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Sull´Iraq un compromesso al vertice Nato di Praga
Maurizio Molinari su
La Stampa

La Nato si unisce nel pretendere dall'Iraq il disarmo previsto dalla risoluzione 1441 dell'Onu ma resta divisa sulla guerra. Il testo della dichiarazione sull´Iraq al summit di Praga fa propria quasi integralmente la formulazione della risoluzione dell'Onu sul disarmo, aggiungendo solo il riferimento a "misure efficaci" che gli alleati sono pronti ad adottare per far rispettare la decisione del Palazzo di Vetro. Per Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente George Bush, si tratta di un "grande successo" perché la Nato è "un'alleanza militare" che all'unanimità ha condiviso la minaccia di "serie conseguenze" sollevata dall'Onu verso l'Iraq parlando di "misure efficaci". A sostegno di questa tesi i portavoce dell'amministrazione Usa parlano di testo "approvato in 18 ore, a tempo di record". Diversa la ricostruzione delle trattative dietro le quinte fatta dai rappresentanti della delegazione francese, secondo i quali il presidente Jacques Chirac avrebbe respinto le bozze di testo americane almeno in due occasioni: nella fase preliminare del vertice, quando Washington voleva inserire un riferimento esplicito alla "cooperazione militare", e ieri, quando Bush avrebbe voluto indicare la "fase finale" della crisi nella scadenza dell´8 dicembre, giorno in cui l'Iraq dovrà presentare la dichiarazione sulle sue armi di distruzione di massa.

Il rischio che la crisi Usa-Germania si trasformasse in una spaccatura dell'Alleanza è stato evitato e Bush è ricorso alla gestualità per confermarlo: prima stringendo la mano al cancelliere tedesco durante la cena di mercoledì, poi ieri, scherzando con lui di fronte alle telecamere al fine di avere anche un'immagine per immortalare la riconciliazione, dopo la frattura causata dalla campagna elettorale della coalizione rossoverde sotto la bandiera del rifiuto di qualsiasi tipo di intervento in Iraq. Forte del sostegno Nato alla risoluzione Onu Bush arriva oggi a San Pietroburgo per discutere con Vladimir Putin l'agenda della guerra al terrorismo. Ma sulla Cecenia l'amministrazione fa un passo indietro: dopo averla definita la scorsa settimana una "questione interna russa", ieri la Rice ha sottolineato a più riprese l'importanza di una "soluzione politica" e dell'attenzione alle "questioni umanitarie". Termini politici che sembrano copiati dal lessico di Jacques Chirac. La rotta della Nato nella guerra al terrorismo anche nel Caucaso sembra essere frutto dell'equilibrio politico fra Stati Uniti e Francia.


Uomo-bomba semina la morte a Gerusalemme
Guido Olimpio sul
Corriere della Sera

GERUSALEMME - Cinque pennarelli colorati sparsi sul pavimento del bus. Appoggiato su un sedile annerito un sacchetto di plastica con la merenda: un panino, due mandarini. Appartenevano a dei ragazzi che dovevano andare a scuola. E invece hanno incontrato una fine orrenda, dilaniati da una bomba di un kamikaze palestinese salito sul loro bus a Gerusalemme. Undici i morti, 50 i feriti: tra loro molti adolescenti. Il premier Sharon, dopo un vertice con i militari, ha ordinato "una vasta ed estesa" operazione di rappresaglia. Probabile obiettivo, confermato ieri sera alla radio militare da un ufficiale: Betlemme, la città da cui proveniva il kamikaze. Israele ha annunciato che considererà nullo l'accordo con l'Autorità palestinese "Betlemme first", che portò in agosto al ritiro dell'esercito dalla città.
E' una giornata di sole caldo. Sono passate da dieci minuti le 7. Il bus Egged ha lasciato il quartiere di Kiriat Menachem e si dirige verso il centro. Come tutte le mattine è gremito. Ragazzi che vanno a scuola, adulti che raggiungono il lavoro. Il mezzo scende per via Mexico, uno stradone con alberelli ai marciapiedi. L'esplosione lo ferma a pochi metri da un incrocio. Maor Kimche, 15 anni, è nella parte posteriore del bus: "Ho sentito un botto terribile, ho visto nero. Mi sono buttato da un finestrino mentre c'era gente che si disperava". Maor è caduto sull'asfalto ed è stato soccorso da un tassista. "Sentivamo gridare "mamma" "mamma", erano voci di adolescenti", racconta un altro testimone. Il terrorista ha scelto con cura l'obiettivo. Voleva mietere vite giovani e c'è riuscito. Quattro avevano tra i 6 i 18 anni. Come il piccolo Ilan, morto insieme alla nonna. O Michael ucciso accanto alla mamma. O ancora Hodaya, di 13 anni, studentessa che aveva la passione per il disegno. Si è invece salvata Yamit, 22 anni. Era in strada con la figlia di 4, Reut, al momento dell'esplosione. Yamit, che è al settimo mese di gravidanza e ha rischiato di abortire, è una miracolata: già mesi fa è uscita indenne da un altro attacco suicida.

