
Alta tensione tra alleati e Udc
Redazione de la Repubblica
I centristi della Casa delle libertà sono in subbuglio e non escludono di uscire dal governo. E come prima mossa oggi i ministri dell'Udc Rocco Buttiglione e Carlo Giovanardi hanno disertato la riunione del Consiglio dei ministri. Le motivazioni ufficiali sono che il primo deve andare a Strasburgo a trovare la nipote, il secondo che deve andare a Mantova a ritirare un premio filatelico. Difficile non notare la debolezza dei due argomenti. Se a questo si aggiungono le tensioni degli ultimi giorni diventa quasi impossibile non vedere che i centristi non sono soddisfatti di come stanno andando le cose.
Fino a ieri il motivo di dissidio più grande (o almeno quello in cui un certo diffuso malumore è venuto allo scoperto) è stata la gestione dell'affare del Cda Rai dopo le dimissioni dei due consiglieri dell'Ulivo e del centrista Marco Staderini. Affare che ha portato a un duro scontro tra il presidente della tv pubblica e il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e che in seguito ha coinvolto il presidente del Senato e gli alleati di governo.
Il caso Rai è piombato sulla testa del centrodestra dopo mesi di frizione tra i centristi e l'asse privilegiato che Berlusconi ha concesso alla Lega di Umberto Bossi e al suo grande alleato Tremonti. Un rapporto che, a detta dell'Udc, sbilanciava troppo la coalizione verso posizioni estremistiche soprattutto in fatto di politiche economiche per il Sud e federalismo.
Un clima di tensione che stamattina ha fatto scrivere al Foglio di Giuliano Ferrara che l'Udc avrebbe in progetto di uscire dal governo per continuare a sostenerlo dall'esterno e aumentare in questo modo il proprio potere di contrattazione. Ebbene, a quell'articolo, non solo non è seguita nessuna smentita, ma il capogruppo dei deputati dell'Udc alla Camera Luca Volontè ha confermato a Radio Radicale che l'appoggio esterno "è una delle tante riflessioni che si faranno all'interno del dibattito congressuale. Ciò che è da escludere - ha aggiunto Volontè - è che da dopo la Finanziaria si possa continuare a pensare all'Udc, come fanno alcuni alleati, come ad un partito o gruppi parlamentari ai quali si è regalato molto e quindi devono tacere".
Al Senato risuscita il finanziamento occulto ai partiti
Curzio Maltese su la Repubblica
Le celebrazioni dei ladroni di Tangentopoli come "eroi" e "vittime" da parte di un nuovo ceto politico avido di ripercorrere le gesta di Poggiolini & co. non sono rimaste senza conseguenze pratiche. Nelle pieghe della Finanziaria sta per scivolare un emendamento che regala ai partiti un'altra pioggia di miliardi, consente l'azzeramento delle tasse e ripristina in Italia, unica democrazia dell'Occidente, il finanziamento occulto. Il provvedimento, che rischia di essere approvato in commissione al Senato fra oggi e lunedì, è firmato dal senatore mastelliano Fabris ma sarebbe frutto di un largo accordo bipartisan (quello che non si trova per la Fiat). Il tutto naturalmente senza dare troppa, anzi alcuna pubblicità alla piccola rivoluzione.
Uno dei sei commi prevede il ritorno del finanziamento occulto ai partiti, cancellato negli anni Settanta dopo lo scandalo dei petroli, primo di una lunga serie. Se passa l'emendamento, da domani sarà possibile per chiunque finanziare il partito di riferimento senza dover comparire in un elenco pubblico, come da legge. L'elargizione - detta il comma 5 - può avvenire attraverso un notaio, che è tenuto alla riservatezza con tutti, persino con il partito che riceve i soldi: il quale così può non conoscere, per legge, l'identità dei suoi generosi finanziatori. Il tocco di classe sta nella spiegazione, davvero comica: "tutela della privacy". Un argomento che non mancherà di sconvolgere i legislatori europei e degli Stati Uniti, dove la trasparenza dei finanziatori è un cardine della democrazia.
