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Manifestazioni dell'Ulivo a Milano e Bari
Simone Collini e Caterina Perniconi su
l'Unità

Oggi si manifesta a Milano e a Bari. Difficile credere nella ritrovata unità del centrosinistra, ma intanto questa volta sono tutti in piazza. Da Di Pietro ai Comunisti italiani, dalla Cgil alle associazioni.
Gli incontri, programmati ed organizzati da tempo, hanno assunto giorno dopo giorno un significato più ampio. Partendo da una Finanziaria che "si può e si deve cambiare", dato che marcia a passo svelto ignorando i danni che produce allo stato sociale, alla scuola, alla Sanità e agli Enti locali, si arriva al tema del lavoro, con i tagli alla Fiat, a quello della libertà d'informazione, dopo i colpi bassi alla Rai, e a quello della Devolution "che spacca l'Italia". Insomma, una giornata di protesta che diventa un simbolo contro tutte le politiche portate avanti dal governo Berlusconi.
Imponenti le due manifestazioni che l'Ulivo ha organizzato: si attendono almeno 150 mila persone a Milano, in arrivo da tutto il centro-nord con 600 pullman, 100 solo dall'Emilia Romagna, e cinque treni speciali. Il corteo partirà da piazzale Loreto intorno alle 14, per giungere in piazza Duomo dove, a partire dalle 16, si alterneranno sul palco Piero Fassino, segretario Ds, Nicola Mancino della Margherita, Oliviero Diliberto (Pdci), Alfonso Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi, Luciana Sbarbati (Pri) e Marida Dentamaro dell'Udeur. Sotto la Madonnina parlerà anche Antonio Di Pietro, per l'Italia dei Valori, ma la cosa non va giù a Bobo Craxi che si definisce "inquietato" da una "Sinistra Italiana che costringe al silenzio i socialisti democratici per far spazio all'autoritarismo giudiziario".
Infatti il partito dei socialisti italiani parteciperà alle manifestazioni di Milano e Bari, ma nè Ottaviano Del Turco, né Enrico Boselli vogliono prendere parola. "Temiamo una deriva estremista - scrive Boselli - senza un dibattito aperto e chiaro con regole precise". E Fassino lo rassicura che l'Ulivo "è fatto dai partiti che lo compongono". In corteo anche Pierluigi Castagnetti, presidente dei deputati della Margherita. Privilegiati i temi di scuola, sanità e federalismo. Ma non sarà solo una giornata di leader politici: a Milano infatti sono attesi gli interventi di Daria Colombo, per i Girotondi di Milano, di esponenti della segreteria Cgil (mentre Guglielmo Epifani e Sergio Cofferati sfileranno in corteo), oltre a rappresentanti delle associazioni studentesche e operai della Fiat di Arese e Mirafiori.
A Bari si parla dei problemi del Mezzogiorno, tema che l'Ulivo ha sempre sentito vicino. Qui i cortei sono due. Uno in partenza dal Lungomare Nazario Sauro, e l'altro dalla sede della Fiera del Levante. I manifestanti, in arrivo con 500 pullman, si dirigeranno verso piazza della Prefettura, dove si terrà il comizio finale. Dalle 16 interverranno Massimo D'Alema, Francesco Rutelli, Marco Rizzo (Pdci), Grazia Francescato dei Verdi, e Clemente Mastella per l'Udeur. Dal palco barese terrano i loro discorsi anche il sindaco di Venafro, paese del Molise recentemente colpito dal terremoto, gli operai di Termini Imerese e alcuni rappresentanti della sanità pugliese, duramente colpita dai tagli del governo centrale e di quello regionale. Per i Girotondini parlerà Ninì Venuto, dei Girotondi di Cosenza. Il movimento ha deciso per l'intervento di Venuto, in qualità di specifico rappresentante della realtà locale, anche alla luce dei fatti successi in questi giorni, e per dimostrare che in gioco ci sono le forze di tutti. In piazza anche Articolo 21, che si sente vicino alle posizioni dell'Ulivo, soprattutto per quanto riguarda il sostegno ai valori della cultura e della professionalità, affossati dalla manovra del governo, e contro la "servitù politica" dimostrata dai dipendenti Rai. Importantissima la forte mobilitazione, che si registra in entrambe le manifestazioni, da parte degli studenti e della sinistra giovanile.


