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Missili e kamikaze, tre attentati contro Israele
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

Israele sotto attacco. Ieri è stata una di quelle giornate che ricordano a questo Paese tutta la sua fragilità nell'era del post 11 settembre. Tre attentati, due simultanei contro i turisti israeliani in Kenia e uno nella cittadina di Bet Shean, non lontano dal lago di Tiberiade - e proprio nel giorno in cui il Likud sceglieva, nelle primarie, il suo candidato premier per le elezioni del 28 gennaio -, hanno provocato almeno 20 morti e oltre 100 feriti. Per pura fortuna uno degli attentati è fallito, altrimenti il bilancio di sangue sarebbe stato molto più alto.
LA STRAGE A MOMBASA
Il primo attentato ha luogo alle 8.25 del mattino, ora locale (le 6.25 in Italia), nella cittadina costiera di Mombasa. La sequenza del blitz è rapidissima. Un autobus carico di turisti appena arrivati da Israele giunge all'Hotel Paradise, proprio davanti alla nota spiaggia di Kikambala. Lo segue un fuoristrada imbottito di esplosivo con tre uomini a bordo. Uno di loro indossa una cintura-bomba, simile a quelle utilizzate dai kamikaze palestinesi, tutti e tre - diranno poi i testimoni sopravvissuti - hanno lineamenti arabi. Le guardie all'entrata dell'hotel cercano di fermare il gippone, sono addestrati contro questi rischi: il Paradise è noto alle agenzie turistiche a Tel Aviv e Gerusalemme, perché i proprietari sono israeliani e curano con molta attenzione la sicurezza dei loro clienti. Ma gli attentatori sfondano la barriera davanti ai giardini e dirigono il mezzo contro le vetrate dell'atrio. Poi l'esplosione, violentissima. La sentono a oltre 20 chilometri di distanza. La devastazione è gravissima. Muoiono almeno 15 persone: i 3 attentatori, 3 israeliani (tra cui 2 fratellini), gli altri sono kenioti (ballerini e personale dell'albergo). I feriti sono una ottantina, tra loro 18 israeliani. L'hotel prende fuoco, viene devastato rapidamente dalle fiamme.
MISSILI CONTRO L'AEREO
Quasi nello stesso momento, un Boeing 757 della compagnia di Tel Aviv Arkia con 140 israeliani a bordo decolla dall'aeroporto di Mombasa. Pochi secondi. I carrelli sono ancora abbassati. Due missili anti-aerei modello Strela vengono tirati da un lanciarazzi, che viene ritrovato poco dopo, a due chilometri dalla pista. Pochi centimetri, e il velivolo si sarebbe disintegrato in una palla di fuoco. L'incubo per tutti i piloti delle linee aeree israeliane, abituati ai super controlli dei loro passeggeri a terra, ma ben consapevoli che un attacco a colpi di missile è ancora uno dei lati deboli della guerra al terrorismo. Alcuni passeggeri hanno visto dagli oblò le due strisce bianche. "Avete sentito il bang? Magari ci hanno sparato contro", esclama scherzando uno dei turisti, ripreso da un video amatoriale e ritrasmesso in serata dalla televisione nazionale israeliana. Gli altri ridono.
ATTERRAGGIO A TEL AVIV
Solo entrando nello spazio aereo di Tel Aviv, i passeggeri si rendono conto di essere dei miracolati. Mentre due caccia F-15 si affiancano e li scortano verso la pista di atterraggio, il pilota racconta la verità. "Ci hanno sparato contro", dice al microfono. "In un primo tempo avevo pensato di fare un atterraggio d'emergenza a Mombasa o Nairobi. Ma quando ho verificato gli strumenti e tutto funzionava alla perfezione, ho consultato il comando militare in Israele: mi è stato detto di proseguire sulla mia rotta". La radio militare rivelerà più tardi che il carrello in effetti è stato toccato da uno dei missili, senza però essere danneggiato.
SANGUE A BET SHEAN
All'aeroporto di Tel Aviv le famiglie stanno ancora abbracciando i loro cari, quando giunge la notizia di un terzo attentato. Nel primo pomeriggio, due palestinesi armati aprono il fuoco nel centro della cittadina di Bet Shean, al confine tra la Bassa Galilea e il Nord della Cisgiordania. Raffiche di mitra e tiri di granate contro la stazione degli autobus e poi sulla coda di attivisti del Likud (il partito conservatore capeggiato da Sharon) impegnati nelle operazioni di voto per la designazione del loro leader in vista delle elezioni nazionali il 28 gennaio. I morti sono sei, oltre ai due aggressori uccisi dai soldati israeliani. I feriti sono 27, tra loro anche i 3 figli dell'ex ministro Likud, David Levy, e un membro del comitato centrale del partito del Likud, Mordechai Abraham. L'attentato viene rivendicato dalle Brigate Martiri di Al Aqsa, le milizie armate emerse all'inizio della seconda Intifada e legate al Fatah di Yasser Arafat.



