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Straripano i tre fiumi di Milano
Paolo Foschini sul
Corriere della Sera

MILANO - È accaduto persino che a un certo punto, nel bel mezzo del caos, con mezza città in coda, i bus dirottati, i tombini che sparavano acqua al cielo, le strade trasformate in torrenti, i mezzi di soccorso persi come gli altri nel traffico, qualcuno sia riuscito a farsi notare per quell'unica cosa che a Milano caratterizza normalmente ogni ingorgo, ma che ieri è stata, e proprio nel quartiere dell'ospedale Niguarda, divenuto ormai dalla sera prima un intreccio di calli veneziane, per l'appunto rarissima. Quando cioè un tizio, dall'interno di una Volvo incolonnata con centinaia di sue simili, chissà perché ha deciso di attaccarsi al clacson: guadagnandosi giusto il compatimento divertito di quello che lo precedeva e che, sceso apposta dalla sua Punto, indicando i propri stinchi nell'acqua lo ha apostrofato con un "dimmi, caro, secondo te dove possiamo andare?". È questa la sintesi della Milano di ieri: due grandi quartieri finiti a bagnomaria, nella zona nord della città, "grazie" alla prevista piena di due fiumi - Lambro e Seveso - più un terzo - l'Olona - che a macchia d'olio hanno messo rapidamente in ginocchio tutto il resto: e nelle ultime ore, anziché ritirarsi, la piena si è fatta ancora più grossa. Verso est, Parco Lambro è diventata una laguna con un metro e passa d'acqua che dopo una notte di paura ha imposto l'ennesima evacuazione dei 50 ragazzi di Exodus, la comunità di un don Antonio Mazzi ormai arrabbiatissimo: "È la quinta volta che succede e nessuno si prende mai la responsabilità. Dove sono il Comune, la Provincia, la Regione?".
Anche dall'altra parte intanto, verso Niguarda, il Seveso aveva sfondato i tombini sin da lunedì sera. Senza sorprendere nessuno, per la verità, di quanti in quella zona, da via Valfurva e via Val Maira in giù, con l'esuberanza del fiume cittadino sotterraneo sono costretti a convivere da una vita: come Ornella Cominazzini, la quale ricorda benissimo che "30 anni fa, scorrendo proprio tra questi marciapiedi, l'acqua del Seveso si era addirittura portata via un cavallo del circo". "Le ultime volte però - interviene Gianfranco Gavaleri del bar Jolly - la piena durava poche ore e via: qui invece siamo in ballo da ventiquattro, e non si vede la fine...".

"Se dobbiamo proprio somigliare a Venezia - sbotta Carla Capitani infilando i piedi in due sacchi di plastica - almeno il Comune ci desse le passerelle pedonali...". Detto fatto: tre ore dopo il vicesindaco Riccardo De Corato annuncia che "ne stanno arrivando duecento metri...". Intanto l'assessore regionale alla Protezione civile, Carlo Lio, lancia un appello ai cittadini affinché "autolimitino comunque i propri spostamenti". File di tram si bloccano su binari sommersi, decine di bus vagano sui viali in cerca di percorsi alternativi. Nove idrovore, e 81 motocarri, e 16 "spurgatori", ha usato il Comune per succhiare acqua ai tombini: peccato mancasse un luogo in cui buttarla. Due palazzi vengono sgomberati. Ma gli sfollati, in provincia, ieri sera erano già 570.
Suor Graziella Oliva, della scuola materna-elementare di via Suzzani, preannuncia con quasi tutti gli istituti della zona la chiusura per oggi: ma dice che ieri i bambini erano per tre quarti presenti. Quelli di un'altra materna, nel quartiere Greco-Turro, venivano intanto trasferiti al primo piano: sollecitazione che i vigili di Monza, con un megafono, hanno peraltro rivolto a tutti gli abitanti della cittadina. "Il problema - ride Marco che a Milano fa le medie alla "Falcone e Borsellino" - è che gli assenti erano gli insegnanti...": del resto erano loro, non i ragazzi, a dover arrivare da più lontano.
Ma la giornata lavorativa in realtà l'hanno persa in moltissimi. Come Gianna Rossi, che con decine di altre persone guadava ieri la sua via scattando un mare di foto al disastro: "Mica per ricordo, è che domani dovrò provare al mio capo che non sono stata a casa per sfizio...".


