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L'autonomia piace, ma sotto il controllo dello Stato
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera

Il tema del federalismo e la proposta di devolution costituiscono - lo si vede dai toni del dibattito in corso - elementi di imbarazzo per il governo. Anche perché sulla questione si rilevano orientamenti contraddittori da parte di soggetti tutti assai rilevanti per le forze della maggioranza. Da un verso c'è la gran parte dell'elettorato, nettamente schierata a favore di qualunque forma di decentramento dei poteri - e, di conseguenza, di risorse finanziarie e/o di autonomia impositiva - alle Regioni e agli altri enti locali. Lo stato dell'opinione pubblica è per certi versi simile a quello rilevato a suo tempo rispetto all'Unione Europea. L'assenza o quasi di un esplicito confronto critico sulla questione e, anzi, la generale proposizione, talvolta retorica, da parte di tutti i partiti, del federalismo (come, a suo tempo, dell'UE) come "buono" e "necessario", ha portato anche gli elettori ad assumerlo come tale, con limitatissime aree di dubbio o di discussione.
Nei sondaggi le domande sono necessariamente semplici, tali da semplificare molto (talvolta troppo) i temi proposti, ma l'atteggiamento di fondo è indubbio. Il consenso al federalismo è più accentuato tra gli elettori del centrodestra (nella Lega, ma anche, molto, in Forza Italia) e tra gli abitanti del Nord, in particolare del Nordest. Ma è maggioritario ovunque, anche tra le altre categorie politiche e territoriali. E', insomma, "trasversale". Tanto che, al quesito su una eventuale estensione dei poteri delle Regioni, la maggioranza assoluta, a destra come a sinistra, si pronuncia favorevolmente, anche se per buona parte richiede l'assunzione di un qualche ruolo di "coordinamento e controllo" da parte dello Stato centrale.
All'opinione della popolazione fa eco quella di molti governatori delle Regioni. Per costoro l'elezione diretta ha significato la necessità di "soddisfare" più che possibile il proprio elettorato, specie in vista delle elezioni, sempre meno lontane. Per questo rivendicano più poteri e, specialmente molte risorse finanziarie.
Le quali costituiscono però uno dei fattori frenanti per il Governo a incamminarsi davvero sulla strada della devolution. Quest'ultima rischia infatti, secondo molti economisti, anche vicini all'esecutivo, di comportare un incremento notevole della spesa pubblica, proprio nel momento in cui la congiuntura economica e la necessità di realizzare le promesse fatte in campagna elettorale (in primo luogo una vera diminuzione della pressione fiscale) imporrebbero l'opposto.

Berlusconi si trova dunque tra due spinte contrapposte: l'opinione pubblica - cui ha sempre molto tenuto - e i governatori che in larga misura ha contribuito a far eleggere - da un verso e il ripensamento, per certi versi da lui stesso condiviso, nei confronti dell'entusiasmo federalista e "localista" degli anni '90, nonché, specialmente, le severe esigenze di bilancio dettate dalla situazione odierna. Un dilemma molto difficile da risolvere. A meno che, come prevede Cacciari, anche stavolta non finisca tutto "a tarallucci e vino".