L'attentato quotidiano
Igor Man su
La Stampa

E' un ceffone, l'attentato di Mombasa: umilia. L'immediata pietà per gli innocenti turisti dell'Hotel Paradise (trasformato in un infernale tritato d'uomini e cose) non deve distrarci da una constatazione amara. Vediamo. Contro il terrorismo, questo terrorismo nuovo idealizzato da Khomeini al tempo della guerra con l'Iraq stabilendo, l'imam, che suicidarsi per punire i "cani rognosi" non è peccato mortale bensì la scorciatoia al Paradiso islamico, non basta la più attenta vigilanza. L'imprevedibilità batte la prevenzione; meglio: l'intelligenza distorta del terrorista plagiato da cinici apprendisti stregoni anticipa l'intelligence. Il 7 di agosto del 1998 due catastrofici attacchi dinamitardi fracassarono l'ambasciata americana di Nairobi, in Kenya, e quella a Dar es-Salam, in Tanzania. I morti assommarono a 224, dodici gli americani. A Nairobi i feriti furono 5 mila, molti rimasti, poi, invalidi. Subito dopo quel massacro, attribuito a una cellula terroristica prossima alla "rete" di Osama bin Laden, a Nairobi si installò un sofisticato ufficio, permanente, di intelligence americano: "per prevenire nuovi attentati mortali". Di più: in Kenya opera un centro di osservazione e informazione del governo israeliano.

Sarebbe tuttavia non corretto attribuire alla anonima assassini senza anonimato a suo tempo creata da Osama (quando i russi erano in Afghanistan e lo Sceicco della Morte aiutava gli Usa a combatterli), la strage al Paradise. Prima della mattanza di Bali, opera di una cosca islamista, la Jane's Intelligence Review pubblicò un rapporto-previsione (12 pagine secche) il cui succo è il seguente.
La "rete" di Osama è dispersa e in crisi però resistono suoi "focolai" capaci di attentati contro obiettivi civili: multinazionali, balere, alberghi, eccetera, frequentati da "infedeli". Non esiste, oggi, una "strategia coordinata", non fosse altro perché Osama, o chi per lui: di suoi cloni ce ne sono sin troppi -, è kaputt; niente Spectre in turbante bensì una sorta di "spontaneismo assassino" nutrito sì dal fanatismo blasfemo d'impronta talebana ma altresì dalla frustrazione palestinese. Abbiamo già, su questo giornale, parlato di "contagio", cioè di "attentati per imitazione", copycat terrorism, nel gergo dell'intelligence. Bali, e per certi versi Mombasa, conforterebbero la tesi del "contagio". O, peggio, dell'emulazione: ad uccidere l'inerme Walter Tobagi non furono le Br ma sciagurati ragazzi che ambivano a farne parte. Jane's stima che ancora per due anni è possibile qualche "picco terroristico" - un po' qua un po' là -, per il resto sarà routine: dura da sopportare, certo, ma destinata a misera deriva. Come ha realisticamente scritto, proprio sulla Stampa, Abraham B. Yehoshua, dovremo adattarci a convivere col terrorismo. Fino a quando? Dio solo lo sa. Noi tuttavia sappiamo che lo stagno in cui nuota il terrorista è quello della negata giustizia (storica) agli innocenti.


Il gioco del terrore
Valentino Parlato su
il Manifesto

La giornata di ieri, con gli omicidi attentati in Kenya e Israele, è stata molto pesante e carica di minacce. La condanna non basta, con i tempi che corrono suona solo vuota retorica. Occorre uno sforzo di freddezza e, possibilmente, di razionalità. Innanzitutto, benché entrambi condannabili, occorre distinguere tra gli attentanti palestinesi in Israele e quelli fondamentalisti in Kenya, dove quelli di Hamas proprio non ci arrivano. I primi sono espressione della tragedia palestinese, i secondi sono la strumentalizzazione della tragedia. A bin Laden e ai suoi, dei palestinesi non è mai importato nulla: hanno cominciato a usarli, dopo l'11 settembre, solo come cassa di risonanza delle loro imprese cruciali. Gli attentati di ieri in Kenya hanno il solo obiettivo di ridurre la questione della nazione palestinese a forza di complemento del fondamentalismo islamico, che non è l'Islam e, tantomeno, le popolazioni arabe. Questo distinguo ci pare importante, evitiamo di fare un mucchio di vicende diverse.
La novità, si fa per dire, in quanto si tratta della ripetizione di precedenti attentati fuori di Palestina e Israele, viene dal Kenya. A ragionare con il criterio del cui prodest (che però spesso è fallace) viene da concludere che quegli attentati portano acqua al mulino del giovane Bush e alla sua pulsione di guerra infinita; cominciando subito con l'Iraq. Il terrorismo - ci dice Bush - è il nuovo regno del male, il sostituto più pericoloso e inafferrabile dell'antico nemico, ma essenziale alla legittimazione dell'impero: ove non ci fosse più un nemico, perché dovrebbe esserci un impero, perché gli Usa dovrebbero sostenere la loro economia e il loro potere con la spesa nelle armi e con le armi?
Per Bush e i suoi sostenitori gli attentati di ieri in Kenya sono provvidenziali, manna e miele. E manna e miele sono anche per Sharon e la destra israeliana. In vista delle prossime elezioni in Israele i morti di Mombasa e Beit Shean portano voti a Sharon e li tolgono al candidato del Labour, il refusnik sindaco di Haifa. Ci si avvita in una spirale che minaccia di perdere insieme Palestina e Israele, secondo il desiderio delle forze più reazionarie del mondo arabo e non solo arabo, alle quali l'identità palestinese non è mai piaciuta.