Monza invasa dall'acqua come 25 anni fa
Monica Guzzi su
Il Giorno

MONZA — Il Lambro ha rubato il cuore di Monza. Dopo essere entrato nelle case, si è trascinato via le persone.
E' accaduto in serata, all'altezza delle Grazie Vecchie: un gommone dei vigili del fuoco al lavoro per portare soccorso alle abitazioni isolate si è rovesciato. Dei due uomini, un vigile del fuoco è stato ripescato in via Annoni, mentre la scomparsa nelle acque in piena di un giovane ausiliario ha fatto temere il peggio. Alla fine però, quando tutti ormai temevano il peggio, Moreno Lorusso, vent'anni, pompiere in servizio militare, è stato miracolosamente salvato. I colleghi lo hanno ripescato un'ora dopo, poco più a valle. Originario della provincia di Bergamo, era molto infreddolito. Ma stava bene. Il suo collega, invece, si è fratturato il braccio. E' stato ricoverato in osservazione all'ospedale di Vimercate. Infine, in piena notte, un uomo di 41, di cui non è stato reso noto il nome, è scivolato nelle acque del Lambro e risulta ufficialmente disperso.
Fin dal tardo pomeriggio, quando l'acqua ha sfondato gli argini in tre punti diversi del centro storico, 200 famiglie sono state costrette a trasferirsi da amici e parenti o, in alternativa, a dormire in uno dei tre centri di accoglienza. Il fiume ha sfiorato i binari del treno e non ha risparmiato gli edifici simbolo: evacuate già in mattinata filiali di banca, l'ufficio di igiene, le scuole.
Nel pomeriggio sono finite sotto l'acqua la piazza del Tribunale (e gli archivi) e la sede dei vigili, isolata da un metro e mezzo d'acqua: qui era ospitata l'unità di crisi, che ha dovuto traslocare. E ancora il fiume ha invaso la centralissima via Vittorio Emanuele, dove l'acqua è arrivata a 50 centimetri. Traffico paralizzato. Chiusi per allagamento anche gli svincoli Monza Centro e Monza Sant'Alessandro.
Persino il primo centro d'accoglienza allestito in mattinata al centro Nei con 120 posti letto alla fine è stato abbandonato per il rischio del crollo del vicino argine del fiume in via Bergamo.
La città non è più la stessa.



