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L'Italia flagellata dal maltempo
Redazione de
la Repubblica

MILANO
Nel capoluogo lombardo il traffico è andato in tilt. Viali e scantinati sono stati allagati e alcuni svincoli per l'autostrada sono stati chiusi. Bloccata anche la fermata Zara, capolinea della linea 3 della metropolitana. Olona, Seveso e Lambro, i tre corsi d'acqua che attraversano Milano, sono usciti dagli argini allagando scantinati e bloccando strade. La situazione più critica resta quella a nord del capoluogo, soprattutto nel quartiere di Niguarda. Bloccate in alcuni punti le arterie di scorrimento veloce del traffico come i viali Fulvio Testi, Sarca e Arbe. E' stato chiuso il ponte di via Ornato (nei pressi di via Aldo Moro) che corre sopra il Seveso. Nel quartiere di Greco Turro i bambini della scuola materna di via Pallanza, invasa dall'acqua, sono stati trasferiti al primo piano su consiglio dei vigili del fuoco. Stesso problema per gli abitanti al piano terra delle palazzine di via Camaldoli: si teme l'innalzamento del Lambro che ha già invaso l'omonimo parco all'interno del quale ha sede la comunità Exodus di don Mazzi. Le strade che portano al quartiere Isola, nel centro direzionale, stanno per essere chiuse, e i tecnici stanno valutando le conseguenze di una infiltrazione che si è verificata nella vicina stazione Garibaldi della linea 2 della metropolitana.
GENOVA Situazione difficilissima a Genova, dove il Comune ha ribadito l'invito ai cittadini a rimanere in casa. L'amministrazione ha ordinato la chiusura dell'accesso al centro città da Levante e della viabilità in Valbisagno. Il pericolo più consistente è quello dell'esondazione del torrente Bisagno. I vigili urbani hanno chiuso al traffico i ponti che lo attraversano, una parte di argine in via Piacenza è crollata sotto la spinta delle acque. Nel frattempo sono state evacuate alcune case in Vallescrivia, Valbisagno, e in Valle Fontanabuona, mentre tecnici della provincia hanno consigliato lo sgombero di due case a Sant' Olcese. Altre frane si sono verificate a Mezzanego, in Valle Sturla, e sul bacino dell' Entella, e altre sono in atto a Molino Vecchio in Valbrevenna. A Savignone invece è stato divelto dall' acqua il ponte sul fiume Brevenna e le case della zona sono isolate per l' impossibilità di accesso veicolare. Nella tarda mattinata si è tenuto un vertice in prefettura tra tutti i rappresentanti delle forze dell'ordine e degli enti locali. "La situazione è per ora sotto controllo e non ci sono situazioni di immediato pericolo per la popolazione. Comunque il monitoragio dei fiumi Bisagno a Genova e Entella tra Chiavari e Lavagna è continuo" spiega il vice prefetto Nicoletta.