Arrivano i politici. Il sindaco Ehud Olmert, il ministro della Sicurezza Landau, entrambi falchi. Attaccano l'Autorità palestinese. Da Ramallah i ministri di Yasser Arafat denunciano l'attentato ma, a scanso di equivoci, spiegano che è la conseguenza della politica del premier Sharon.
Si fanno vive le Brigate Ezzedine al Kassam, il braccio militare di Hamas. Rivendicano la strage, l'autore aveva 23 anni e si chiamava Nael Abu Hilail. Rivendica anche la Jihad. Nessuno si vergogna di quello che ha fatto, i responsabili sono convinti che l'attacco porterà nuovi seguaci. Gli estremisti islamici partecipano con le bombe alla campagna elettorale israeliana. Agli estremisti non piace l'attuale leader del Labour Amram Mitzna, fautore del dialogo. Meglio "l'orco Sharon" o Netaniahu, nemici perfetti. Un sondaggio ha rivelato che per il 73% dei palestinesi destra o sinistra sono la stessa cosa.
La violenza domina il confronto politico. Netaniahu, che è impegnato nel duello personale con Sharon per le primarie del Likud, ha visitato i feriti all'ospedale Hadassah e ha invitato i diplomatici occidentali a unirsi a lui. Hanno accettato il rappresentante Usa e l'ambasciatore italiano Terzi.
Nei territori palestinesi ci si prepara al peggio. A Betlemme la Chiesa della Natività viene chiusa nel timore che i miliziani palestinesi possano cercare rifugio. I tank israeliani lanciano le prime incursioni, la polizia di Arafat sparisce.


Fiat, nuovi blocchi e scioperi a oltranza
Luciano Costantini su
Il Messaggero

ROMA — E' una no-stop. Scioperi e blocchi da Arese a Termini Imerese, dalla Lombardia alla Sicilia. E la protesta, calendario alla mano, proseguirà per tutta la prossima settimana, a meno che lunedì sera non esca da palazzo Chigi un "fatto nuovo" che ne giustifichi la sospensione. Perchè, per lunedì sera, il governo ha convocato sindacati e vertici Fiat per cercare di individuare un compromesso, se non un accordo, che permetta di congelare la cassa integrazione e non chiudere gli stabilimenti. Impresa, difficile, bisogna dirlo subito, ma che comunque va tentata. "L'azienda - avverte il leader Cgil, Epifani - deve cambiare il piano industriale e sospendere i provvedimenti di cigs e mobilità. Sono queste le condizioni per aprire un negoziato".
Comunque il tempo stringe se è vero che già martedì mattina la casa torinese - smentite intanto le trattative, ma non la cessione della Toro - potrà inviare ai singoli dipendenti le lettere di cassa integrazione che scatterebbe il 2 dicembre. Circa 5.600 "avvisi" ad altrettanti lavoratori, mentre 600 andrebbero in mobilità e i restanti 1.900 dovrebbero entrare in regime di Cigs a partire dal luglio del prossimo anno. In lire, significa che coloro che superano una retribuzione annua di oltre 33 milioni, riceverebbero intorno a 1.400.000 lire; quelli al di sotto dei 33 milioni avrebbero quasi 1.200.000 lire. Ben più povera, perchè falcidiata dagli scioperi, la busta paga di novembre per il personale di Termini: da 200 a 400 euro, secondo calcoli della Fiom.
E, ovviamente, la rabbia monta: ieri mattina oltre cinquecento operai dell'Alfa di Arese hanno bloccato lo scalo di Malpensa, impedendo per più di un'ora atterraggi e decolli. Ci sono stati anche momenti di altissima tensione quando le forze dell'ordine che presidiavano l'aeroporto lombardo hanno cercato di arginare i lavoratori che volevano entrare nell'aerostazione. Operazione peraltro riuscita. Due contusi tra i manifestanti. Blocchi stradali e traffico in tilt intorno allo stabilimento di Cassino e nervosismo a Melfi dove due "delegazioni" di Pomigliano D'Arco e Termini hanno impedito al personale dell'impianto lucano il normale svolgimento dei turni. Oggi scioero generale di 4 ore a Torino. Poi, martedì mattina, i metalmeccanici invaderanno la capitale per confluire a piazza Navona: sarà il momento clou dello sciopero di otto ore della categoria.
"Uno sciopero - avvertono i leader delle tute blu - che sarà contro la Fiat, ma anche contro il governo, qualora nel frattempo non dovesse accadere nulla. L'esecutivo si assumerebbe una gravissima reponsabilità per il colpevole ritardo con cui sta affrontando la vicenda Fiat". Chiaro che il vertice di lunedì sera a palazzo Chigi sarà in qualche modo decisivo perchè, in mancanza di risultati, il Lingotto potrebbe far partire immediatamente le lettere di Cigs e "obbligherebbe" il sindacato a rispondere. E la risposta probabilmente sarebbe durissima. Difficile immaginare che la Fiat possa accogliere la richiesta di congelare il provvedimento come pure chiede il sindacato e vorrebbe l'esecutivo che avrebbe così più tempo per trovare la chiave di volta della vertenza.