L'argine che non c'e'
Marco Vitale sul
Corriere della Sera

Nutro un grande rispetto e un grande reverente timore per la forza della natura. Ho visto valanghe gigantesche piombare lungo i valloni del Karakorum da lasciare esterrefatti e senza fiato; ricordo con chiarezza la grande inondazione del Polesine, la sofferenza e il coraggio di quell'Italia povera e contadina così teneramente e pudicamente raccontata da Orio Vergani del quale conservo ancora gli articoli ingialliti; ho partecipato direttamente alle sofferenze dell'Alta Valtellina, avendo casa in Valfurva, alle angosce della grande frana del 1987 e delle ultime grandi inondazioni; ho seguito come tutti, con grande partecipazione, le recenti inondazioni di Praga e di Dresda. Dico questo per chiarire che non appartengo a quel tipo di persone che, di fronte a grandi disgrazie naturali, incominciano subito a dire che la colpa è del governo e di chi ha tagliato gli alberi e costruito le case. La natura esiste e quando decide di fare sul serio, di ricordare a noi piccoli uomini inermi la sua terribile maestosità, dobbiamo prenderla sul serio. Gli antichi lo facevano con un timore religioso e io, che sono un uomo antico, nutro lo stesso sentimento. Ma l'uomo contemporaneo pensa sempre di essere al sicuro dalla natura nelle sue belle città. Non vuole pensare alla natura, come non vuol pensare alla morte. Ma l'una e l'altra esistono.
Oggi tre eventi quasi contemporanei ci riportano alla coscienza della forza della natura: la violenta eruzione dell'Etna, il terremoto nel Molise e ora queste inondazioni, frane, crolli di ponti e di argini nelle ricche regioni del Nord. Chiediamoci: abbiamo fatto tutto il possibile per contenere la furia degli elementi? Perché, se esistono i terremoti, esistono anche le abitazioni antisismiche. Se esistono i vulcani, esistono anche i vulcanologi e le tecniche e gli strumenti appropriati per deviare in direzioni meno disastrose la corrente della lava. Se esistono le inondazioni, esistono anche gli alvei più atti a contenere le acque, esistono argini più solidi, esistono i gabbioni o altre tecniche per evitare le frane, esistono gli scolmatori e tutti gli altri strumenti che le tecniche di gestione del territorio e l'ingegneria idraulica hanno sviluppato.
E dunque, pur espresso rispetto per la forza della natura, dobbiamo riproporci il tema: stiamo investendo risorse sufficienti per la difesa del territorio e, soprattutto, le stiamo impiegando nel modo giusto? Intendiamoci. Io non appartengo a coloro che dicono che è tutto sbagliato. Prendendo come esempio proprio la Valtellina che conosco meglio e della quale so le inondazioni che l'hanno funestata nei secoli scorsi (quando la natura non era stata ancora manomessa come ora), penso che le opere fatte negli ultimi dieci anni siano state buone e preziose e che le piogge di oggi avrebbero fatto ben più danni senza quelle opere.
Tuttavia, quando vediamo a Milano l'acqua alta, quando ricordiamo che in Italia negli ultimi dieci anni ci sono state 12.000 frane, con sei eventi disastrosi e con un bilancio di 284 vittime, quando vediamo il dilagare delle inondazioni in tutto il Nord Italia dal Piemonte alla Liguria al Trentino, quando ricordiamo che l'ammontare speso per calamità naturali è assai elevato, dobbiamo concludere che, forse, i soldi spesi non sono stati sempre ben spesi.
Sono stati spesi troppo come risposta a eventi avvenuti e troppo poco per prevenire i sinistri e per imbrigliare in anticipo, per quanto è concesso a noi mortali, le forze della natura. E poi, ci dicono sempre che non ci sono più soldi per sanità, cultura, protezione del territorio, sicurezza, scuola. E se fossero queste le uniche cose che veramente interessano i cittadini?


Memorabile Scena Muta
Antonio Padellaro su
l'Unità

Adesso, tutto il mondo, dal Papa a George W. Bush, sarà autorizzato a chiedersi che cosa diavolo nasconda Silvio Berlusconi, che cosa ci sia di tanto tremendo da costringerlo a tenere la bocca chiusa davanti a un tribunale della repubblica. Adesso, non soltanto l'opposizione più arcigna e nemica, ma i tanti italiani che gli hanno dato il voto, fidando in lui, convinti della sua buona fede, persuasi dalla teoria della persecuzione giudiziaria ai suoi danni, adesso anche costoro resteranno perplessi, molto perplessi. Adesso, tutti i bravi cittadini osservanti delle leggi, saranno colti da un antipatico dubbio: perché mai un uomo così per bene, un uomo così innocente, un uomo così al di sopra di ogni sospetto, come mai quest'uomo, a cui il popolo sovrano ha affidato la guida della nazione, ha deciso di tacere? Come mai questo personaggio, ricco come un Creso e ogni giorno più potente, uno che nulla dovrebbe temere da nessuno, si è improvvisamente ammutolito? E come si spiega che un colosso della politica e degli affari decida di nascondersi dietro un articolo del codice, balbettando quella formuletta che al cinema abbiamo sempre visto spuntare sulla bocca di personaggi, in genere, poco specchiati. Ha detto: "mi avvalgo della facoltà di non rispondere", e lo ha detto per evitare di essere interrogato, come testimone, in un processo di mafia. Sì, in un processo di mafia. La migliore delle ipotesi, la più garantista, la più innocentista, porta a dire che questa volta, gli astuti legali, i superavvocati dalle superparcelle, i difensori compensati con il seggio parlamentare, insomma questi giganti del diritto hanno suggerito al loro assistito il consiglio sbagliato, il consiglio peggiore, il consiglio che all'uomo dell'immagine, a colui che ha costruito una fortuna immensa sulla parola mai nessuno dovrebbe dare. Gli hanno detto: è meglio che non risponda. Lui ha eseguito.
Guardiamo le cose nell'ottica più favorevole all'illustre testimone. Si dirà: Berlusconi non si fida dei magistrati, teme il complotto delle toghe rosse, l'estromissione da palazzo Chigi attraverso la via giudiziaria. Nei processi nei quali è imputato, lui non vuole arrivare a sentenza perché è convinto che sarà sicuramente una sentenza sfavorevole, una sentenza di condanna. Per questo ha fatto approvare la legge Cirami. Per questo, i suoi onorevoli avvocati stanno già usando il legittimo sospetto come la macchina del tempo rallentato. Cercando di spostare i processi da Milano a Brescia. E poi da Brescia a Perugia. E poi da Perugia a chissà dove. Ma questa volta il presidente - padrone non era imputato, non sedeva sul banco degli accusati, non doveva difendersi da addebiti infamanti. No, questa volta Berlusconi è stato chiamato da un tribunale come persona informata dei fatti. E i fatti si riferiscono a un processo e a una vicenda che riguardano un suo braccio destro, un suo caro amico: Marcello Dell'Utri.

