
Questa città non è solo un museo
Paul Ginsborg su la Repubblica
Nel 1877 Henry James scrisse di Firenze: "Giaceva nel sole, accanto al suo fiume giallo, piccola città scrigno come è sempre apparsa, priva di commerci, senza altra industria che manifatture di fermacarte a mosaico e amorini di alabastro, priva di attualità, di energia, o di zelo, di tutte quelle virtù vigorose che per lo più si ritengono indispensabili alla robustezza civica".
Le cose sono sia peggiorate che migliorate dai tempi di James. Da un lato l'impatto del turismo di massa sulla città si è moltiplicato così che il tessuto urbano risulta pesantemente compromesso da quella che è diventata un'industria multimiliardaria. I piccoli amorini di alabastro si sono trasformati in una sfilza di pelletterie. Dall'altro lato però la città non solo è sopravvissuta ma è piena di vita. Sono presenti numerose associazioni, sindacati attivi e attenti, una marea di studenti dell'università statale e dei college americani.
E' sempre viva la memoria dei partigiani del '44, c'è una vibrante tradizione di cattolicesimo impegnato nel sociale, il numero delle librerie in rapporto agli abitanti supera quello di quasi ogni altra città d'Europa. James sarebbe sorpreso ed orgoglioso della "robustezza civica" della Firenze di oggi.
Ciascuno degli elementi appena elencati appoggia fattivamente la presenza in città dell'European Social Forum. Le parrocchie si sono mobilitate per accogliere i partecipanti in arrivo, e lo stesso hanno fatto centinaia di famiglie qualunque, aprendo le proprie case a gente mai vista prima. Si sono resi conto che il Social Forum riguarda due elementi centrali nelle nostre vite: in primo luogo una visione del mondo diversa dalla nostra, in cui le divisioni tra Nord e Sud e i terribili rancori che ispirano si attenuano, e in cui le nostre priorità non sono più la mera accumulazione e il consumo.
La seconda visione si riferisce alla città stessa. Firenze non vedrà più nelle sue storiche strade dimostrazioni di cittadini, come vorrebbero il ministro dell'Interno e i suoi amici? Queste manifestazioni di protesta, come quella del 24 gennaio scorso quando in 12 mila siamo sfilati sotto la pioggia davanti al Duomo fino a Piazza san Firenze per dire no al controllo illecitamente esercitato da Berlusconi sulla televisione e il sistema giudiziario, devono forse essere relegate alla periferia? Che cosa deve diventare il centro? La casa dei super ricchi e delle lunghe file di turisti e basta? Congratulazioni centro destra, questa è davvero una splendida visione della modernità, piena di quelle barriere, di quei divieti e di quelle lampanti disuguaglianze sociali che esasperano lo spirito e deprimono la mente. E tutto questo, nota bene, in nome della salvaguardia dell'Arte.
Firenze ha sempre dovuto scegliere tra la condanna ad essere uno sterile museo inflittagli dalla sua storia e il farsi invece strada come città pluralistica e vitale. Un esempio che potrebbe sembrare insignificante, ma non lo è, riguarda i giardini di Boboli. In nome della "tutela ambientale" le autorità responsabili hanno cercato più e più volte di buttare fuori le mamme che si radunano il pomeriggio in una parte dei giardini per socializzare e chiacchierare in uno dei pochissimi spazi verdi di Firenze, lasciando che i loro piccoli scorazzino liberi sul "pratone".
Ogni volta le mamme si sono ribellate, combattendo per poter restare. In dieci anni che abito a Firenze l'unico "scempio" che ho mai visto a Boboli veniva proprio dalle autorità, quando hanno installato dei tubi di metallo mal celati dietro i cespugli con degli amplificatori in cima che diffondevano arie di Mozart appena percettibili e distorte. Il tutto ancora in nome dell'Arte.
La campagna per screditare il Social Forum ha creato un panico morale di dimensioni rare.
Possiamo ancora sperare che questo sia ciò che faranno la prefettura e la questura. Invece per settimane i partiti, le associazioni e la stampa del centro destra hanno sollevato ogni genere di questione di ordine pubblico, ripetendole così incessantemente che ora come ora sono rimasti in pochi a credere che le previsioni negative non si avvereranno, in un modo o nell'altro.