Gli irriducibili di Viale Mazzini
Massimo Giannini su
la Repubblica

Questa crisi della Rai è molto più che una rognosa bega post-democristiana, una guerricciola tra poteri di sottogoverno giocata all'insegna delle poltrone e della "visibilità". Al di là dell'enfasi retorica, la "viva preoccupazione istituzionale" espressa dai presidenti di Camera e Senato dopo l'incontro di ieri segnala l'assoluta incompetenza del Cda nel definire per il servizio pubblico un metodo preciso ed efficiente di gestione aziendale. Ma rivela anche la crescente incapacità della maggioranza nell'individuare un modello durevole e decente di sintesi politica. Oggi lo sfascio della Rai fotografa l'ennesimo fiasco del centrodestra. In prospettiva, è un test essenziale per valutarne la cultura di governo.
La giornata di ieri segnala un ulteriore avvitamento della crisi. Nonostante le dimissioni dei rappresentanti dell'opposizione, il consiglio di Viale Mazzini si è riunito e ha "deliberato". Con questa mossa Baldassarre e Saccà, degnamente spalleggiati dal leghista Albertoni, l'unico consigliere rimasto a disposizione, hanno lanciato una sfida che non ha precedenti nella storia del servizio pubblico televisivo. Dopo un'impasse che durava da oltre due settimane, si sono rinchiusi in conclave. Ovviamente non c'erano Zanda e Donzelli, che hanno già rassegnato le dimissioni. Prevedibilmente non c'era Staderini, che è pronto a fare altrettanto se la frattura non sarà ricomposta. C'era il direttore generale, che in consiglio presenzia ma non ha diritto di voto. Risultato: il presidente, seduto a tavolino con un solo consigliere, ha fatto in mezz'ora quello che il cda al gran completo non riusciva a fare da quindici giorni. Ha sfornato la bellezza di quattordici nomine.
Una scelta a metà strada tra il ridicolo e il provocatorio. Il ridicolo: nel bel mezzo di un pericoloso scontro aziendale non si scelgono i vertici della Sipra o di Rai Cinema in una riunioncina "carbonara", quasi privata. Come se il consiglio d'amministrazione di un grande gruppo televisivo fosse l'assemblea di condominio di un palazzetto di periferia, con l'aggravante tutt'altro che trascurabile che i due presenti non avevano in tasca nessuna "delega" dei tre assenti. Il provocatorio: nel bel mezzo di una grave crisi istituzionale, con i presidenti di Camera e Senato impegnati nel delicato tentativo di recupero dei due consiglieri dimessi, non si procede a colpi "di minoranza" ignorando quelle dimissioni e vanificando quel tentativo. Qui proprio qui sta la sfida: come tre piccoli ma irriducibili giapponesi su un'isoletta deserta del Pacifico, Baldassarre, Albertoni e Saccà dichiarano guerra al resto del mondo, si chiudono in trincea e si preparano a un'irresponsabile resistenza.
L'enormità del fatto non può sfuggire a nessuno. Non è sfuggita a Casini. Il presidente della Camera è rientrato in tutta fretta dal Brasile per prendere in mano la situazione. Ma questa volta - a dispetto di altre "disattenzioni" del passato - non è sfuggita neanche a Pera, che nei confronti dei tre giapponesi ha emesso già un primo verdetto. Il presidente del Senato aveva formulato un "richiamo alla ragionevolezza e al senso di responsabilità di tutti", e quel che resta dei vertici Rai gli ha risposto con "cavilli giuridici e astuzie personali". Difficile dire se queste durissime parole di Pera nascano da un disappunto personale, o invece riflettano anche la disapprovazione del presidente del Consiglio nei confronti di Baldassarre e Saccà. E' certo comunque che meritano un sicuro apprezzamento: in questo caso, al contrario di casi precedenti, il presidente del Senato si è elevato finalmente "sopra le parti". Ed è altrettanto certo che queste stesse parole, insieme a quelle contenute nel successivo comunicato dei due presidenti delle Camere, marcano un punto di non ritorno nella crisi della Rai. Il vertice dell'azienda, di fatto, è già stato "sfiduciato" dalle istituzioni che l'avevano nominato. Sul piano giuridico, la legge assegna alla sola Commissione parlamentare di Vigilanza la facoltà di revocare le nomine del consiglio Rai, tra l'altro con una procedura "rinforzata" che prevede la maggioranza di almeno due terzi. Ma sul piano politico, Pera e Casini quella revoca l'hanno già emessa. Non serve a far decadere gli incarichi di Baldassarre, Albertoni e Saccà. Ma basta a confermare che il mandato fiduciario che gli era stato conferito nove mesi fa si è spezzato, non esiste più.
E' penoso, adesso, il solito balletto sul ponte del Titanic. La Rai affonda, mentre i Poli si azzuffano, le istituzioni studiano i profili giuridici del caso, e i vertici si preparano a cannibalizzarsi a colpi di carta bollata. Non che tutto questo sia insensato. Al momento ci sono alcune questioni "legali" che esigono una risposta rapida. Il consiglio può andare avanti nell'attuale composizione, con due soli "sopravvissuti"? In questa composizione, può deliberare e decidere? Zanda e Donzelli sono ancora dimissionari o risultano già effettivamente dimessi? Le quattordici nomine appena fatte sono legittime? E che farà Staderini, il consigliere centrista che è ora più che mai l'ago della bilancia? Se si dimetterà, quando lo farà? E le sue dimissioni faranno decadere automaticamente tutto l'organo, o si potrà procedere ad un semplice reintegro delle tre poltrone rimaste scoperte? Sono domande importanti. Ma non colgono il nocciolo vero della questione. E in una situazione così drammaticamente compromessa, suonano come miseri bizantinismi.
Questo vertice Rai va azzerato, perché ha fallito la sua missione. Non ha valorizzato l'azienda, schiantata dalla potenza di fuoco di Mediaset. E non ha garantito il pluralismo, vilipeso dall'assurda cacciata di Enzo Biagi. L'unica via d'uscita apprezzabile, da questo tunnel vergognoso di arroganza e insipienza, è la nomina di un nuovo consiglio, guidato da un vero presidente di garanzia. Un personaggio realmente autorevole e super partes, che non prenda ordini da nessun palazzo. Per la soluzione della crisi si aspetta il rientro di Berlusconi dal vertice Nato a Praga. Purtroppo il Cavaliere - all'ombra del suo irrisolto conflitto di interessi, in cui l'indecenza diventa inefficienza - non farà questa scelta. L'esperienza insegna che quando ci sono in ballo i suoi "core business", le televisioni e la giustizia, il premier non ascolta la ragion di Stato, ma solo le ragioni del portafoglio.