Quando e come aveva conosciuto Dell'Utri? E Mangano, lo stalliere di Arcore e di Cosa Nostra? E il mafioso Gaetano Cinà. E il faccendiere Rapisarda? Domande che si era già sentito rivolgere decine di volte. Risposte che non avrebbero potuto creargli imbarazzo. Potevano forse preoccuparlo gli interrogativi sull'origine patrimoniale della Fininvest, i necessari approfondimenti sull'arrivo, prima del 1978, di quei cospicui capitali della cui origine nessuno ha saputo finora fornire una risposta convincente? Ma cosa poteva esservi di tanto oscuro in quella improvvisa e fortunata impennata finanziaria, da giustificare quella imbarazzante scena muta? Qualcuno ha detto che la facoltà di non rispondere è un diritto che spetta a tutti i normali cittadini, e quindi anche a Berlusconi. Che però è il presidente del Consiglio. Che quindi dovrebbe agevolare e non ostacolare il corso della giustizia. E del cui passato nessuno dovrebbe mai e per nessun motivo al mondo dover dubitare.


Diritti del cittadino doveri del premier
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

L'impumone (la definizione è di Corrado Carnevale) è un ibrido alquanto deforme. Metà imputato, metà testimone. Come testimone ha l'obbligo di rispondere secondo verità alle domande che gli vengono rivolte in aula. Come imputato può avvalersi del "diritto al silenzio o alla menzogna". Silvio Berlusconi non è un impumone in senso tecnico, perché non è un imputato, ma è stato un indagato.
Prosciolto dall'accusa che ha portato a giudizio Marcello Dell'Utri per associazione mafiosa finalizzata al riciclaggio, Silvio Berlusconi come il presunto innocente non ha alcun onere e, come ogni imputato, può avvalersi del diritto di non rispondere.
La testimonianza può essere un pericolo. Viene utile tutto, e una parola, un ricordo, una reticenza, finanche una smorfia del viso possono svelare una corresponsabilità nei fatti da accertare. Meglio stare lontani dalle testimonianze, se possibile. È un consiglio che trova spesso d'accordo gli avvocati. E, d'altronde, quel diritto garantito all'impumone, di fatto, gli assegna una garanzia contro l'autoincriminazione (è il "privilege against self-incrimination"). È ineccepibile allora, dal punto di vista della procedura e del diritto, il comportamento scelto ieri da Silvio Berlusconi: accetta il suggerimento dei suoi avvocati, si avvale della facoltà di non rispondere.
Il presidente del Consiglio avrebbe dovuto chiarire la fonte dei contanti, degli assegni circolari e dei bonifici che hanno arricchito di 99 miliardi di lire, tra il '78 e l'83, le casse della ancora fragile Fininvest. L'accusa sostiene che quel denaro potrebbe essere stato fornito a fini di riciclaggio dal gotha mafioso della vecchia Cosa Nostra di Stefano Bontate. Gli avvocati di Berlusconi sostengono che ogni cosa è stata chiarita da una consulenza tecnica che tuttavia, ammettono, ha provocato qualche confusione e degli "errori di valutazione". Al punto che il Tribunale aveva definito "decisiva" la deposizione del presidente del Consiglio.
Conviene ripeterlo: era un diritto di Berlusconi non rispondere. Conviene però chiedersi se è stato politicamente utile non farlo. Vediamo.
Nel salto dall'impresa alla politica, Berlusconi si trascina dietro - e ora fino al vertice dello Stato - le disinvolture dell'imprenditore che non ha mai nascosto il suo fastidio per le regole e la necessità, negli anni Ottanta, di cercare scorciatoie per restare a galla e prosperare. Le accuse di Palermo, però, sono più gravi. Indicano in Cosa Nostra uno dei finanziatori occulti della Fininvest allo stato nascente. E dunque l'interrogatorio di ieri era per Berlusconi un'opportunità di fare luce su un periodo controverso della sua avventura, la possibilità di scrivere in pubblico un capitolo non propagandistico di quella che gli piace definire "una storia italiana".