Povera Italia, federalista per forza
Editoriale su
il Riformista

La difesa più intelligente della devolution l'ha fatta il Foglio. Un articolo della Costituzione – ha scritto – non cambia la realtà dei fatti. E allora perché si infilano quelle undici righe d'urgenza nel mezzo di una sessione di bilancio, e si scatena l'usuale ostruzionismo dell'opposizione, e la si provoca a un referendum abrogativo? Perché si mandano su tutte le furie Confindustria e sindacato, come se non bastassero i guai della Finanziaria? Perché si spinge il Paese a mimare l'ennesimo scontro di civiltà, tra Pisacane e Braveheart?
Noi invece prendiamo Bossi sul serio. Non perché sia una persona seria, ma perché nuota in una grande corrente. Alla fine della seconda guerra mondiale c'erano solo 74 Stati sulla faccia della Terra. In poco più di cinquant'anni sono diventati 192. La globalizzazione dei mercati e la liberalizzazione dei commerci rendono possibile la frammentazione. Gli Stati nazionali erano nati per allargare i mercati domestici. Oggi non è più indispensabile, perchè c'è un mercato unico continentale e un mercato integrato globale. Regionalismi e separatismi sono figli del "free market". Oseremmo dire che la fine dello stato-nazione ne è l'utopia finale. Perciò non ci convince la devolution all'italiana. Perché da noi è figlia di forze "local", anti-mercato e anti-europee. Quando Tremonti parla di neo-protezionismo, a quale territorio pensa di applicare la sua ricetta? Immagina un protezionismo lombardo, una Fiat "made in Sicilia"? O "meno Europa" o "meno Nazione". Tutte e due gli slogan insieme sono una miscela esplosiva.
La seconda obiezione è basata sulla prima legge del riformismo: fare solo le riforme che servono. Del federalismo frettolosamente approvato dal centrosinistra prima delle elezioni, e della devolution frettolosamente partorita dal centrodestra prima del voto sulla Finanziaria, non vediamo i vantaggi. Prendiamo la sanità: il conflitto Stato-Regioni rischia di rendere ingovernabili i conti pubblici. Abbiamo già il più alto numero di insegnanti e di bidelli per alunno (senza avere la migliore scuola): scommettete che il primo atto della nuova "scuola regionale" sarà un bel pacchetto di assunzioni? Immaginate il reclutamento della polizia locale gestito da ras e portaborse locali. Oppure la proliferazione dei libri di testo che finiranno nei già massicci zainetti dei nostri figli, quando dovranno studiare pure "programmi di interesse specifico di una regione". Di tutto il gran parlare che si fa di fisco federale, gli imprenditori hanno capito il succo: più tasse, più tributi, più burocrazia. Alla nomenklatura politica romana ne stiamo aggiungendo un'altra, vorace e ambiziosa.
Terza obiezione. Perché un governo così federalista da mettere la devolution nella Costituzione sta contemporaneamente producendo una legislazione centralista? Per fare le infrastrutture – secondo noi a ragione – si tolgono poteri alle autonomie locali. La riforma Moratti va nello stesso senso. I tre ministri leghisti hanno appena approvato il decreto Gasparri, che invade le competenze regionali in materia di onde elettromagnetiche, provocando un ricorso alla Consulta di Formigoni e uno scambio di insulti tra il ministro e il governatore. Non sarebbe meglio lasciare le antenne ai lombardi e la scuola agli italiani?
La verità è che Umberto Bossi è il caso più straordinario di bluff politico riuscito. Riuscì a spaventare perfino l'Ulivo, che aprì la strada a questo pasticcio con la pasticciata riforma del titolo V della Costituzione (già bisognosa di riparazioni). Ora, al minimo della influenza elettorale e del peso politico, Bossi sta per strappare addirittura la devolution. Nessuno ha il coraggio di mandarlo al diavolo.



Rai, Baldassarre e Albertoni non si arrendono
Maria Grazia Bruzzone su
La Stampa

Antonio Baldassarre e Ettore Albertoni vanno avanti. In due. Ma il loro "accanimento terapeutico", ispirato politicamente e attuato proprio mentre i presidenti delle Camere sono sul punto di incontrarsi per dipanare il nodo Rai, sembra la spia di un braccio di ferro che non riguarda più questo cda, ormai politicamente morto dopo le dichiarazioni di "uscita" di Marco Staderini, ma quello successivo. Incuranti della bufera che investe la tv pubblica, della "preoccupazione istituzionale" manifestata da Pera e Casini, indifferenti al "rammarico per i cavilli giuridici e le astuzie personali" espresso dal presidente del Senato già la settimana scorsa, dopo la riunione del cda che aveva addirittura proceduto a una raffica di nomine, il presidente della Rai e il consigliere leghista annunciano che domani il consiglio si riunirà come previsto. Non solo. Approverà un documento di indirizzo sui valori e i punti di riferimento culturale dell´azienda, in sostanza il "progetto culturale" che proprio il consigliere centrista Marco Staderini, autospeso ma ormai praticamente fuori dal consiglio, aveva invocato e richiesto. Ironia della sorte o provocazione? Pera e Casini proprio oggi dovrebbero vedersi o sentirsi, visto che alla Camera hanno concluso "l´approfondimento giuridico" utile a rispondere alle richieste di chiarimento di Staderini e soprattutto del presidente della commissione di Vigilanza Petruccioli, entrambi interessati a capire le conseguenze delle dimissioni di un terzo consigliere. Ed i presidenti potrebbero giudicare irriguardosa una mossa che di fatto li scavalca entrambi, soprattutto Pera che si era esposto di più. Baldassarre, invero, si è limitato ad annunciare l´approvazione "in settimana" del documento di indirizzo, in margine a un convegno su "I luoghi della spiritualità", in cui si è diffuso sulla "sfida di trasformare la Rai in una tv capace di comunicare valori, che potrebbe anche avere successo", ha spiegato citando l´immancabile Karl Popper e facendo l´esempio dello sceneggiato su papa Giovanni. Albertoni è stato molto più esplicito. Ha affermato con sicurezza che, anche se si dimette Staderini, "il cda non decade", che "non sono Pera e Casini a dover rispondere a quesiti" sulle conseguenze di questo gesto perchè "a loro spetta solo il potere di nomina", e ha aggiunto di aspettarsi anzi che "provvedano presto, come prevede la legge, alle due o tre nomine sostitutive".