Smembramento ad ogni costo
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Poco fa la grandissima urgenza del nostro legislatore è stata la "leggina" Cirami. Perché tanta spasmodica urgenza? Tutti lo sanno: l'urgenza era di salvare in tempo Previti da una temuta condanna in un temuto processo. Ora la nuova grandissima urgenza è la cosiddetta "devolution": una modifica dell'articolo 117 della Costituzione che trasferisce alle Regioni la "competenza legislativa esclusiva" per la sanità, i programmi scolastici e la polizia locale. Di nuovo: perché tanta spasmodica fretta? Tutti sanno anche di questo: è così perché così vuole Bossi.

Si avverta: in questa faccenda, come in altre, la sinistra non è senza colpe. Anche in questa faccenda la sinistra ha fatto da battistrada. Non sta scritto da nessuna parte che il federalismo sia "cosa di sinistra". I regimi comunisti sono stati i massimi centralizzatori della storia. E l'Ulivo si è dichiarato federalista più che altro per opportunismo elettorale, perché anche l'Ulivo ha corteggiato il voto leghista. Resta che il federalismo messo in cantiere dalla sinistra non contenta Bossi. Che ne vuole molto di più, e che adesso chiede quel "più" a Berlusconi. Così il quesito diventa come mai Berlusconi sia disposto a concedere a Bossi un pressoché sicuro sfascio del Paese.
Io ho letto i resoconti dell'indagine conoscitiva del Parlamento dell'ottobre-dicembre dello scorso anno sugli effetti nell'ordinamento italiano delle revisioni del titolo V della Costituzione. È una lettura di decine e decine di pagine terrorizzanti per il numero dei problemi insoluti che solleva. E Bossi? Lui quelle audizioni dei nostri costituzionalisti le ha lette? Ammesso che le abbia lette, le ha capite? Ogni dubbio è lecito. Perché noi abbiamo come ministro della Riforma un Masaniello, un capopopolo bravissimo nel capeggiare il suo popolo, ma che s'intende di riforme e di Costituzione quanto io mi intendo di astrologia.
Il problema è che noi ci siamo imbarcati in un'avventura federalista che nessuno ha mai tentato, e senza capirne l'enorme complessità. Tutti gli Stati federali che funzionano (per esempio, Stati Uniti, Canada, Germania) sono nati federali. In taluni casi (per esempio, Brasile e India) il federalismo funziona a fatica, ma è comunque imposto dall'immensità del territorio. Resta che in ogni caso nessuno Stato federale è mai stato creato all'indietro , e cioè svuotando e spezzettando un preesistente Stato centralizzato. Certo, uno Stato unitario può consentire larghe autonomie; ma non deve diventare uno Stato capovolto nel quale non si sa più chi sta sotto e chi sta sopra. Perché così arriviamo dritti dritti alla paralisi e al caos.
A Berlusconi deve essere chiaro che se lascia fare a Bossi e gli consente di capovolgere "sottosopra" il macchinario di governo che bene o male abbiamo, allora sarà frittata. Sul federalismo alla Bossi è lui, Berlusconi, che si gioca la poltrona. Sembra quasi che il Cavaliere abbia paura del suo Masaniello. Ma perché? Nel '94 senza Bossi non aveva maggioranza. Oggi ce l'ha. Oggi Berlusconi può governare senza bisogno della Lega. E chi deve stare attento è Bossi, non il Cavaliere. Bossi minaccia di uscire dal governo? Lo faccia. Così alle prossime elezioni rischia addirittura di sparire. Un po' di queste cose mi intendo. Berlusconi mi faccia credito.


I fratelli De Leghe
Massimo Gramellini su
La Stampa

I sogni padani muoiono alla Rai, emblema di quei carrozzoni "de Roma" contro i quali Bossi ha ruggito per una vita senza trovare il virus che preservasse i suoi barbari dal contagio. Il consigliere Albertoni, "l'uomo del cambiamento", per ora ha cambiato solo la stanza. Se i democristiani si radicavano alla poltrona, lui ha scelto una strategia più mobile, a rotelle, e mentre mezzo vertice aziendale si dimetteva, il leghista scivolava impavido fra i corridoi con un pensiero fisso: occupare l'ufficio più grande del suo, appena lasciato libero da un collega.
Se lo cacciano si barricherà nel soppalco? La deriva vanzinesca è completata da Marano, una faccia da "night" che qualche nemico di Bossi, forse Bossi medesimo, ha issato alla direzione del secondo canale. Come affidare un sottomarino nucleare al comandante di "Love boat". Dicono che da quando c'è lui il programma più visto di Raidue siano i cartoni di Braccio di Ferro. Ma è il solito catastrofismo della sinistra. In realtà vanno forte anche Tom e Jerry.
Non era facile far sbagliare trasmissione alla Ventura e censurare un film di Almodóvar invece che le magliette della D'Eusanio ("Dalla non è un cantante, è un consiglio"). E ci voleva una miscela di sciatteria e bullaggine per mandare "E.R." al massacro contro Montalbano e l'apprendista Socci contro se stesso: in prima serata da subito, anziché in qualche nicchia notturna come accadde a Vespa e Santoro agli esordi. Perché la tv "romana" non basta invaderla. Poi bisogna saperla fare.