Gli attentati in Kenya - nell'attuale contesto della politica Usa - sono senza dubbio un incentivo, un acceleratore della guerra all'Iraq e sono tali da ridurre ad attività trascurabile e ininfluente il lavoro degli ispettori dell'Onu. E, di conseguenza, la guerra all'Iraq sarebbe solo il primo atto di una guerra infinita, di una guerra che non avrà mai non solo una pace, ma neppure una definitiva vittoria. Una guerra che farà strame di Palestina e di Israele (tanto più se Sharon, come dice, vorrà mettersi in prima fila), e che finirà con lo sconquassare anche la nostra silente Europa.


La RAI è un nodo più che mai politico
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

Il duello intorno alla Rai mostra più che mai la sua natura politica. Lo si è visto con chiarezza nelle ultime ore, dopo che l'incontro tra Pera e Casini si è risolto in un prevedibile nulla di fatto. L'unico punto certo è che i tempi si allungano. Di quanto non è dato sapere, ma è evidente che per un verso gli animi devono rasserenarsi; e per l'altro vanno rimosse alcune pregiudiziali. Quali? Vediamo prima le posizioni dei due presidenti. Sono le stesse dell'altroieri. Marcello Pera vuole al più presto il reintegro dei dimissionari con la nomina dei sostituti: a cominciare dai due consiglieri di area ulivista (il terzo, il centrista Staderini, sta formalizzando in queste ore le sue dimissioni). La formula è la solita: tre più due. Tre consiglieri alla maggioranza, due all'opposizione. Con l'idea di offrire a quest'ultima un equilibrio simile al precedente: una poltrona alla Margherita, una alla Quercia. Ed è evidente che l'ipotesi Curzi, cioè Rifondazione, è fatta soprattutto per ammonire l'Ulivo.
Pier Ferdinando Casini, da parte sua, considera conclusa l'esperienza del Consiglio. Vuole dimostrarne la sostanziale illegittimità, al di là di un fragile velo giuridico, e chiede all'altro presidente di decidere su questo punto in via preliminare. Con uno sforzo di autonomia rispetto ai vincoli di maggioranza (leggi la "blindatura" imposta da Berlusconi, Fini e Bossi). Solo dopo si potrà discutere dei nuovi nomi e dell'equilibrio del Consiglio.
Risultato: un colloquio, quello di ieri, formalmente cortese, ma privo di risultati. Il presidente della Camera insiste che in prima istanza si dichiarino valide le dimissioni dei consiglieri ulivisti, così invalidando gli atti e le decisioni della gestione Baldassarre, a partire dal momento in cui il Consiglio ha preso a riunirsi meno che dimezzato.
Non è una novità. Ma è appunto la pregiudiziale dalla quale Casini finora non intende recedere. Tanto meno, sembra di capire, ora che la Corte dei Conti ha deciso di prendere in esame le faccende della Rai, concentrandosi proprio sulle mosse di quel Consiglio ridotto ai minimi termini. Autorevoli giuristi ne sostengono la legittimità, ma la Corte dei Conti ha le sue prerogative. E sullo sfondo si affaccia un interrogativo: che cosa accadrebbe se qualcuno decidesse di "impugnare" le delibere, le nomine fatte?
In definitiva, Casini è convinto di avere buoni argomenti (forte anche di alcuni precedenti) per sostenere la tesi che è meglio "azzerare" il Consiglio prima che una situazione logorata produca altri danni. E a suo avviso i due presidenti hanno il dovere di agire, magari con un appello a Baldassarre e Albertoni affinché lascino l'ufficio per senso di responsabilità istituzionale.
A tutto ciò Pera replica con una proposta che vuole essere un segno d'apertura, forse prematuro. Si faccia il reintegro, ma con il contestuale impegno a varare entro pochi mesi la "legge di sistema" destinata a stabilire nuovi criteri di nomina dei consiglieri, nonché ad avviare una riforma dell'azienda, primo passo verso la sua privatizzazione (parziale). La nuova legge imporrebbe la decadenza del vecchio Consiglio e dunque i nominati di oggi durerebbero in carica solo pochi mesi.
L'idea di Pera riconosce che intorno alla Rai c'è un nodo politico reale. E questo lo si può considerare comunque un passo avanti da parte della maggioranza. Ma poi i punti di vista divergono. Del resto sulla "legge di sistema" mancano ancora le intese di fondo in Parlamento. E tutto si aggroviglia in una partita politica più generale, interna alla Casa delle Libertà. Il che non potrà lasciare indifferente a lungo Berlusconi. Per ora siamo tuttavia allo stallo. L'unico dato positivo è un certo fair play istituzionale.