Un altro passaggio del provvedimento garantisce ai partiti la totale detassazione di ogni attività, non soltanto le feste di partito ma anche l'affitto o la vendita di immobili e qualsiasi tipo di transazione economica. I comma 3 e 4 scendono nel dettaglio: viene sollevata dall'imposizione fiscale anche "la somministrazione di alimenti e bevande effettuata, anche se dietro pagamento, direttamente da bar o esercizi similari". Dalle feste di partito agli esercizi commerciali di circoli e sedi: tutti detassati.
In definitiva, per i partiti viene creato un mini paradiso fiscale in patria, senza bisogno di passare per le Mauritius. A completare il quadro deprimente è il comma finale che in poche righe sancisce l'impunità dei tesorieri di partito, i quali non dovranno più rispondere di fronte agli eventuali creditori. I tesorieri di partito sono liberi dunque di lanciarsi nella "finanza creativa", come direbbe il ministro Tremonti. Ai partiti viene consegnato un lasciapassare su tutta la linea. Non devono spiegare dove prendono i soldi, non pagano le tasse e gli amministratori non hanno l'obbligo di rispondere ai creditori. Manca soltanto l'immunità parlamentare totale di fronte a qualsiasi tipo di reato. Ma per questo esiste già una proposta di legge depositata in Parlamento, stavolta dalla maggioranza, e in attesa di venir ripresa appena si sarà trovato un compromesso nella maggioranza fra i le colombe di Berlusconi e i falchi di An.
Ora i partiti, incassati i soldi del finanziamento, calano una cortina fumogena sulla loro vita interna, osano laddove la classe dirigente di Tangentopoli non era arrivata. Rispetto ai Cirino Pomicino e ai De Lorenzo, questi possono contare sul servilismo dei media, che allora sarebbero insorti contro la partitocrazia e ora probabilmente osserveranno la consegna del silenzio. O addirittura, come va di moda nei salotti televisivi, si lanceranno nella sfrontata difesa dell'abuso di potere. Senza contare che la nuova classe di rampanti gode i vantaggi del sistematico annientamento della magistratura. In assenza di controlli, la nuova partitocrazia avanza, lottizza selvaggiamente la Rai e gli enti pubblici con la scusa di un moderno spoils system, si garantisce privilegi inimmaginabili in qualsiasi altro Paese e perfino nell'Italia del Caf.
Ansie
Jena su il Manifesto
Se non la leggi non ci credi: "Noi di Mediaset seguiamo con apprensione questo stato febbrile della Rai e auspichiamo che le cose si mettano a posto presto perché noi abbiamo interesse che esista una Rai e che possa lavorare in un clima sereno, per l'equilibrio del sistema". Lo ha detto Fedele Confalonieri che a questo punto converrebbe nominare presidente anche della Rai. Così almeno gli passa l'ansia.
"Don Vitaliano non si tocca"
Mariella Parmendola su il Manifesto
E' l'autista che ogni giorno porta avanti e indietro i pendolari sul pullman Napoli-Avellino il primo che al nome di don Vitaliano riscopre il suo sorriso migliore. "Scende qui e prosegue per Sant'Angelo? Allora va da don Vitaliano" dice con uno sguardo di complicità. E come lui molti in questo pezzo di Irpinia identificano il paesino di mille anime con il parroco che negli ultimi dieci anni ha regalato a tutti la celebrità. Sono abituati alle interviste e alle telecamere, e il gestore del bar commenta le dichiarazioni rilasciate ad un quotidiano locale. "Faremo le barricate" ripete Nando mentre prepara il caffè, "qui tutto il paese è in rivolta" gli fa eco il padre più anziano. Il suo bar è nel piccolo cuore del piccolo paese, accanto al municipio e di fronte alla chiesa. Nando li ha visti passare gli ospiti di don Vitaliano, si informa di Francesco Caruso con i ragazzi del centro sociale di Avellino e fa il tifo per il suo parroco: "L'avete visto a Porta a Porta, gliele ha cantate a Vespa". Un tifo pari al coro intonato dai ragazzi del paese, che hanno riadattato per l'occasione il motivo dedicato alla squadra: "Noi abbiamo Vitalià, Vitalià...". Don Vitaliano sul sagrato continua a ricevere telefonate di solidarietà, in mattinata quella di Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom, anticipa l'abbraccio in forma di applauso ricevuto all'ingresso della sala della Cgil riunita a Napoli per discutere di Finanziaria. In dieci anni Don Vitaliano ha rappresentato per gli abitanti di Sant'Angelo a Scala una finestra aperta sul mondo e in tanti hanno capito e seguito i suoi insegnamenti. "Io faccio il