Umiliati e Offesi
Vittorio Emiliani su
l'Unità

Meno male che Antonio Baldassarre è stato presidente della Corte Costituzionale... Ma, anche se fosse stato soltanto (come ancora è) presidente della Sisal, primaria società di scommesse, sarebbe risultata ugualmente inaudita la sua forzatura di effettuare nomine strategiche per una grande impresa come la Rai con un solo consigliere di amministrazione (anche lui a mezzo servizio essendo rimasto assessore regionale alla Cultura in Lombardia).
In due appena, più il direttore generale, come se fossero a prendere un aperitivo da Vanni, dietro la Rai. Mentre due consiglieri, Luigi Zanda e Carmine Donzelli, hanno presentato le dimissioni ritenendo inutile restare in Viale Mazzini senza poter minimamente discutere del presente e del futuro della Rai e un terzo, il consigliere Marco Staderini, considerato vicino al presidente della Camera, ha deciso di stare per il momento alla finestra dopo aver espresso anch'egli giudizi severissimi sulla mediocrità dei programmi, sulla crisi di ascolti, sulla perdita di identità.
In questo clima arroventato, "si sta cercando una ricomposizione, affidata ai presidenti delle Camere", come con involontaria comicità fa sapere al Tg1 l'ineffabile Pionati. Il quale aggiunge che, intanto, per raffreddare la situazione, Baldassarre e Albertoni decidono di gettare sul fuoco, non acqua ma benzina, sfornando nomine a tutto spiano. E il presidente (il quale è pur sempre un giurista) spiega che c'erano anche "ragioni internazionali" a renderle non più rinviabili e cioè le proteste della Repubblica di San Marino per la mancata designazione del vertice di Tele San Marino di cui la Rai è parte. Se davvero si voleva creare ai presidenti delle Camere il clima più propizio per "ricomporre" i contrasti, non sarebbe stato più sensato agire in senso opposto dando un segnale concreto di apertura, di reale disponibilità a discutere? A che gioco si sta dunque giocando? allo sfascio? all'affondamento?
La sensazione che si ha è che, alla Rai come nel resto di questo sgovernato Paese, le regole, le forme, le procedure anche minimali della democrazia siano irreparabilmente saltate e che vi sia un gruppo dirigente disposto ad ogni forzatura pur di conquistare questa o quella posizione di potere, pur di far passare leggi e provvedimenti che pongono l'interesse privato o di gruppo al posto dell'interesse generale.

Fra le tante pompose dichiarazioni rese all'atto della nomina dal presidente Baldassarre (il quale, primo caso in mezzo secolo di Rai-Tv, dovette votarsi per risultare eletto) v'era il ritornello "faremo una Rai più colta, più attenta alla cultura". Non se n'è vista traccia di sorta. Anzi, i concerti della bella Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai sono precipitati all'una di notte (che tristezza), mentre il bi-direttore di Radio Due –che continua a perdere ascolti, come Radio Uno da qualche mese– si applica a smontare quel gioiello di canale culturale che era diventata Radio Tre. Fra le proteste generali. Ma a lui che gliene importa? Se l'intera Rai può essere governata da due sole persone col valido ausilio del direttore generale, perché lui non può sbaraccare da solo un canale radiofonico? Va così quasi ovunque, purtroppo, nel Malpaese. E però non ci si può, non ci si deva rassegnare. Subito un governo (reale) di garanzia della Rai e poi una legge –non quell'obbrobrio della Gasparri– la quale, o all'inglese (la Fondazione) o alla francese (il Consiglio Superiore dell'Audiovisivo), assicuri questa grande azienda pubblica contro l'ingerenza della politica e le consenta scelte strategiche, industriali ed editoriali, in piena autonomia.