E' l'opportunità che il presidente del Consiglio non ha afferrato venendo meno così a un obbligo verso se stesso e a un dovere verso i cittadini. Berlusconi - ecco l'obbligo verso se stesso - è fiero di quel che ha costruito, dovrebbe essere altrettanto orgoglioso di come lo ha costruito. Non dovrebbe permettere a nessuno di allungare un'ombra su quel passato. E l'ombra si sconfigge solo con la luce, quella luce che ieri egli non ha voluto accendere. C'è chi ieri ha parlato di dovere morale. Ancor più importante appare - ecco il dovere verso i cittadini - il rilievo politico e civile di quel silenzio. Il mutismo di Berlusconi lascia sul suo passato un deficit di trasparenza che non ne aumenta la credibilità. Quel vuoto nella sua storia non potrà che riverberarsi sulla responsabilità che oggi ricopre, sul rapporto di fiducia che, con chi governa, stringono i cittadini che lo hanno eletto e anche coloro che da Berlusconi sono governati, pur non avendolo votato.


Dialogo necessario
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Lunedì, e cioè lo stesso giorno in cui a Milano, in base alla legge Cirami, è stato sospeso il processo Imi-Sir, Piero Fassino ha presentato, in materia di giustizia, un pacchetto di proposte ragionevoli, e in taluni casi (la netta separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri, la revisione degli automatismi sin qui imperanti nelle carriere dei magistrati, gli antidoti alla giustizia spettacolo) fortemente innovative. E ieri, subito dopo che Silvio Berlusconi, di fronte ai giudici del processo Dell'Utri, si era avvalso della facoltà di non rispondere, il segretario della Quercia ha rimarcato, non senza ragione, l'inopportunità di una scelta del tutto lecita per un privato cittadino, meno per un presidente del Consiglio. Ma si è guardato bene dall'innescare la retromarcia. Anzi, ha difeso e argomentato, la scelta dei Ds di voltare pagina, per aprire sulla riforma della giustizia un confronto alla luce del sole.
"Vogliamo chiudere una fase nella quale si è discusso di leggi che interessavano solo qualcuno", ha detto Fassino, per cercare invece di cominciare a discutere, in Parlamento e nel Paese, "della giustizia che interessa i cittadini".
Sottoscriviamo. E ci aspettiamo tanto dall'opposizione quanto dalla maggioranza che alle parole cominci a seguire qualche fatto. Prima ancora, però, c'è da dare atto a Fassino (tante volte in questi mesi criticato, ora a torto ora a ragione, per un eccesso di indecisionismo) del coraggio dimostrato su un terreno minato come questo. È probabile, anzi è pressoché certo, che nel suo partito, e nel centrosinistra, molti (non solo i girotondini, non solo gli indignati in servizio permanente effettivo) storceranno il naso, fiuteranno inciuci, e non risparmieranno sarcasmi e ironie. Cominciando dalla scelta dei tempi. Come si fa, diranno, a rilanciare il dialogo proprio nei giorni in cui si vedono a occhio nudo gli effetti pratici di quella legge Cirami contro la quale così duramente ci siamo battuti, e il testimone Berlusconi si nega alle domande dei magistrati? Chi mai potrà garantirci che la stagione delle leggi personalizzate sia finita davvero, e alla Cirami non si aggiungano Ciramini, Cirametti e Ciramoni?
Sarebbe sbagliato, si capisce, fare finta di non vedere che in queste e altre simili contestazioni ci sono anche delle verità, e che molte preoccupazioni non sono infondate. Sarebbe ancora più sbagliato però nascondersi che l'esigenza di porre mano a una riforma seria è ormai avvertita come urgente, e spesso come improcrastinabile, da una parte assai vasta, probabilmente maggioritaria, sicuramente trasversale, di un'opinione pubblica che non vuole affatto mettere la mordacchia alla magistratura, ma è stanca di una guerra infinita, e sente maturo il tempo in cui la politica torni a fare la propria parte. Non solo per autotutelarsi, ma anche, e soprattutto, per rendere il sistema giustizia più efficiente e credibile agli occhi dei comuni mortali.



