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Crisi alla Rai, si dimettono Donzelli e Zanda
Marco Galluzzo sul
Corriere della Sera

ROMA - Dimissioni annunciate, minacciate, promesse, infine arrivate. I consiglieri di amministrazione Carmine Donzelli e Luigi Zanda, vicini al centrosinistra, le hanno rassegnate ieri mattina. Con due lettere destinate a chi li ha nominati, i presidenti di Camera e Senato, con telefonata al presidente della Rai, infine con formalizzazione del Consiglio in cui ritengono che sia ormai impossibile lavorare. LE ACCUSE - Nelle motivazioni un pesante atto d'accusa. Per il manager Zanda la decisione è dettata dall'impossibilità "di lavorare positivamente" con il presidente Baldassarre e con il direttore generale Saccà, persone prive di "autentica autonomia aziendale", delle quali non si comprendono "ideali, visione del futuro, strategie", che hanno contribuito alla "mortificazione del pluralismo", al peggioramento della situazione finanziaria, "al flop dei programmi". L'editore Donzelli parla di Rai "senza bussola", di assenza di "una diagnosi condivisa sullo stato dell'azienda", di vertici che "rischiano di compromettere la tenuta economica" della tv di Stato, di "discriminazione politica" per Biagi e Santoro, di assenza di "condizioni minime" per restare.
L'ULTIMO ATTO - Dimissioni dunque irrevocabili. L'ultimo atto di una crisi iniziata mesi fa, alimentata dal pessimo rapporto personale con il presidente Baldassarre, aggravatasi negli ultimi giorni. Giorni in cui il segretario dei Ds Piero Fassino ha chiesto la testa del presidente e definito la Rai "un Vietnam", mentre le divisioni sulle ultime nomine eliminavano le residue speranze di ricomposizione. Precede le dimissioni, di prima mattina, un breve colloquio telefonico con il presidente del Senato. Le segue una visita di un'ora allo stesso Pera. Contemporaneamente si riunisce il Consiglio: l'organo va avanti con tre soli componenti (il presidente Baldassarre, Albertoni e Staderini), approva la bozza del contratto di servizio.
STADERINI IN BILICO - Mentre il presidente del Senato invita Zanda e Donzelli a ritirare le dimissioni, inutilmente, l'altro colpo di scena: si diffonde la voce che anche Staderini sarebbe pronto a lasciare. La conferma poco dopo: il consigliere annuncia che non parteciperà al Consiglio programmato per il pomeriggio, aggiunge che "non si può fare finta che la decisione dei colleghi lasci le cose come stanno". Messaggio chiaro: "Il Cda è stato unitariamente nominato, senza ricompattamento ne trarrei tutte le conseguenze".
Dal Brasile, dov'è in visita ufficiale, il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, fa sapere che oggi vedrà il presidente Pera: "Se due persone serie come Zanda e Donzelli hanno deciso di dimettersi questo è un fatto che richiede la massima attenzione. Con Pera vedrò cosa è possibile fare".



Un presidente di garanzia
Curzio Maltese su
la Repubblica

La RAI della destra, cioè di Berlusconi, già "destinata a durare un decennio", sta andando a pezzi dopo appena 9 mesi. I due consiglieri in quota all'Ulivo si sono dimessi e se, come pare, li seguirà il centrista Staderini, allora dovranno andare a casa tutti, Baldassarre, Saccà e compagnia. Si tratta d'una crisi per metà aziendale e per metà politica. Come sempre la Rai è lo specchio e il laboratorio per eccellenza della classe dirigente e questo ne spiega lo stato penoso. Una legge della meccanica politica dice che quello che accade in viale Mazzini anticipa quello che accadrà al governo. La regola ha funzionato tanto nella prima repubblica quanto nella seconda, con governi di centro, destra, sinistra e misti.

Negli ultimi anni, la Rai "dei professori", intorno a Tangentopoli, ha annunciato la stagione dei governi tecnici. Così come la caduta della Rai di Siciliano, voluta all'epoca dal tandem D'Alema-Marini, prefigurava quella del governo Prodi. Questa crisi della Rai è dunque la prima vera crisi del governo Berlusconi, per interposta istituzione. Per arrivare a che cosa? Prima di avventurarsi in ipotesi, è bene chiarire la natura anomala di questa crisi Rai.