maestro, ma anche la scuola non può essere un luogo chiuso, quando Vitaliano si batte per gli operai di Termini Imerese si batte anche per me, per i diritti del mondo del lavoro" riflette a voce alta Carmine Leo mentre sorseggia il caffè nel bar di Nando. Ma ora il maestro di una scuola elementare di trenta alunni è amareggiato per i suoi bambini. "Quando abbiamo saputo la notizia abbiamo pensato a un'altra trovata pubblicitaria del nostro parroco, poi, però, la cosa ha preso ben altra consistenza e ora i bambini non vogliono fare più il presepe vivente che doveva concludersi con la messa del 24 notte, al fianco di don Vitaliano". Le più agguerrite sono le donne, le signore anziane che non hanno perso una sua messa, disponibili ai gesti più forti per far capire all'abate Tarciso Nazzaro che non si arrenderanno. In lui più che il rivoluzionario hanno sempre conosciuto il sacerdote al quale ci si rivolge per ogni problema.
C'è chi sussurra sotto voce di voler murare la porta della chiesa, quella sulla quale è stato affisso il decreto del vescovo che toglie a don Vitaliano parrocchia e parrocchiani. Con un pennarello verde qualcuno ha scritto cosa pensa, in alto è segnato lo sdegno: "Vergogna", e più sotto "don Vitaliano non si tocca". E su che fare per convincere abate e Vaticano a tornare indietro ragionano gli anziani all'angolo della strada, tanto infervorati da far riecheggiare le grida nei vicoli del paese, dove le case in ristrutturazione ricordano ancora gli effetti del terremoto dell'80.
Societa' civile, e basta
Guido Rossi sul Corriere della Sera
Si potrebbe sostenere, celiando, che un virus paralizzante serpeggia nel Paese. E' il virus della Grande Confusione, alimentata ora volutamente ora inconsciamente da politici, intellettuali, mass media. Insomma, da tutti coloro che possono influenzare l'opinione pubblica. Lo Stato si va da tempo ritirando dalle sue funzioni di garante e regolatore dell'ordine e dei diritti, e ha lasciato scoperti territori di grande rilievo della vita dei consociati, dalla famiglia all'educazione, all'economia. Nessuna critica deve essere portata su questo arretramento, dovuto in larga parte anche a fenomeni ben noti di globalizzazione. Di conseguenza, lo slogan "meno Stato" è diventato il primo elemento della diade, subito completata con "più mercato". In questa strategia del capitalismo finanziario, tuttavia, il mercato, devastato da epidemici conflitti di interessi, si è sempre più rivelato una Confusion de Confusiones , come recita il titolo del primo trattato dei mercati azionari, pubblicato ad Amsterdam nel 1688 da Joseph de la Vega. Se questo slogan , tanto sguaiatamente urlato, fino a poco tempo fa, è ora quasi caduto in vergognoso silenzio, in un contesto sociale che sembra credere più al lessico della volgarità sbrigativa che a ogni linguaggio critico, val forse la pena di icasticamente segnalare una diversa alternativa che indubbiamente si sta invece proponendo come sintesi della modernità: "Meno Stato, più società civile".
Purtroppo anche la società civile è, tuttavia, oggetto di impensabili confusioni. E' mai possibile che anch'essa sia allora scambiata per una formazione politica e che anche la sua vitalità sia additata come violenta opposizione ora al governo, ora alla maggioranza, ora all'interno della stessa minoranza? La verità è che in una società, sempre più orale, televisivamente degradata agli slogan , all'insulto personalizzato, all'incultura critica, la società civile non è partitica, non si confonde con nessuno, vuol solo esprimere criticamente i suoi principi da far valere in una comunità ordinata e rispettosa dei diritti di tutti e non solo di alcuni. Intende riempire il vuoto che il degrado e l'arretramento della politica ha lasciato libero, trascinando con sé anche quello che è stato chiamato lo "sfarinamento" delle istituzioni democratiche, dal Parlamento ai partiti, dal governo ai sindacati, alla magistratura. Insomma la società civile, come concetto autonomo rispetto allo Stato, come entità scoperta da Hegel e rivalutata da Benedetto Croce, non si mescola con la politica ed è un frutto prelibato della democrazia liberale. Non è né di centro, né di sinistra, né di destra; né a favore né contro Berlusconi, perché queste posizioni politiche, partigiane o partitiche, appartengono alla sfera individuale di ciascuno e non riguardano necessariamente le espressioni associative della società civile.