"Ora la Fiat modifichi il piano industriale"
Felicia Masocco su
l'Unità

Scatta mercoledì mattina alle 9.30 il conto alla rovescia per dare una soluzione alla vertenza Fiat. Dopo aver portato a Roma non meno di 20mila lavoratori e firmato uno sciopero di tutto il gruppo automobilistico che ha avuto punte di adesione dle 90% i sindacati affrontano compatti il tavolo "tecnico" che li metterà a confronto con l'azienda al ministero delle Attività produttive. Cgil, Cisl e Uil e Fiom, Fim e Uilm i cui leader si sono incontrati per oltre tre ore, chiedono innanzitutto di conoscere esattamente le proposte del Lingotto dopo gli annunci fatti a Palazzo Chigi dove non è stata illustrata la nuova ipotesi nel suo impianto complessivo, ma si è parlato genericamente solo di Termini Imerese.
L'aver incassato a colpi di scioperi e mobilitazione la sospensione delle procedure per la cassaintegrazione non distoglie i rappresentanti dei lavoratori dal merito, pesantissimo, della questione: "Il piano non è accettabile, ne serve uno nuovo, con un nuovo assetto proprietario compreso l'intervento pubblico", ha detto il segretario della Fiom Gianni Rinaldini parlando anche a nome di Fim e Uilm. Quanto agli strumenti per la gestione degli esuberi, è netto il no alla cigs straordinaria a zero ore e alla mobilità lunga. "Chiederemo - ha aggiunto Rinaldini - che si ricorra ai contratti di solidarietà".
La strada è tutta in salita: l'azienda, che sarà rappresentata dal responsabile risorse umane Pierluigi Fattori e da quello delle relazioni industriali Paolo Rebaudengo, non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. L'aver "aperto" sullo stabilimento siciliano dove verrebbe prodotto il restyling della Punto inizialmente previsto a Mirafiori, è considerato dal Lingotto uno sforzo grandissimo oltre il quale non si andrà. Il destino di Arese è dunque segnato, quanto a Mirafiori in futuro si vedrà in che modo "compensare" la perdita aggiuntiva di posti di lavoro che i sindacati stimano intorno a mille unità.
Questo il quadro il giorno in cui le vie della capitale sono state attraversate da un lungo serpentone. Aperto dai lavoratori di Termini Imerese e dalle loro battagliere donne, chiuso da quelli di Cassino, il corteo si è concluso in piazza Navona. In mezzo gli striscioni di Arese, quelli di Mirafiori, dei tanti stabilimenti dell'indotto "di cui nessuno parla mai" si sono lamentati. Da un capo all'altro tanta preoccupazione, e nessuna rassegnazione: la trattativa ad oltranza che si apre oggi e scadrà il 5 dicembre sarà accompagnata dalla mobilitazione, nel più classico dei schemi sindacali.