Operai contro la Fiat in corteo a Roma
Redazione de
la Repubblica

ROMA
- Slogan, fischietti, striscioni: partito da piazza Esedra il corteo dei metalmeccanici che protestano contro il piano della Fiat ha invaso piazza Navona dove è allestito il palco per i discorsi dei sindacalisti. Secondo gli organizzatori sono almeno ventimila le tute blu che sono sfilati per il centro di Roma, con un'adesione allo sciopero che sfiora il 90 per cento.
I lavoratori hanno appreso sui treni del rinvio di una decina di giorni dell'avvio delle procedure di cassa integrazione, un primo passo avanti in una trattativa che si annuncia difficilissima. E che la situazione sia tesa lo testimoniano anche i fischi che hanno accolto il segretario della Cisl Savino Pezzotta. Ma il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani lancia un appello: "Questa è una battaglia che si vince uniti. La Fiat è stata costretta a rimangiarsi una propria decisione".
Lungo e colorato il corteo. Dietro allo striscione "Termini Imerese non si tocca" si è piazzata la forte rappresentanza siciliana del corteo tra bandiere rosse, coccarde di Cigl, Cisl e Uil, oltre che dell'Ugl e dei partiti. A dimostrare come questo stabilimento sia ormai diventato il 'simbolo' di una battaglia per l'occupazione e il Mezzogiorno, che al di là delle implicazioni è qualcosa di più nell'immaginario e nelle scelte concrete del movimento sindacale. "Se perdessimo questa battaglia - dice Carmelo, che a Roma è venuto con moglie e figlio di 16 anni - avremmo chiuso una speranza per la Sicilia". Poco dopo Epifani tornerà sull'argomento: "C'è un rischio di declino del Paese che va arrestato. La vostra lotta è il simbolo della lotta generale".
Molti i politici che sono sfilati con le tute blu. Alla testa del corteo insieme ai dirigenti di Fiom, Fim e Uilm c'erano l'ex ministro del Lavoro Cesare Salvi, Franco Giordano di Rifondazione comunista e Marco Rizzo dei Comunisti italiani oltre ad Antonio Bassolino, in piazza con il gonfalone della Campania, Massimo D'Alema e Piero Fassino.
L'attenzione adesso è tutta per le trattative. "Si è aperto uno spiraglio" dice il segretario della Cisl Savino Pezzotta. Mentre al governo si rivolge il leader della Cgil Epifani: "Ora il governo smetta di fare il notaio - chiede il segretario del più grande sindacato italiano - il significato della manifestazione odierna è quello di dare forza alle nostre posizioni, che non sono solo la sospensione della cigs, ma anche di cambiare il piano".
"E' un fatto positivo che si siano state sospese le procedure della cassa integrazione e si sia avviato un negoziato vero, ora però bisogna passare ai contenuti", ha detto invece il segretario dei Ds Piero Fassino.
Oggi alle 16.30 Epifani, Pezzotta e Angeletti si incontreranno con i leader metalmeccanici, Rinaldini, Caprioli e Regazzi sulla crisi della Fiat. Un incontro in vista del faccia a faccia con il governo e l'azienda che si terrà domani mattina al ministero delle Attività Produttive.


Un plauso a Nanni Moretti
Emanuele Macaluso su
il Riformista

Un plauso a Nanni Moretti, che ha dato una lezione di comportamento politico a tanti politici consumati (in senso letterale). Il regista ha affermato che, dopo aver votato Pci, ha sostenuto Pds e Ds, pur dissentendo. E che dissenso! Da leader dei girotondisti, ha ripetuto che non costituirà mai un partitino da 1%, come hanno fatto Cossutta, Di Pietro, Mastella, Pecoraro Scanio e altri. Un'immagine devastante.
A piazza Navona ha sostenuto che con questi dirigenti l'Ulivo non vincerà mai. Una provocazione, ma era ed è suo diritto farla. Chi doveva replicare invece è scappato da quella piazza. Fa uso del suo carisma? Ipocrisie.
Cosa fanno scrittori, pittori, cantanti, giornalisti che firmano appelli? Poi, c'è chi ha addirittura usato il carisma giudiziario per candidarsi.
Bravo Nanni: non condividiamo molte delle cose che va dicendo, ma è contro lo sminuzzamento del centrosinistra. Oggi è una scelta decisiva.