Nell´etere vola il Tg Unico
Sebastiano Messina su
la Repubblica

ROMA - Delitti, ingorghi, alluvioni, rapine. E poi vai col calcio, fai un rapido giro del mondo, aggiungi un servizio sull´ultimo rimedio contro il mal di testa e dai una spruzzatina di jet set, giusto per togliere dal video quel fastidioso saporaccio di colla che lascia il pastone politico. Ormai è questa, la formula che unisce, mescola e confonde i telegiornali dell´era berlusconiana – con qualche eccezione da una parte e dall´altra, come vedremo – è questa la ricetta che nel nome dell´Auditel asciuga, tritura e sterilizza nella scaletta dei telegiornali le insidiose spine della politica, lasciando che giorno dopo giorno si insinui il dubbio dell´incombente passaggio strisciante a un TgUnico trasversale, inodore, incolore e insapore e dunque adatto a tutti i palati.
La punta avanzata di questa tendenza è, per forza di cose, il Tg1 nuova gestione, dove Clemente Mimun ha cominciato ad applicare la teoria messa a punto quando era il condirettore del Tg5, completando a Saxa Rubra l´opera avviata nel ´94 da un altro direttore berlusconiano, Carlo Rossella: potenti iniezioni di cronaca nella scaletta, porte spalancate allo sport e dosi massicce di moda, spettacoli e costume, lasciando scivolare l´informazione politica verso la parte bassa del telegiornale. Sul più istituzionale e paludato dei telegiornali italiani, la riforma Mimun ha avuto un impatto molto più evidente di quanta ne ebbe a suo tempo sul Tg2 post-garimbertiano, destabilizzando tutte le certezze della scaletta quotidiana e dei titoli di testa (forse è questa, chissà, la ragione per cui il sommario del Tg1 è sistematicamente sotto la media degli ascolti, al contrario di quello che capita al suo concorrente diretto, il Tg5 di Mentana).

Ma il vero elemento trasversale che da Rai a Mediaset amalgama e assimila i telegiornali di ogni fascia oraria è proprio il declassamento della politica a tema minore, da seconda parte del Tg. Se non si tratta di presentare una visita di Berlusconi a Bush o a Gheddafi, o l´ennesimo annuncio del presidente-muratore che "l´Italia sarà un grande cantiere", le notizie da Montecitorio cedono il posto a una cronaca che nel Tg1 occupa ormai due volte e mezza lo spazio della politica, e nel Tg5 addirittura il quadruplo del tempo (contro un Tg3 in controtendenza che cerca di pareggiare le cifre e uno Studio Aperto che, all´opposto, ha di fatto abolito le cronache dal Palazzo).
Poi, naturalmente, ci sono i piccoli incidenti. Come l´imbarazzante servizio del Tg1 sulla battaglia di El Alamein, dal quale sembrava che in fondo nel deserto egiziano avessero ragione entrambi, i nazifascisti e gli alleati. O come l´autodenuncia di Mentana delle gaffes del Tg5, per annegarvi dentro la notizia non censurabile della papera berlusconiana su "Romolo e Remolo". Ma quelli sono, appunto, incidenti di giornata: non è da qui che passa la strada verso la berlusconizzazione.
Si notano molto meno, invece, le notizie che restano fuori dai telegiornali. O quelle che, al contrario, vengono offerte in confezione regalo, come è capitato l´11 novembre, il giorno in cui Montecitorio ha approvato la Finanziaria. Colpiva, quella sera, l´asciuttezza dei tg Mediaset, con il Tg5 che è arrivato alla Finanziaria dopo essere passato da Termini Imerese, da Gerusalemme, da Baghdad, dai macelli della camorra, da un delitto di Fuorigrotta, dalla scuola in tenda di San Giuliano e dai cicloni in Alabama, mentre Studio Aperto se la cavava con 30 secondi e il Tg4 resocontava senza enfasi.
La Rai invece quella sera ha voluto dare agli italiani la buona novella dei "tagli all´Irpef", con ricche tabelle e numerosi esempi. Così il Tg2 ci ha informato che persino chi guadagna 7 mila euro risparmierà, l´anno prossimo (25 euro, per essere precisi), e il Tg1 ci ha fatto sapere che un pensionato con 7500 euro "risparmia il 100 per cento" e un lavoratore con 9000 euro "il 56 per cento", mentre "sette milioni di pensionati sono esenti dall´Irpef", dipingendoci insomma un taglio delle tasse degno di Reagan e della Thatcher messi insieme, purtroppo piuttosto lontano dalle cifre reali dei mini-sconti del fisco italiano.
Un panorama roseo, insomma, ottimistico e positivo, per nulla incrinato dal commento militante del Tg3, il quale – per compensare un simile spiegamento di forze in soccorso di Tremonti – non è riuscito a trovare di meglio della sottolineatura piuttosto bizzarra che "i redditi più bassi, già esenti dalle tasse, non avranno agevolazioni da questa Finanziaria". Anche le voci fuori dal coro, qualche volta, possono essere stonate.