E tutto questo sempre in nome dell'Arte? Ma l'arte non è soltanto e neppure principalmente musei e monumenti. L'arte è la vita stessa, è creatività non conformismo, è dissenso, non obbedienza rispetto ai canoni imperanti. E' il prodotto, come ci insegnano tutti i grandi esperti di storia sociale e urbana, di città piene di vita, in cui le strade sono "promiscue", nel senso che pullulano di persone di diversa età, classe e cultura. E' il prodotto della vitalità intellettuale. Benvenuto Social Forum. Buona fortuna Firenze.
Il Viminale: difficile ora rinviare il Social Forum
Guido Ruotolo su La Stampa
Se dipendesse solo dal ministro Pisanu, la partita sarebbe già chiusa: il Social Forum si terrebbe comunque a Firenze nei giorni stabiliti, dal momento che gli organizzatori e gli enti locali hanno ritenuto "irricevibile" la sua offerta di rinviare l´appuntamento, nonostante avesse espresso alla Camera le sue preoccupazioni, fornendo un quadro (realistico) e allarmato dello scenario ipotizzato per Firenze. Ma ormai la decisione è diventata politica, dopo l´intervento del capo del governo, Silvio Berlusconi, e spetterà oggi al Consiglio dei ministri l´ultima parola: vietarlo o proporre agli organizzatori un cambiamento di sede, una soluzione che pare molto poco praticabile a meno di una settimana dall´inizio del meeting. Il divieto, dunque, sarebbe motivato soltanto da una scelta politica. E costringerebbe il ministro dell´Interno, per poter intervenire, a rispolverare un vecchio articolo (il 214) del Testo unico di pubblica sicurezza del 1931: "Nel caso di pericolo di disordini, il ministro dell´Interno con l´assenso del capo del governo, o i prefetti, per delegazione, possono dichiarare, per decreto, lo stato di pericolo pubblico". Ne consegue (articolo 215): "Durante lo stato di pericolo pubblico il prefetto può ordinare l´arresto o la detenzione di qualsiasi persona, qualora ciò ritenga necessario per ristabilire o per conservare l´ordine pubblico". Uno scenario di guerra civile mai ipotizzato nella storia dell´Italia repubblicana e che, dunque, sarà quasi certamente tenuto nell´armadio. C´è un´altra via teorica, anzi due, per impedire l´evento fiorentino. Il prefetto, responsabile provinciale dell´ordine e della sicurezza, potrebbe bloccare l´iniziativa "per gravi motivi di ordine pubblico". Secondo gli stessi vertici del Viminale, però, allo stato non "esistono i presupposti perché il prefetto di Firenze decida in questa direzione". La seconda possibilità in realtà è ancor più limitata: il questore potrebbe intervenire soltanto su due degli appuntamenti fiorentini, il concerto rock e il corteo conclusivo del Social Forum che si svolgerà sabato 9 novembre. Avendo preso atto degli eventi, può imporre delle prescrizioni, come l´indicare percorsi alternativi al corteo, cosa che ha già fatto, ma non impedirlo. In attesa delle decisioni del Consiglio dei ministri, al Viminale si fa notare la delusione per il "dialogo tra sordi" che vede forze politiche e istituzioni locali "rimpallarsi invece di distribuirsi le responsabilità". Eppure i punti fermi di Firenze sono indiscutibili e queste responsabilità sono ben individuate. Ricordava il ministro Pisanu nell´informativa alla Camera: "La proposta di organizzare in Italia il primo "Social Forum" europeo è nata all´inizio di febbraio di quest´anno, al raduno mondiale tenutosi in Brasile a Puerto Alegre. La scelta della città di Firenze da parte degli organizzatori è emersa nei primi giorni del mese di aprile" e, contemporaneamente, sindaco e governatore della Toscana hanno manifestato "piena disponibilità ad accogliere i lavori del Forum". La scelta è stata ufficializzata il 21 aprile. In questi giorni, il sindaco Leonardo Domenici e il governatore Claudio Martini hanno ripetuto e ricordato di aver praticato una "grande unità di intenti" con le varie istituzioni. Il prefetto di Firenze, Achille Serra, ha aperto un tavolo con gli organizzatori del Forum e gli enti locali: "Una volta deciso che fosse il prefetto a dover garantire l´ordine e la sicurezza, noi - ricorda il sindaco Domenici -, come amministrazione comunale, abbiamo dato la disponibilità ad accogliere e ospitare i partecipanti al meeting e la Regione a individuare la struttura dove svolgere il Social Forum. I dati di fatto sono questi".