Il debito italiano nel mirino dell'Ue
Romano Dapas su
Il Messaggero

BRUXELLES- Silvio Berlusconi si è sbagliato. A quanto pare, non ci sarà nessun incontro, nei prossimi giorni, tra i ministri finanziari di Francia, Germania e Italia per rivedere le regole di Maastricht. L'annuncio che il presidente del Consiglio aveva dato, venerdì scorso dopo un colloquio col premier Jean-Pierre Raffarin nella capitale francese, è stato smentito ieri dai portavoce dei dicasteri economici di Parigi e di Berlino. "Non abbiamo alcuna informazione in merito, certo le agende cambiano di continuo, ma per ora non è in programma alcun incontro con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti" ha dichiarato il portavoce del titolare delle Finanze francesi, Francis Mer. Dal caso suo, il portavoce del Finanzminister, Hans Eichel, ha precisato "di non essere al corrente di alcun vertice a tre" ed ha aggiunto che "dal punto di vista della Germania non c'è alcun bisogno di una riunione di questo tipo". Naturalmente, lo scenario potrebbe essere diverso quando, lunedì della prossima settimana, Tremonti, Mer e Eichel saranno a Bruxelles per partecipare all'"eurogruppo" e il giorno successivo all'Ecofin. Ma nell'attesa, è chiaro che i governi di Parigi e di Bonn non vogliono impegnarsi in un'operazione che suona come un atto di sfiducia, se non addirittura di ostilità, nei confronti della Commissione europea e di quei partner che, al prezzo di non pochi sacrifici, hanno già rimesso ordine nei loro conti pubblici. Il monito di José-Maria Aznar ("Ammorbidire il Patto di stabilità screditerebbe l'Europa") non puo'essere preso sottogamba dai paesi che ancora qualche anno fa erano i paladini del rigore di bilancio.
Che il Cavaliere e Tremonti abbiano meno scrupoli di Schroeder e di Chirac è legittimo e comprensibile. E che abbiano anche fretta di trovare degli alleati importanti con cui stringere il "patto di sangue" auspicato dal ministro Gianni Alemanno, lo si deduce dalle proposte che la Commissione di Romano Prodi sta per mettere sul tavolo per "blindare" il Patto di stabilità e di crescita. Dalle indiscrezioni pubblicate dal "Financial Times", l'eurocommissario Pedro Solbes intenderebbe chiedere sanzioni anche per i paesi con alto debito pubblico. Non sembra che le cose stiano proprio così. Anche se, in linea generale, "il mancato raggiungimento del ritmo atteso per la riduzione del debito da parte di un paese con debito elevato" potrebbe far scattare una procedura disciplinare, il documento, che sarà approvato domani dall'Esecutivo Ue, sottolinea che per la valutazione concreta "occorrerà esaminare tutte le componenti che regolano la dinamica del debito, visto che il ritmo della sua diminuzione dipende per alcun versi dalle politiche dei governi, mentre per altri esula dall'immediato controllo dei governi stessi". A nessuno sfugge, tuttavia, che Bruxelles, quando insiste sulla necessità di "chiarire l'interpretazione del criterio sul debito", punta in realtà su nuovi strumenti per mettere l'Italia con le spalle al muro sul nodo del debito. "Italia e Grecia- scrive Solbes- sono i paesi che costituiscono le maggiori fonti di preoccupazione, perché i loro livelli di debito sono ben al di sopra il 100 % del Pil e negli ultimi anni hanno compiuto progressi molto modesti per ridurli verso il valore di riferimento del 60 %".


Cercasi ragioniere per il ministro Tremonti
Nicola Rossi su
l'Unità

Compito primo di un buon fiscalista è quello di cercare, nelle pieghe della legge, la norma o le norme più adatte al cliente di turno e più efficaci nel minimizzarne il carico fiscale. E di giustificarne poi l'utilizzo con dovizia di argomenti giuridici ma non solo. Per quanto passato ad altro e più importante incarico, Giulio Tremonti non ha cessato di vestire i panni del buon fiscalista. E lo fa, bisogna riconoscerlo, con l'abilità che gli è propria.
Ed eccolo quindi (in una recente intervista a La Stampa del 16 novembre scorso) scomodare Sorel e Colbert per giustificare il fatto che il suo Governo nulla ha privatizzato in questi 18 mesi e nulla intende privatizzare. Forse sarebbe stato più appropriato citare Giovanni Verga e la sua "roba". Ed eccolo, nella stessa intervista, servirsi del greco e del tedesco per avanzare l'ipotesi di un neoprotezionismo europeo e, per questa via, raccogliere le istanze più conservatrici e difensive della sua maggioranza. E, poche righe dopo, per tentare di fare propria l'eredità del New deal roosveltiano e, con essa, il lasciapassare per quella nuova stagione di "deficit spending" cui il centrodestra italiano guarda con rapita nostalgia.
Naturalmente, anche per riparare ai guasti degli ultimi 18 mesi di gestione dell'economia, il Paese avrebbe bisogno di ben altro. Privatizzare, dopo aver liberalizzato, anche per riportare in discesa un debito pubblico che accenna pericolosamente a risalire. Sostenere il sistema produttivo italiano per consentirgli di competere nelle fasce di produzione a più elevato valore aggiunto e con concorrenti che già oggi sono, in buona misura, europei e che ancor di più lo saranno domani. Intervenire nel settore della ricerca e dell'innovazione per evitare che il Paese perda in campo internazionale altre posizioni (oltre alle 13 già perse nell'ultimo anno).