La società civile, in tutte le sue manifestazioni, anche quelle che assumono volutamente carattere di protesta (come, ad esempio, i girotondi), rappresenta invece, nelle democrazie liberali moderne, i cittadini attivi di ogni ceto e di ogni censo, che si costituiscono in associazioni spontanee, temporanee o durature. Quelle stesse che Alexis de Tocqueville chiamò le società intermedie che si pongono fra il cittadino e lo Stato e che, a suo dire, rappresentavano la parte più viva della democrazia americana.
Oggi di fronte all'arretramento dello Stato e allo "sfarinamento" delle istituzioni, essa è la custode dei diritti delle libertà e dei bisogni dei cittadini e tende a tener vivi ed elaborare quei principi sui quali si preserva una società ordinata e democratica. Nessuna sostituzione quindi alla politica, anzi una chiara distinzione a una separazione decisiva. La politica sempre di più, in questa civiltà orale e televisiva, si esprime in guisa elementare con slogan , confondendo le idee con le persone e anziché criticare le idee ritiene più facile e opportuno svilire le persone. Invece che di consenso critico sui programmi, sui progetti, si avvale di sondaggi rozzi e faciloni; invece che perseguire interessi generali si frantuma nella schiavitù dei particolarismi privati.
La società civile tende invece ad approfondire criticamente le istanze fondamentali che una comunità democratica deve conoscere e creare coi movimenti di opinione basati su informazioni, frutto di documentazione e non di spot, che inoltre possono arginare la sopraffazione della politica e delle istituzioni a tutti i livelli e garantire in primo luogo la libertà, in tutte le sue moderne accezioni, come diritto fondamentale del cittadino.
I movimenti che essa esprime hanno trovato nell'era dell'informazione un'organizzazione aperta nel network . Alla politica dunque appartiene la televisione, alla società civile Internet. Gli approfondimenti, gli scambi di idee qui possono aprire nuove strade per i cambiamenti sociali e per condizionare gli spesso scomposti movimenti della politica. Di fronte a questa nuova prospettiva qualunque legislatore deve ormai sapere che le norme giuridiche, se non sono poi di comune accettazione da parte della comunità dei consociati, vengono disapplicate e non sortiscono effetto. E' qui che anche i colpi di mano delle maggioranze possono trovare un argine insormontabile.
Italia in crisi, Ciampi critica governo e imprenditori
Vincenzo Vasile su l'Unità
Ciampi parla ai Cavalieri del Lavoro. E di fronte, in prima fila, ha il "Cavaliere" per eccellenza, che quest'onorificenza se la procurò 25 anni fa, il secolo scorso. Ora Berlusconi riceve dalle mani del presidente un distintivo aureo per festeggiare queste "nozze d'argento" con il cavalierato. Ma oggi presiede un governo, che si mostra incapace di un progetto. E che sull'economia ormai preferisce glissare, non parlarne, come di un argomento fastidioso. E così al capo dello Stato, pressoché esaurite le risorse della cosiddetta "moral suasion", pur con tutte le cautele e le formalità del caso, non resta che menar fendenti. Con una diagnosi accorata dei problemi e dei ritardi. E con indicazioni perentorie di terapia, che, se fossero seguite, fa intendere, potrebbero aprire alla speranza.
