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Noi, scienziati con la valigia
Carlo Rubbia su
l'Unità

Ecco il testo dell'intervento del premio Nobel per la Fisica e presidente dell'Enea ieri alla prima Giornata della Ricerca organizzata da Confindustria.

Parlo come Premio Nobel e in riferimento alla mia esperienza che mi ha visto per 18 anni come Higgins Professor alla Università di Harvard, come manager della ricerca internazionale, come Direttore generale del Cern, come realizzatore del Sincrotrone di Trieste e del Crs4 di Cagliari, da cui è nata la formidabile ricaduta industriale Tiscali, e non ultimo come presidente dell'Enea.
Le eccellenti risorse umane di cui il nostro Paese è dotato sono un'immensa risorsa che va utilizzata al meglio. Peraltro la ricerca fondamentale in Italia si è almeno fino ad oggi comportata bene, come dimostrato da un lato dal numero e dalla qualità delle pubblicazioni scientifiche quotate internazionalmente e dall'altro, paradossalmente, dal fenomeno della fuga dei cervelli. È mia esperienza personale che non esista praticamente a livello internazionale oggi grande Università o centro di ricerca che non abbia una apprezzatissima colonia di emigrati italiani della scienza. Per esempio, ad Harvard, c'eravamo, tra gli altri, Roberto Giacconi ed io. E quindi quello che va ripensato non è il ricercatore, ma il sistema della ricerca in Italia. In una recente intervista, si è confrontato il numero di 300 ricercatori/anno che vanno all'estero con i 150mila laureati in Italia. Perché non confrontarlo con il numero di assunzioni annuale di ricercatori da parte degli enti di ricerca italiani? Nel breve tempo concessomi, vorrei invitare ad una seria riflessione su quattro punti:
1) L'importanza della ricerca fondamentale.
Albert Einstein sosteneva che non esiste una ricerca applicata a sé stante, ma solamente il risultato dell'applicazione della ricerca. Scindere la ricerca cosiddetta fondamentale da quella definita "applicata", concetto oggi alla moda soprattutto presso coloro che non hanno mai messo piede in un laboratorio, equivale a separare l'albero dalle sue radici. Una ricerca non è condizionabile da ciò che non si conosce ancora, non può avere il risultato "garantito". La curiosità di sapere e la ricerca coraggiosa di concetti fondamentalmente nuovi sono elementi irrinunciabili da cui la società ha storicamente tratto il più grande beneficio. Il vice ministro Possa in un'intervista al Resto del Carlino ha affermato che in Italia si fa "troppa astronomia, astrofisica, fisica... Ciò penalizza gli altri settori. Non può continuare". Io direi piuttosto che non si fa sufficiente ricerca negli altri settori con rilevanza industriale!
2) Le cosiddette riforme della ricerca.
Nel nostro Paese, le molteplici, precedenti riforme hanno conosciuto un difficile travaglio, peraltro senza mai arrivare alla maturità. Ciascuna riforma ne ha generata un'altra, ancor prima che la precedente avesse potuto conseguire piena ed effettiva attuazione, evitando di affrontare i problemi veri. Dobbiamo rompere questo circolo vizioso, completando i processi già iniziati, valorizzando i risultati ottenuti, sostenendo le nuove iniziative già proiettate verso scenari futuri, definendone i tempi, in base a un realistico quadro di riferimento, ad esempio il VI programma Quadro. A tale scopo, sono necessari buon senso, trasparenza e partecipazione di tutti gli attori in una condivisione consapevole, rispettosa delle relative responsabilità e competenze, superando una mera contrapposizione di interessi settoriali. La riforma italiana deve garantire, partendo dalle radici di una buona cultura scientifica, peraltro universalmente riconosciuta, la crescita di una corrispondente economia basata sulla conoscenza. Un rinnovamento determinante non sarà realizzabile senza un vigoroso ringiovanimento delle risorse umane e dei quadri. È necessaria anche una corrispondente riforma funzionale degli uffici dei ministeri competenti, che permetta una utilizzazione più tempestiva ed ottimale delle scarse risorse disponibili.
3) Chi deve finanziare la ricerca?
Un forte incremento del finanziamento pubblico alla ricerca è ineludibile, e ciò per tre ragioni: (1) sostenere i segmenti di ricerca non ancora matura per una ricaduta industriale diretta; (2) assicurare che la ricerca nei campi di maggiore importanza strategica per il Paese si possa sviluppare in maniera aperta, disponibile a tutti e non determinata e limitata da interessi settoriali, ma guidata verso obbiettivi reali a beneficio di tutti i cittadini che vi contribuiscono; (3) creare grandi infrastrutture di base che permettano alla ricerca di affrontare e risolvere problemi complessi e di alta tecnologia. Coloro che oggi propongono che ad esempio la ricerca pubblica si auto-finanzi, sembrano non sapere che il MaxPlanck tedesco e il Cnrs francese sono finanziati al più del 95% dallo Stato e che il Mit ricava solamente il 18% dei suoi proventi dal mondo industriale. Per riconoscere ciò basta osservare come si è organizzata la ricerca negli altri grandi paesi avanzati, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti.
4) Interazione industria-ricerca.
La situazione delle industrie italiane è profondamente anomala rispetto agli altri Paesi, in quanto solo il 10% delle industrie avanzate collaborano con altre industrie, università o centri di ricerca pubblici, confrontato per esempio con il 70% della Finlandia e la media europea del 25%. È quindi di primaria importanza creare le condizioni affinché queste collaborazioni possano crescere in maniera sostanziale. L'obiettivo dovrebbe essere quello di portare tale frazione alla media europea del 25%. Non va dimenticato che la ricerca è un motore creativo di occupazione. Il potenziale di crescita economica dipende direttamente dagli investimenti nel rinnovamento delle conoscenze, le quali aumentano la capacità produttiva anche dei fattori più tradizionali della produzione. Ciò è ben compreso altrove in Europa. Qualora non ci adeguassimo alla velocità con la quale si muovono gli altri, creeremmo un'Europa a due velocità, con l'Italia come fanalino di coda.