Al Senato risuscita il finanziamento occulto ai partiti
Curzio Maltese su
la Repubblica

ROMA - Le celebrazioni dei ladroni di Tangentopoli come "eroi" e "vittime" da parte di un nuovo ceto politico avido di ripercorrere le gesta di Poggiolini & co. non sono rimaste senza conseguenze pratiche. Nelle pieghe della Finanziaria sta per scivolare un emendamento che regala ai partiti un'altra pioggia di miliardi, consente l'azzeramento delle tasse e ripristina in Italia, unica democrazia dell'Occidente, il finanziamento occulto. Il provvedimento, che rischia di essere approvato in commissione al Senato fra oggi e lunedì, è firmato dal senatore mastelliano Fabris ma sarebbe frutto di un largo accordo bipartisan (quello che non si trova per la Fiat). Il tutto naturalmente senza dare troppa, anzi alcuna pubblicità alla piccola rivoluzione.
Uno dei sei commi prevede il ritorno del finanziamento occulto ai partiti, cancellato negli anni Settanta dopo lo scandalo dei petroli, primo di una lunga serie. Se passa l'emendamento, da domani sarà possibile per chiunque finanziare il partito di riferimento senza dover comparire in un elenco pubblico, come da legge. L'elargizione - detta il comma 5 - può avvenire attraverso un notaio, che è tenuto alla riservatezza con tutti, persino con il partito che riceve i soldi: il quale così può non conoscere, per legge, l'identità dei suoi generosi finanziatori. Il tocco di classe sta nella spiegazione, davvero comica: "tutela della privacy". Un argomento che non mancherà di sconvolgere i legislatori europei e degli Stati Uniti, dove la trasparenza dei finanziatori è un cardine della democrazia.
Un altro passaggio del provvedimento garantisce ai partiti la totale detassazione di ogni attività, non soltanto le feste di partito ma anche l'affitto o la vendita di immobili e qualsiasi tipo di transazione economica. I comma 3 e 4 scendono nel dettaglio: viene sollevata dall'imposizione fiscale anche "la somministrazione di alimenti e bevande effettuata, anche se dietro pagamento, direttamente da bar o esercizi similari". Dalle feste di partito agli esercizi commerciali di circoli e sedi: tutti detassati.
In definitiva, per i partiti viene creato un mini paradiso fiscale in patria, senza bisogno di passare per le Mauritius. A completare il quadro deprimente è il comma finale che in poche righe sancisce l'impunità dei tesorieri di partito, i quali non dovranno più rispondere di fronte agli eventuali creditori. I tesorieri di partito sono liberi dunque di lanciarsi nella "finanza creativa", come direbbe il ministro Tremonti. Ai partiti viene consegnato un lasciapassare su tutta la linea. Non devono spiegare dove prendono i soldi, non pagano le tasse e gli amministratori non hanno l'obbligo di rispondere ai creditori. Manca soltanto l'immunità parlamentare totale di fronte a qualsiasi tipo di reato. Ma per questo esiste già una proposta di legge depositata in Parlamento, stavolta dalla maggioranza, e in attesa di venir ripresa appena si sarà trovato un compromesso nella maggioranza fra i le colombe di Berlusconi e i falchi di An.
La riformina rappresenterebbe, se fosse approvata, un trionfo del conflitto d'interessi e sancirebbe la totale rivincita della partitocrazia a un decennio dalle inchieste. La misura sembrava già colma questa estate, quando il Parlamento, a larga maggioranza, aveva approvato una sorta di miracolosa decuplicazione del finanziamento pubblico, con relativa pioggia di soldi sulle varie sigle, 70 miliardi all'anno a Forza Italia, 40 ai Ds, 34 alla Margherita, una trentina ad An e così via. Un colpo di mano, visto che in teoria il finanziamento pubblico ai partiti sarebbe stato abrogato dal referendum del '93. Allora i "miracolati" si erano difesi dicendo che il finanziamento pubblico, referendum o no, rimaneva l'unica forma per garantire trasparenza al sistema dei partiti. Una foglia di fico che ha retto fino a oggi.
Ora i partiti, incassati i soldi del finanziamento, calano una cortina fumogena sulla loro vita interna, osano laddove la classe dirigente di Tangentopoli non era arrivata. Rispetto ai Cirino Pomicino e ai De Lorenzo, questi possono contare sul servilismo dei media, che allora sarebbero insorti contro la partitocrazia e ora probabilmente osserveranno la consegna del silenzio. O addirittura, come va di moda nei salotti televisivi, si lanceranno nella sfrontata difesa dell'abuso di potere. Senza contare che la nuova classe di rampanti gode i vantaggi del sistematico annientamento della magistratura. In assenza di controlli, la nuova partitocrazia avanza, lottizza selvaggiamente la Rai e gli enti pubblici con la scusa di un moderno spoils system, si garantisce privilegi inimmaginabili in qualsiasi altro Paese e perfino nell'Italia del Caf.