Intanto, sullo stato dell'economia, Ciampi ripete per l'ennesima volta le sue valutazioni, molto preoccupate. In quest'ultimo periodo si rischia di dissipare un patrimonio che era stato positivamente accumulato, è il succo del suo pensiero. Con la sua solita sobrietà, per "il recente passato, per l'ultimo decennio" Ciampi tratteggia l'identikit accattivante di "una Nazione che ha saputo sradicare l'inflazione, risanare i conti pubblici, riconquistare la fiducia dei mercati". C'erano numerosi corollari positivi: quel tanto di patologico che c'era nel pletorico "popolo dei Bot" è stato superato, e s'è avvertita una spinta nuova all'azionariato delle famiglie. E "l'accresciuta flessibilità del mercato del lavoro ha prodotto un sensibile aumento del'occupazione, pur in presenza di una crescita modesta". Ma da un bel po' di tempo c'è un'inversione di rotta, e squillano numerosi campanelli d'allarme.
E lo stesso Ciampi rivendica ora davanti al premier, che deve "abbozzare", rifugiandosi in uno dei suoi soliti sorrisi, di averli fatti trillare, rimanendo piuttosto inascoltato: "In settembre ho richiamato l'attenzione sull'andamento dei prezzi, in particolare per il differenziale a nostro vantaggio nel confronti con i paesi dell'euro". Risultato di questa tendenza: "Un aumento dei prezzi superiore di quasi un punto alla media europea provoca un'erosione di comopetitività per le nostre merci. E conseguenti danni in termini di quote di mercato".
Secondo tormentone del Ciampi-pensiero sul tema economico: la crisi di competitività. È priorità nazionale, scandisce. Cioè dovrebbe essere, dovrebbe diventarlo. In materia la classifica stilata ogni anno dal "World Economic Forum" - Ciampi ci torna per la terza volta in pochi giorni (un memorandum pubblico a Mantova il 20 novembre, ripetuto appena ier l'altro qui al Quirinale) - ci segnala che perdiamo terreno, soprattutto nelle produzioni ad alta tecnologia e ad alto valore aggiunto. È un monito a 360 gradi, che coinvolge anche gli imprenditori, cui Ciampi non fa lo sconto dei giri di parole: "Serve uno scatto d'orgoglio da parte di tutti. In primo luogo della classe imprenditoriale".
Il ragionamento di Ciampi parte da lontano e mette in discussione alcuni luoghi comuni, come quelli del "piccolo è bello". È vero, infatti - ragiona Ciampi - che un'economia basata su piccole e medie industrie ha il vantaggio di essere "più flessibile". Ma lo svantaggio è una "ridotta propensione all'investimento in ricerca scientifica, innovazione, in nuovi brevetti". Insomma, anche la quota privata di investimento in ricerca scientifica è bassa, e il dialogo tra imprese ed Università si sviluppa lentamente, tranne in pochi casi. Il rimprovero è netto, specie al cospetto di un elogio per il ruolo storico svolto negli anni Ottanta: "I nostri imprenditori sono stati in grado di trasformare in pochi decenni l'economia italiana, hanno contribuito in modo determinante a fare dell'Italia un paese avanzato, a diffondere le attività industriali su tutto il territorio". E oggi? "Oggi si ha la sensazione che essi siano più sensibili a cogliere le occasioni a più rapida realizzazione e meno pronti a impegnarsi in progetti a più lunga scadenza".
In parole povere, la logica rapace del pochi, maledetti e subito non va affatto bene.
Il "Cavaliere del Lavoro" in prima fila continua a sorridere.
La Fiat insiste, 4000 operai via per sempre
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Nulla di fatto. Il cosiddetto tavolo tecnico sulla Fiat al ministero delle Attività Produttive annunciato lunedì scorso sull'onda di supposti cambiamenti al piano industriale è stato sospeso. Motivi: nessuna assicurazione sul destino degli 8.100 esuberi (anzi, per il sindacato la certezza che il 50% dei 7.600 destinati alla cigs non tornerà al lavoro), nessuna indicazione concreta sul rilancio dell'azienda, e soprattutto nessun impegno politico ed economico da parte del governo. Mancano troppi tasselli per un puzzle tanto complicato: in questo modo il tavolo è quasi una finzione. Per questo i segretari di Fiom, Film e Uilm hanno chiesto la presenza del ministro Antonio Marzano. Ma non si è presentato nessuno: di qui l'interruzione decisa dalle parti. Intanto si avvicina il 5 dicembre, giorno in cui l'azienda ha rinviato l'apertura delle procedure per le cigs.