Se è vero che a Genova, un anno dopo il G8, si è svolta una straordinaria, pacifica e imponente manifestazione di quei ragazzi e organizzazioni che parteciperanno al Social Forum di Firenze, è anche vero, come ha sottolineato il ministro, che "a Genova non c´erano gli stranieri che costituiscono la maggiore e forse più rischiosa incognita dell´appuntamento fiorentino". Non tanto per le sigle annunciate quanto per i segnali di partecipazione di gruppi (ristretti) che fanno riferimento all´area degli anarco-insurrezionalisti e ai black bloc. "Al di là dei momenti assembleari e di seminario - riflettono al Viminale -, l´appuntamento di Firenze è caratterizzato soprattutto dalla manifestazione di sabato. Se arriviamo a quell´appuntamento senza grossi traumi, allora il corteo non dovrebbe creare grossi problemi". I "traumi" temuti sono rappresentati da alcune possibili iniziative: quelle annunciate dai disobbedienti - che pur essendo simboliche e a carattere non-violento, come i picchettaggi e le occupazioni di scuole o di aziende, comunque sono illegali -, quelle di settori del cosiddetto movimento non controllati dagli organizzatori del meeting e infine le provocazioni degli stranieri. I servizi d´ordine dei sindacati, dei cobas e delle associazioni promotrici del Social Forum avranno un ruolo importante, ma decisiva sarà l´attività di prevenzione e di contrasto delle forze dell´ordine. In fin dei conti, alla Camera il ministro Pisanu ha chiesto all´opposizione e agli enti locali di condividere oneri e onori della sfida di Firenze.
Social forum, Berlusconi semina paura
Enrico Fierro su l'Unità
Due ore di riunione. Attorno a un tavolo al Viminale ministro dell'Interno, capo della Polizia e comandanti di Carabinieri e Guardia di Finanza, responsabili dell'antiterrorismo e dell'intelligence, insieme a questore e Prefetto di Firenze.
Per dire una verità fin troppo ovvia: se si decide di spostare il Forum europeo da Firenze c'è il rischio di manifestazioni violente. In più piazze d'Italia e su un tema delicatissimo: la libertà di manifestare. Quindi meglio confermare il Forum nelle date e nel luogo scelto dagli organizzatori. E' questo il messaggio che il Comitato lascia sul tavolo del capo del governo a poche ore dalla riunione del Consiglio dei ministri che dovrà dire un sì o un no a Firenze.
Che Berlusconi veda come il fuumo negli occhi la scelta degli organizzatori del Forum sociale non ci sono dubbi. La sua intenzione è chiara: dire no a Firenze e proporre un'altra sede. Due giorni fa ha parlato di prevedibili "devastazioni" che gruppi radicali avrebbero provocato alla città-gioiello d'arte, ha accennato all'esistenza di informative e notizie delle forze di polizia, mercoledì ha letto e riletto una relazione del ministro dell'Interno. Non le sedici cartelle che Pisanu ha presentato martedì alla Camera, ma nuove notizie, che Berlusconi definisce "preoccupanti".
Per convincere i suoi, dicono a Palazzo Chigi, Berlusconi avrebbe anche mostrato un sondaggio nel quale il 70 per cento degli intervistati si direbbe favorevole ad uno spostamento da Firenze. Ma numeri e tabelle non hanno avuto l'effetto sperato sui ministri dubbiosi. Al punto che, mentre Giovanni Alemanno, Agricoltura, si diceva certo che "si tenterà di trovare un altro luogo più gestibile dal punto di vista della sicurezza e dell'ordine pubblico", altri tre ministri, Giovanardi, Matteoli e La Loggia si mostravano più che possibilisti sull'ipotesi di tenere il Forum a Firenze. Per il centrista Carlo Giovanardi, ministro dei Rapporti con il Parlamento, "gli obbiettivi del governo sono consentire il pacifico svolgimento del social forum e tutelare la città di Firenze". Nessun accenno, come si vede, all'ipotesi dello spostamento. "Sul social forum europeo in programma a Firenze, occorre trovare una soluzione che salvaguardi la libertà di manifestare e allo stesso tempo tranquillizzi i fiorentini in larga parte terrorizzati dall'evento". Linea "morbida" anche da parte di un ministro di An, Altero Matteoli, Ambiente. "Sono un toscano - spiega - e ritengo che non sia il momento di fare polemiche; domani deciderà il consiglio dei ministri, ma mi preme sottolineare che in un paese democratico la libertà di manifestare il proprio pensiero va salvaguardata". Anche Enrico La Loggia, che pure critica la scelta degli amministratori fiorentini di centrosinistra di aver ospitato il Forum, si augura che "le manifestazioni si svolgano in un clima pacifico". Anche in questo caso nessun accenno al rinvio.