Nessun governo della tv pubblica, compresi i peggiori, aveva mai prodotto tanti disastri in così poco tempo, finendo per essere inghiottito dal buco nero del conflitto d'interessi. L'esordio della Rai di Baldassarre è subito segnato da quell'ombra, quando Berlusconi, appena nominati i vertici, ordina di far fuori Enzo Biagi e Michele Santoro. Lo sfrontato proclama bulgaro del presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset suscita sulle prime reazioni di scandalo, ipocrite rivendicazioni di autonomia da parte di Baldassarre e Saccà, vaghi moniti quirinalizi e ridicole esibizioni sulla tv pubblica di dipendenti berlusconiani che, travestiti da suffraggetti della libertà d'opinione, giurano di incatenarsi ai cancelli di viale Mazzini in caso di censura. Naturalmente la censura arriva e nel peggiore dei modi.

Baldassarre e Saccà obbediscono all'ordine del padrone di Mediaset, chiudono "Il Fatto" e "Sciuscià", e per giunta spargono sulle rovine il sale di programmi demenziali come "Max&Tux" ed "Excalibur" (fra i due, il più comico). Non bastasse, si dedicano alla vendetta su Biagi e Santoro con una serie di false promesse e persecutorie lettere di richiamo. Uno spettacolo di regime, rafforzato dalla totale omologazione dei telegiornali, che fanno a gara nel nascondere le notizie sgradite al governo.

Il guaio è che il pubblico, meno stupido di quanto pensino gli strateghi, se ne accorge e diserta in massa i programmi Rai. Il crollo di ascolti va così ben oltre la possibile missione di favorire le reti del presidente del Consiglio. La tv pubblica perde ogni mese quote d'ascolto in prima serata, la fascia d'oro della pubblicità. Rai1 reagisce con lo show del sabato sera, costato un po' meno dello sbarco sulla luna, ma finisce letteralmente in mutande nel confronto con il programma della De Filippi, che tutto intero fattura quanto una puntata di Morandi.

Rai2 viene demolita dal leggendario Marano, dopolavorista raccomandato da Bossi, al punto da avere come unici programmi di punta i cartoni animati di Popeye. Al resto ci pensa il governo e il ministro Gasparri che blocca l'accordo Raiway, firma una riforma tv che sembra scritta ad Arcore e infine, con notevole coraggio, chiede un aumento del canone, dopo averne proposto a suo tempo l'abolizione.

Ora, se in questi 9 mesi Fedele Confalonieri avesse ridotto Mediaset nello stato in cui Baldassarre e Saccà hanno conciato la Rai, probabilmente sarebbe stato licenziato e magari traslocato con tutta la lapide dal mausoleo di Arcore.

C'erano volute settimane di passione e guerriglia fra An e Forza Italia, centristi e leghisti, per arrivare alla nomina di un consiglio Rai che, pur con un piglio da ventennio, è durato lo spazio d'un mattino.