Una questione domestica
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera

In tempi di vizi rampanti non sarebbe male che, a fare le veci della virtù che latita, fosse chiamata più spesso - secondo un classico ammonimento - almeno un po' di ipocrisia. Non sarebbe male per esempio che, dovendo i vertici della Casa delle libertà discutere della crisi della Rai, il presidente del Consiglio pensasse che forse è più conveniente farlo a Palazzo Chigi anziché a Palazzo Grazioli, cioè nella sua privata abitazione. Questione solo di forma, al limite di stile? Senz'altro, ma per l'appunto le istituzioni sono fatte anche di questo, di forme e di stile, cioè di un'apparenza che però è tutt'uno con la sostanza. Le istituzioni costituiscono infatti quegli ambiti della vita sociale dove certe forme sono obbligatorie, dove non ci si può muovere o vestire, o parlare, o gesticolare secondo il proprio capriccio ma dove bisogna attenersi invece a regole definite. Ci è sembrato di capire da precedenti occasioni (per esempio qualche riunione del Consiglio dei ministri) che l'on. Berlusconi se ne fosse reso conto. Avesse capito cioè che la delicata questione del conflitto d'interessi richiedeva da lui almeno - almeno! - il rispetto di certe forme. E proprio perciò egli era uscito dalla sala quando quel consesso aveva preso in esame questioni riguardanti gli assetti radiotelevisivi. E c'era sembrato che egli avesse saggiamente deciso di attenersi sempre alla medesima prudente linea di condotta allorché, qualche giorno fa, dichiarò con una punta di civetteria: "Delle faccende Rai non mi occupo". Non era vero, si capisce; ma se non altro con quelle parole il presidente del Consiglio mostrava di rendersi conto che mentre si occupa una carica pubblica è meglio non far vedere di occuparsi anche degli affari propri. È così infatti. E dunque anche simbolicamente non sta bene discutere di emittenza televisiva nella magione di via del Plebiscito, decidere se il Cda della Rai debba essere azzerato o no, o cosa fare di Santoro, tra una portata e l'altra del cuoco Michele.

Da parte della maggioranza, intesa in tutte le sue espressioni, e dunque inclusi i presidenti della Camera e del Senato, i quali farebbero bene - anch'essi - a ricordarsi che entrambi ricoprono la loro carica non certo per essere i portaordini del presidente del Consiglio. Per esempio quando dovranno, come ci sembra inevitabile, sostituire l'intero Cda della Rai dopo le dimissioni di ieri del consigliere Staderini.
Lo so che continuare a ricordarsi di certe cose contrasta con il costume nazionale che vuole che le questioni importanti, perfino le emergenze, durino lo spazio di una settimana, al massimo di un mese, per poi lasciar cadere tutto nel dimenticatoio. Ma c'è una parte significativa dell'opinione pubblica che invece ha buona memoria, che non dimentica né gli impegni della campagna elettorale né tantomeno il conflitto d'interessi. E che al momento opportuno saprà come tenerne conto.