In realtà tutto questo traccheggiamento di lettere, chiarimenti, rinvii, sarebbe ormai dettato dall´intenzione di azzerare il cda residuo solo quando si sia trovata una soluzione per quello nuovo, evitando "crisi al buio" come auspicherebbe Berlusconi. Il quale a questo vertice Rai, non voluto da lui, non è mai stato affezionato, ma manda avanti (con Fini e Bossi) i consiglieri kamikaze in un braccio di ferro con Casini. Far quadrare il nuovo cerchio è ancor più difficile di nove mesi fa. Con i presidenti delle Camere che puntano alla qualità e non possono più sbagliare, Berlusconi che vuole ottenere un risultato positivo dalla vicenda ma non può permettersi di far inalberare Bossi e neppure Fini (che più di un presidente, cosa potrebbe ottenere?). Meglio far arrabbiare Casini. Così i tempi paiono allungarsi.


Austria: la resa dei conti
Paolo Rumiz su
la Repubblica

VIENNA
- Ha vinto di nuovo il Paese profondo, l'anima cattolica della provincia subalpina, il piccolo imprenditore, la borghesia, i contadini. Ha vinto su tutto. Su Haider, per cominciare, sull'anima liberal-populista e xenofoba, ridotta a quasi un terzo della sua consistenza in parlamento. Ha vinto sui socialisti, che parevano testa a testa nelle proiezioni fatte alla vigilia. Ha vinto sui sondaggi, che come altrove non hanno catturato il borbottio dello stomaco del Paese. Ha vinto su Vienna rossa, sulla capitale imperiale, sulla metropoli che resta oggi l'unica isola solidamente socialdemocratica del Paese. Vienna come Berlino e Roma, Monaco o Parigi.
Città 'rosse', vetrine dell'alternativa possibile, ma anche illusioni ottiche per chi da lì tenta di capire gli eventi. Basta parlare con la gente dopo il voto, un voto massiccio, quasi plebiscitario, che da destra a sinistra ha mobilitato l'Austria come mai dal 1945. Basta sentire Luise Figlmueller, piccola imprenditrice dell'Hinterland viennese. Capire che "ha vinto la paura del cambiamento in un paese aggrappato alle conquiste sociali del suo solido welfare, ma anche impensierito dal vetero-egualitarismo dei social-democratici, sentiti incapaci di dare all'economia la spinta necessaria per restare in Europa e reggere allo choc dell'allargamento a Est". Basta cercare tra i contadini della Bassa Austria, impensieriti dai contraccolpi di un possibile cambiamento, determinati ad appoggiare la continuità, dunque il cancelliere Schuessel, baluardo contro i "comunisti", ma anche contro le pretese del babau populista Haider.
Che choc, per gli uomini dell'onda bruna che tre anni fa sfondò fin quasi al 27% dei suffragi, diventando per un breve momento il primo partito austriaco, e oggi ridotti a posizione subalterna, senza forza contrattuale. Pare la Lega nella coabitazione con Berlusconi, incapace di reggere al ruolo di governo, ma ormai troppo debole per tornare alla trincea dell'opposizione. "Eine schwere niederlage", una batosta durissima, dicono al quartier generale del partito senza nascondersi dietro le parole. Herbert Haupt, l'ex ministro degli Affari sociali mandato in lizza all'ultimo momento dopo il ritiro di Haider dalle scene, ha il faccione stravolto dalla stanchezza, la voce roca. Alla vigilia aveva detto: "Se non arriviamo al 15 per cento mi dimetto". È sceso al 10 e ammette di dover "considerare un ritiro dalla scena". Aria pesante, da resa dei conti.