Nel frattempo l'economia italiana avrebbe bisogno di essere governata. Con un occhio ai conti ed uno ai nostri concorrenti sul piano internazionale. Avrebbe bisogno di meno voli pindarici e di meno fughe in avanti. Avrebbe bisogno di una visione ambiziosa mista ad un po' di sana concretezza. Il presidente del Consiglio dovrebbe permettere al professor Tremonti di assecondare la sua natura e, se proprio non è disponibile un valente econometrico, servirsi almeno di un buon ragioniere. Intanto, la sinistra che lo aveva dipinto come il ministro ultraliberista dovrebbe seriamente porsi qualche domanda. E la sinistra da sempre affezionata alla proprietà pubblica anche lì dove non è necessaria (l'auto, ad esempio?), ai protezionismi dei Paesi sviluppati pagati dai Paesi meno sviluppati, alla spesa pubblica in disavanzo che si traduce prima o poi in maggiori imposte sui lavoratori dipendenti, dovrebbe riflettere con attenzione su se stessa. Sbaglia il professor Tremonti a pensare che "la sinistra è rimasta alle prese con i suoi scheletri". La sinistra - sarebbe più giusto dire "quella sinistra" - se lo è, è prigioniera degli scheletri degli anni Settanta e soprattutto degli anni Ottanta. Di un modello di sviluppo che non si poteva né doveva condividere o accettare e che, semmai, si sarebbe dovuto combattere con maggior vigore. Scheletri che tanto devono alla intelligenza del professor Tremonti.


I conti in tasca alla devolution
Sergio Rizzo sul
Corriere della Sera

ROMA - Il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia dice che sarà la riforma delle tre E: "Efficacia, Efficienza, Economicità dei servizi". Il suo collega dell'Economia Giulio Tremonti assicura che la devolution sarà a "costo zero". Ma è una tesi che non convince proprio tutti. I costi del federalismo sono ancora incerti e piuttosto oscuri. L'Isae, istituto pubblico presieduto da Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa ha stimato, per esempio, in 92 miliardi di euro l'anno le risorse aggiuntive da assegnare alle Regioni in conseguenza della riforma dell'Ulivo e della devoluzione dei poteri. Senza tuttavia poter dire se le risorse utilizzate dall'amministrazione centrale diminuiranno di un importo corrispondente. "Dipende da come la riforma sarà attuata", sostiene l'ex ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini. "E' chiaro - aggiunge - che a fronte di nuove competenze le Regioni dovranno avere risorse adeguate. Ma è pure chiaro che a fronte di questo trasferimento si dovrebbero svuotare le amministrazioni centrali". Anche se ciò non è ancora successo. Bassanini porta questo esempio: "Le Regioni hanno competenza in materia forestale. Tuttavia esistono ancora il Corpo forestale dello Stato e il ministero, che pure era stato abolito per referendum".
SOLDI ALLE REGIONI - La riforma che porta le firme del premier Silvio Berlusconi e dei ministri per le Riforme Umberto Bossi e degli Affari regionali La Loggia prevede il trasferimento alle Regioni di competenze esclusive in materia di istruzione, sanità e polizia. Una simulazione recentemente pubblicata dalla Confindustria calcola in oltre 41,2 miliardi di euro le "necessità finanziarie aggiuntive" per le sole Regioni a statuto ordinario (escludendo quindi Sicilia, Sardegna, Val D'Aosta, Friuli - Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano), sulla base dei conti pubblici del 2001. Se queste stime sono attendibili, lo Stato dovrebbe trasferire 1.198 euro in più per ogni cittadino del Lazio, 1.000 euro per ogni campano, 1.014 per ogni calabrese e "appena" 660 per ogni lombardo. Anche in questo caso, senza poter dire se i soldi spesi "centralmente" si ridurranno in modo corrispondente.