La Consulta: Rete4 sul satellite dal 2003
Mario Sensini su
La Stampa

Rete 4 e Tele+ Nero dovranno abbandonare le frequenze analogiche e trasferirsi sul satellite al più tardi entro la fine del 2003, data entro la quale RaiTre dovrà essere privata della pubblicità. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale decretando ieri l´illegittimità di una parte della Legge Maccanico del `97, e sottolineando che l´assetto attuale del sistema televisivo "non garantisce l´attuazione del principio del pluralismo informativo esterno, che rappresenta uno degli imperativi emergenti dalla giurisprudenza costituzionale in materia". La sentenza della Corte, che ricalca quella del `94 con cui venne affondata a legge Mammì, rischia di rimettere in discussione anche il nuovo disegno di legge Gasparri che prevedeva il congelamento del passaggio di Rete4 sul satellite fino all´avvio del digitale terrestre, quindi dopo il 2005. Governo e Parlamento, secondo il dispositivo della sentenza, dovranno infatti tornare al lavoro per "determinare le modalità della definitiva cessazione entro il 31 dicembre del 2003 del regime transitorio" della legge Maccanico. Grazie a questo regime, a Rete4 e Tele+ Nero è stato consentito di trasmettere sulle frequenze terrestri anche oltre il limite transitorio del 30 ottobre `98 a condizione che le trasmissioni avvenissero anche via satellite o via cavo. La Maccanico delegava l´Autorità per le Comunicazioni a indicare i tempi di abbandono dell´etere "in relazione al congruo sviluppo" del satellite. Un termine che, prima del disegno di legge Gasparri, la stessa Autorità aveva fissato a fine 2003 purché a quella data almeno il 50% delle famiglie italiane fosse passato al digitale. Secondo la Consulta, invece, il termine del 2003 può essere assunto "a prescindere dal raggiungimento della prevista quota di famiglie digitali". L´estensione progressiva del regime transitorio, per di più, è avvenuta nonostante dal `94 "la ristrettezza delle frequenze disponibili si sia accentuata" (le reti terrestri nazionali sono scese da 12 a 11), "con effetti ulteriormente negativi sui principi del pluralismo e della concorrenza e con aggravamento delle concentrazioni". Il nuovo intervento della Corte Costituzionale sulle tv era stato sollecitato dal Tar del Lazio, cui si erano rivolti Europa 7 (titolare di una concessione nazionale, mai esercitata perché non c´erano frequenze disponibili), Rete A e l´Adusbef, l´associazione dei consumatori.



Subito la nuova legge
Massimo Luciani su
La Stampa

Quella di ieri è stata una giornata caldissima, sul fronte dell'informazione. Dopo le dimissioni di due consiglieri di amministrazione della Rai è arrivata in serata la sentenza della Corte Costituzionale che, in buona sostanza, ha imposto il trasferimento di Rete 4 sul satellite senza più possibilità di proroghe o slittamenti.
Il termine ultimo è quello del 31 dicembre 2003, sicché è facile immaginare che la pronuncia della Consulta determinerà un'accelerazione della discussione sulla riforma del sistema dell'informazione e della comunicazione, che già si era avviata dopo la pausa estiva. Che la discussione politica subisca un'accelerazione, però, non significa affatto che sia destinata ad una conclusione semplice e rapida, anche perché le questioni generali si intrecceranno fatalmente con quella della particolare posizione del presidente del Consiglio come imprenditore della comunicazione, rendendo tutto più complicato.
Su quella discussione, poi, non peserà soltanto il condizionamento dei princìpi in materia di pluralismo informativo enunciati dalla Corte in questa e in tante altre sentenze precedenti, ma anche quello dei princìpi che sembrano destinati a maturare in sede comunitaria.
Il caso ha voluto che proprio ieri, dopo un'ampia discussione, il Parlamento europeo abbia approvato una risoluzione in materia di mezzi di comunicazione presentata da ben cinque gruppi politici, nella quale l'Assemblea di Strasburgo ha invitato la Commissione a completare già nell'attuale legislatura l'esame delle "implicazioni politiche, economiche e giuridiche di un quadro regolamentare a livello europeo", con la prospettiva, addirittura, di trovare una "base più salda nel Trattato" al principio della libertà dei media. Non si tratta dei consueti auspici generici sulla libertà e sul pluralismo dell'informazione e della comunicazione, ma di ammonimenti più stringenti all'Esecutivo comunitario, che sollecitano una vera e propria disciplina giuridica del settore.
Il Parlamento europeo guarda lontano e vede nella prossima scadenza dell'allargamento dell'Unione un momento che rende "particolarmente necessaria" una regolamentazione europea dei media. L'idea è quella che lo sviluppo delle nuove tecnologie, consentendo l'interazione tra mezzi diversi, possa favorire la concentrazione dei media in poche mani, mettendo a rischio il pluralismo.

Come in qualunque altro Stato membro, nessuna riforma potrà essere isolata dal contesto europeo, né potrà essere incompatibile con le prevedibili linee di sviluppo dell'auspicata regolamentazione del settore su scala continentale. Il destino del pluralismo informativo in Italia, tante volte ricordato dal presidente Ciampi, passa sempre per Roma, certo, ma adesso anche per Strasburgo e per Bruxelles.