A viale Mazzini si cambia
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

La fine ormai scelta del consiglio d'amministrazione della Rai scaturisce formalmente dalle dimissioni del "terzo uomo": Staderini, l'amico di Pier Ferdinando Casini, il detentore della golden share . Il suo abbandono renderà superflua la resistenza a oltranza dei due membri superstiti del consiglio, Baldassarre e Albertoni. In altri termini, sullo psicodramma calerà il sipario anche sul piano giuridico, oltre che politico. Su questo sembra esistere la garanzia congiunta dei due presidenti del Parlamento. Si poteva immaginare un problema non irrilevante per Casini. E in effetti così è stato. Fino a ieri mattina, spezzare l'equilibrio di maggioranza nell'azienda equivaleva ad alimentare la tesi secondo la quale tra viale Mazzini e Montecitorio si stava compiendo una sorta di "ribaltone": Udc, Fassino e Rutelli uniti nel rovesciare i rapporti di forza nella Rai. Come dire un nodo impegnativo per il presidente della Camera.
Quella del "ribaltone" era la tesi che gli intransigenti hanno sostenuto finché hanno potuto, facendo opera di pressione sullo stesso Berlusconi. In prima linea Gianfranco Fini e i suoi uomini. Chiaro il risvolto politico: non si può cedere all'opposizione, non si può incassare una così grave sconfitta. Ancora nel pomeriggio De Corato, di An, insisteva sull'ipotesi del "reintegro" dei due dimissionari della sinistra. Ossia altri due nomi per andare avanti con il medesimo consiglio presieduto da Baldassarre.
Ma proprio la giornata di ieri ha dimostrato quanto la speranza fosse poco praticabile. Il presidente del Senato ha fatto sapere in via ufficiosa, ma netta, che entro un paio di giorni, comunque prima di martedì, Staderini deve decidere: o dentro o fuori. E ha aggiunto: è chiaro che in caso di dimissioni del "terzo uomo" il consiglio - già morto in termini politici - decade anche sul piano giuridico. Con ciò rispondendo all'esigenza di "chiarimento" avanzata in una lettera dallo stesso Staderini.
A questo punto il cerchio si chiudeva. Marcello Pera non ha offerto alcuna sponda alle speranze degli oltranzisti della maggioranza. Al contrario, fin dal primo momento ha cercato una soluzione corretta sul piano istituzionale, contro "cavilli e furbizie". Una soluzione che dimostra la sostanziale sintonia tra la presidenza del Senato e quella della Camera. Ed è facile intuire che il Quirinale abbia incoraggiato dietro le quinte questa linea improntata al buon senso.
Ma c'è di più. Il silenzio di Berlusconi ("di Rai non mi occupo") lascia intravedere, se non proprio un reale disinteresse verso il travaglio dell'azienda, almeno un certo realismo. La difesa a spada tratta di Baldassarre, un presidente da lui subìto, a suo tempo, più che voluto, gli deve essere apparsa una battaglia persa. E al presidente del Consiglio le battaglie perse piacciono poco.
Specie adesso che sul tavolo ci sono altre grane, non di poco conto. A cominciare dalla riforma federalista di Bossi: con tutte le sue implicazioni di ordine costituzionale, tali da aver già provocato la reazione della presidenza della Repubblica (e ieri anche del presidente della Consulta). In questo quadro, la Rai è un problema da chiudere al più presto, impedendo che si avviti in una spirale senza sbocco. Del resto, quali siano i danni sullo sfondo lo annuncia un commento del Financial Times : "La crisi della Rai mette a nudo il conflitto d'interessi...".