Il primo passo di D'Alema
Gaetano Quagliarello su
Il Messaggero

Lo si coglie in relazione al momento nel quale il presidente dei Ds ha deciso di avanzare la sua proposta. All'esterno, lo si constata ogni giorno, "urla il vento ed infuria la bufera": dalla devolution alla Rai non vi è argomento dell'agenda politica che eviti di produrre scontri e polemiche tra maggioranza e opposizione. Questa situazione, però, non ha scoraggiato il tentativo. Si è consolidata la consapevolezza che lo stato di fibrillazione politico-istituzionale debba considerarsi una condizione permanente della realtà politica italiana. Chi voglia attendere tempi migliori per ricercare un'intesa rischia di aspettare Godot invano. Perché i tempi migliori potranno giungere solo se, navigando tra venti e tempeste, si riuscirà a varare una riforma che corregga i troppi squilibri che ormai gravano sul sistema politico e produca quella legittimazione reciproca dei due schieramenti che oggi manca.
Il secondo aspetto di novità riguarda, invece, più specificamente il tema della riforma federale. Nel modo di affrontare l'argomento da parte di alcuni uomini politici della sinistra si è avvertito nettamente il desiderio di liberarsi da ogni responsabilità, abbandonando la riforma del titolo V, da loro voluta alla fine della scorsa legislatura, al suo destino: quasi fosse un figlio illegittimo da lasciare furtivamente di notte presso la ruota di un convento. Si stenta ancora a riconoscere gli errori di quella riforma varata con troppo fretta.

Infine, per quanto concerne la forma di governo, D'Alema ha proposto di regolamentare quel "premierato di fatto" che è stato il risultato spontaneo della lotta politica di questi anni in Italia, in particolare dall'epifania di Silvio Berlusconi in poi. Non ha chiesto particolari contropartite per quanto concerne la legge elettorale. Memore dell'esperienza della bicamerale, quando era stato proposto un progetto organico e forse troppo ambizioso, ha dimostrato di comprendere che una riforma delle istituzione, per essere realizzabile, deve il più possibile assecondare i processi in atto, piuttosto che proporsi, in modo costruttivista, di tradurre in legge fondamentale i propri desiderata ideali. La stessa consapevolezza dovrebbero avere coloro che oggi propongono l'elezione diretta del Presidente della Repubblica. Non si tratta certo di una deriva plebiscitaria ma, più semplicemente, di una proposta che non si concilia con l'investitura popolare diretta del premier introdotta già nel costume politico di questo Paese con l'indicazione sulla scheda elettorale dei candidati alla Presidenza del Consiglio.
Alla lista di provvedimenti essenziali ed urgenti proposta da D'Alema manca il tema della riforma della magistratura, che non meno di altri l'attualità sollecita. Ma tant'è e non c'è tempo da perdere. Nel 2004, con il rinnovo del Parlamento Europeo, inizierà una lunga campagna elettorale che, passando per le regionali del 2005, ci porterà alle prossime legislative. In quelle temperie tutto diventerà più difficile e, se si lascia passare il prossimo anno, è facile prevedere che un'altra legislatura sarà trascorsa invano. Le riforme interessano tutto il Paese e, proprio per questo, esse potrebbero divenire un valore aggiunto per il governo e la maggioranza che ne avranno agevolato il varo. D'Alema ha fatto un primo passo. Se qualcuno dall'altra parte ha inteso, è giunto il momento di battere un colpo.


Perché sono pericolosi i "garibaldini" di Bossi
Adriano Sofri su
la Repubblica

Faccio un paio di chiose al discorso devoluzionista di Bossi, per dire che quella che è sembrata una grossa millanteria storica – il ruolo di bergamaschi e bresciani nella spedizione dei Mille - è viceversa una interessante verità, ma che proprio perciò deve rafforzare l´allarme sul punto della riforma che evoca una polizia locale.
"I Mille – ha detto Bossi - erano soprattutto bergamaschi e bresciani". Be´, è vero. Lo sapevo per ragioni d´infanzia risorgimentista, i ragazzi valligiani che si alzavano l´età per essere arruolati, l´epopea di Francesco Nullo, da Bergamo a Palermo all´Aspromonte alla fatal Polonia, le Rapsodie garibaldine e il leon di Brescia Tito Speri in ceppi di Marradi (però livornese): e me ne ricordai quando, nell´estate del 1988, mi misero in galera a Bergamo. Là trovai un nutrito numero di giovani, che erano stati adepti della lotta armata e ora erano miti e ospitali detenuti prossimi a tornare nel mondo, e mi interrogai con loro sulla singolare sproporzione di militanti clandestini provenienti dalle valli bergamasche e bresciane. C´entrava il rapporto fra la metropoli e la periferia provinciale e valligiana. Milano aveva dominato la scena pubblica del movimento, lasciando alle valli la tentazione della scorciatoia militare, e della rivendicazione orgogliosa dei fatti opposti alle chiacchiere metropolitane.
Qualcosa di simile si ripeteva nel rapporto fra Torino e la provincia valligiana: e anzi se ne è ritrovata un´appendice in episodi recenti, come i controversi attentati "ecologisti" in Val di Susa. Ho sorriso, leggendo i giornali di ieri, delle parole che avevo scritto allora: "Perché Bergamo ha dato alla 'lotta armata´ una quota proporzionalmente così nutrita di adepti? Gli ex combattenti bergamaschi lo spiegano con la soggezione di Bergamo a Milano, vendicata dalla decisione che Milano restasse la metropoli delle parole, e Bergamo fosse il luogo dei fatti. Dev´essere antica questa relazione, se Bergamo fu già la città che diede, in proporzione, più uomini alla spedizione dei Mille (chissà se ne ricordano i lombardisti)". Se ne sono ricordati, a modo loro.
Dunque, in incarnazioni molteplici e diversissime, continuava ad agire anche qui la costanza profonda della geografia e della storia italiana. Un´incarnazione specialmente nobile e importante aveva riguardato la Resistenza, e il ruolo tenuto dalla provincia e dalle valli nel volontariato partigiano: affinità accolta dall´espressione di Secondo Risorgimento. Molti storici contemporanei l´hanno studiata. Cito Angelo Bendotti per la Resistenza nelle valli del Bergamasco e in particolare la Val Turina, Mimmo Franzinelli e Santo Peli sulle valli bresciane – e mi scuso con gli altri. Tutti sottolineando la dimensione valligiana in contrasto con la pianura, la grande città e l´industria.
Spesso si è messo esplicitamente a confronto il radicamento valligiano nell´irruzione della Lega con la tradizione della Resistenza. Dinamica confermata dall´evoluzione della presenza leghista, più solida e durevole nelle valli, e più rarefatta via via che si andava verso la metropoli e il suo centro. ("Repubblica" ha uno specialista di questa geografia politica in Paolo Rumiz, il quale a sua volta era stato indotto a osservarla dall´altimetria delle tragedie ex-jugoslave).
Dunque, dopo aver accreditato la orgogliosa rivendicazione di Bossi sui Mille, posso trarne la conseguenza che Bossi non ha pensato di trarne. Le ragioni che spingono tante persone, giovani soprattutto, delle città minori e delle valli – bergamasche, bresciane - a un volontarismo militante incomparabile con quello di pianura e della metropoli, possono esprimersi nelle scelte più prodigalmente diverse, giuste e sbagliate, magnanime e incattivite, nobili e frustrate. Ragione sufficiente a farci un affidamento prudente. La "polizia locale", formula di sbalorditiva vaghezza, e tutt´al più argomentata con un´intenzione di miglior capillarità ed efficienza della repressione della criminalità, potrà, lontano dalle intenzioni e dalle previsioni di oggi, fornire all´attivismo militante di certe mezz´altezze di un paese diviso la tentazione e i mezzi per tramutare l´accanimento dello scontro politico nel capofitto della guerra civile. Non può succedere? Ma sì che può. Tutto può succedere. Tanto di quello che succede, da un po´ di tempo in qua, appartiene già alla categoria degli eventi che non avrebbero mai potuto succedere.