Scontro frontale sulla Devolution
Redazione de
la Repubblica

ROMA - Avanti a testa bassa. La maggioranza spinge l'acceleratore e l'aula del Senato conferma la decisione, presa oggi dalla capigruppo di Palazzo Madama, di andare avanti sul disegno di legge per la devolution. Vengono così rispedite al mittente le richieste dell'opposizione che chiedeva di far slittare la discussione sulla devolution soprattutto perché si sovrapponeva alla sessione di bilancio. Davanti all'accelerazione della maggioranza la reazione del centrosinistra non si fa attendere, ed è un proclama di scontro durissimo: "Faremo ostruzionismo su tutto", scandiscono Ds e Margherita. "Utilizzeremo tutti tutti gli strumenti a disposizione per contrastare il disegno di legge sulla devolution e la stessa finanziaria" incalza il diessino Gavino Angius. Mentre la Margherita, con Willer Bordon, rincara la dose attaccando il contingentamento dei tempi della discussione sul provvedimento. "Undici ore per sfasciare l'Italia: questo è il tempo contingentato per discutere in Senato del disegno di legge sulla devolution".

La maggioranza però fa spallucce e tira dritto. "Quello dell'opposizione è ostruzionismo isterico", dice il forzista Renato Schifani. Mentre il ministro per le Riforme, Umberto Bossi si dice sicuro dell'approvazione del provvedimento "ai primi di dicembre". Bossi resta indifferente anche davanti agli attacchi dell'opposizione: "Non è vero che la devolution produrrà gli effetti negativi. Comunque dovremo quasi ringraziarli, le lotte temprano, si combatte e si alzano le bandiere. Ma non penso che riusciranno a creare crepe nella maggioranza". Vanno così nel dimenticatoio tutti i pallidi tentativi di dialogo tra maggioranza e opposizione sulla riforma della giustizia. "Lasciamo stare il dialogo...", liquida la questione Angius.

L'ostruzionismo dell'opposizione avrà ricadute anche sulla legge finanziaria. Angius conferma infatti la presentazione di 4.000 emendamenti e l'utilizzazione di tutti gli strumenti "per paralizzare i lavori del Senato in Commissione e in Aula". Nel frattempo la fretta della maggioranza ha fatto slittare l'approvazione del decreto sul fisco, rimandato a tempi migliori.

Il centrosinistra si mobilita anche fuori dell'aula parlamentare. Domani nella sala Capranichetta a Roma, parlamentari dell'Ulivo, amministratori, rappresentanti dei partiti, dei sindacati, della società civile presenteranno le iniziative che l'Ulivo, insieme a Rifondazione comunista, metterà in campo.


Fini contrario all'indulto "E per Sofri niente grazia"
Redazione de
la Repubblica

ROMA - "Non è il caso di essere generosi con i criminali". Dal salotto di "Porta a Porta" Gianfranco Fini ribadisce la sua totale contrarietà a qualsiai ipotesi di clemenza nei confronti della popolazione carceraria. Che si tratti "di indulto, amnistia, o qualsiasi altra ipotesi vada in quella direzione" il "no" di Fini è netto, "sia come leader di An che come vicepremier". Gianfranco Fini riconosce il problema dell'affollamento delle carceri, ma esclude, di fronte alla criminalità o al terrorismo, una risposta che passi attraverso "atteggiamenti all'insegna del perdono o della generosità". Tutto il contrario di quanto, solo pochi giorni fa, ha chiesto il Pontefice nella sua storica udienza al Parlamento italiano quando, alla fine del suo intervento, ha chiesto ai politici "una atto di clemenza" per i detenuti. Una posizione, quella di Gianfanco Fini, già nota, che arriva però a poche ore dalla discussione in Commissione Giustizia della Camera, dei diversi disegni di legge di indulto, che per essere approvati richiedono la maggioranza dei due terzi.