Biagio Agnes: "Per lottizzare ci vuole il manico"
Antonello Caporale su
la Repubblica

ROMA - Sono giorni tristi e angosciati per Agostino Saccà. Tanto difficili che il direttore generale della Rai avrebbe chiesto al più illustre dei predecessori, Biagio Agnes, l´indimenticato Biagione, una serie di consigli, in forma di riservatissime lezioni private, per riparare agli errori commessi in questi otto mesi.
Abbiamo chiesto al Maestro di anticiparci almeno la prima lezione. Agnes, sfogliando gli appunti dalla sua casa di Porto Santo Stefano, ha fornito alcune illuminanti risposte.
La fesseria più grossa è la maxi liquidazione. C´è tutto questo bailamme e tu vai a pensare al Tfr?
"Beata ingenuità. Proprio, come si dice..."
...Un pollo.
"Secondo me nemmeno l´avrà chiesto lui, c´è qualcuno che gli ha teso..."
Baldassarre?
"Eh, eh il trappolone".
Ci vuole stile e modo. Anche l´infornata di nomine è un segno di debolezza. Lei però superò tutti i record.
"Cioè?".
Duecento promozioni qualche giorno prima di lasciare.
"Sbagliato, le promozioni furono soltanto 39".
Una bella cifra comunque.
"Un´ultima buona azione prima di morire, ah ah ah".
Una cartolina d´arrivederci.
"Io ho cercato sempre di essere onesto con me stesso e con l´azienda. C´è in Italia oggi una grande industria, pubblica o privata, che possa prescindere dalla politica?".
C´è?
"Non c´è".
Non c´è.
"E vuole che sia proprio la Rai, con quel po´ po´ che rappresenta, sorda al Palazzo, quando il Palazzo è il suo editore? Togliamo le ipocrisie e diciamocela tutta".
Tutta.
"Io praticavo, questo l´ho detto, una lottizzazione scientifica".
Ecco, se potesse essere più circostanziato, così Saccà e Baldassarre possono, se credono, prendere appunti.
"Nessuno poteva indicarmi un solo nome: datemi tre o quattro nomi, dicevo. Però io sceglievo, e tentavo sempre di scegliere il migliore di quella rosa. Vuole sapere come?".
Come?
"Chiamavo i direttori di giornali e chiedevo referenze: è bravo questo? può andare quest´altro? Io mi assegnavo questa libertà. Caro mio, se c´è il manico, se la mano è ferma, tutti ti rispettano".
Peccato che Baldassarre...
"Ma come! Tu sei stato presidente della Corte costituzionale, hai la forza di questo ruolo e non la utilizzi?".
Ci vuole il manico.
"Se non ce l´hai, se non hai una forte leadership, porti l´azienda al fallimento. A proposito, ma i conti come vanno?
E che ne so?
"Il collegio sindacale che dice? I revisori".
Saccà glielo spiegherà.
"E´ un bravo ragazzo, l´ho tirato su io, lo tolsi da una redazione di terza fila, uno scantinato. E´ uno che ha fatto tutta la gavetta".
Anche il suo amico De Mita offriva la rosa di nomi?
"E le dirò di più: De Mita non si è mai permesso di interferire sui programmi, le conduzioni, di dire cambia qua o là".
L´unico che le ha fornito un nome secco è stato Giovanni Leone, ma era il presidente della Repubblica.
"Mannaggia a me quando m´è uscito di bocca quel fatto".
"Biaggie, Biaggie, anche tu sei padre". Le disse così?
"Però Giancarlo lo mandai a Televideo, che era appena nata. Un posticino da niente".
Il nome era troppo impegnativo.
"Ma tutto si può dire di Giancarlo Leone, tranne che non sia un eccellente professionista, un bravissimo dirigente".
A lei capitava mai di chiedere a una valletta un passaggio in macchina, magari perché l´autista l´aveva lasciato a piedi?
"Niente vallette, ballerine, autrici. Niente donne scosciate. Non frequentavo. La moda è stata inaugurata da Zaccaria, il peggior presidente che l´azienda abbia mai avuto, ed è proseguita".
L´unico a farle venire il mal di stomaco fu Craxi.
"Non sa cosa mi fece passare quando ingaggiai la Carrà".
La riempì di soldi.
"Invece no. Raffaella era bravissima e quando Berlusconi iniziò a farle la corte venne da me, e mi fece un lungo discorso: "Sa, io sono nata povera, ho l´occasione di vedere crescere il mio stipendio. La stoppai e le dissi: "Io posso offrirle solo una rosa, non bracciali d´oro. Ma la Rai è la Rai"".