Le tentazioni dei centristi
Editoriale su
Il Foglio

Circola voce che le insoddisfazioni dei centristi della maggioranza (la vicenda Rai, il mancato rimpasto, la centralità dell'asse fra Giulio Tremonti e Umberto Bossi, lo stile garibaldino della devolution) potrebbero portare a un esito clamoroso: la loro uscita dall'esecutivo e il passaggio a un appoggio solamente esterno. In effetti nel governo, dove gli altri partiti sono rappresentati dai veri leader, la presenza dell'Udc è scarsamente visibile, mentre le loro battaglie assumono più peso in Parlamento, dove la presidenza di Pierferdinando Casini assume un carattere che da istituzionale si fa talora più esplicitamente politico. Può darsi si tratti soltanto del nervosismo che accompagna, specie nelle formazioni di origine democristiana, le fasi precongressuali. Tuttavia l'insoddisfazione per il ruolo espresso dai suoi ministri nel governo è palpabile e diffusa in tutta l'Unione democristiana. L'aspirazione a segnare le distanze da Bossi, magari già a cominciare dalle elezioni proporzionali del Friuli, per riconquistare un peso anche al Nord e per evitare di essere percepiti come una specie di Lega Sud è comprensibile. Così nasce l'idea di premere su Silvio Berlusconi per spingerlo a un atteggiamento più moderato e centrista. Non si tratterebbe, come ribadisce spesso Casini, di un ribaltone, ma di passare a un rapporto più libero con un governo “amico”. Non è di questo che ha bisogno il paese, ma di essere governato e riformato seriamente. Non è neppure questione di verificare se senza l'Udc l'esecutivo conserverebbe una maggioranza numerica. L'apporto della tradizione dei cattolici liberali nella coalizione di centrodestra ha una funzione che non è solo quantitativa. Rappresenta un elemento di continuità, un sistema di relazioni, una cultura politica moderata che sono particolarmente necessari proprio nel momento in cui si progettano profonde innovazioni. Lo ha capito Sandro Bondi, portavoce di Forza Italia, che sui temi della Rai cerca convergenza e ragionevolezza invece di farsi chiudere in un gioco di veti incrociati a somma zero. C'è da sperare che quest'atteggiamento che non umilia nessuno si diffonda e si evitino così passaggi critici insidiosi.