Restano in piedi le sei ore di sciopero decise l'altro ieri da Fiom, Fim e Uilm (ieri le ha proclamate anche l'Ugl) da effettuare entro quella data, resta il no secco al piano. "Anzi, è probabile che le azioni di lotta si intensificheranno", dichiara Gianni Rinaldini segretario generale Fiom. Tanto più che i vertici dell'azienda hanno già detto "no" alla proposta dei sindacati di attivare contratti di solidarietà ed avviare un confronto vero sul piano. "L'azienda - spiega Cosmano Spagnolo (Fim) - si è detta disponibile a discutere solamente su come applicare il suo piano".
Ma il grande assente in questa partita a scacchi che rischia di chiudersi (male) in poche mosse resta il governo. "Consideriamo l'esecutivo un soggetto attivo - conclude Rinaldini - non un semplice osservatore esterno". "Di fatto sulla stessa linea - anzi, più avanzata - il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. "Ora è necessario un intervento ultimativo del governo sull'azienda - dichiara - L'esecutivo non può fare da notaio. L'azienda ha compiuto passi indietro, come avevamo previsto". E Cisl e Uil, stavolta, non sono affatto distanti. Anzi, sia Savino Pezzotta che Luigi Angeletti richiamano l'esecutivo alle sue responsabilità politiche per lo sviluppo industriale. "Possiamo dividerci su altro - commenta Epifani - ma non su come avere sviluppo e difendere l'occupazione".
Quegli americani e questi europei
Incomprensioni e diffidenze
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Sia guerra o no con l'Iraq di Saddam, dopo le dissidenze di Berlino e Parigi sembrano inevitabili a Washington malumori e risentimenti, bene o male che vadano le cose. Bush ha voluto giudicare Schröder come un alleato non solo riottoso, ma irrispettoso verso la strategia della Casa Bianca. Poi ha misurato con impazienza l'ascolto da prestare a Chirac, dovuto perché la Francia è nel Consiglio di sicurezza dell'Onu con diritto di veto. Qualche perturbazione della meteorologia politica potrà correre nei prossimi tempi attraverso il "lago Atlantico", risparmiando le isole britanniche. Ma poi? A Washington, come a Berlino e a Parigi, quale che sia l'efficacia della risoluzione Onu 1441 dovrebbe prevalere il consiglio di non drammatizzare i dissidi, per ora circoscritti, evitando una stolid, stupid confrontation . Lo scenario internazionale del nostro tempo, con le sue innumerevoli conflittualità, è troppo carico d'insidie per eccedere nella concezione interventista o cedere alla tentazione assenteista. E, dopo tutto, non trascurabili correnti d'opinione fra gli stessi americani hanno manifestato apprensione per il decisionismo di Bush, anche se il Senato e la Camera gli hanno concesso vasti poteri.
Ma nel fondo delle controversie transatlantiche rimane un disagio, che supera la causa immediata del contendere. Gli americani schierati con Bush, secondo una psicologia che traspare da giornali e televisioni, considerano gli europei di Schröder e Chirac o certi commissari di Bruxelles frustrati perché l'Ue non è né sarà presto una superpotenza, può estendersi ma non darsi un vero assetto federale diversificata com'è da troppo antiche storie, identità e lingue. Dunque, sarebbero affetti da uno sconsolato e meschino "provincialismo eurocentrico". A loro volta, gli europei così descritti sembrano giunti alla conclusione che ormai Washington sia incline con Bush a considerare la superpotenza come "prova di virtù e persino d'infallibilità come segno del favore di Dio". Addebiti eccessivi, dall'una e dall'altra parte, anche se riconducibili a qualche verità.