Il peccato originale
Massimo Gramellini su
La Stampa

Si è finalmente capito perché il presidente del Consilvio non sopporta Enzo Biagi. Le interviste elettorali a Benigni e Montanelli c'entrano poco. C'entra invece, e tantissimo, quella che lo stesso Biagi fece a un imprenditore televisivo pieno di capelli, il 4 febbraio 1986.
Fu la prima passeggiata nell'etere del Grand'Uomo e oggi Raisat Album (il vero servizio pubblico ormai lo fanno i canali a pagamento) giustamente la riesuma, mandandola in onda per ben sei volte nel corso della giornata. E' un viaggio nel tempo che lascia esterrefatti.
Intanto per la coerenza straordinaria di Silvio B., che in sedici anni ha cambiato solo il riporto e i colletti della camicia: già a quell'epoca dettava lui le condizioni (Biagi dovette andare a intervistarlo nei suoi studi), si paragonava a Giulio Cesare, faceva battutine sulle donne e parlava solo di soldi, calcio, tv e magistrati: le sue ossessioni, in particolare l'ultima.
Ma la vera sorpresa sono le domande di Biagi: ironiche e feroci al limite dell'irrisione ("Dice che le sue tv producono cultura e che adesso le esporterà per far felici anche i francesi... E l'America, a quando l'America?"). Santoro, ma pure il Biagi del Duemila, al confronto sembrano mammolette.
Con un miracolo di autocontrollo di cui adesso non sarebbe più capace, il futuro premier resisteva alla tentazione di mordergli il collo, sfoderando i suoi celebri sorrisoni celentanoidi, ma chissà cosa gli andava scalpitando nello stomaco. Ora, forse, lo sappiamo.


Scontro sul Cda della Rai
Maria Grazia Bruzzone su
La Stampa

Tramontata politicamente, prima ancora che giuridicamente, l´ipotesi azzeramento del cda Rai e fallito l´ultimo tentativo del presidente della Camera di far tornare Zanda e Donzelli sui loro passi, si va ormai verso il reintegro dei consiglieri di minoranza. E il tutto in un clima sempre più aspro, che ha visto in serata un duro e inedito scontro fra il presidente della Rai Baldassarre, il presidente della Camera Casini e il leader dell´Udc Marco Follini. "Le dimissioni di Zanda e Donzelli erano già state accettate dal consiglio. Non capisco cosa voglia dire aver chiesto loro una riconferma", dichiarava Baldassarre, al termine dell´incontro tra Casini, Zanda e Donzelli. Non solo: il presidente della Rai, infatti, aggiungeva di aspettarsi dai presidenti delle Camere "una sollecita sostituzione dei due consiglieri dimissionari: sono passati ormai vari giorni da quando l´abbiamo chiesta". Toni e argomenti che non sono affatto piaciuti a Pier Ferdinando Casini, che replicava così: "Le dimissioni dei consiglieri di amministrazione sono per prassi rassegnate dai titolari ai presidenti delle Camere, ai quali compete accettarle prima di procedere alla nomina di nuovi amministratori". Ancor più dura la risposta di Follini: "Baldassarre trova il tempo di sgridare i presidenti di Camera e Senato... C´erano pochi dubbi sulla sua inadeguatezza a presiedere una complessa azienda culturale come la Rai. Di questo passo di dubbi non ne resta più nessuno". In questo clima rovente, non è più nemmeno detto che i due nuovi consiglieri da nominare faranno capo all´opposizione di centrosinistra. I risentimenti e i sospetti generati dalla crisi del consiglio e dall´autospensione di Marco Staderini, potrebbero infatti indurre il centrodestra a pretendere che il cda rinnovato possa contare su una maggioranza forte, a prova di eventuali nuove tentazioni di ribaltone. Sia che Staderini resti infine al suo posto, sia che, personalmente imbarazzato per l´intera vicenda, all´ultimo momento decida di togliere il disturbo. Zanda e Donzelli ieri sera erano stati convocati da Pier Ferdinando Casini a Montecitorio in quanto "consiglieri di amministrazione della Rai". Il presidente della Camera, come aveva già fatto il collega del Senato Pera, li ha formalmente invitati a un ripensamento. Ma, "pur ringraziando il presidente della Camera Casini per quanto lui fatto per il pluralismo della Rai", hanno laconicamente spiegato uscendo da Montecitorio, i due consiglieri sono stati irremovibili. "Con rammarico" - spiega la nota della Camera - Zanda e Donzelli hanno confermato le loro dimissioni "ritenendo che gli atti posti in essere in queste ore dal presidente della Rai Baldassarre, dal consigliere Albertoni e dal direttore generale Saccà "costituiscano la più chiara conferma dell´impossibilità di ogni condivisione di responsabilità". Qualche ora prima, i resti del cda erano tornati a riunirsi, discutendo del piano di produzione della Fiction, senza tuttavia procedere a nuove nomine. Pareva un gesto di cautela, in attesa degli annunciati pronunciamenti giuridici di Pera e Casini. Poi, in serata, con le dichiarazioni di Baldassarre la situazione era ulteriormente precipitata.