Haider intanto tace, blindato nel suo bunker di governatore della Carinzia, in attesa della resa dei conti che i Freiheitlichen avranno oggi a Vienna per decidere se governare o no. Non riesce a rassegnarsi, dicono. Mentre la stampa straniera ancora lo cerca, l'Austria lo ha dimenticato, sepolto politicamente, non vuol più sapere niente di lui. L'unico spazio in cui può ancora contare è dentro il partito, il giocattolo che gli sfugge di mano e che, dicono, cerca di rompere in tutti i modi. Di certo il piccolo Führer della Carinzia tenterà di recuperare la leadership per riportare il movimento a quel ruolo d'opposizione che gli è più congeniale. Per questo il povero Haupt oggi è un uomo dimezzato non solo dalla sconfitta, ma anche dai veti e dagli imprevedibili umori del suo ex capo che lo rendono incapace di dichiarare qualsiasi cosa, se non "a titolo personale".

Intanto, nel mega-container socialista di fronte al Burgtheater, fra succhi di mela e sedie Thonet, tagli la delusione col coltello, nonostante le soddisfazioni ufficiali del leader Alfred Gusenbauer, nonostante il guadagno elettorale del 3 e passa per cento. "Ha giocato negativamente il fattore tedesco ti dicono dunque più del timore delle tasse di Schuessel ha influito la paura che l'Austria, in mano alla sinistra, faccia bancarotta". Ma altri vanno oltre nell'autocritica, spiegano che la questione è tutta dentro il partito, dicono che i socialisti hanno scontato la debolezza della loro opposizione: "Abbiamo governato ininterrottamente per vent'anni, e questo ha impigrito la nostra capacità di lotta". Resta, in tutti, la sorpresa per un voto moderato che ha superato persino le previsioni del cancelliere.



Illy: "Lo spauracchio dell'immigrazione non ha pagato"
Marco Berti su
Il Messaggero

ROMA — "Spero che il Fpoe abbia imparato la lezione e che si trasformi in un vero partito liberale". Riccardo Illy, parlamentare eletto nella Margherita, iscritto al gruppo misto di Montecitorio ed ex sindaco di Trieste, si dice convinto che certe posizioni populistiche non siano vincenti. Così come è accaduto nella vicina Austria.
Onorevole Illy, a cosa si deve, secondo lei, il crollo del partito di Joerg Haider?
"Credo che Haider paghi per quelle promesse e quelle denunce populistiche a cui non potevano far seguito azioni concrete".
Tipo?
"Nonostante l'Austria, e questo non viene mai sottolineato, sia il Paese europeo che abbia in percentuale il numero più elevato di immigrati, agitare lo spauracchio dell'immigrazione non ha pagato né lui né il suo partito".
Haider ha anche combattuto l'allargamento a Est dell'Europa.
"Questa posizione del leader del Fpoe è stata vista in maniera negativa dal suo elettorato, quello che tre anni fa lo aveva portato alle stelle".
Ma in tre anni cosa è cambiato per il suo elettorato?
"Possiamo porci la stessa domanda per la Lega Nord".
Poniamocela.
"Quando si lanciano argomenti populistici, di mera protesta, a fronte di problemi complessi che non possono trovare soluzioni semplicistiche come quella proposte da Bossi e più tardi da Haider, la gente può cascarci una o due volte poi, dato che non succede niente, è inevitabile che si renda conto che quella non è la strada giusta e cambi rotta".
Ma Bossi qualcosa ha portato a casa per i suoi, una legge sull'immigrazione molto discussa, per esempio.
"Sì, ma quella legge non è stata approvata come voleva lui. Aveva detto: "non faremo sanatorie". Poi è stata approvata, anche dalla Lega, la più grossa sanatoria che la storia della Repubblica ricordi".
Resta il fatto che in Austria il partito di Haider probabilmente farà ancora parte della maggioranza di governo".
"Non lo darei per scontato. La vittoria di Schuessel va interpretata come una vittoria della moderazione, di chi è favorevole alla Ue e al suo allargamento. Non escluderei un'alleanza diversa".
Quale?
"Non voglio azzardare ipotesi...".
Lei cosa si aspetta dal nuovo governo austriaco?
"Mi auguro che il governo che uscirà da questa tornata dia un contributo rilevante all'integrazione dei nuovi membri Ue. Non dimentichiamo che l'Austria penetra per un bel pezzo nell'Europa centro-orientale, per questo il suo ruolo può essere fondamentale e spero che ci sia collaborazione con le regioni d'Italia che confinano con l'Austria e con i nuovi membri Ue".
Come il suo Friuli-Venezia Giulia?
"Sì, noi siamo un osservatorio privilegiato".