Il doppio conflitto di Berlusconi
Massimo Giannini su
la Repubblica

Adesso i maggiorenti della Casa delle Libertà proveranno a raccontarla così. Il neo-democristiano Casini, cogliendo al volo l'Aventino dei due consiglieri d'amministrazione in quota al centrosinistra, ha azzardato sulla Rai una "prova tecnica di ribaltone". Cercando di far saltare l'intero vertice nominato solo nove mesi fa. Magari tentando di piazzare alla presidenza il "suo" consigliere. E comunque di far capire al Cavaliere che, nella Seconda come nella Prima Repubblica, il centro politico è sempre "mobile": sta fermo se gestisce poltrone e ottiene visibilità, si sposta se viene penalizzato e oscurato.
I maggiorenti proveranno a spiegare che l'operazione è miseramente fallita. Berlusconi, Fini e Bossi hanno fatto quadrato tra loro. Pera ha fatto quadrato su Baldassarre e Albertoni, i due "giapponesi" rimasti a Viale Mazzini a fare le nomine e a redistribuirsi gli uffici rimasti vuoti. Zanda e Donzelli hanno fatto quadrato con l'Ulivo, rifiutando un indecoroso rientro nella giungla del servizio pubblico televisivo. Staderini, dopo un'iniziale sbandamento tattico, ha fatto quadrato con se stesso e con il suo buon senso, e si è dimesso anche lui. Alla fine, i maggiorenti proveranno a spacciare all'opinione pubblica le loro rassicuranti conclusioni: il trappolone doroteo ordito dal presidente della Camera è stato sventato, la coalizione si è ricompattata nel triangolo Forza Italia-An-Lega. E Casini, umiliato e isolato, ha perso la sua battaglia.
Se anche fosse corretta (e certamente non lo è) questa "lettura" della grave e grottesca crisi al vertice della Rai dovrebbe comunque allarmare il presidente del Consiglio. Ma la verità è un'altra. Ed è persino più inquietante. Viene alla luce, e in maniera clamorosamente visibile, uno strappo politico profondo che destabilizza, oggi e in prospettiva, la tenuta del centrodestra. Non è vero, anzi è palesemente falso che da questo disastro di Viale Mazzini esca sconfitto solo il presidente della Camera. La guerra più importante, quella della credibilità politica e della ragione di Stato, l'hanno persa il governo e l'intera maggioranza che lo sostiene.
Questa Caporetto incrocia due battaglie parallele. La prima è la battaglia sulla Rai. Da almeno un decennio, per qualità del servizio ed equilibrio della gestione l'azienda riflette fedelmente i mali del Paese e di chi lo amministra. In quest'ultimo anno la tv pubblica ha toccato il fondo. Il cda nominato dai presidenti di Camera e Senato ha fatto solo danni. Doveva essere "di garanzia", ma non ha garantito nulla: molti cattivi programmi, nessuna par condicio. Una rovina, implicitamente ma solennemente "ratificata" dal presidente della Repubblica Ciampi, con il messaggio alle Camere del 5 luglio scorso sul pluralismo dell'informazione, colpevolmente ignorato dal Parlamento. L'uscita di scena di Zanda e Donzelli ha fatto esplodere le contraddizioni.