La partita, ancora aperta, mercoledì si è giocata sul filo delle dichiarazioni. L'appello del leader dei Ds Piero Fassino, "lasciamoci alle spalle ogni recriminazione e uniamo le forze tutti perché il Forum si svolga nelle condizioni più serene per i partecipanti e per la città", avrebbe aperto molti squarci all'interno della maggioranza. Ma a mettere in difficoltà i falchi favorevoli al rinvio, è stata la riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica. Più che discutere dei nuovi allarmi legati alle presenze di gruppi radicali nei giorni del Forum, sembra che i responsabili della sicurezza si siano concentrati in una lunga analisi sulle conseguenze di un possibile rinvio. "Se decidete di cancellare Firenze i rischi di disordini e manifestazioni violente sono destinati ad aumentare", è stata la linea espressa al ministro. Meglio fare il Forum nelle date stabilite, quindi, che affrontare la piazza sul tema delicatissimo della libertà di manifestare. La cancellazione della manifestazione, ha fatto notare più d'uno al ministro Pisanu, sarebbe la chiara ammissione che il governo non è in grado di garantire l'ordine pubblico e la sicurezza di una città come Firenze. Un prezzo troppo alto per quanti dopo la ferita di Genova hanno lavorato per costurire una nuova immagine delle forze dell'ordine.
Sono questi gli interrogativi che ha davanti a sé Berlusconi a poche ore da una delicatissima riunione del Consiglio dei ministri. Al capo del governo non è riuscita l'operazione che in molti hanno definito del "cerino acceso" da consegnare nelle mani degli amministratrori fiorentini. "Troppo smaccata, il gioco non poteva reggere a lungo", commentano alcuni deputati della maggioranza. L'insistenza dell'opposizione, di Leonardo Domenici - sindaco di Firenze - e Claudio Martini - Presidente della Regione Toscana - a dire "le responsabilità dell'ordine pubblico e della sicurezza della città sono del governo", evidentemente ha pagato. Ma quello di giovedì è un nuovo giorno. Se avranno vinto i falchi favorevoli al rinvio o le colombe lo sapremo solo dopo la riunione del Consiglio dei ministri.
Attenti ai No process
Stefano Benni su il Manifesto
Un pericolo mortale grava sul nostro paese, su monumenti e panorami, su fiumi e maggesi, su ricchezze naturali, artistiche e patrimoniali. Un manipolo di estremisti esagitati, i No process, da tempo sta attuando il suo disegno eversivo con fredda determinazione. Sbucati dai loro covi, cantine di logge, sedi democristiane franate, consigli di amministrazione e assoluzioni con condizionale, sono apparsi sulla scena mascherati da moderati e riformisti e hanno invaso i patrii confini facendo scempio di tutto. Attentati alla costituzione, scippi di leggi, stupro di bilanci, corruzione di giudici, collusioni mafiose, assoli di piano alla Camere, saccheggio di televisioni, spaccio di inflazione, non c'è schifezza che non abbiano commesso. Ma c'è di più: in nome del loro estremismo maggioritario, essi non accettano più nessuna legge dello stato. La loro ferrea ideologia nonprocessista sostiene che chi ottiene la muscolatura del cinquantun per cento dei voti, prende tutto. Anche ora che metà e più del paese si sta ribellando ai loro assordanti slogan e alle loro tronfie sfilate, anche ora che è evidente la loro sconfitta politica e ideale, questi attempati giovinastri usano l'arroganza del maggioritarismo estremista per non rendere conto del loro fallimento. Tremiamo a pensare che la bella Roma dei resti imperiali, il Piemonte della scomparsa civiltà agnellica, la Padania dai virili e nebbiosi panorami, il Nord-Est etilico e laborioso e la Sicilia erede della Magna Grecia siano percorse dai cortei delle auto blu e degli elicotteri rombanti di questi ultrà, ridicolmente bardati con doppiopetti blu, riporti, ciprie e siliconi. Per non parlare del loro leader, un bugiardo matricolato, un estremista nostalgico che conserva ancora in camera i poster di Ceaucescu e Amin Dada. E della sua ghenga ricattante, incalzante e avida di immunità parlamentare. Questo paese è stanco delle loro prepotenze, del loro lusso ostentato, delle loro finanziarie sghembe, degli avvocati bercianti, delle mazurche pianistiche e dei ricatti piduisti. Ma a