Sette giorni di gattabuia la giustizia di Cosenza
Editoriale su
il Riformista

Perché, allora, li avevano arrestati? Il gip Nadia Plastina, che aveva firmato l'ordinanza di arresto contro i no global disposta dal pm Domenico Fiordalisi, ha ieri deciso di revocare i provvedimenti presi una settimana fa. Sette presunti "cospiratori politici" sono stati dunque scarcerati: tre sono ora liberi, quattro agli arresti domiciliari. Altri sette, Caruso compreso, restano in carcere.
Su questi ultimi deciderà il Tribunale del riesame. Ma vorremmo una risposta sugli altri. Se ora non c'è più la necessità e l'urgenza di tenerli in ceppi, è credibile che ci fosse una settimana fa? Si è trattato di un errore? O in questi sette giorni si è dissolto il rischio di reiterazione del reato, quello di fuga, quello di inquinamento delle prove?
Eravamo stati facili profeti a dire fin dall'inizio che questa inchiesta non portava da nessuna parte, e che rischiava anzi di portare dalla parte sbagliata: una radicalizzazione violenta del movimento. Ma questa è politica. Poi c'è la libertà personale, bene prezioso anche se appartiene a un disobbediente. Gli scarcerati di ieri hanno subito una sorta di punizione medievale, sette giorni di gattabuia. Qualcuno ha sbagliato? Qualcuno pagherà?
Abbiamo letto ieri su Repubblica un' interessante intervista del segretario di Magistratura Democratica, Claudio Castelli. Bisogna dargli atto di non aver ceduto a una reazione corporativa di fronte alle critiche, e di aver anzi posto il problema cruciale: "Lo scollamento che si sta creando (se non si è già creato) tra la giurisidizione e i cittadini". Di fronte ad arresti come quelli di Cosenza Castelli propone una riforma: "Si potrebbe pensare, ad esempio, ad attribuire al Tribunale della Libertà , quindi a un organo collegiale, la competenza per emettere le misure cautelari".
E' un bene che i riformisti della giustizia vengano allo scoperto. Che non si facciano paralizzare dal riformismo avvocatizio della maggioranza. La giustizia è un servizio fornito ai cittadini, oggi pessimo e ineguale. Berlusconi non può essere un alibi per chiudere gli occhi. Come dice il magistrato Castelli: "Io credo che in un sistema democratico sia d'obbligo avere speranza nella saggezza della politica".


Dialogo Cofferati-prodiani a Monteveglio
Fabio Martini su
La Stampa

Una vecchia masseria sapientemente ristrutturata, la luce bassa, il tavolone in mezzo alla sala e tutto attorno le sedie con gli invitati. I prodiani hanno preparato a Sergio Cofferati un'accoglienza in perfetto stile cattolico-democratico e l'ex segretario della Cgil, appena arrivato, mostra di gradire: "Sono molto contento dell'invito in questo consesso di bolognesi importanti", "della possibilità di discutere di programmi", "che sono la vera chance dell'Ulivo". Cofferati arriva a Monteveglio, sulle colline bolognesi, direttamente da Milano, dove ha lavorato in Pirelli fino alle cinque e un quarto. E attorno a mezzanotte, dopo quattro ore di dibattito, Cofferati ha fatto un discorso per molti versi prodiano e ulivista: "Nel 1998 la caduta del governo Prodi è stata determinata dalla mancanza di un tessutop connettivo" e subito dopo "si è prodotto un altro danno: il ritorno in campo dei partiti al posto della coalizione" e "oggi la visisibilità dei partiti è superiore a quello della coalzione". Di cosa è malato oggi l'Ulivo? "Troppo tatticismo". La calda accoglienza a Cofferati del mondo prodiano - Luigi Pedrazzi, Arturo Parisi, Vittorio Prodi, Edmondo Berselli, Giulio Santagata, Andrea Papini, Antonio La Forgia - è sintetizzata dalle parole con le quali Pedrazzi, uno dei fondatori del "Mulino", apre la chiacchierata con l'ex segretario della Cgil: "In genere i sindacalisti che si sono messi in politica sono stati un disastro, ma io mi auguro che Cofferati diventi il capo, o uno dei capi, visto che c'è un po' di concorrenza...". E'iniziato bene l'avvicinamento tra Cofferati e mondo prodiano, in vista di un rafforzamento di un rapporto, nulla a che vedere con lo strombazzato ticket: il consolato è considerato dannoso da Prodi perché attenuerebbe l'appeal verso l' elettorato moderato e lo stesso Cofferati lo ha pubblicamente scartato più volte: "Serve un leader unico". E ai cronisti che ancora insistono, ieri Arturo Parisi ha chiarito definitivamente: "Questo incontro non prefigura assolutamente un ticket Prodi-Cofferati". Nei giorni scorsi gli organizzatori dell'incontro - sorpresi dalle anticipazioni di alcuni giornali - avevano sparso vistosi fumogeni nel tentativo di ridimensionare la portata dell'evento. In realtà si è molto lavorato per questo incontro tra Cofferati e il mondo prodiano. Per due mesi le due diplomazie hanno soppesato chi invitare, dove, come e quando. La trattativa si è prolungata anche perché ha dovuto scontare alti e bassi nel rapporto tra i due ambienti. Cofferati ha osteggiato con tutte le sue forze il progetto (caro ad Arturo Parisi) di costruire un partito riformista dell'Ulivo, un partito destinato a scontare una rottura nei Ds. Ma alla fine si è trovato un accordo per fare un incontro aperto a tutti e di farlo a Monteveglio, un luogo sacro al cattolicesimo democratico: è qui che Giuseppe Dossetti, lasciata la politica, ha fondato la sua comunità monastica.