LE TRAPPOLE DEL FEDERALISMO - Per prima cosa Tanzi argomenta che i Paesi con strutture fiscali decentrate spesso non sono in grado di assicurare fonti di entrata sufficienti ed efficienti alle amministrazioni locali. Con il risultato di determinare un reticolo di regolamenti "quasi-fiscali" utilizzati come surrogati di vere e proprie imposte ma che risultano dannosi per il mercato. L'attuale sottosegretario all'Economia ipotizza inoltre che "il decentramento possa far aumentare la corruzione". La ragione? "Le istituzioni locali sono meno preparate di quelle nazionali. Quindi la loro capacità di controllare gli abusi dei pubblici funzionari è inferiore". Tanzi continua passando in rassegna le altre "trappole sulla strada del federalismo fiscale", come si intitola il documento: fra queste, la difficoltà di assegnare precise responsabilità di spesa a livello locale, e il problema di garantire risorse adeguate alle Regioni più povere con minor capacità di tassazione.


Scatta la "Cirami", sospeso il processo Imi-Sir
Silvano Rubino su
La Stampa

E alla fine arrivò il giorno dello stop. Per effetto della legge Cirami sul legittimo sospetto, il processo Imi-Sir/Lodo Mondadori è stato sospeso dal Tribunale, in attesa della decisione della Cassazione sullo spostamento da Milano a Brescia. Dopo trenta mesi e 15 giorni di udienza, il processo che ha portato sul banco degli imputati l´ex ministro Cesare Previti, accusato di corruzione in atti giudiziari insieme agli ex giudici romani Renato Squillante, Filippo Verde e Vittorio Metta e agli avvocati Attilio Pacifico e Giovanni Acampora, viene congelato, almeno sino al 30 gennaio. Soddisfatte le difese, che hanno visto accolta una loro richiesta. Tanto che lo stesso Previti, da Roma, parla di "delusione dei giustizialisti, nonché dei Soloni alleati alla Procura". Incassano un no accusa e parti civili, che invece avevano chiesto di proseguire, ritenendo che la Cirami non si applicasse ai processi in corso. Come si legge nelle due pagine di ordinanza, il collegio presieduto da Paolo Carfì ha invece ritenuto "applicabile la nuova disciplina anche nel presente dibattimento e ciò in considerazione del chiaro disposto della norma transitoria laddove si afferma che "la presente legge si applica anche ai processi in corso"". Ma non ci sarebbero voluti tre giorni per prendere la decisione se i giudici nella nuova legge non avessero riscontrato "non lievi imprecisioni nel linguaggio interpretativo usato" che pongono "seri dubbi interpretativi", in particolare laddove la Cirami stabilisce quando l´interruzione del processo diventa obbligatoria. E´ l´espressione "prima dello svolgimento delle conclusioni e della discussione" contenuta nel testo che, secondo i giudici, crea una situazione di "ambiguità normativa": nel processo Imi-Sir, infatti, le conclusioni sono già cominciate (con le arringhe del pm e delle parti civili). Per sciogliere i dubbi - scrivono i giudici - "appare indispensabile far riferimento alla volontà del legislatore". E tale volontà, "come chiaramente emersa nella relazione al disegno di legge e in genere in tutto il dibattito parlamentare che ha portato all´approvazione della legge, era nel senso di prevedere un meccanismo di sospensione obbligatoria, tale da impedire sia il passaggio del processo alla fase della discussione sia la prosecuzione di quest´ultima nel caso in cui, come nella specie avvenuto, la comunicazione della Cassazione pervenga quando una delle parti ha già formulato ed illustrato le proprie conclusioni". "Il presidente Carfì non ha fatto altro che applicare una precisa norma, restrittiva, quindi non interpretabile in altra maniera se non quella seguita", commenta a caldo Cesare Previti, che aggiunge però che "non basta la sofferta, quanto obbligata, applicazione della legge Cirami a restituire ai giudici dei processi milanesi quell´imparzialità di cui così autorevolmente si dubita".

I pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo escono senza fare commenti. Parlano, invece, i difensori degli imputati, visibilmente soddisfatti: "Anche se potremo dirci contenti solo quando il processo sarà trasferito a Brescia", dice Giorgio Perroni, legale di Cesare Previti. "In ogni caso - aggiunge - quello della sospensione era un provvedimento doveroso, che il Tribunale era tenuto ad emettere. La norma era molto chiara e non poteva essere fornita un´interpretazione diversa da quella letterale". L´avvocato dell´ex ministro, poi, non rinuncia a una nota polemica: "Quelli che parlano di legge salva-Previti solitamente hanno grande fiducia nella magistratura. Ebbene, alla fine sul trasferimento del processo deciderà proprio la magistratura, cioè la Corte di Cassazione". Per le parti civili parla Giuliano Pisapia, che nel processo rappresenta la Cir di Carlo De Benedetti: "Rispettiamo l´ordinanza, che è ben motivata giuridicamente, come del resto tutte le altre di questo tribunale. E´ stata data un´interpretazione della legge Cirami, che è evidentemente poco chiara. I giudici hanno dimostrato ancora una volta la loro imparzialità. Ora c´è da augurarsi che la Cassazione decida presto. Io non credo che deciderà per lo spostamento a Brescia, perché non ne esistono i presupposti".


Profumo di impunità
Antonio Padellaro su
l'Unità.

Uno strepitoso senatore Lino Jannuzzi, sbocconcellando un gigantesco sigaro, ha raccontato ieri sera a Giuliano Ferrara, a Luca Sofri e ai telespettatori della “7” che Silvio Berlusconi lo ha chiamato al telefono, rassicurandolo: "Lino non ti preoccupare che adesso riformo la giustizia". Jannuzzi che parlava da un balcone sospeso sull'Arco di Trionfo, in un effluvio di ironia, ostriche e champagne, si trova a Parigi per sfuggire all'arresto dei giudici napoletani che lo vogliono a Poggioreale, in esecuzione di condanne per diffamazione a mezzo stampa passate in giudicato. Nel rivelare le esatte parole dell'amico premier, il giornalista Jannuzzi ci ha regalato un altro dei suoi scoop, e una ragione di più per non vederlo in galera. Al culmine di un giornata trionfale per gli avvocati di Forza Italia, che hanno ottenuto la sospensione del processo Imi-Sir (legge Cirami) e l'audizione a porte chiuse (processo Dell'Utri per associazione mafiosa) del cliente preferito, la frase riferita da Jannuzzi è la ciliegina o, se si preferisce,la pietra tombale. Chi sperava in una riforma della giustizia concordata in Parlamento nell'interesse di tutti i cittadini, adesso sa con certezza che il presidente del Consiglio ha una sua precisa idea in proposito. Mentre Jannuzzi emetteva sbuffi aromatici nel cielo parigino, quel non ti preoccupare che adesso riformo la giustizia, sapeva di prepotenza, cosa nostra e impunità.


Detto fatto
Roberta Carlini su
il Manifesto

Tutto si è svolto secondo copione. Il finale era annunciato - ma questo non lo rende meno pesante. Ieri in un'aula di tribunale l'onorevole Cesare Previti e i suoi coimputati hanno beneficiato di una legge scritta su misura per loro. Una legge votata in un'aula parlamentare trasformata in un campo di battaglia dai compagni di partito e dagli avvocati dello stesso Previti. Una legge voluta dal capo del governo che secondo un ex suo ministro della giustizia è ricattato dallo stesso Previti (del quale è peraltro coimputato in altro processo che forse sarà sospeso a giorni). Una legge firmata dal presidente della repubblica in cambio dell'inserimento di qualche virgola e congiunzione che con tutta evidenza non hanno impedito che essa restasse quello che era fin dall'inizio: un marchingegno programmato per far saltare i processi di Milano a danno di Berlusconi e Previti. La prima fase è scattata ieri, l'ultimo atto spetterà alla Cassazione: un attore che difficilmente non rispetta il copione. Se qualcuno ha ancora dubbi sul fatto che la legge 248 del 2002 (la "Cirami") sia stata scritta con un obiettivo preciso, legga l'ordinanza con la quale il presidente Carfì ha deciso la sospensione del processo in attesa delle decisione della Cassazione sulla rimessione. Sospendo questo processo - dice in sostanza il giudice - perché così è scritto chiaramente nella legge; anzi, è scritto e ripetuto, in modo persino "pleonastico". Certo, quella legge è stata scritta con fretta e con furia; ma strafalcioni e incongruenze varie - che la penna dei giudici di Milano non manca di sottolineare - non inficiano la chiara volontà della Cirami: a questa volontà il tribunale di Milano si è adeguato ieri.