chi chiedere un severo provvedimento contro questi teppisti in ghingheri? Non al ministro dell'interno Pisanu, che per quarant'anni ha fatto parte della congiura comunista che ha guidato il paese, ma ultimamente ci sembra aver cambiato bandiera e busta paga. Non al benzinaio più potente del mondo, George Bush, che deve fare subito una guerra per non scomparire e tornare quello che effettivamente è, un omuncolo che nessun sopratacco berlusconiano può elevare. Non i miliardari arabi che speculano in borsa sui loro attentati, e per i quali l'Italia è una manciata di spiccioli. Non può aiutarci Vladimir Baygonovic Putin, la cui enfasi di disinfestatore ha spesso fastidiosi effetti collaterali. Non basta il coraggioso compagno Tremonti, il cui metodico sabotaggio dell'economia governativa è la prova che il suo cuore batte ancora a sinistra. Non possiamo sperare nel ministro Celebbiduro Bossi, che a mollo nella sua piscina recintata ha barattato le vecchie sparate antifasciste con una comoda vita padano-matriciana da clone di Silvio. Non Fini, in agguato aspettando che gli si aprano le porte di qualche sala operativa della polizia. Non il portinaio del Senato, Pannolone Pera, uno che ormai si delegittima addosso a ogni seduta. Non suor Letizia Moratti dell'Opus Dei, che sogna una scuola di piersilvi e piersilvie. Non Ciampi, presidente straparlante e strafirmante. Non Casini e i Savoia. Nemmeno quei dirigenti della sinistra, il cui lodevole sforzo di dimostrarci che i No Process non sono un regime è ormai la sola speranza di questo regime. Non gli artisti e intellettuali che senza battere ciglio hanno traslocato i loro privilegi dalle Piazze del Popolo alla Casa della Libertà. Eppure si può ancora salvare il patrimonio italico, e nobili antichità quali marmi, affreschi e articoli della costituzione. Si può impedire che il raduno dei No Process diventi ventennio. Può farlo la metà degli italiani che non ha più alcuna rappresentanza né voce che non sia conquistata e faticosa. I cittadini la cui sacrosanta voce critica viene disprezzata, e che ridono, ma con molta amarezza, nel sentir parlare di legalità da parte di un regime che ha fatto di una continua, arrogante erosione della legalità il miserabile strumento della pochezza politica e dell'accumulo di potere. Un regime che militarizza l'informazione e semina paura, confezionando gas per intossicare ogni futuro e speranza. Potrebbero fare molto i dirigenti della sinistruzia, se da oggi cominciassero a chiamare i No Process e le loro azioni col vero nome, se dessero più ascolto alla protesta operaia che ai dubbi della Confindustria, se avessero un po' meno sospetti sulla Cgil e qualcuno di più sull'Opus Dei. E soprattutto se qualcuno la smettesse di lamentarsi dello scippo della Rai e rischiasse soldi e faccia per fare qualche nuova piccola televisione di sinistra, lanciandosi in questa impresa per dovere civico e non solo per guadagnarci. Beato e felice chi continua a credere che il pericolo per la democrazia italiana siano i no global , imparerà a sua spese che i No Process sono molto più potenti, meglio armati e malintenzionati. E' improbabile, ma è doveroso temere che qualche cialtrone o provocatore abbia intenzione di esibirsi a Firenze, e gli organizzatori devono essere più che pronti a affrontare il problema. Ma è doverosissimo e necessario gridare che questo regime di incapaci e mentitori fa ogni giorno i danni che centomila no global non potrebbero fare in un mese.
Solo la truffa che ha sponsorizzato il maggioritario come garanzia di maggior democrazia, solo un patto disperato tra speculatori in rovina, solo la farsa della silvioinformazione italiana tiene in vita questi bugiardi. Saranno spazzati via, senza vendette e senza rimpianti, perché il nostro paese, e il mondo intero, devono affrontare prove terribili, per cui serve gente migliore. Ma se qualcuno a sinistra crede davvero che il pericolo alla democrazia italiana venga dai no global e dalla Cgil e non dai No Process e dai Blackbloc delle eterne logge segrete patrie, allora prepari subito teloni di salvataggio, salvacondotti, stampelle, inciuci e rattoppi. Ma non si chiamerà salvare la democrazia. Si chiamerà, una volta per tutte, complicità.