Aria di Ventennio sui no global
Vincenzo Tessandori su
il Nuovo

Sembra una eco lontana: quando c'era Lui, caro lei... Quando c'era Lui, le cose andavano più o meno così, come le ha illustrate il dottor Alfredo Serafini, procuratore della Repubblica in Cosenza. Una cospicua pattuglia di disobbedienti, 42 per la precisione, finisce in manette accusata di "cospirazione politica" e "associazione sovversiva". Le quali, vale la pena ricordarlo, sono reati d'opinione, dunque difficilmente perseguibili. Se non che l'associazione sovversiva viene sovente considerata l'anticamera della banda armata: il che significa il prologo a una serie impressionante di reati contro la personalità dello Stato, che sono, naturalmente, i più serii.
All'epoca di quel Ventennio cominciato con la Marcia su Roma e concluso con una catastrofe di bibliche dimensioni, degli strumenti "cospirazione politica" e "associazione sovversiva" si facevano un uso e un abuso costanti. Come dire: meglio prevenire che reprimere. Basta la parola, assicurava un fortunato sketch pubblicitario: in quel tempo che avrebbe dovuto esser remoto e, al contrario, pare così vicino, bastava il pensiero.
Se eri contro, se il potere pensava che tu lo fossi, eri uno da tenere sotto controllo, costantemente. E se, per caso, nella tua città arrivava uno di quella nomenklatura, un gerarca, oppure uno della famiglia reale, il sovversivo finiva dentro, bene che gli andasse dalla vigilia della visita all'indomani della partenza. Insomma, patti chiari, inimicizia lunga. Il procuratore Serafini dà l'impressione di considerar corretto, quel modo di pensare e, soprattutto, di agire, anche se, tiene a precisare, che loro, i magistrati di Cosenza, hanno posticipato alla chiusura del forum No global di Firenze gli ordini di arresto. Perché era prevedibile, ha spiegato, che la manifestazione sarebbe stata pacifica e, dunque, inutile "creare contrapposizioni".
Sul fatto che tutto sarebbe filato liscio, molti fra quelli attualmente al potere, e qualcuno pure all'opposizione, per la verità nutrivano dubbi robusti e, forse, neppure tanto giustificati.



Italia, intellettuali senza mondo
Piero Sansonetti su
l'Unità

Gli intellettuali italiani recentemente hanno mandato dei segnali di ritorno alla politica. Di ripresa di interesse dopo parecchi anni di sonno. È una cosa positiva. Il movimento dei girotondi è nato soprattutto sotto il loro impulso. La battaglia per la giustizia, per la legalità economica, e la lotta allo strapotere di Berlusconi – sul piano dell'impunità e sul piano del monopolio - hanno visto un impegno straordinario e molto importante della "intellighenzia". Gli intellettuali si sono assunti anche il ruolo di pungolo verso la sinistra tradizionale, e si sono distinti, talvolta rumorosamente, per le loro posizioni di polemica verso le incertezze dei partiti di opposizione, l'assenza di radicalità, e contro una real-politik, giudicata inutile e fuori del tempo.
La grande manifestazione del 14 settembre, a Piazza San Giovanni, con oltre mezzo milione di persone, è stata il momento più importante di questa nuova stagione. Una manifestazione indetta e gestita dagli intellettuali, fuori dai partiti tradizionali.
Proprio per questo trovo difficile da spiegare l'assenza vistosa degli intellettuali sui temi posti dal grande movimento di massa che da almeno due anni sta scuotendo la politica in Italia e in tutto l'occidente: il movimento no-global. Non solo non si è assistito ad una rivolta, a un moto di indignazione per la retata compiuta dalla magistratura di Cosenza nei confronti di alcuni dirigenti del movimento, accusati di reati squisitamente di opinione. (Ai cortei di protesta dei giorni scorsi, tra i nomi più noti, si sono presentati solo Nanni Moretti e Pancho Pardi, e questo fa loro onore). Ma non si è neppure letto né ascoltato quasi nulla sulle grandi questioni poste a Firenze al forum sociale europeo. Perché?