Sull'indulto la maggioranza si spacca
Caterina Perniconi su
l'Unità

L'indulto ha spaccato in due la maggioranza. La coalizione di centrodestra si è divisa come una mela marcia in aula, dopo le dichiarazioni di Fini e Castelli. E Berlusconi ha pensato bene di richiamare i suoi, invitandoli, dalla fredda Praga, ad affidarsi alle proprie coscienze. Ormai la politica della maggioranza si deve affidare alla coscienza. Sembrava di sentire il professore che richiama i giovani ed ingenui studenti, esortandoli "ad applicarsi di più ascoltando le loro coscienze". Rispondendo alle domande sull'indulto e sulle dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio, Berlusconi ha dichiarato che "essere parte di un alleanza non significa essere d'accordo su tutti gli argomenti". Probabilmente, però, non si ricordava che quest'alleanza sta governando l'intero paese, al quale non fa piacere sentirsi continuamente lacerato dai capricci di pochi.
Ieri in aula si stava discutendo un tema molto delicato, come quello dell'indulto, che tocca da vicino migliaia di detenuti. Ma invece di concentrarsi sul destino di queste persone, si è consumato un lungo botta e risposta tra il vicepresidente della Camera, esponente di Forza Italia, Alfredo Biondi, il ministro Castelli ed il capogruppo leghista Alessandro Cè. Biondi, tra l'altro firmatario dell'indultino, era intervenuto criticando il rifiuto di qualsiasi forma di clemenza, espresso dal ministro della giustizia, che aveva definito l'indulto "una resa del governo". Il ministro non ha digerito questo attacco, ed ha parlato di "voci isolate della maggioranza che si schierano a favore dell'indulto e contro di lui". In realtà la voce di Biondi era parallela a quella di Berlusconi, ma forse il ministro preferisce considerarle isolate e poco influenti. Lo ha lasciato intendere anche il vicepresidente della Camera, specificando che "si dice a suocera perché nuora intenda", quindi lo schiaffo era diretto a Berlusconi. Insomma, urge chiarimento nella maggioranza.
In difesa del ministro, e delle sue posizioni, si è schierato il capogruppo leghista che, inviperito dagli applausi che i deputati hanno tributato a Biondi, ha attaccato pesantemente gli alleati di Forza Italia: "Siamo stanchi - ha detto Cè - di sentire in quest'aula cose diverse rispetto a quelle che la Cdl è andata dicendo in campagna elettorale, siamo stanchi di essere sul banco degli imputati, se la pensate così dovevate avere il coraggio di dirlo in campagna elettorale, non è più sopportabile che una parte della maggioranza tolga letteralmente la fiducia ad un ministro".

Intanto ieri pomeriggio alla Camera è cominciato l'esame delle undici proposte di legge sull'indulto, e si votava per le mozioni sulle carceri: non è stata raggiunta una completa intesa bipartisan, infatti le tre mozioni presentate da partiti della maggioranza sono state approvate in toto mentre quella dei Ds, proposta da Anna Finocchiaro, solo nei tre punti condivisi dal ministro Castelli. Mentre nelle carceri sono ricominciati i digiuni "contro l'oblio di solidarietà" con Sofri e Bompressi, che contano 1800 adesioni. Martedì la catena di solidarietà toccherà il 300° giorno di digiuno. Silvio Di Francia e Gad Lerner, promotori dello sciopero sostengono che "l'85% della politica si è espresso a favore della grazia per Sofri" e sperano che la pratica arrivi al più presto nelle mani del Capo dello Stato. Forte mobilitazione anche per l'associazione Antigone. Sessanta parlamentari chiedono, con una lettera, a Giovanni Tinebra, capo del dipartimento amministrazione penitenziara del ministero della giustizia, di ritirare la nota che accosta Antigone ad organizzazioni anarco-insurrezionaliste.


An soffre per il Fini governativo
Editoriale su
Il Foglio

“Vestiti da centristi perdiamo” - Roma. “Cambiali da pagare agli alleati”, le definisce Ignazio La Russa, che pure, ovviamente, da alleati “abbiamo condiviso”. E tra tutte le cambiali, raccontano dentro An, è stata la Cirami la più esosa. Pagata la quale, spiega adesso il capogruppo alla Camera, “più che un cambio di strategia si è rafforzata la consapevolezza che non si può glissare su alcune cose che toccano la nostra identità”. Perciò, come dice un altro dirigente del partito, Publio Fiori, vicepresidente della Camera, “siccome qui tutti temono un collasso della maggioranza, si mette in deposito il classico messaggio da uomo di destra: legge e ordine”. Che significa né indulto né amnistia, anzi, secondo Gianfranco Fini, niente “segni di clemenza”, a cominciare dalla grazia a Sofri. E pazienza se, con un colpo solo, il vicepresidente del Consiglio scontenta il Cav. e Giovanni Paolo II, tanto da beccarsi nella giornata di ieri l'accusa di “accanimento immotivato” da parte dell'Avvenire, per la “stizzosa” risposta “all'appello commosso del Papa”, insieme a un' indiretta ma nella sostanza durissima replica del cardinale Ruini: “Non è un buon cristiano chi non cerca il bene del prossimo”. Reazioni che comunque non faranno cambiare idea al leader di An, che ha già anticipato: “La mia posizione è e sarà sempre contraria”. Dal punto di vista della convenienza di partito, Fini ha le sue ragioni. I più freschi e riservati sondaggi danno An (in sofferenza nei giorni della Cirami) in risalita dopo le ultime prese di posizione del leader. Dice La Russa: “Abbiamo capito, già dal tempo dell'Elefantino, che vestirci da centristi non ci fa incontrare consenso. Nella coalizione saremo i più moderati nei toni, ma intransigenti sui valori. Non è tattica, ma strategia”. Gli alleati, per la verità, danno un'altra lettura delle ultime sortite. Spiega Bruno Tabacci: “Fini si sta rendendo conto che la partecipazione al governo, in condizioni sostanzialmente di stabilizzatore, non bilancia il reale appannamento del partito.