La Regione Siciliana ha finito i soldi
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Prima il rimborso-vacanze ai familiari di ogni consigliere, compreso (58 mila lire: meglio che niente) il suocero. Poi il finanziamento dell'avveniristico progetto per la macchina "schiudi-uova". Poi l'allevamento del "cirneco dell'Etna" affidato a lavoratori socialmente utili che per ogni cane (prima che le povere bestie morissero tutte di stress) divoravano una ventina di milioni di stipendi l'anno. Poi una serie infinita di spese di esilarante scelleratezza. Eppure, quando hanno saputo che i soldi erano finiti, i deputati regionali siciliani sono caduti dalle nuvole. Vanno capiti: il Palazzo della Cuccagna, come qualcuno ribattezzò l'Ars, non ha più neppure i soldi per pagare i loro (sontuosi) stipendi. Nelle casse della mitica Assemblea Regionale Siciliana, dopo 46 anni di estrosa amministrazione, sono rimasti esattamente 3 milioni e 914 mila euro. Una miseria, per chi ne amministra ogni anno circa quindici miliardi. Fate i conti: è come se una famiglia italiana abituata a gestire un bilancio di 15 mila euro l'anno si ritrovasse con un deposito in banca di 3 euro e 91 centesimi. Pochini. Basti dire che i soli creditori pubblici (le aziende sanitarie, i Comuni, le Province, gli enti regionali...) hanno in mano mandati di pagamento per 2 miliardi, 3 milioni e 104 mila euro (oltre 4.000 miliardi di vecchie lire) che non riescono a riscuotere.
Ai quali vanno sommati i soldi (una montagna) che la Regione deve dare ai creditori del settore privato, alcuni dei quali hanno già chiesto il pignoramento di beni per oltre 25 milioni di euro. Un buco pazzesco. Che l'amministrazione pensa di tappare almeno in parte con un nuovo mutuo da 400 milioni di euro (800 miliardi di vecchie lire) che a sua volta dovrà essere almeno in parte usato per tappare altri buchi bancari spalancati dall'apertura di vecchi mutui chiesti per tappare a loro volta altri buchi ancora.