Il movimento no-global, al quale partecipano organizzazioni e associazioni cristiane, ambientaliste, socialiste, comuniste e anarchiche, ha posto in modo clamoroso almeno tre questioni rilevantissime. La prima è la contestazione del liberismo e la rottura di uno schema decennale che definiva l'attuale sistema capitalistico il migliore dei sistemi possibili ed escludeva un pensiero contrario. Il movimento no-global chiede un mondo che superi gradualmente il liberismo, e avanza molte proposte concrete a questo scopo: su come gestire, fuori del mercato tradizionale, alcune risorse essenziali per la vita dell'uomo: per esempio l'acqua, il cibo, le medicine, l'agricoltura, l'aria, l'ambiente, il lavoro, i diritti. Opponendosi alla linea delle privatizzazioni che dal 1989 in poi si è affermata in quasi tutto l'Ovest e il Nord del mondo come linea unica e incontestabile.
La seconda questione che pone il movimento è la fine della guerra - come strumento politico e come mezzo per stabilire i rapporti di forza tra popoli e Stati - e quindi l'avvio della smilitarizzazione del mondo, cioè di una inversione di tendenza nella storia dell'uomo.
La terza questione che pone – la meno radicale: potremmo dire la più liberale – è la fine della blindatura dei confini dei paesi ricchi, e la riaffermazione del diritto naturale alla libera circolazione degli uomini (la globalizzazione della migrazione). Naturalmente sono questioni assai complesse. Richiedono studio, analisi, conoscenza, capacità di acquisire informazione, dati, e di utilizzarli per verificare la fattibilità dei progetti. E richiedono un radicale mutamento delle agende politiche. In molte università europee, americane, africane e asiatiche, questo lavoro è in corso, e infatti il movimento no-global, tra i tanti movimenti di massa apparsi nell'ultimo mezzo secolo, è quello che utilizza, sul piano internazionale, il maggior numero di intellettuali e che ha prodotto la più grande mole di lavoro sul terreno delle teorie.



E' il consumo, bellezza
Alessandro Robecchi su
il Manifesto

Come una macchia d'olio sul mare (l'immagine non è casuale), la "cultura" occidentale si allarga in ogni angolo del pianeta. Secondo i suoi esegeti, specie i più stolti, si tratta di portare a quel povero-mondo-povero che mangia poco e consuma ancora di meno (tre quarti abbondanti del pianeta), alcune cose basilari come benessere e democrazia, intese come componenti inscindibili. In soldoni, si intende il consumo un motore fondamentale della libertà, come in quella campagna pubblicitaria dell'Upa, dove cercano di convincerti che spendendo soldi aiuti l'economia o, come dice Silvio, che di pubblicità campa, non fate i cretini, non mettetevi a risparmiare proprio adesso. L'ordine è: diffondere il consumo. Adottando questa forma mentis, che sarebbe poi quella del liberismo, si deduce che dando un sacco di telefonini, televisori, automobili, frigoriferi e bei vestiti ai poveri, essi pretenderanno libertà e democrazia. Di solito l'intendenza segue, come si dice. E invece qui precede: prima consumate, e poi si vedrà. Il caso nigeriano è abbastanza indicativo: certo (come ha spiegato bene questo giornale) l'elezione di Miss Mondo è soltanto un cerino lanciato nella polveriera. In uno dei paesi più poveri del mondo, dei più affollati, dei più etnicamente complessi, ogni pretesto è buono per incendiare la prateria. Dare a un paese islamico un pretesto forte come un centinaio di ragazze seminude che sarebbero, tra l'altro, garanzia di modernità occidentale e di promozione economica, è una scemenza grossa. In pieno Ramadan, poi, è peggio, e vedete che la scemenza diventa colossale.