DS: "Governo velleitario, deficit sopra il 3%"
Matteo Tonelli su la Repubblica
ROMA - Dati, cifre e persino un video per dire che questa Finanziaria è null'altro che il prodotto inevitabile "dell'incompetenza, dell'improvvisazione e del velleitarismo di questo governo". Sullo schermo scorrono le immagini di un megablob fatto dalle tante promesse "mancate" dell'esecutivo mentre in sala i vertici dei diesse portano un affondo diretto alla politica economica del governo. "Questa Finanziaria fa pagare prezzi incredibili rispetto a quello che concede - spiega l'ex ministro dell'Industria, Pierluigi Bersani - Punta su soldi che non ci sono, che sono meno di quelli che si dice e che sono anche dati male".
Si sono convinti, in casa diessina, che è l'economia il terreno su cui dare battaglia al governo, potendo trovare attenti ascoltatori anche tra chi, come Confindustria, a questo governo diede ampie aperture di credito. Ed è per questo che Bersani sottolinea "l'incertezza" in cui versano le imprese, alle prese con misure "inutili e dannose". Analisi che i diesse accompagnano con le cifre. "Il 5 aprile 2003, dopo che saranno noti i dati della trimestrale di cassa, sarà evidente che il deficit sarà superiore al 3%, contro l'1,5% previsto dal governo. Siamo pronti ad una scommessa, come quella che facemmo l'aprile scorso, quando, in base ai dati della trimestrale, dicemmo che il deficit sarebbe stato superiore al 2%" dice il segretario diessino Piero Fassino.
E' l'impianto complessivo delle politiche governative che criticano i diesse. Una manovra economica figlia "delle tante promesse elettorali" che adesso l'esecutivo "non riesce a rispettare". Tanti i punti di sofferenza individuati dagli uomini della Quercia: dal mezzogiorno alla ricerca, dai tagli agli enti locali al quelli alla ricerca. "Insomma Berlusconi aveva promesso miracoli e li ha fatti, ma alla rovescia - ironizza Bersani - al punto che stanno correndo ai ripari e recuperando alcune nostri provvedimenti economici che funzionavano benissimo".
L'appuntamento ora si sposta in piazza. Per il 16 novembre l'Ulivo ha organizzato due manifestazioni contro la Finanziaria, a Bari e a Milano. In sala il video continua a scorrere. Si sentono le parole di Tremonti e Berlusconi su Pil, condono fiscale, inflazione, lavoro sommerso, scuola, sanità, conflitto di interessi. Poi il video cita tre leggi approvate: rogatorie internazionali, falso in bilancio e Cirami. L'ultimo fotogramma è una immagine di Cesare Previti.
Industriali, Cisl e Uil danno il via libera
Luciano Costantini su Il Messaggero
ROMA Da una parte Confindustria, Cisl, Uil, anche se con qualche ovvia riserva; dall'altra la Cgil, le associazioni degli artigiani e una parte dei commercianti. Anzi addirittura "in fuga", nel senso che la confederazione di corso d'Italia (al vertice era assente Epifani), la Confesercenti e la Cna hanno abbandonato palazzo Chigi. Anche il presidente di Confcommercio, Sergio Billè, ha lasciato anzitempo il tavolo (la delegazione però è rimasta), non prima di aver esternato tutte le proprie perplessità su una Finanziaria sostanzialmente inadeguata. "E poi il metodo usato dal governo per gli incontri, ve lo raccomando...un metodo scorretto".
Soddisfatto, anche se al termine di ogni trattativa è vietato esternare il propri compiacimento, il numero uno di Confindustria. "Il patto per l'Italia è rispettato", ha chiosato Antonio D'Amato, dopo aver precisato che resta ancora solo un capitolo aperto e riguarda la definizione delle risorse per la ricerca e la scuola. "Sì, quello di stasera (ieri per chi legge) è un positivo passo in avanti". Concetto analogo espresso da Savino Pezzotta: "Sul Sud ci pare che il Patto per l'Italia sia stato rispettato. Abbiamo fatto un passo in avanti perchè per quanto riguarda il Mezzogiorno, abbiamo portato a casa 1.000 miliardi delle vecchie lire in più sulla manovra complessiva. Su altri punti, come il fisco e le infrastrutture, serve ancora un confronto".
Sul fronte guidato idealmente proprio dalla Cgil la bocciatura della manovra è stata senza appello. Epifani si è fatto sentire dalla tribuna del congresso Fiom: "Il governo ha fatto il capolavoro di mettere in discussione tutti gli strumenti per il Sud e di togliere quelli che avevano funzionato. Produce solo guasti". "La situazione è grave", ha sentenziato Paolo Nerozzi lasciando con largo anticipo palazzo Chigi. Ancor più dura Marigia Maulucci: "Quello che ci è stato detto sulla Finanziaria è vergognoso. Non esiste un maxi emendamento, le uniche modifiche riguardano il Mezzogiorno e sono interventi riduttivi". A seguire, allineati sul fronte del "no" il presidente della Confesercenti, Marco Venturi ("Un metodo da disapprovare e una manovra del tutto inadeguata a rilanciare consumi e Mezzogiorno") e quello della Cna, Giuliano Sangalli ("E' molto grave aver negoziato con un tavolo separato"). Gli artigiani starebbero addirittura pensando ad una mobilitazione della categoria. Negativo anche il giudizio dell'Ugl: "Gli interventi a pioggia non pagano".