Ma insieme allo strappo politico, viene alla luce anche uno strappo istituzionale quasi insanabile, che rende ancora più complesse e intossicate le trattative sulla nomina dei tre nuovi consiglieri Rai. Il presidente della Camera e il presidente del Senato hanno rotto: il gelido scambio di lettere di ieri ne è la prova più tangibile. All'inizio della crisi sembrava possibile un'azione congiunta e condivisa. Dopo le dimissioni di Zanda e Donzelli Pera aveva messo in mora Baldassarre e Albertoni. Non avendo il potere di revocarli, gli aveva implicitamente ritirato il mandato fiduciario, dopo che i due avevano riunito il consiglio Rai varando da soli 14 nomine. Sembrava un punto di non ritorno. La giusta presa d'atto della necessità di cambiare tutto il vertice, ormai delegittimato sul piano politico, anche se non inibito sul piano giuridico. Poi qualcosa ha spinto il presidente del Senato a cambiare idea. Casini è rimasto solo e ora i due presidenti giocano la partita delle nomine su tavoli separati e contrapposti.
Cosa sia quel "qualcosa", è questione aperta. Resta il sospetto, in questo Paese sempre più "legittimo". Berlusconi ripete sempre che della pratica Rai non si occupa. Ma l'altro ieri, nella sua triplice veste di capo del governo, di azionista di riferimento della Rai attraverso il Tesoro e di padre-padrone di Mediaset, ha riunito i suoi alleati a casa sua a Palazzo Grazioli per un pranzo frugale. Tutti i giornali hanno scritto che il piatto forte del menù è stata proprio la Rai, con i suoi annessi e connessi: un "processo" severissimo ai danni di Marco Follini, reo di aver tramato insieme a Casini, e la decisione unanime di blindare Baldassarre e Albertoni. Non sono arrivate smentite. All'ombra di questo incredibile e ormai strutturale conflitto di interessi, è davvero inutile illudersi che la Rai esca dalla palude di insipienza e faziosità nella quale i suoi vertici l'hanno precipitata. Serve un vero presidente di garanzia a Viale Mazzini. Urge una nuova legge sui criteri di nomina del cda. Grazie al Cavaliere uno e trino, non vedremo mai né il primo nè la seconda.


Il rischio di paralisi
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

Diceva Gianfranco Piazzesi che è sempre un grosso guaio quando la politica finisce in mano agli avvocati. Ma è proprio quello che sta accadendo intorno al cavallo di viale Mazzini. Che la crisi fosse al buio, era noto; ma forse nessuno immaginava uno psicodramma di tali proporzioni. Anche perché l'oscurità è completa, sul filo di un dilemma brutalmente semplice: si può e si deve reintegrare il consiglio d'amministrazione, ovvero lo stesso consiglio deve prendere atto che la sua missione è finita? Dopo le dimissioni del consigliere Staderini, la frattura politica è tutta interna alla maggioranza. Mette in luce il problema politico di fondo, ossia il disagio crescente dei centristi dell'Udc. Sommandolo ad altri elementi di malessere, in primo luogo il conflitto sulla "devoluzione" della Lega, si capisce che la questione investe ormai Berlusconi e la sua responsabilità nel garantire la sintesi politica tra le varie anime della maggioranza. Aver privilegiato il rapporto con Bossi e Fini, ha permesso al presidente del Consiglio di rovesciare sul tavolo la forza dei numeri, mettendo ai margini i centristi di Follini e Buttiglione.
Ma è un gioco che ha i suoi rischi. Lo stato delle cose consiglia anzi una mediazione politica e l'unico in grado di svolgerla, quando vorrà, è appunto il premier. Prima che l'infezione si propaghi agli equilibri di governo. Che in tali casi non sono mai del tutto fuori causa. La storia è piena di sassolini che diventano valanghe, tra un errore e l'altro.

Casini è in un doppio ruolo: istituzionale, come presidente della Camera; e politico, come leader storico dell'Udc. Ma rifiuta l'etichetta di "ribaltonista". Lascia filtrare che "se avessi voluto Staderini sarebbe stato presidente con l'appoggio dei due di minoranza. Ma non ho voluto". In sostanza la sua pregiudiziale scavalca il livello giuridico e punta a porre il nodo politico direttamente all'attenzione di Berlusconi. Pera fa l'opposto e si sforza di tenere la faccenda nell'ambito giuridico. Ma senza arretrare di un millimetro nel merito. Il risultato è la paralisi. E in fondo alla paralisi c'è la morte per consunzione del consiglio. Senza un colpo di fantasia, non si veda come si possa uscirne.