Sembrerebbe un'ossessione in piena regola, e invece pare sia un fattore di sviluppo: una bella ragazza, specie se poco vestita, aiuta le vendite, motore principale della filosofia occidentale dominante. Dunque, esportare il modello economico occidentale significa anche diffonderne le componenti filosofiche e culturali, di cui (ahinoi) la sfilata delle signorine desnude è parte integrante.
Però, insegnano le regole della buona colonizzazione, è bene che al colonizzato resti un po' l'impressione di guadagnarci qualcosa. Modernità, crescita, sviluppo. Miss Mondo, a sentire la retorica in topless che gira, avrebbe dovuto servire anche a solidarizzare con le donne nigeriane schiavizzate, minacciate di lapidazione, angariate da leggi medievali. Un po' come organizzare la sagra del tartufo in Somalia in polemica con la fame nel mondo.



Spagna, Franco non è più tabù
Guido Rampoldi su
la Repubblica

L´excellentissimo se ne sta sul suo cavallo proprio davanti al ministero dell´Ambiente. Nella sinistra le redini, nella destra il bastone del comando che solo la morte gli strappò, nel 1975. Un piedistallo alto due metri e un fossato profondo lo proteggono da improbabili oltraggi. Mattina di pioggia, e in fondo al fossato una guazza verde, come se il cavallo avesse orinato. Non una targa indica il nome del cavaliere.
Per anni ha regnato l´oblio: per i socialisti era bene dimenticare la dittatura, per non perdere appoggi fra i ceti medi. I popolari sapevano bene che i nostalgici oggi votano per loro
Né quello dello scultore che gli affilò i tratti pesanti nobilitandoli d´una magrezza mistica, quale si addice ai grandi di Spagna. Ma se chiedete ad un tassista di portarvi al monumento di Francisco Franco, nel centralissimo paseo Castellana, vi ritroverete rapidamente al cospetto dell´unico sterminatore del Novecento cui in Europa sia ancora concessa una carriera statuaria. Marmorei o bronzei, appiedati o equestri, nei paesi dell´interno dozzine di Franco ci ricordano che qui la memoria è una faccenda assai contraddittoria. La Spagna è una delle democrazie meno malconcie del pianeta, ma lo sterminatore eccellentissimo continua ad abbozzare la sua passeggiata eterna davanti al ministero dell´Ambiente. E come dimostra il mazzo di rose purpuree e arancioni sotto lo zoccolo alzato dal suo cavallo, ha ancora estimatori tenaci. Non pochi, e tutti elettori del Partido popular oggi al governo, una destra perbenista che li tiene ai margini temendo il disdoro, mentre li blandisce sottovoce con qualche prebenda per la Fondazione Franco.
Però d´un tratto il cavaliere dimenticato ma insepolto rischia d´essere disarcionato. Per convenienza o convinzione, tre giorni fa il Pp non ha potuto sottrarsi alla mozione parlamentare della sinistra, ed ha fatto ciò che da sempre rifiutava: ha condannato la sollevazione franchista contro la Repubblica (1936), inizio della guerra civile, e promesso un "riconoscimento morale" alle vittime della dittatura. "Evento storico", hanno scritto i giornali nelle pagine interne. Ma poiché su richiesta del Pp s´era convenuto di "non riaprire vecchie ferite", sulle prime pagine "l´evento storico" era un titolino, un bisbiglio. Ora però si pone il problema di cosa fare con quel pullulare di statue dell´Excellentissimo condannato all´unanimità dal parlamento. Fonderle o dinamitarle sembra azzardato, il governo teme di perdere voti. Il Verde Mendiluce propone di corredarle con targhe laconiche: "Francisco Franco, dittatore" e poi un bilancio numerico delle sue imprese.