Il Papa: "Credenti, condannate la corruzione"
Luigi Accattoli sul Corriere della Sera
CITTÀ DEL VATICANO - Il "credente" deve impegnarsi "a condannare la corruzione politica e giudiziaria" e a rifiutare "donativi fatti per deviare l'applicazione delle leggi e il corso della giustizia": lo ha detto ieri il Papa, durante l'udienza generale in Piazza San Pietro. Giovanni Paolo II commentava un "cantico" di Isaia, parlava a tutto il mondo e non ha fatto nessuna applicazione esplicita ai fatti di casa nostra. Ma tanta è la forza di parola del profeta Isaia - paragonabile a quella di Dante - e tanta la libertà di parola del Papa che la sua catechesi è finita con il suonare come un rude richiamo ai cristiani di oggi, compresi quelli del nostro Paese, perché si oppongano con tutte le forze a corrotti e corruttori.
"Il Signore giusto e santo - afferma dunque il Papa, riassumendo Isaia 33, 13-16 - non può tollerare l'empietà, la corruzione e l'ingiustizia. Egli si mostra sdegnato e in collera nei confronti dei malvagi".
Per scampare allo "sdegno" di Dio, il "vero credente" - continua Giovanni Paolo II, sempre commentando il cantico di Isaia - deve far suoi "sei impegni morali", grazie ai quali potrà "abitare, senza subirne danni, presso il fuoco divino, sorgente per lui di benefici".
I sei impegni elencati da Isaia - spiega Giovanni Paolo II - chiamano in causa "i principali sensi del corpo: mani, piedi, occhi, orecchi, lingua".
L'invettiva del profeta parte dai piedi. Il primo impegno - ha detto infatti il Papa - consiste nel "camminare nella giustizia". Il secondo coincide con il "parlare leale e sincero, segno di relazioni sociali corrette e autentiche".
Come terzo impegno, ha continuato Giovanni Paolo II, "Isaia propone di rigettare un guadagno frutto di angherie, combattendo in tal modo l'oppressione dei poveri e la ricchezza ingiusta".
"Il credente poi - ha precisato con parole che più dirette non potevano essere - s'impegna a condannare la corruzione politica e giudiziaria "scuotendo le mani per non accettare regali", immagine suggestiva che indica il rifiuto di donativi per deviare l'applicazione delle leggi e il corso della giustizia".
Lo schiaffo di Chirac
Cesare Martinetti su La Stampa
Quel "nessuno mi ha mai parlato così" gettato da Jacques Chirac sulla faccia di Tony Blair a conclusione del Consiglio europeo di Bruxelles ha gelato i rapporti franco-britannici più della bufera che sta spazzando da giorni il canale della Manica. L'incontro bilaterale tra i due governi è rinviato a data da destinarsi.
Ieri, da Londra e da Parigi, hanno buttato acqua sul fuoco, ma lo strappo resta. Fu il generale De Gaulle, nel 1963, a respingere per primo gli inglesi dall'Europa: "Sono insulari, marittimi...". Persino di Edith Cresson, la più fru-fru dei primi ministri francesi, si ricorda una frase storica infilata come un dito nell'occhio di Margareth Thatcher nel 1989: "Non le interessa l'Europa, vuole soltanto vendere le sue mercanzie a casa nostra".
Il presidente francese è un politico troppo esperto, non è certo scivolato su uno scatto di nervi, ma ha messo in scena un colpo studiato e progettato come ciliegia sulla torta di un Consiglio europeo che aveva dominato e sigillato nell'intesa con la Germania di Gerhard Schroeder, celebrata come la riaccensione del motore franco-tedesco senza il quale "l'Europa non cammina".
Ma non basta. Jacques Chirac voleva di più: un attacco diretto a Toni Blair per porsi come vero leader d'Europa. Leader degli agricoltori più conservatori (per i quali ha difeso il vecchio sistema di finanziamento di Bruxelles di cui la Francia gode più di ogni altro paese), ma anche leader di chi non vuole la guerra contro l'Iraq (tema sul quale Scrhoeder ha vinto le elezioni) e si immagina un'Europa che dice no agli Stati Uniti.