E i sondaggi non promettono bene. Fini l'ha capito e ha scelto di differenziarsi su una cosa come l'amnistia, che lo smarca ma non mette in crisi il governo. Anche se io personalmente non sono d'accordo: avremmo dovuto farlo su altre vicende, come le pensioni”. Forte e rassicurante nel governo, il vicepresidente del Consiglio però da tempo sente salire lo scontento dal partito. “Un leader è forte se ha un forte partito alle spalle – commenta Teodoro Buontempo – Altrimenti è brava persona capace, ma il mondo è pieno di brave persone capaci che non hanno un ruolo. Credo che anche Fini abbia capito che la misura è ormai colma”. Pure il fatto, aggiunge La Russa, che “si è cercato, come sul Foglio, inevitabili diverse opinioni in An” su temi come l'indulto o l'ordine pubblico, “essenziali per la nostra identità”, spinge a serrare le fila. Strategicamente, il partito ha messo gli occhi su un 6 per cento di elettorato fluttuante che, secondo Renato Mannheimer, potrebbe votare per il centrodestra. “Si spalmerà su tutti i partiti, noi dobbiamo prenderne la parte più consistente. A quel punto il nostro obiettivo potrebbe essere il 19 per cento. Un po' di concorrenza, di competizione sul nostro terreno, senza pugnalate alle spalle, è salutare. E Fini, che nel capire queste cose non è secondo a nessuno, non ha modificato atteggiamento: lo ha solo esplicitato in maniera più chiara”. E sorride, La Russa, quando incrocia Daniela Santanchè che gli mormora: “Troppi forcaioli”.


"Poca crescita, conti in difficoltà"
Stefano Lepri su
La Stampa

Poca crescita, conti pubblici in difficoltà: l´Ocse - che cura la cooperazione economica tra i 30 maggiori Paesi industriali - è preoccupata per l´Italia. Si tratta delle previsioni più cupe finora uscite da una organizzazione internazionale: un quasi ristagno per la nostra economia quest´anno, +0,3%, e una ripresa modesta il prossimo, +1,5%. Sul deficit pubblico le stime Ocse sono vicine alle ultime della Commissione europea: 2,3% del prodotto lordo quest´anno, con l´arresto dopo 7 anni nella discesa del debito accumulato, e poi 2,1% l´anno prossimo, una pericolosa risalita nel 2004 al 2,8%, in prossimità del "tetto" stabilito dal Trattato di Maastricht. Il viceministro dell´Economia Mario Baldassarri ha risposto subito che il governo non cambia le sue cifre (crescita del 2,3% nel 2003); la speranza è sempre che una rapida risoluzione della crisi irakena dia slancio alla ripresa in tutto il mondo. Ancora una volta, Baldassarri riafferma che se una crescita più bassa avrà come effetto nel 2003 un maggior deficit, "non si farà nessuna manovra aggiuntiva"; mentre per il 2004 "siamo ben consapevoli che alcuni dei provvedimenti presi hanno effetto una tantum sul 2003" e andranno sostituiti da altri. Nelle preoccupazioni dell´Ocse l´Italia non è affatto sola. Quanto ai conti pubblici lo sfondamento in Germania è ben più grave - una violazione patente del Trattato - e in Francia ha caratteristiche più durature, più strutturali. Ma mentre la Germania ha perlomeno fatto ammenda, "in Francia e in Italia a politiche invariate il risanamento sarà lento". In tutta Europa "lo spazio per nuovi sgravi fiscali è limitato o inesistente" senza nuove energiche misure per frenare le spese. Tutto questo ha un rischio preciso, secondo l´Ocse: che per fare da contrappeso al lassismo fiscale dei governi la Banca centrale europea sia costretta a esercitare un sovrappiù di severità monetaria. E´ questo il messaggio che ha voluto dare personalmente del nuovo capo ufficio studi dell´Ocse, il francese Jean-Philippe Cotis (un alto funzionario pubblico, già collaboratore del ministro di centro-destra Alphandéry), succeduto all´italiano Ignazio Visco. Per l´Italia il rischio è aggravato: dato l´alto livello di debito, più alti tassi di interesse avrebbero un più pesante effetto di freno. A tutt´oggi, la Banca centrale europea viene assolta da ogni critica. Nel giudizio dell´Ocse il costo del denaro è stato tenuto negli ultimi tempi su un livello appropriato, anzi "abbastanza accomodante"; una riduzione di mezzo punto - dall´attuale 3,25% al 2,75% - è attesa "presto" (il 5 dicembre, secondo molti analisti). Se però le prospettive peggiorassero - con una recessione in Germania che al momento l´Ocse esclude - "l´Eurosistema dovrebbe tenersi pronto a spingersi più in là". Ha dato un po´ fastidio a Bruxelles l´affermazione di Cotis che "il patto di stabilità finora non ha funzionato e merita di essere adattato". Non è vero, viene applicato, replicano i portavoce. Intanto però trapela una nuova clausola di interpretazione che verrebbe incontro alle richieste della Francia: i Paesi con debito a meno del 60% del Pil (certamente non l´Italia, e per poco nemmeno la Germania) potrebbero essere esentati dall´obbligo di correzione strutturale del deficit nella misura dello 0,5% all´anno. Anche l´Ocse incita l´Europa alle "riforme strutturali. Sulle pensioni si riconosce che l´Italia ha fatto più di altri Paesi ma la si esorta a proseguire perché a causa del suo alto debito il peso è più difficile da sostenere; inoltre, mantenere gli anziani al lavoro più a lungo "può innalzare il tasso di crescita a lungo termine" delle economie europee. Positivo è il giudizio sulle "passate misure" di riforma del mercato del lavoro italiano, che hanno permesso di aumentare l´occupazione; ora l´Ocse vede "una perdita di velocità" e raccomanda di mantenere la moderazione salariale. Quanto all´inflazione, probabilmente il blocco delle tariffe si rivelerà controproducente. Sullo sfondo, le previsioni per l´intera economia mondiale sono di "una ripresa esitante" ovvero "lenta e irregolare" senza una nuova ricaduta all´indietro però. Un fattore grave è che il calo degli investimenti fissi, nei 30 Paesi Ocse, sarà quest´anno del 4,5%, dopo il 2,5% l´anno scorso, ben più che nelle recessioni dei due decenni precedenti.