Il nuovo Ghino di Tacco
Curzio Maltese su
la Repubblica

Chi ha ancora dubbi sul fatto che la devolution serva a spaccare il Paese può rileggersi il discorso pronunciato da Umberto Bossi ieri in Senato, grondante disprezzo nei confronti dell'unità d'Italia, "fatta dai Mille ch'erano in maggioranza bresciani e bergamaschi". Un comizio padano, che ha ripreso una per una le invettive della propaganda leghista, da "Roma ladrona" al "Nord oppresso".
Invettive che ha sbattuto in faccia come una provocazione agli avversari ma soprattutto agli alleati, assai perplessi alla vigilia del voto sulla devolution. La chiamata alle armi in stile Pontida è caduta nel gelo e nel silenzio dagli stessi senatori della destra. Eppure l'arroganza di Bossi non è un errore politico. Deriva piuttosto dalla consapevolezza di un potere di ricatto fortissimo. La devolution si farà, a costo di arrivare al voto di fiducia, perché altrimenti il governo cade.
Con un minuscolo partito del tre virgola, Umberto Bossi sta dunque per riuscire nell'impresa fallita da tutte le Bicamerali: una concreta e sostanziale modifica della Costituzione. Di più, il capo delle camicie verdi sembra capace di imporre la riforma a un Paese e a un Parlamento che per tre quarti non la capisce e non la vuole.
Si tratta di un paradossale capolavoro, tanto più sorprendente se comparato alla rovinosa parabola degli altri "Bossi d'Europa", i movimenti populisti passati in pochi mesi dai trionfi elettorali ad altrettanto clamorosi fallimenti politici. Il "Bossi austriaco", Joerg Haider, ha appena perso due terzi dei voti e forse tornerà fra i monti della Carinzia. In Olanda gli eredi di Fortuyn hanno dilapidato una gigantesca vittoria e sono con un piede fuori dal sistema politico. Nessuno parla più di Jean Marie Le Pen, soltanto ieri "l'incubo d'Europa" e oggi rientrato nel ghetto politico dove l'ha confinato Chirac. Ovunque in Europa la breve estate del populismo è al capolinea, grazie all'abilità delle destre moderate nell'assorbire, dirigere e disinnescare il fenomeno.
Al contrario, la Lega di Bossi, nonostante la batosta elettorale, è capace di influenzare sempre di più la politica del governo. Oggi controlla tre o quattro leve fondamentali della maggioranza: la Giustizia, ministero chiave per il premier; il Lavoro, che ha avuto un ruolo decisivo nel Patto per l'Italia e nella trattativa Fiat; l'Economia, con Tremonti che è ormai di fatto il numero due della Lega, parla e agisce come tale e deve a Bossi la propria sopravvivenza politica. Oltre a questo, la Lega governa Raidue e ha imposto una svolta sulla crisi di viale Mazzini. Non bastasse, con la devolution porterà a casa la prima e forse unica riforma dell'era berlusconiana. Roba da far invidia ai socialisti dei tempi di Ghino di Tacco, che almeno potevano contare sul 14 per cento dei voti.

Nato con lo scopo di garantire la sopravvivenza della Dc, il Mattarellum ha fallito la missione occulta e anche quella ufficiale di assicurare un maggioritario efficiente. In tre occasioni su tre, il Mattarellum ha sempre punito la maggioranza reale a favore di alleanze elettorali strumentali e fragili, costrette poi a governare fra i ricatti. Fino a quando resisterà la legge elettorale, il movimento di Bossi continuerà a fare la differenza fra sconfitta e vittoria del Polo.
L'ultimo punto di forza di Bossi è la mediocrità e l'assenza di progetto del ceto politico di governo (e non solo, per la verità). La destra italiana, a differenza dei moderati francesi, olandesi e austriaci che hanno neutralizzato i populismi, non sa dove vuole condurre il Paese. Berlusconi comanda ma non governa, il suo progetto è personale e aziendale. Alla minima resistenza o difficoltà interna, il premier ha buttato a mare tutte le riforme liberiste (articolo 18, pensioni, tasse, privatizzazioni e così via) per concentrarsi su giustizia e televisione. La destra di An ha da tempo annegato nei compromessi quotidiani l'identità giustizialista e nazionalista. Bossi è l'unico a fare politica. Fedele al suo progetto di sempre: spaccare in due l'Italia, Nord ricco e Sud povero. Un progetto che in quindici anni ha preso varie forme, dal federalismo alla secessione, fino alla devolution, che è la mossa del cavallo, indiretta ma più pericolosa. L'alternativa è lo scacco al re. E il re, con tutte le sue televisioni, non può farci nulla. Per questo Bossi può provocare il Senato e la stessa maggioranza dubbiosa e concludere il comizio con un arrogante ma veritiero "chi la dura, la vince" .