Mentre questo film scorreva al processo, il parlamento si adoperava per cambiare le regole: bastoni tra le ruote alle rogatorie internazionali, cancellazione del reato di falso in bilancio, nuove regole sulla rimessione. Altro che conflitto di interessi: strategia difensiva e politica legislativa hanno marciato a pieni motori e con totale armonia. L'uso privato delle istituzioni è stato totale e sfacciato, fino al clou di ieri. Adesso che giustizia (per Previti) è fatta, si torna a parlare dei mali della giustizia, delle grandi riforme da fare. Una discussione sacrosanta. Ma oscena, nel parlamento dei cirami.


Udienza a porte chiuse a Palazzo Chigi
Giovanni Bianconi sul
Corriere della Sera

ROMA - Udienza a porte chiuse per una deposizione senza contenuto. E' quello che accadrà oggi pomeriggio alle 16 a Palazzo Chigi, se il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non deciderà all'ultimo momento di disattendere il suggerimento dei suoi avvocati: non rispondere alle domande dei giudici di Palermo che stanno processando il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri per il reato di concorso in associazione mafiosa. Ipotesi improbabile. Talmente improbabile che i legali del premier avevano prospettato al tribunale la soluzione adottata a Milano per il processo Lodo Mondadori: una lettera con la quale si anticipava la volontà del testimone ex-indagato di avvalersi della facoltà di tacere che avrebbe risparmiato un'inutile trasferta. Il tribunale ha risposto che per rispetto delle forme processuali è comunque opportuno che Berlusconi compaia davanti ai giudici, seppure per manifestare la volontà di non rispondere. Dunque oggi l'udienza del processo Dell'Utri si svolgerà nella sede del governo e il copione predisposto dai difensori del presidente del Consiglio prevede che duri molto poco. Il tempo di verbalizzare le generalità di Berlusconi e fargli pronunciare la frase di rito. Prima di incontrare i giudici il premier vedrà gli avvocati Niccolò Ghedini e Filippo Dinacci, che l'assistono in questa vicenda. E Ghedini, che è pure deputato di Forza Italia, ribadisce: "Si tratterebbe di una testimonianza inutile. E' assurdo ripetersi su una situazione già cristallizzata e chiara. C'è una consulenza alta mezzo metro sulla vicenda...".

Le domande preparate dai pm non si limitano alle holding, ma riguardano anche i rapporti tra lo stesso Berlusconi, Dell'Utri e personaggi che vanno dal presunto boss mafioso Vittorio Mangano al finanziere Filippo Alberto Rapisarda, al coimputato di Dell'Utri Gaetano Cinà. E, ancora, la vicenda della Loggia P2 e alle dichiarazioni rese dal premier nel 1981 e 1982; le minacce di rapimento nei suoi confronti; gli attentati ai magazzini Standa in Sicilia, che secondo alcuni pentiti di mafia erano legati a mancati pagamenti a Cosa Nostra; i presunti rapporti col movimento politico "Sicilia Libera", sponsorizzato da alcuni esponenti delle cosche all'inizio degli anni Novanta.
A quel che accadrà oggi a Palazzo Chigi, in ogni caso, non potranno assistere i giornalisti. Il tribunale ha deciso di applicare l'articolo 472 del Codice di procedura penale che disciplina le udienze a porte chiuse, invocando non meglio precisati "motivi di sicurezza" e revocando una precedente ordinanza nella quale aveva consentito l'accesso alle televisioni autorizzate a riprendere lo svolgimento del processo. Televisioni Mediaset, peraltro. Contro questa scelta protesta il segretario della Federazione nazionale della stampa Paolo Serventi Longhi, che definisce "incomprensibili e a dir poco speciosa" la motivazione addotta dal tribunale, "inaccettabile per chi ha a cuore il diritto dei cittadini a essere informati".


   26 novembre 2002