Tra queste c'è anche la proposta di riforma costituzionale per abbassare il quorum necessario (oggi fissato a 2/3 dei componenti l'assemblea) per l'approvazione dell'indulto o dell'amnistia. Una modifica della quale è primo firmatario il Verde Marco Boato, ma che è stata sottoscritta da uno schieramento trasversale. Una proposta sulla quale Fini annuncia, dal salotto di Bruno Vespa, quella che sarà la posizione dei parlamentari di An: contraria. "Conosco le norme - dice il vicepremier - perché sia approvato l'indulto o l'amnistia serve il quorum dei due terzi. An voterà contro, ma non potrà ostacolare il voto del Parlamento. E' evidente che saranno poi i cittadini a giudicare il comportamento dei singoli partiti".

Il gelo sul confronto arriva al termine di una giornata che ha visto la Commissione giustizia della Camera iniziare l'esame della proposta Pisapia-Buemi per la sospensione condizionata della pena, il cosiddetto "mini indulto".

Gianfranco Fini ribadisce poi il suo "no" anche alla grazia ad Adriano Sofri, in contrasto aperto con il premier Silvio Berlusconi, che in una lettera aperta al Foglio riteneva ormai maturi i tempi per concedere la grazia all'ex leader di Lotta continua. "Ritengo inopportuni provvedimenti di grazia per alcune persone citate, compreso Sofri", ha detto Fini a "Porta a Porta". "Da parte mia - ha aggiunto - non c'è alcun accanimento, non lo conosco, non c'entrano le contrapposizioni degli anni Settanta, un passato ormai metabolizzato, la questione è che la magistratura si è espressa più volte sulla sua vicenda".

A "Porta a porta" è ospite anche Luciano Violante e sulla giustizia, altro tema della puntata e motivo di discussione e divisione tra gli schieramenti, si crea un'inedita intesa tra Gianfranco Fini e Luciano Violante. Tutti e due d'accordo nel negare la necessità di una sede ad hoc in cui maggioranza e opposizione si ritrovino per riformare la giustizia. Comincia Luciano Violante. "I tavoli ci sono già - esordisce il capogruppo dei Ds alla Camera - e sono le commissioni parlamentari e l'aula. Lì si discute e alla fine si vota. Un accordo lo si può trovare in queste sede. Non ha nessun senso un accordo predeterminato ed un tavolo a prescindere dai contenuti. L'unico tavolo è quello istituzionale, non ce ne sono altri". Gianfranco Fini approva: "Mi ritrovo al cento per cento con le parole di Violante - replica il vicepresidente del Consiglio - non servono tavoli o commissioni particolari: a forza di fare tavoli per ogni cosa, rischiamo di affrontare la crisi soltanto a favore dei mobilieri...C'è la commissione giustizia ed è quella la sede in cui discutere".


Formigoni all'attacco di Gasparri: "Fascista"
Rita Querzé sul
Corriere della Sera

MILANO - "Formigoni chieda scusa. In maniera ufficiale. Solo in questo caso sono disposto a ritirare le querele nei suoi confronti". Roberto Formigoni (querelato) versus Maurizio Gasparri (querelante). Presidente azzurro di regione (la Lombardia) contro ministro (delle Comunicazioni) di An. Questa la contrapposizione che ha fatto alzare ieri la temperatura del dibattito nella Casa delle Libertà. A fare da scintilla, una questione di antenne, ripetitori e tralicci. Martedì 12 novembre la giunta regionale della Lombardia aveva deliberato il ricorso alla Corte costituzionale contro il "decreto Gasparri". Decreto sull'elettrosmog che disciplina l'installazione di strutture di telefonia mobile sul territorio nazionale. La cosa non è piaciuta al ministro delle Comunicazioni. Che da Milano ha definito la decisione della giunta lombarda "rozza e ottusa". Gasparri ha poi aggiunto che "il provvedimento resta in vigore nonostante la miopia del presidente Formigoni che peraltro mi risulta non abbia coinvolto in modo trasparente altri livelli della giunta stessa".
La reazione del governatore lombardo, in trasferta in Cina, non si è fatta attendere: "Gasparri non è un ex fascista, non ne ha l'età, né la dignità. E' semplicemente un fascista che insulta chi non condivide le sue discutibili scelte. E si tratta di almeno sei Regioni italiane. Per di più si tratta di un fascista che difende gli affari poco chiari in cui è coinvolto".
La risposta "cinese" di Formigoni ha fatto entrare in scena gli avvocati. Chiarisce Gasparri: "La querela sarà doppia. Per l'aggettivo "fascista" usato nei miei confronti, un appellativo che ormai non mi rivolgono più nemmeno Bertinotti e Casarini. Ma soprattutto per l'allusione a interessi poco chiari". Dal punto di vista politico, secondo il ministro "è chiarificatore il fatto che Formigoni sia l'unico "governatore" di centrodestra che su questa materia ha fatto ricorso alla Corte costituzionale".