La Fiat conferma 8.100 esuberi
Felicia Masocco su
l'Unità

È partita male la trattativa sulla Fiat, l'azienda ha in sostanza riproposto il suo piano, non quello esposto a Palazzo Chigi in cui si davano ampie "rassicurazioni" su Termini Imerese e sul reintegro di tutti i 1800 lavoratori, ma quello originario. Quindi non solo non è stato fatto alcun passo avanti al tavolo aperto presso il ministero delle Attività produttive, ma a giudizio dei sindacati, se n'è fatto uno indietro. La certezza sui lavoratori dello stabilimento siciliano è svanita, quanto ai tempi della riapertura, si è appreso che si dovrà attendere settembre, forse ottobre, e non più giugno. La ripresa sarà inoltre graduale, "a velocità contenuta", questo significa che gli esuberi rientrerebbero gradualmente. Tutti?
Dipende dal mercato, da come andrà la nuova Punto: sono 380 mila le auto previste nel 2004 in tutta Italia, da definire la quota che spetta a Termini. C'è poi la novità del "modello Melfi", ovvero l'ipotesi di esportare in Sicilia quel che già avviene in Basilicata in fatto di orari e turni di lavoro e stipendi: tutto più flessibile (leggi gabbie salariali) per avere maggiore "competitività". Una possibilità che fa gridare al "ricatto" Roberto Mastrosimone, della rsu dello stabilimento siciliano.
"Assolutamente non ci siamo" è stato il commento del segretario della Fiom Gianni Rinaldini, "la Fiat ha confermato tre cose: il piano industriale non è cambiato, i volumi produttivi restano quelli previsti, gli esuberi restano 8.100 e una parte di loro non rientrerà in azienda". Per la parte restante - è noto - deciderà l'andamento del mercato. "Se il buongiorno si vede dal mattino, questo non è un buon giorno" è stato il commento del segretario nazionale della Fim Cosmano Spagnolo. "Delusa" per i "passi indietro" si è detta anche l'Ugl.
La Fiat non vuole negoziare, ma semplicemente applicare il suo piano, cosa del resto evidente dalla composizione della sua delegazione che vede al tavolo il responsabile risorse umane Pier Luigi Fattori e quello per le relazioni industriali Paolo Rebaudengo. Né aiuta l'atteggiamento del governo, mercoledì al tavolo sono stati lasciati gli uomini del ministro Marzano i quali, si sono lamentati i sindacati, hanno condotto il tutto come se si trattasse di una tavola rotonda e non di una difficile vertenza da comporre. Il ministro che aveva introdotto i lavori si è poi trasferito alla Camera dove c'era il dibattito sulle mozioni. Per il titolare della Attività produttive il piano per quanto "doloroso è inevitabile", "senza una vera ristrutturazione - ha detto - gli effetti sociali sarebbero ancora più gravi".



Ulivo, niente intese sul portavoce
Maria Teresa Meli su
La Stampa

Non comincia sotto i migliori auspici il mercoledì in cui l´Ulivo dovrebbe darsi regole (e, principalmente, quella del voto a maggioranza), strutture e una qualche unità. In mattinata, nella riunione dei capigruppo, Gavino Angius litiga con il compagno di partito Luciano Violante, sbatte la porta e se ne va, perchè nella bozza "costituente" a cui si sta lavorando i portavoce unici vengono inseriti nella categoria delle "varie ed eventuali". "Voglio sapere che ne dicono Fassino e Rutelli", sbotta il presidente dei senatori ds. E quelle parole ridanno corpo ai sospetti di chi, nel centrosinistra, vorrebbe sbarrare il passo a un´eventuale candidatura di D´Alema a quell´incarico. E i sospetti si intensificano quando si viene a sapere che alcuni gruppi (i comunisti italiani, per esempio) sono stati sondati per capire se l´ipotesi del presidente della Quercia, portavoce unico, ha il loro gradimento. Il binomio D´Alema-Mancino, del resto, è stato proposto qualche settimana fa proprio dalla Quercia, e bloccato, dopo un braccio di ferro sotterraneo. Ma è stato uno stop definitivo? Nel primo pomeriggio non è che vada meglio. Le regole? "Non c´è fretta, non c´è fretta", confida Rutelli a qualche collega della Margherita. Non per niente, i capigruppo se la prendono assai comoda, Violante addirittura propone di far slittare a gennaio la prossima assemblea, quella che, finalmente, dovrà votare il regolamento costitutivo della coalizione, giacchè in questa assemblea non si arriva a quel voto: questo mercoledì tocca decidere le procedure con cui si svolgerà quello scrutinio. Insomma, un complicatissimo voto sul voto.