"Striscia", l'inchiesta siamo noi
Fabrizio Rondolino su
La Stampa

"Secondo me i due grandi vecchi hanno fatto bene. Hanno sentito il dovere morale di dare uno scossone". A parlare è Antonio Ricci, il padre di Striscia, che poche settimane fa proprio dai "due grandi vecchi" - Enzo Biagi e Giorgio Bocca, che su Problemi dell'informazione hanno lanciato un duro atto d'accusa al giornalismo di oggi - è stato premiato come miglior giornalista dell'anno. Ricci, non è che lei li difende per riconoscenza? "Ma no, al contrario: proprio quel premio dimostrava il loro intento fortemente polemico verso un mondo, quello del giornalismo di oggi, che a loro non piace e in cui non si riconoscono". Ricci non si sente un giornalista, se non "a dispetto" e "per dispetto": il premio ricevuto naturalmente gli fa piacere, ma soprattutto "perché dimostra che il paradosso è riuscito: rendere credibile, giornalisticamente credibile un pupazzo. Striscia non è un programma giornalistico, se non perché smaschera, smonta, demistifica il giornalismo soprattutto televisivo".
Il problema, spiega Ricci, non è quello di prendere in giro, di fare le battute - "le battute sono sempre ribattute" - ma di colpire nel merito. Che significa? "Significa che per dar fastidio a Baudo non serve prenderlo in giro sul parrucchino, bisogna batterlo sugli ascolti. E per infastidire i giornalisti bisogna fare quello che dovrebbero fare loro, farlo meglio e per di più farlo fare usando la feccia dello spettacolo, personaggi che neppure un cabaret di provincia si prenderebbe... Ma l'avete mai sentito parlare uno come Staffelli? L'avete guardato bene in faccia Jimmy Ghione?
A me - prosegue Ricci - piace prendere in giro la liturgia del telegiornale, smontarne i meccanismi, dimostrare come un grande anchorman in realtà viene scelto, esattamente come le Veline, per il suo aspetto, per il suo packaging...". E la carta stampata? "Beh, io parlo soprattutto della televisione, perché è il mondo che conosco meglio. Certo è che tutto il sistema informativo, oggi in Italia, mi sembra un po' a pezzi. Faccio un esempio. All'inizio, noi di Striscia andavamo a scovare le notizie nelle pagine interne dei quotidiani, sui giornali di provincia... Poi un giorno abbiamo deciso di aprire il numero verde del Gabibbo. La gente ha cominciato a telefonare: era il '90, credo, e in qualche mese avevamo già la mappa di Tangentopoli: strade che finivano nel nulla, ospedali mai aperti... Da allora, noi scavalchiamo completamente il sistema informativo: dei giornali, delle agenzie di stampa non sappiamo che farcene".
Quello che Ricci racconta somiglia alla scoperta dell'acqua calda: non dovrebbe essere proprio questo l'abc del giornalismo? E perché mai nessuno, o quasi nessuno, fa nei giornali quello che fanno a Striscia? Le ragioni sono diverse, secondo Ricci. Intanto "c'è una rete di connivenze, di amicizie, di parentele che rende tutto più faticoso, più difficile... Puoi anche trovare una buona storia da raccontare, ma ci sarà sempre qualcuno che ti dice: “Lascia stare, non diamo fastidio a questo o a quello, e poi chi te lo fa fare?” Poi c'è la pubblicità. I giornali, per come la vedo io, sono ormai supporti per la pubblicità. Il prodotto giornalistico è un contorno, un optional. E un articolo di denuncia, se infastidisce un inserzionista, semplicemente non viene pubblicato.
Ma vi ricordate quando Telecom aveva il monopolio dei telefoni e ciò nonostante comprava pagine e pagine di pubblicità? A che servivano quelle pagine? Servivano a far sì che nessun giornale raccontasse le truffe piccole e grandi del monopolista dei telefoni". Infine, aggiunge Ricci, "le inchieste sono una gran rottura di scatole. Sono faticose, e hanno strascichi infiniti. Non è che se tu denunci qualcuno, quello viene a ringraziarti. No, quello ti fa causa, e allora devi passare metà della tua giornata fra carte bollate e avvocati. I politici sono i nemici migliori, i più inoffensivi, perché si detestano tra loro, e se attacchi uno, l'altro ne gode, e alla peggio si atteggiano a martiri, che in un paese cattolico come l'Italia è sempre vantaggioso. Ma le aziende... per carità!".
Per questo, riprende Ricci, "capisco il sordo rancore di Bocca, i cui pezzi sull'Espresso sono sepolti fra profumi, auto di lusso, vini e formaggi, elogi di questo o quello stilista... E se lui se la prende con i giornalisti, anziché con la pubblicità, è perché crede ancora al prodotto giornalistico. Io preferisco riderci su. Chi invece, come Bocca e Biagi, ha ancora a cuore la dignità del proprio lavoro, non può che arrabbiarsi, e prima o poi finisce con l'impazzire". Però, precisa Ricci, "secondo me non è un problema che riguarda i quaranta-cinquantenni che oggi dirigono i giornali. È un problema complessivo, di sistema".