Fellini incantato dalla femmina
Tullio Kezich sul
Corriere della Sera

Quello su Federico e le donne è un capitolo che non si può omettere nella biografia, anche se bisogna stare attenti a come se ne parla. Precisando in primo luogo che in mezzo secolo di matrimonio il nostro, pur nelle frequenti infedeltà, rimase un monogamo assoluto. Fellini era affascinato dalle femmine, ne parlava in continuazione e all'uso dei vitelloni scherzava volentieri sul sesso, schizzava disegnetti osceni sui tovaglioli del ristorante e li accompagnava con battute in carattere. In sua compagnia il discorso amoroso tornava fuori di continuo in forma allegramente ossessiva, tanto che nella cerchia degli amici si cominciò ben presto a sogghignare sul noto motivo per cui "chi parla tanto, fa poco". Al che Federico replicava con sdegno buffonesco, minacciando di esibire l'"insaziabile drago" che teneva celato sotto le vesti. Nessuno ha gli elementi per dire come stavano realmente le cose, ma una cosa è certa: nella vita del cineasta, piena di occasioni e tentazioni, non apparve mai una donna, per attraente che fosse, in grado di mettere in crisi neppure per un attimo la solidità di un matrimonio pervenuto al traguardo delle nozze d'oro. Sulla scelta della compagna con la quale aveva messo su famiglia poco più che ventenne, Federico non ritornò mai. Pur fra le impazienze, i bisticci e le occasionali incomprensioni che caratterizzano le unioni, il bisogno di avere accanto Giulietta fu una condizione perenne del suo stare al mondo. Più Cherubino che Don Giovanni, Federico scherzava volentieri con donne di ogni età e nel giocare magari le illudeva di rappresentare qualcosa nella sua vita.

Esiste tuttavia una piccola storia, sotterranea e minore, che riguarda Fellini e un paio di ispiratrici di lunga durata. Magari si potrebbero rivangare fuggevoli precedenti ai quali non vale la pena di dare volti e nomi, ma la Lea di San Marino fu la prima femmina "altra" ad assumere qualche rilievo nell'esistenza del maestro. In primo luogo, così diceva lui, per l'irresistibile attrattiva erotica che creò fra loro un'ardente consuetudine. Da conversazioni saltuarie e frammenti di confessioni, si può desumere che al carattere difficile di questa signora si ispira il personaggio di Yvonne Furneaux, assillante compagna di Marcello in La dolce vita , e all'epoca si mormorava che la scena notturna della lite in automobile, quando lui la scarica in un solitario vialone della periferia e parte in quarta, fosse accaduta nella realtà. Tranne che la Lea ebbe in tale frangente una reazione molto più violenta, tanto da sfasciare a sassate la nuovissima Flaminia sport di Federico. All'esuberanza del personaggio vero sarebbe invece ispirata Marisa, la "vaporiera del sesso" di La voce della luna , richiamata in vita quando l'ispiratrice era deceduta da un pezzo, stando a quanto raccontava Fellini, in un manicomio dell'Emilia Romagna. A ricordarla rimangono solo alcuni disegni d'epoca del suo spaventatissimo amante.
Un paio di aneddoti di prima mano su questo amorazzo li fornisce l'immancabile Titta Benzi, che talvolta scortò Federico nelle escursioni galanti sul Titano. In una certa occasione, a tarda sera, Fellini si fece portare in macchina a San Marino e invitò Titta ad aspettarlo al bar mente lui faceva un'improvvisata a Lea. Scoccò l'ora della chiusura dell'esercizio e Fellini non compariva, sicché Titta restò a congelarsi sotto un portico in un'attesa di molte ore. Era quasi l'alba quando finalmente riapparve Federico e Titta intirizzito lo aggredì: "Ma cosa ti è saltato in mente di piantarmi qui al freddo per tutto questo tempo?" Pronta la risposta: "E l'amicizia?"


   22 novembre 2002