Certo, nessuno osa più proporre leggine come quella citata sul contributo-vacanze a moglie, figli e suoceri successivamente abolita dai giudici. Né organizzare viaggi come quello a Fukuoka dove, per vedere come i nipponici avevano organizzato i giochi universitari, fu programmata una spedizione da 4 miliardi (17 milioni a testa) di vecchie lire per la trasferta di 231 persone: deputati, funzionari, amici, mogli e amanti più 30 sbandieratori di Siena, 30 trampolieri emiliani, 30 gondolieri veneziani, 10 cantanti romani e 30 Pulcinella napoletani. Né aumenti scriteriati come quello concesso per motivi clientelari alla vigilia delle "politiche" del 1994, quando ai sindacati che per scrupolo avevano moderatamente chiesto solo 14 mila lire d'aumento venne risposto: "Ma no, ve ne diamo 200 mila!". Né regalini extra-lusso come quello fatto ai minatori di Pasquasia, in pensione con un assegno mensile pari di fatto al 108% della busta paga che avevano lavorando. Per non parlare dello stadio di baseball costruito per le Universiadi del 1997 anche se il gioco non era tra le discipline previste o della piscina olimpica chiusa per anni perché l'avevano fatta senza impianto di riscaldamento. Dettaglio che il progettista, informato della cosa, accolse battendosi la fronte: "Minchia: m'u scurdai!".
Erede di una scriteriata gestione condotta da un po' tutte le giunte regionali via via succedutesi, di centro, di destra e di sinistra, il governo di Totò Cuffaro (a sua volta protagonista delle ultime amministrazioni visto che era assessore sia con la destra sia con la sinistra) si è trovato alle prese con una situazione disperata che cerca oggi di arginare come può. Non pare però che la sua straripante maggioranza (63 consiglieri su 90) si sia data però pensiero della crisi. Prova ne sia che soltanto poche settimane fa, nonostante la catastrofe pensionistica che ha visto nei primi mesi di quest'anno andare in pensione 721 dipendenti regionali dei quali neppure una cinquantina per vecchiaia, aveva votato insieme con un pezzo della sinistra l'estensione ai dipendenti degli enti regionali delle pensioni baby che consentono a una donna sposata e madre di andare ancora oggi in pensione dopo solo venti anni di carriera.
L'impossibilità di ritirare lo stipendio, sorpresa!, ha lasciato tutti stupefatti: ma come, finiti i soldi? Un dramma. Tanto più che i poveretti, in uno dei rari momenti di lavoro nell'aula parlamentare (dove secondo gli ultimi calcoli soggiornano mediamente due ore e mezzo la settimana) si erano appena dati un aumentino allo stipendio: 650 euro. Il minimo indispensabile, converrete, per far fronte al costo della vita. Che ognuno di questi servitori dello Stato stoicamente affronta con un vitalizio appena sufficiente: in media, comprese le varie indennità, 12 mila euro al mese.


Il pretesto della bellezza
Fiamma Nirenstein su
La Stampa

Non si sfugge all'impressione che la terribile mattanza che ieri ha sconvolto la Nigeria da Kaduna a Abuja, sia strettamente legata al fatale scontro fra musulmani e cristiani che scuote tutta la fascia subsahariana, dall'Eritrea al Sudan, all'Oceano Atlantico, e non solo. In Sudan il governo del Nord perseguita i cristiani e gli animisti del Sud; ultimamente in Costa d'Avorio, persino, i musulmani del Nord hanno attaccato i cristiani al Sud. In un'altra zona, e in scala minore, i cristiani copti sono stati decimati in Egitto nel gennaio 2000. In Nigeria i musulmani tentano di imporre una versione severa del codice legale dell'Islam detto "Shariah", e ormai sono mesi che soprattutto i cristiani muoiono e vengono perseguitati, e sono molte anche le vittime musulmane.
La vicenda del concorso per Miss Mondo ha acceso il fiammifero in un pagliaio cosparso di benzina. Ha un senso preciso però che un fuoco così alto sia divampato su quella che è una frattura permanente fra le culture nel mondo: la donna, il suo corpo, la sua libertà, la sua esposizione in pubblico. I concorsi di bellezza non sono un argomento affascinante su cui confrontarsi neanche per noi: sono spesso un mercato senz'anima, anche alle donne occidentali piacciono di più, pur nel rispetto del piacere che dà vedere tante belle ragazze tutte insieme, occasioni diverse per misurarsi col mondo. E' un peccato misurare le culture su un concorso di bellezza; ma è anche conseguente che in un momento aggressivo come questo proprio su una questione riguardante le donne entrino in frizione musulmani e cristiani.
E non è perché qualcuno ha osato scrivere che anche Maometto avrebbe forse scelto qualche moglie fra quelle belle ragazze. La donna, la sua fuoriuscita di casa, la sua esposizione che ne simboleggia l'indipendenza totale come essere umano, è il pilastro della modernizzazione o dell'arretratezza. Quando se ne discute, si discute anche, alla fine, di poligamia, delle leggi di sottomissione al coniuge, fino alla lapidazione per adulterio. Su di lei la più grande difficoltà all'incontro fra Oriente e Occidente. In tante magnifiche poesie d'amore l'Islam mostra di capire a fondo la bellezza femminile, ma anche nella laicizzata Tunisia poche settimane fa si è svolta una gara di bellezza blindata, sotterranea. In Nigeria dove si è osato un concorso che aveva suscitato dubbi e rifiuti anche in Occidente, la donna è apparsa per quel vero pomo della discordia fra le culture che rappresenta.