Sulle frustrazioni degli europei, basta segnalare una difficoltà primaria. Nei 15 Stati dell'Ue oggi si parlano 11 lingue da tradurre secondo 110 combinazioni, ma nel 2004 con l'apertura prevedibile a 10 altri Stati saranno da tradurre 20 lingue secondo 380 combinazioni. Non sarà proprio vero che "Babele è a un passo
Ma ora, sulle dottrine o visioni di George W. Bush, tra gli europei affiora qualche ragionevole dubbio non inficiato da storici pregiudizi. Dinanzi alle avversioni o alle obiezioni che investono la politica della superpotenza superestesa nel ruolo di gendarmeria internazionale, Bush s'è dichiarato stupefatto: "Non ci posso credere, perché so quanto siamo buoni". E, poi, ha proclamato la possibilità di convertire alla democrazia occidentale il Medio Oriente, anche laddove gli antagonismi tribali non concedono spazio alle competizioni partitiche. Il suo eloquio è ondivago, tra messianismo e culto della forza o tra moralismo puritano e spregiudicato economicismo petroliero. Qual è la decifrazione corretta del "codice Bush", magari più coerente di come oggi appare? Potrà dirlo la prova di Bagdad, con gli effetti geopolitici collaterali e il seguito che avrà da Karachi a Istanbul.
"Israele la nuova ragion d´essere di Al Qaeda"
Yehoshua: spegnere le fiamme
Redazione de La Stampa
"Attraversiamo un brutto momento: da una parte Al Qaeda sta scoprendo che la sua ragion d´essere può diventare una più mirata serie di attacchi contro Israele. Dall´altra c´è il risultato elettorale in seno al Likud per la scelta del candidato alle elezioni di gennaio: la vittoria di Ariel Sharon è la vittoria di un politico brutale, senza scrupoli, mentre Benyamin Netanyahu, se avesse vinto, sarebbe forse stato un avversario meno ostico per Amram Mitza, il candidato laburista, sicuramente l´uomo di pace di cui il Paese avrebbe bisogno". Avraham B. Yehoshua, lo scrittore pacifista israeliano, non cede comunque allo sconforto: "L´importante è ricordare, ma sovente molti lo dimenticano, che i palestinesi possono in qualche caso essere nemici, ma restano sempre i nostri vicini di casa, con pieno diritto a un territorio in cui vivere".
Non le pare che la vittoria di Sharon, che a differenza di Netanyahu non nega l´esistenza di uno Stato palestinese, segni il prevalere - nell´ambito del Likud oltre che nel Paese - di una linea che va verso la formazione di quello Stato?
"Devo sfogarmi: francamente non so che cosa sia in realtà la differenza fra le espressioni "Stato" e "non Stato" attribuite a quelle due personalità politiche. Entrambe quelle dichiarazioni non sono serie, perché di fatto lo Stato palestinese esiste già. Il primo accordo di Oslo lo indica: la zona A, formata dal 42 per cento dei territori. Comunque il problema non è l´esistenza di uno Stato palestinese, ma semmai di uno Stato palestinese demilitarizzato. E comunque Sharon, da vero falco, fa finta che quello Stato, a sua volta nucleo di uno Stato più grande, non esista. Netanyahu è più moderato, o forse lo è unicamente perché più codardo: sta di fatto che non oserebbe mai fare quello che Sharon sta facendo. Conosco bene il primo ministro: eravamo militari insieme".
Mi racconti.
"Nella campagna del Sinai, io naturalmente ero soldato semplice, lui colonnello in quel battaglione di paracadutisti. Lo ricordo bene quando ci parlava. Esprimeva molto coraggio, forse troppo: nella lotta poteva essere brutale. Persino il generale Ben Gurion ebbe a lamentarsi che c´erano stati troppi morti fra i siriani, i nostri avversari di allora. In realtà Sharon è rimasto il generale di allora, adattando le sue capacità al mondo della politica. E´ un eccezionale manipolatore, un uomo senza scrupoli; a questo deve il suo successo".
Perché allora Sharon è diventato, non solo all´interno del suo partito, così popolare?
"La situazione in Israele è molto grave. Non c´è un successo negoziale per risolvere politicamente la crisi, c´è anzi un deterioramento; e lui sembra offrire, a una popolazione inorridita, l´unico modo sicuro per combattere il terrorismo palestinese. Sbaglia però, a mio avviso, dove dice che è impossibile negoziare sotto il fuoco nemico. In passato abbiamo ben negoziato con il nemico mentre lo combattevamo: con i siriani, con i giordani, persino con gli egiziani".