Oggi tutto questo sarebbe soltanto un dibattito accademico di fronte al buon esito della transizione spagnola, se non restasse quel dubbio: davvero la smemoratezza non ha un costo? In Spagna puoi imbatterti facilmente in un busto di Franco, ma non in un segno che restituisca l´onore alle sue vittime. Fino a ieri lo sterminio non era sanzionato neppure nella formula morbida adottata mercoledì dalle Cortes. In una società cresciuta con queste mutilazioni dell´etica possono essere saldi il sistema dei valori e il senso della patria? Se il sospetto paresse troppo filosofico, ecco la questione concreta che pone il politologo Navarro, figlio di repubblicani: la rinuncia alla memoria non ha neutralizzato il passato, ma al contrario, l´ha consegnato a pericolosi manipolatori. Da anni nella maggior parte delle scuole basche e catalane gli alunni apprendono che la guerra civile fu all´incirca l´aggressione dell´imperialismo spagnolo contro la loro patria. Questa lettura etnica oggi ha un corollario politico: quando Madrid cerca di fermare la marcia del nazionalismo basco verso l´indipendenza, rivela la continuità con la dittatura. Franco o Aznar, la Spagna è sempre la stessa: il nemico. Dal successo di questa mistificazione deriva l´ampia solidarietà di cui gode tuttora il terrorismo basco.



Libri a zonzo
Marco Belpoliti su
La Stampa

Da qualche mese una strana malattia ha contagiato i lettori italiani. Si chiama bookcrossing e consiste nell'abbandonare un libro amato in un luogo pubblico, in modo che qualcuno, uno sconosciuto, lo possa trovare, leggere, e poi abbandonare a sua volta nelle mani di un altro volto ignoto. La persona che ha iniziato questa catena di Sant'Antonio della lettura si chiama Ron Hornbaker, ha 36 anni e vive nel Missouri, a Kansas City. Due anni fa ha aperto un sito, www.bookcrossing.com. Per aderire all'iniziativa ci si deve iscrivere sul sito con un nickname, riempire una piccola scheda anagrafica e dare la propria e-mail. Il sito rilascia un numero di codice e permette di scaricare la fascetta da incollare al volume. Esiste anche una trasmissione radiofonica di Rai Tre, Fahrenheit, che ha aperto una propria attività di bookcrossing con indubbio successo. Molti lettori telefonano, descrivono i libri abbandonati in giro e i loro siti di locazione. L'attenzione di tutti si è concentrata su questa forma di regalo, sulla distribuzione gratuita dei libri, che coniuga biblioteca circolante e dono, casualità e sistematicità. In realtà, ciò che dovrebbe essere significativo è il luogo in cui il libro viene lasciato. In Italia il bookcrossing ha un precedente illustre. In Verso la foce (Feltrinelli), uno dei libri italiani più importanti degli anni Ottanta, Gianni Celati racconta le sue peregrinazioni nelle campagne della Val padana. Siamo nel 1983, nei pressi dello sbocco al mare del fiume Po. Celati descrive in modo scabro ed essenziale i luoghi, le persone, gli incontri. Sono spazi vuoti e silenziosi quelli in cui si aggira; lo sguardo è attratto da atti minimi, piccole cose. In questa catabasi del proprio io, Celati porta con sé un libro di Antonio Delfini, lo scrittore modenese. Sono racconti, un volume indispensabile in quelle terre "dove si respira un'aria di solitudine urbana". A un certo punto, dopo Porto Tolle, Celati arriva lungo un canale, nei pressi di un pontile. Sotto scorge una barca, un traghetto. Lo scrittore ama i traghetti e subito gli viene in mente di lasciare lì la sua copia dei racconti: "perché qualcuno la trovi e si ricordi del posto". Ma poi ci ripensa e rimette il libro nello zaino. Un mancato bookcrossing? Probabilmente il viaggio non è ancora terminato e il libro di Delfini gli appare come un compagno imprescindibile. Quello che colpisce nel passo è l'idea di collegare il libro amato a un luogo. Celati dice una cosa molto bella, e lo fa in quella sorta di non-luogo che è la zona del Delta. Passare ad altri i nostri libri preferiti è un fatto consueto; è un modo per parlare di noi stessi ai nostri amici, alle persone che amiamo. Se invece il libro va a uno sconosciuto, a una persona anonima, è importante che questo accada in un luogo preciso. Non importa se si tratta di un'antica piazza o di uno squallido giardinetto di periferia; in ogni caso deve essere un "luogo". I luoghi sono tali solo in rapporto alla memoria che ne conserviamo, piacevole o spiacevole che sia. Comunicare questo pensiero agli altri, produrre una piccola memoria, quella del ritrovamento, è già un modo per creare un luogo; e quindi un senso.


   25 novembre 2002