "protocollo giustizia", essenziale. Forse decisivo. Rimuovere Roberto Castelli da via Arenula significa molte cose. Innanzitutto concedere a quella parte della magistratura che a Palazzo Chigi definiscono "silenziosa" la chance di ritrovare voce, visibilità e forza. Di contrastare sul campo e, nella campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura, le "falangi macedoni dell'oltranzismo" (definizione di via Arenula). L'avvicendamento del Guardasigilli con un "ministro di tutti", "un ministro di garanzia" (Vincenzo Caianiello) avrebbe potuto, prima della primavera, dividere le "toghe nere" che hanno contestato il governo durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Una magistratura che abbandona il sentiero di guerra, che accetta il dialogo "riformatore" del governo, che isola "i facinorosi" (Casini) avrebbe convinto anche il centrosinistra che "la guerra era finita, è l'ora della pacificazione".
Congelare i processi ai parlamentari, no dell'Ulivo
Fassino: nessun baratto. Violante contro «chi vuole l'impunità
sul Corriere della Sera
ROMA - Per la maggioranza è ipotesi da approfondire, ma l'opposizione boccia senza distinguo l'idea di un ritorno all'autorizzazione parlamentare per indagini e processi contro deputati e senatori. E giudica inopportuna, contraria al principio di uguaglianza dei cittadini, l'ipotesi del «congelamento» delle indagini e della prescrizione del reato sino a quando il parlamentare è in carica. Il quotidiano dibattito sulla giustizia sembra ignorare l'invito alla ripresa di un pacato confronto istituzionale rilanciato dal Quirinale. Luciano Violante, capogruppo ds alla Camera, ritiene «impossibile il dialogo con la maggioranza, perché finché attaccano in modo così violento la magistratura italiana e chiedono forme di impunità per i politici, non c'è nessuno spazio». E il segretario dei Ds Piero Fassino: «Lo stato di diritto non si baratta. Siamo contrari a che si pensi di nuovo all'autorizzazione a procedere, siamo contrari ai modelli spagnoli.
Senza limiti
Rossana Rossanda su il Manifesto
Il premier annuncia ad ogni passo che cambierà il paese in modo radicale. E lo fa. Siamo alle soglie di una devolution che farà della repubblica una e indivisibile la sommatoria di regioni a legislazioni diverse. Già sono stati ridotti i compiti dello stato in tema di sanità e istruzione. Si annuncia una modifica del sistema giudiziario attraverso nientemeno che l'abolizione dell'obbligo dell'azione penale, la messa del sistema accusatorio sotto l'egida del potere esecutivo, e quindi diventerà normale l'intervento del guardasigilli sui processi. Già il governo modifica i diritti del lavoro e ridimensiona o ignora il sindacato. E non sono poche le istanze nazionali e internazionali nelle quali Berlusconi va dicendo che le minoranze politiche e le opposizioni sociali non sarebbero che la cospirazione di facinorosi, comunisti e giacobini.
Di fronte a quanto accade, lo stesso conflitto di interessi sarebbe poca cosa qualora si limitasse a una questione di decenza morale. Ma esso è stato e resta lo strumento della costruzione di questo potere: il possesso delle tv e dei media ha ristrutturato in profondità l'opinione. Anche la riforma della magistratura è spuntata in relazione con le situazioni penali di Berlusconi, Previti ed altri. Ne viene una degenerazione del sistema politico e istituzionale del quale tutta l'Europa parla, e se non interviene, salvo il ministro belga sbeffeggiato alla camera dal nostro primo ministro, è perché scottata dall'esperienza fatta con l'Austria a proposito di Haider. Ma in questi giorni un'alta sede accademica a Parigi, sbalordita dal "noi tireremo diritto" di infausta memoria, ha discusso se l'Italia non si trovi in una situazione prefascista.
Borrelli ha chiamato a resistere. Ha torto? Non l'ha. Non divaghiamo sui toni. Programma e ideologia della Casa delle libertà sono ai limiti della lettera costituzionale e da un pezzo fuori dal suo spirito. E, ci permettiamo di suggerire, sarebbe utile che Carlo Azeglio Ciampi ne desse un cortese ma fermo avviso. Qualcosa di più che un richiamo alle virtù del dialogo.
Cofferati: «Pronti all'accordo, ma senza l'articolo18»
sul Corriere della Sera
Apertura della Cgil nei confronti del governo dopo gli aspri scontri dei giorni scorsi. «Saremmo contenti di fare un accordo con questo governo che preveda uno stralcio dell'articolo 18 dalle deleghe». Lo ha detto il segretario generale della Cgil Sergio Cofferati nel suo intervento all'ottavo congresso della Cgil lombarda.