Baget Bozzo folgorato sulla via di Arcore
Oreste Pivetta su
l'Unità

Don Gianni, don Gianni. Malgrado la sapienza, coltivata in anni di seminario e di università gregoriana, don Gianni Baget Bozzo o semplicemente Baget Bozzo, come spetta a qualsiasi politico dal doppio cognome, non riesce a togliersi di dosso l'aria trafelata del prete che corre ovunque lo chiamino, sempre presente, la tonaca, svolazzante, un po' lisa con un sospetto di untume, come certi pretini di Giacomelli (Mario, il grande fotografo), anche se da un po' di tempo in qua l'ha sostituita con il completino nero giacca e pantalone, colletto rigido bianco. La faccia, rispetto alle prime corse al seguito del cardinal Siri, vescovo dell'ultra destra, Lefebvre sotto la Lanterna, s'è forse inchiattita, ingrugnita di brutto nell'incazzatura contro tutto e contro tutti, sprezzante e arrogante, capace di rassererarsi solo alla chiamata dei grandi timonieri: Bettino Craxi e il recente uomo della Provvidenza.
Per gradi, però. Bettino era solo "una persona che ha cambiato la mia vita e per cui ho avuto affetto che confinava con la venerazione". Nella memoria, il quadretto diventa familiare: "Ricordo la gioia che provavo quando la signora Elsa mi comunicava un appuntamento con Bettino". Non un peccatore in cerca di redenzione, non un reietto che prova a sollevarsi dalla povertà del cibo e dello spirito, scorgendo il buon samaritano, ma Bettino Craxi: "...andavo con tante cose da dire e... poi mi limitavo ad ascoltare".
Berlusconi è il miracolo, il demiurgo, solo e titanico nella sua battaglia contro il comunismo e per se stesso. Baget Bozzo non esita di fronte al conflitto d'interessi, alla Cirami, a sei televisioni, ai silenzi davanti ai giudici che indagano di mafia, alle corna in pubblico, alle altre fanfaronate.
Neppure di fronte a Bossi e al Dio Po, che sarebbe un po' animista un po' blasfemo. Si piega al sovrannaturale: "Forza Italia è un miracolo della Provvidenza. È nata quando nella geopolitica Berlusconi aveva tutti contro: magistratura, Chiesa, Confindustria e Finanza". Anche molti finanzieri della Guardia di Finanza, tranne qualcuno, per spiegabile collusione. Come di fronte alla Trinità, il religioso s'arrende al mistero, ai fili imperscrutabili del divino: "Non conosco altri che abbia combattuto contro tutti e abbia vinto con la democrazia. L'avvento di Berlusconi è quindi un evento non spiegabile con ragioni politiche". Lo argomenta, mimando l'Inno di Mameli: "Fratelli d'Italia/ l'Italia s'è desta/ Segni e Pannella han perso la testa,/ Dov'è la sinistra/ ci porga la chioma/ che schiava di Silvio/ Iddio la creò...". Un "berlusconiano di fede, io, un gregario", si presenta. E Lui? "Uomo con una grande spritualità". Il tintinnio delle monete si confonde con lo snocciolare del rosario.
Gioioso vincitore dei Ludi Juveniles fascisti, Baget fece l'antifascista al seguito di Siri, che lo ammonì: "I bolscevichi sono un diavolo vecchio, i nazisti un diavolo nuovo". Passata la buriana della guerra si fece democristiano, per ripresentarsi poco dopo antidemocristiano, prima sedette al fianco di Dossetti, poi s'ìnvaghì di Luigi Gedda. Impugnò il forcone contro i socialisti, finchè non abbracciò Craxi. L'ultima chiamata sarà probabilmente quella definitiva. Baget riacquista la sua coerenza, da una destra all'altra, dopo aver inseguito un solo imperativo: la presenza.
Ci sarebbero tante cose della sua mediocre vicenda di prete (ordinato assai tardi, nel 1967: aveva quarantadue anni) in smania di potere: dalla sospensione a divinis (nel 1985, quando si presentò alle elezioni europee con il Psi senza autorizzazione) fino agli ammonimenti del cardinal Tettamanzi, quand'era vescovo di Genova.
La sua traballante identità al servizio di Dio (quale?) si consolida al rumore delle parole. Gli piace dare scandalo. Basta il linguaggio. Che cosa può dire ad esempio di Norberto Bobbio, il vecchio pensatore sicuramente laico: "sciagurato, fascista e reazionario".
Per richiamo a don Vitaliano, si dovrà citare la polemica di don Gianni con i vescovi liguri a proposito proprio del G8 (luglio 2001): "Non è nel documento dei vescovi la presa di coscienza del carattere rivoluzionario anticristiano e antioccidentale dell'ecologismo... I vescovi liguri guardano al contenuto strumentale del radicalismo ecologico, la compassione per le sofferenze umane...". Bestemmia, ammonisce Baget, la compassione per le sofferenze umane: "Non analizzano le componenti spirituali dell'ecologismo rivoluzionario e dei suoi alleati: non valutano la dimensione anticristiana che esiste nel rigetto dell'Occidente, creazione storica del Cristianesimo". Lo spirito anticristiano della globalizzazione radicale non conta.
Di recente il nostro sacerdote s'è fatto notare per aver rimproverato il Papa d'aver messo piede in una moschea, per aver spiegato che non ci sarebbero state le Torri gemelle se non ci fossero stati i “no-global” di Genova, per la sua battaglia a favore del crocefisso ovunque e infine per la lungimirante proposta (alla “scuola-quadri” di Forza Italia) di cancellare il 25 Aprile della Liberazione e della Pace, sostituendolo con il 4 novembre, fine della primo conflitto mondiale. Per festeggiare un avvenire di monarchie e colonie, fascismi e nazismi, con un brindisi alla guerra. Che non è poi così male. Il prete Gianni ha detto pure questo. Reazionario.


   29 novembre 2002