Se a Roma il clima della Casa delle Libertà fa i conti con qualche nube, a Milano è già burrasca. "Non vorrei che l'aria di regime che ancora si respira nella Repubblica popolare cinese abbia offuscato la proverbiale sensibilità politica di Formigoni", chiosa l'assessore lombardo ai Trasporti, Massimo Corsaro, compagno di partito di Gasparri, in un comunicato diffuso in serata. E al telefono spiega: "La presa di posizione di Formigoni verso Gasparri è offensiva nei toni e nei contenuti. Inoltre la decisione di ricorrere alla Corte costituzionale è stata presa dalla giunta riunita in seduta straordinaria. Una modalità che ha escluso tutti i membri di An presenti nel governo della Regione". Equidistante la vicepresidente di An della regione Lombardia, Viviana Beccalossi: "Vorrei ricordare a Formigoni e Gasparri il loro ruolo istituzionale e l'appartenenza alla medesima coalizione. Prima di rilasciare dichiarazioni, contino fino a dieci".


... Chi pagherà i danni
Sebastiano Venneri su
l'Unità

Ma non l'avevamo già vista? L'immagine del cormorano ricoperto di petrolio non apparteneva al passato? Era il 1991 e quella foto, che fece il giro del mondo, era diventata un'icona efficace, capace di descrivere un particolare aspetto della tragedia della Guerra del Golfo: il petrolio fuoriuscito dai pozzi kuwaitiani sabotati dagli uomini di Saddam.
Un passato che ritorna, evidentemente. Perché ora ecco arrivare di nuovo sugli schermi delle televisioni altre immagini di altri cormorani avvolti dalla mortale marea nera liberata, questa volta, dalle stive della "Prestige", l'ultima (in ordine di tempo) carretta del mare che affonda con tutto il suo carico letale.
Forse, però, siamo noi che non sappiamo (non vogliamo?) liberarci di quel passato. Sono infatti molti i governi che, all'indomani di tragedie come quella vissuta in queste ore, hanno puntualmente emanato norme, leggi e regolamenti nel tentativo di impedire il ripetersi di queste tragedie.
L'Unione Europea, dopo la tragedia causata dal naufragio della petroliera "Erika" che riversò 30 mila tonnellate di greggio su 400 chilometri delle coste bretoni, ha adottato un regolamento, il cosiddetto "Erika 1", che introduce una serie di norme che cercano di attenuare il rischio di nuove tragedie e che è entrato in vigore proprio quest'anno.
L'incidente di ieri dimostra in maniera fin troppo evidente che quelle norme non sono sufficienti: le carrette del mare continuano a solcare i mari di tutto il mondo e a minacciare le coste dei Paesi che incontrano sulla loro rotta.