Si avvicina il suo sogno del grande muro - in realtà un preciso confine - che dia pace e stabilità sia a Israele sia allo Stato palestinese?
"Si sta costruendo. Io spero che il nuovo leader laburista, Mitza, conquisti abbastanza voti alle elezioni di gennaio da poter formare un solido blocco di opposizione. Questo costringerebbe Sharon a tentare con lui una coalizione come aveva fatto con Shimon Peres; e a quel punto Mitza potrebbe esigere, per esempio, l´uscita della macchina d´occupazione israeliana almeno da Gaza, dove esiste già un vero confine. E se quell´esperimento funzionerà sarebbe poi possibile spingere Sharon a fare cose analoghe in Cisgiordania".
Gli attacchi in Kenya sembrano aprire un nuovo fronte.
"Non è la prima volta. Basta ricordare l´attacco terroristico di Roma. Ma appare certo che Al Qaeda sta sfruttando la situazione per fare degli attacchi a Israele la sua principale ragion d´essere. Occorrerà affrontare questo pericolo con grande fermezza. Ma c´è un solo modo per ridurre i rischi".
Quale?
"Bisogna risalire all´origine della ferita, cioè essenzialmente ridurre le fiamme della violenza in Medio Oriente. Detto questo, va precisato che sarebbe inutile pensare a soluzioni definitive, perché quelle sarebbero praticamente irraggiungibili. Occorre invece mirare ad accordi temporanei, cioè mirare in basso, se si vuole davvero concludere qualcosa. Quando le fiamme saranno ridotte in Medio Oriente, anche Al Qaeda perderà le sue motivazioni per attaccare. Non avrà più l´ispirazione ideologica che possono fornire le immagini di bambini palestinesi che muoiono o quelle dei "martiri" kamikaze. Quelle, però, sono prospettive a lungo termine. L´importante, oggi, è non perdere la speranza".
Luna Rossa, trionfo 4 a 0
Ma ad Aukland è l'ora degli avvocati
Giovanni Cerruti su La Stampa
"Orm", il serpente svedese dipinto di blu, sventola triste in mezzo a quel bandierone giallo issato a prua. Rientrando in porto gli hanno spruzzato quattro lacrime: 4-0, addio vichinghi, ma è un saluto da gran signori del mare. Il Serpente sta passando proprio davanti alla Base Prada, dove c'è festa di musica, allegria, trombe e trombette. Orm quasi accosta e i biondoni vestiti di nero si schierano: giù il cappello davanti ai Luna Rossa.
E sono loro ad applaudire, i timonieri Jesper Bank e Magnus Holmberg per primi. Da questo momento tiferanno per Francesco de Angelis. Carini, ma con qualche interesse: è sempre meno amaro essere eliminati da chi vincerà. Evviva, bene, brava Luna Rossa e bravissimi il suo comandante De Angelis e la sua ciurma. "Ma chi mi conosce sa che sto già pensando ad altro", dice lui. Alle semifinali, dal 9 dicembre. E a questo punto avrebbe voglia di parlare solo di mare, boline, prue (poco) e nuove imprese. Avrebbe, ma non può.
Le semifinali sembrano già cominciate e stanno volando botte. La parola è agli avvocati e all'Arbitration Panel, che sarebbe la Corte Suprema di questa Coppa America. Riassunto delle puntate precedenti: OneWorld, che ha eliminato Stars&Stripes e in semifinale sfiderà Luna Rossa, rischia la squalifica per spionaggio velico e comportamento antisportivo.
Peter Montgomery, l'informatissimo telecronista della tv neozelandese, ha già annunciato "una tempesta senza precedenti nella storia della Coppa America". Che sarebbe un qualcosa più delle "situazioni tipiche" richiamate da De Angelis. Una lotta tra avvocati e dossier per dimostrare o la colpevolezza di OneWorld o la colpevolezza anche di altri. Dennis Conner, dopo aver recitato la parte dello sconfitto che si commuove, ringrazia, promette il ritorno, si alza dalla conferenza stampa lasciando la sua previsione: "Questa mia Coppa America non è ancora finita, continueremo ad uscire in mare come se in semifinale ci fossimo già noi". E non OneWorld.
30 novembre 2002