Sul regolamento (e quindi sul voto a maggioranza) non c´è ancora accordo, in compenso si litiga su quale procedura adottare per questo testo. Lo devono approvare i due terzi degli aventi diritto, propone Violante per ottenere il "sì" di verdi, cossuttiani e correntone. E´ un quorum troppo alto, replicano quelli di Artemide (ma alla fine verrà adottato, grazie alla mediazione Fassino). La riunione va avanti: restano in meno di un centinaio di parlamentari, gli altri si eclissano. Interviene anche D´Alema, sprezzante con chi frena. Il presidente ds boccia le discussioni "oziose" del tipo "se è nato prima l´uovo o la gallina": ci "sia fatta grazia", dice, "di certe sciocchezze" che determinano la "paralisi" e "danneggiano l´immagine dell´Ulivo". Perciò, ammonisce D´Alema, "se questa assemblea non è un incontro casuale deve avere organi e regole". E alla parola "organi" tornano i sospetti su una sua candidatura a portavoce unico. Qualcuno si chiede se non si sia messo d´accordo con Rutelli. Il quale Rutelli dedica più di metà dell´intervento a replicare a Salvi - l´alleanza con il prc va bene, ma su un asse riformista sennò si perde - e sorvola sulle regole. Che si voteranno il 17 dicembre. Forse.


L´ora di farla finita con Miss Mondo
Lietta Tornabuoni su
La Stampa

La paura intorno a Miss Mondo dura anche a Londra, e si capisce: 215 morti e 1125 feriti per un concorso di bellezza in Nigeria rappresentano un fatto talmente assurdo e straordinario. Se si è presto cancellato o quasi dall´attenzione dei media, può essere soltanto per dubbio, imbarazzo o magari vergogna. Si sa che le ragioni per cui è stato scelto per il concorso un Paese così inadeguato e le ragioni per cui una parte del Paese si è sanguinosamente ribellato alla scelta, sono del tutto politiche. Si sa che la morale e la religione c´entrano poco. Si sa che l´esito violento è stato inaudito. Ma esistono fatti della cronaca che inducono a riflettere e cambiano il costume: non sarebbe poi male se quanto è avvenuto in Nigeria inducesse a riflettere sull´opportunità e sulla natura dei concorsi di bellezza. Non sarebbe certo la prima volta: dalle deplorazioni cattoliche all´indignazione femminista, dalle poche ragazze impacciate e maltruccate che sfilavano con Lucia Bosè e Silvana Mangano sulla passerella di Miss Italia alla massa di ragazze ben curate e tutte uguali schierate sul teleschermo ai comandi di Frizzi, sono decine d´anni che questi concorsi vengono criticati. Con ragione: c´è qualcosa di piuttosto brutto nelle maxiesibizioni di petti, sederi e gambe, nella tensione delle facce alterate dallo sforzo di vincere e di comparire al meglio o meglio delle altre, nelle piccole risate sceme che accompagnano le autopresentazioni, nella terribile rivalità occultata dai sorrisi, nella fame vorace di notorietà, soldi, speranza, futuro. C´è qualcosa di triste nelle sfilate che sottopongono le concorrenti a un giudizio di desiderabilità, e di ancora più triste quando dalle concorrenti si pretende una informazione elementare, quando si esige che siano non soltanto carine ma anche buone e brave, quando si finge di appaiare bellezza e nozionismo (dimostrando che, nel fondo, del concorso in sè si prova già vergogna). C´è qualcosa di patetico nelle espressioni di concorrenti che hanno ascoltato dai pettegolezzi che le vincitrici sono già stabilite e che loro stanno lì a fare numero. Nei concorsi di Miss Qualcosa, la bellezza perde dignità, la persona smarrisce personalità. Francamente, si tratta di manifestazioni inattuali non soltanto piuttosto odiose ma anche parecchio noiose. Quanto è accaduto in Nigeria non si ripeterà mai più, speriamo: e speriamo anche di farla finita con Miss Mondo.


   28 novembre 2002