Ieri il commissario europeo ai trasporti, la spagnola Loyola De Palacio, ha esortato i Paesi dell'Unione Europea a stringere i tempi in merito alla definitiva adozione del regolamento Erika 1. Un provvedimento che comunque prevede tempi lunghi per la dismissione delle petroliere con un solo scafo.
C'è da scommettere che passata l'onda di emozione suscitata dalla tragedia, anche l'attenzione dell'opinione pubblica si attenuerà e così riescono a giocare un ruolo maggiore le pressioni esercitate dai gruppi di interesse. Oppure accade come è successo in Italia, dove si era riusciti faticosamente e ben dieci anni dopo la tragedia della "Haven" nel golfo di Genova (il più grave disastro del Mediterraneo) a siglare un'intesa fra governo, petrolieri, sindacati, associazioni ambientaliste e armatori che avrebbe consentito al nostro Paese di adottare misure ancora più stringenti di quelle adottate dall'Unione Europea, ponendolo all'avanguardia rispetto agli altri Paesi. L'accordo è stato siglato dalle parti nel giugno del 2001 ed è stato uno degli ultimi atti del ministro Bordon dopo l'elezione del governo di centrodestra. Dopo di allora è rimasto lettera morta nel cassetto del ministro Matteoli.
Ma anche se i governi dei 15 adottassero il più rapidamente possibile il regolamento "Erika 1", non saremo comunque del tutto al sicuro da queste terribili tragedie. Soprattutto, ed è questo forse l'anello debole di tutta la legislazione europea in materia, il nuovo regolamento non introduce un elemento che farebbe cambiare l'attitudine da parte degli armatori di servirsi di navi vecchie e logore, ormai al limite delle loro stesse capacità: si tratta dell'obbligo di risarcimento del danno ambientale. Nessuno infatti pagherà per i danni causati all'ambiente dallo sversamento in mare del petrolio della "Prestige", come nessuno ha pagato per i danni ambientali provocati dalla tragedia della "Erika" o della "Haven". Eppure negli Stati Uniti, la Exxon, la compagnia petrolifera proprietaria della "Exxon Valdez", fu condannata a risarcire 7000 miliardi di vecchie lire per i danni causati all'ambiente delle coste dell'Alaska.

Ma perché il danno ambientale non è stato inserito nella normativa europea? Perché, si sostiene, sarebbe troppo elevato e quindi di difficile quantificazione, di conseguenza il premio d'assicurazione sarebbe troppo alto e tutto il sistema ne risentirebbe, compresi - è bene specificarlo - i consumatori finali. Eppure negli Stati Uniti l'obbligo per il risarcimento da danno ambientale esiste ed è proprio l'introduzione di questo costo aggiuntivo che ha spinto gli armatori che operano in quel Paese a rinnovare le proprie flotte e a servirsi di equipaggi più qualificati. È una legge di mercato. In realtà fino a quando il trasporto di greggio non si farà carico economicamente dei disastri ambientali che genera, la rincorsa della sicurezza sarà una autentica fatica di Sisifo.


Bush: armatevi e partiamo
Redazione de
il Manifesto

Attraverso le proprie ambasciate, il presidente americano George W. Bush ha chiesto a cinquanta paesi se e come intendano partecipare alla guerra contro l'Iraq. E' una vera campagna d'arruolamento, di cui Bush ha parlato ieri in una Praga blindata per il vertice della Nato. Tra i paesi "consultati" ci sono tutti quelli dell'Aleanza atlantica, chiamata a fare da ruota di scorta all'intervento americano contro Baghdad, e altri scelti in base a un criterio che la Casa bianca (che non ha ammesso ufficialmente l'esistenza delle cinquanta richieste) non ha chiarito. Le prime risposte non hanno tardato ad arrivare, dall'entusiastico "sì certo" della Gran Bretagna al più prudente "solo se la guerra sarà decisa dall'Onu" del Canada, fino a un diplomatico "vedremo" della Francia. Nessuna risposta dalla Germania: Bush è ancora ai ferri corti con il cancelliere tedesco Schröder, che ha vinto la sua ultima campagna elettorale proprio puntando sull'opposizione alla guerra a tutti i costi. Capolavoro di risposta, infine, dall'Italia. Prima di recarsi alla cena di gala con Bush al castello di Hradcany, Berlusconi ha inizialmente opposto un no comment alla richiesta americana, poi ha precisato: "Certi impegni potremo assumerli in base al nostro bilancio". Insomma andremo alla guerra, se Tremonti lo permette.

Se sul piano diplomatico è partita una sorta di coscrizione per nazioni, su quello militare il fronte è già caldo. Anche ieri le forze americane e britanniche hanno bombardato per tre volte l'Iraq nei pressi di Bassora. Il segretario alla difesa Usa Donald Rumsfeld ha attaccato Kofi Annan, affermando che "le sue opinioni non rispecchiano necessariamente quelle delle Nazioni unite", sull'argomento dei bombardamenti nelle no fly zones. Secondo il segretario generale dell'Onu le risposte della contraerea irachena ai bombardamenti non costituiscono violazione alla risoluzione 1441. A Washington, invece, quei tiri di contraerea servono come pretesto per attaccare Baghdad.


   21 novembre 2002