Austria divisa tra Haider e l´Europa
Paolo Rumiz su
la Repubblica

VIENNA - Fra torte alla panna e luminarie natalizie l´Austria affronta domenica le elezioni più combattute della sua storia, spaccata in due come una mela anche nei sondaggi. Dopo la crisi esplosa a ciel sereno dentro la coalizione di centro-destra e il suicidio politico del demagogo Joerg Haider, è come se il voto fosse uscito dal tradizionale, nordico borbottìo da confessionale per entrare in una dimensione tutta nuova per la piccola patria alpina. E´ questa la vera grande novità che arriva dal Danubio: una campagna elettorale che diventa show più della discesa libera di Kitzbuehel, tocca tassi di ascolto televisivi mai visti, invade ogni spazio, spazza via persino la pausa di riflessione del sabato, e lascia prevedere un record europeo di partecipazione al voto. Quasi il novanta per cento.
Tutto dice che sarà così. Te ne accorgi già sul treno per Vienna. Passi Klagenfurt e nel vagone ristorante dell´intercity si scatena un dibattito molto poco austriaco. Dondoli in mezzo alle foreste della Stiria, e da un tavolo all´altro volano teoremi e contumelie, appassionate arringhe e autodifese, speranze ed euro-pessimismi. E´ come se - nel Paese che fa da avamposto dell´allargamento a Est dell´Unione Europea - tutte le alternative sul futuro si drammatizzassero e si semplificassero, polarizzando l´elettorato e tagliando in anticipo i ponti a ogni possibile "inciucio" fra destra e sinistra. Essere o non essere per l´Europa. Accogliere o non accogliere i Paesi ex comunisti. Essere pro o contro la giustizia sociale.

L´onda bruna e i cupi tamburi di tre anni fa paiono cosa lontanissima. Oggi si vince o si perde su altri temi. La sanità che comincia a costare, la paura dei pensionati di avere meno sicurezza, la disoccupazione che aumenta, la mancanza di incentivi alle imprese. Ewa Glawischnig, 36 anni, first lady dei Verdi, mi spiega che le complicazioni etniche e l´eterno complottismo della destra hanno stancato, che persino in Carinzia - la regione di cui Haider è governatore - la gente è massicciamente per l´allargamento a Est. E Herta Mueller, fan dei democristiani e titolare di un´impresa di pubbliche relazioni, interviene appassionatamente: "Macché pericolo-stranieri, quelli ci fanno solo bene. Il problema sono solo quelli che vengono per delinquere" .
Il nuovo capo della destra populista, Herbert Haupt, uomo-ombra di Haider, non sa più che cosa inventare, convoca la stampa a 150 metri di altezza, in cima alla torre panoramica sul Danubio da cui ci si lancia con Bungee Jumping, cerca almeno un colpo di teatro scenografico. Come Bossi, passa a seconda degli interlocutori dal nazionalismo anti-europeo a un socialismo quasi sovietico. Tipo: "Bisogna eliminare le sperequazioni eccessive fra redditi alti e bassi" . Oppure: "Dobbiamo garantire a tutti almeno mille euro di reddito minimo" . E per confermare l´assunto, fa appendere un cioccolatino firmato, porta a porta, in tutte le case popolari della Capitale.
Come finirà? Mai elezioni furono più sospese. Dai sondaggi potrebbe vincere anche la sinistra con i verdi - i due blocchi sono in bilico - ma le proiezioni dicono poco. Funzionano a Vienna, ma non nel Paese profondo, che ha imparato dalla sua cattolicissima storia le regole di un´implacabile ipocrisia, un bilateralismo perfetto - scrisse Robert Menasse - come l´aquila bicipite del vecchio impero. "In questo Paese nessuno dice la verità" protesta Karl Pfeiffer, corrispondente del Jerusalem Post e implacabile accusatore dell´antisemitismo sommerso danubiano. Alla fine, dicono alcuni, lo scontro vero non sarà fra destra e sinistra, ma fra il desiderio del cambiamento e il più implacabile degli istinti austriaci, la nostalgia della continuità, la voglia che tutto continui senza scosse e senza emozioni. E così rispunta la vecchia tentazione di tornare al passato, al soffocante abbraccio destra-sinistra della Grosse Koalition che per quarant´anni ha immerso il Paese nel cloroformio.


   23 novembre 2002