Rai, dimissioni confermate
Aldo Fontanarosa su
la Repubblica

ROMA - Sono ormai le 21 quando Luigi Zanda e Carmine Donzelli lasciano la Camera dei deputati. Le loro dimissioni dal consiglio Rai sono definitive, certe. L´Ulivo si chiama fuori dalla gestione della tv di Stato, senza ripensamenti. Il presidente della Camera Casini riceve Donzelli e Zanda a denti stretti, costretto dalle pressioni di Berlusconi, Fini e Bossi che si oppongono all´azzeramento del vertice Rai. Convinto in cuor suo che la tv di Stato meriterebbe un vertice tutto nuovo, convinto che Zanda e Donzelli abbiano ragioni da vendere nell´andar via, Casini ha comunque chiesto loro di ritirare le dimissioni, pur di non rompere con gli altri capi del Polo. "Se restate, il pluralismo ne guadagnerà, la vostra presenza è una garanzia democratica e istituzionale" ha detto.
Ma Zanda e Donzelli non hanno ceduto, in sintonia peraltro con l´intero centrosinistra. Per noi, hanno risposto, è ormai impossibile convivere con gli uomini del Polo in Rai: con il direttore generale Saccà e il presidente Badassarre. Uomini che non hanno esitato giovedì a fare 14 nomine nonostante Donzelli e Zanda avessero annunciato le dimissioni; e nonostante un terzo consigliere (il cattolico Staderini) si fosse sospeso dai lavori del consiglio di amministrazione.
Anche Casini è convinto che le nomine di giovedì siano illegittime, perché votate da 2 soli consiglieri Rai (da Albertoni e da Baldassarre, che è anche presidente), in assenza degli altri tre. Zanda e Dozelli, d´altra parte, erano ancora in carica giovedì, giorno delle nomine, perché i presidenti delle Camere non ne avevano ancora accettato le dimissioni.

Raccontano di un Casini furioso con Baldassarre (criticato ieri anche da Gentiloni e Lauria della Margherita). L´effetto di tanta rabbia, stamattina, potrebbero essere le dimissioni di Staderini, il consigliere della tv di Stato più vicino al presidente della Camera. Staderini, sul piano personale, si è esposto moltissimo: nei giorni scorsi, ha definito "chiusa" la sua esperienza a Viale Mazzini, ha criticato Baldassarre e Saccà, la qualità dei programmi e la gestione economica dell´azienda. Sembra difficile che possa ritornare nel consiglio della Rai, da cui si è sospeso, come se niente fosse. E´ anche vero che le sue dimissioni, di questi tempi, non sono più un atto personale, sono un atto politico.
Dimettersi significa sancire la spaccatura tra Casini, da una parte; Berlusconi, Fini e Bossi dall´altra. Una spaccatura che ha aleggiato sul vertice di maggioranza di Palazzo Grazioli, dove l´Udc di Follini si è trovato nell´angolo, unica forza del Polo a volere la crisi in Rai. Ipotesi esclusa, almeno per ora.


   27 novembre 2002