Biglietto d'ingresso per Milano, Albertini lancia il referendum
sul Corriere della Sera
MILANO - L'emergenza smog ha indotto il sindaco Albertini a rilanciare l'idea di fare pagare un «biglietto d'ingresso» per Milano: un referendum sull'argomento potrebbe essere indetto in autunno. Per domenica prossima intanto annunciato un nuovo stop alle auto dalle 8 alle 20 negli 89 comuni delle aree critiche di Milano. Blocco anche a Torino. A Firenze targhe alterne fino a marzo.
I dieci anni di Tangentopoli. Un convegno di Micromega
sul Corriere della Sera
La rivista Micromega , diretta da Paolo Flores d'Arcais, sta organizzando per il 17 febbraio (e non 17 gennaio come erroneamente pubblicato ieri) una manifestazione nazionale a Milano per ricordare i dieci anni di Tangentopoli e la «rivoluzione giudiziaria» che ha cambiato l'Italia. L'occasione di febbraio è data dal decennale dall'arresto di Mario Chiesa, le prime «manette eccellenti»: il personaggio da cui prese origine la valanga destinata a travolgere il sistema politico della prima Repubblica.
La lotta al terrorismo copre ogni abuso. In tutto il mondo
Denuncia di Human Rights Watch
su il Manifesto
Approfittando della guerra in corso contro l'Afghanistan i regimi ne approfittano per regolare i loro conti interni. Tutte le opposizioni sono trattate alla stregua dei terroristi e i paesi che stanno guidando la campagna contro il terrorismo chiudono gli occhi. Anche perché gli Stati uniti sono i primi a violare ogni convenzione internazionale, soprattutto sui prigionieri di guerra con la deportazione dei taleban e dei militanti di al Qaeda o presunti tali nella base americana di Guatanamo a Cuba, dove nell'isolamento totale verranno giudicati da corti marziali statunitensi.
L'allarme è stato lanciato dall'organizzazione per i diritti umani americana Human rights watch nel suo rapporto annuale, pubblicato ieri. Tra i paesi in testa alla lista per le violazioni troviamo Russia - che sfrutta la presenza di ceceni tra i militanti di al Qaeda - , Uzbekistan ed Egitto. Ma sicuramente non sono i soli. L'Arabia saudita, per esempio, "impone stretti limiti alla società civile, pesanti discriminazioni contro le donne, e soppressione sistematica dei dissidenti" mentre l'Egitto "fa di tutto per soffocare l'opposizione politica pacifica", si legge nel rapporto. Gli Stati uniti e i loro alleati occidentali vengono invece messi sotto accusa per "il vergognoso silenzio" di fronte a questi abusi.
La polizia palestinese arresta il leader dell'Fplp
sul Corriere della Sera
La polizia palestinese ha arrestato ieri sera il leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), ricercato da Israele per l'assassinio del ministro del turismo Rehavam Zeevi lo scorso 17 ottobre.
Si dimette a Parigi il giudice anti-Chirac
Lascia la magistratura Eric Halphen, protagonista della "mani pulite" francese, in polemica con il Guardasigilli.
Michele Calcaterra su Il Sole 24 Ore
Colpo di scena in Francia. Il giudice Eric Halphen, quello per intenderci che ha seguito per una decina di anni una delle più importanti inchieste di "mani pulite" (ad esempio gli appalti delle case popolari di Parigi) e che aveva tentato (senza successo) di convocare il presidente Jacques Chirac come testimone e che successivamente lo aveva posto sotto inchiesta, si è clamorosamente dimesso dalla magistratura. «Non posso morire», ha dichiarato il giudice in una intervista esclusiva a «Le Parisien» aggiungendo come in Francia ci sia una giustizia che funziona a due velocità, quella per i poveri e quella per i potenti. Un giudice profondamente deluso, dunque, che accusa il Guardasigilli di non essere mai intervenuto a suo sostegno, che è stato più volte minacciato, che si sentiva in pericolo e che alla fine è stato addirittura "dimissionato" dalla sua inchiesta, con un ben servito proprio nel 2001. Un giudice di quelli considerati scomodi e soprattutto di parte («i dossier politici - dice nell'intervista - sono come quelli mafiosi: nessuno ne parla»), come ce ne sono altri in Francia (ad esempio Eva Joly e Laurence Vichnievsky che si sono occupati dell'inchiesta sull'affare Elf), che stanno tentando da ormai un decennio di far luce sugli scandali di Stato dell'epoca mitterandiana, ma anche su quelli del Comune di Parigi (gestito dapprima da Jacques Chirac e successivamente da Jean Tiberi), degli appalti truccati, degli impieghi fittizi o delle mutue per gli studenti.
«Bisogna spingersi più in là nelle riforme - ha dichiarato il segretario dei socialisti Francois Hollande - , non regredire e soprattutto non lasciarsi coinvolgere dalla voglia di alcune forze contrarie che vorrebbero rimettere in causa quanto già acquisito, soprattutto in termini di indipendenza». Una indipendenza della giustizia, secondo Hollande, che negli ultimi anni in Francia è costantemente minacciata e che va invece preservata.
17 gennaio 2002