La diplomazia francese ha condotto la battaglia all'Onu contro la dottrina della "guerra preventiva" di George Bush. Dieci giorni fa, In Libano, al vertice della francofonia che raccoglie quaranta paesi, Chirac è stato salutato e riverito come il vero leader di quella parte di Onu che non vuole la guerra.
Il duello con Blair, che gioca invece il ruolo opposto, era un'inevitabile compimento di questa strategia: ci voleva l'incidente. E infatti, due giorni prima del Consiglio europeo, dall'Eliseo è partito un attacco diretto ai privilegi inglesi in Europa; alla fine del summit, lo schiaffo in faccia.
Il risultato è che i giornali conservatori britannici rispolverano ora vecchi slogan come: "Ama l'America, odia la Francia". Ma quelli che stanno nel campo di Blair (come Il Guardian o l'Independent) scrivono che sull'Iraq c'è un solo paese isolato in Europa: la Gran Bretagna.
New York, la maratona della paura
Alessandra Farkas sul Corriere della Sera
NEW YORK - Questa volta non si potranno deplorare "i soliti italiani fifoni", come fece qualcuno l'anno scorso, quando la partecipazione dei corridori azzurri crollò in seguito agli attacchi terroristici dell'11 settembre. A disertare la 33esima Maratona di New York che si terrà domenica 3 novembre saranno anche francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli, africani e australiani.
"Le richieste internazionali di partecipazione sono calate del 17 per cento - spiega Allan Steinfeld, capo della Road Runners Club (Rrc), responsabile dell'evento -, i corridori esteri saranno 10.000 invece di 12.000". Ogni anno gli organizzatori invitano 36mila persone a cimentarsi in diretta mondiale nello sport preferito non solo da milioni di americani, ma anche dal presidente George W. Bush. Che non perde occasione per decantare "le proprietà salutari" del jogging , che gli consente di avere un battito cardiaco e un tasso di colesterolo da ragazzino.
Ma se nelle passate edizioni il comitato organizzatore era costretto a indire una lotteria per scremare la valanga di richieste provenienti da cento Paesi, quest'anno ha rischiato di non raggiungere il quorum. "La gente ha paura di attacchi terroristici come quelli di Bali e Mosca - teorizza Steinfeld -, così molti hanno preferito restarsene a casa".
Per arginare le defezioni dei club europei, per la prima volta nella storia della Maratona nata nel 1970 gli organizzatori sono stati costretti a ripescare i maratoneti tra le liste dei 5.000 corridori statunitensi scartati nel primo round. "Se il trend continua - mette in guardia un columnist sportivo - la Maratona newyorchese perderà il suo connotato internazionale e diventerà sempre di più una competizione a stelle e strisce".
Nonostante le eccezionali misure di sicurezza varate all'indomani dell'11 settembre (pattugliamenti massicci, divieto di accettare acqua dagli sconosciuti lungo il tracciato, chiusura dei cieli e vie fluviali, iscrizioni vagliate da Fbi e Cia) secondo gli esperti la Maratona resta il bersaglio ideale dei terroristi.
"Il 2001 è un anno molto speciale e sono venuta a dimostrare la mia solidarietà all'America e ai newyorchesi", affermò Franca Fiacconi, campionessa nel '98, nello spiegare la sua partecipazione insieme a pompieri e poliziotti alla gara ribattezzata "united we run", corriamo uniti, in un tripudio di bandierine rosso-bianco-blu e di tatuaggi con la scritta "I love NY".
Ma dodici mesi più tardi, come scrive Usa Today , quello spontaneo e generalizzato calore verso gli Stati Uniti si è trasformato in gelo.
"Oggi è più facile che la comunità internazionale scenda in piazza a protestare contro la politica estera giudicata aggressiva e unilaterale dell'amministrazione Bush - spiega il sociologo David Raindorf - che per partecipare alla maratona di New York".
Tv deficiente in piazza di Spagna
Oreste Pivetta su l'Unità
Non bastano i terroristi quelli veri. Adesso ci si mettono i terroristi per finta, affiliati di Al Qaeda per gioco e per simulazione, per vedere come va a finire, per carpire televisivamente le emozioni e le paure della gente. Come se non potessimo immaginarcele tutte e se già non le vedessimo, sul serio: basta un telegiornale qualsiasi. Una volta i malintenzionati spalancavano gli impermeabili davanti ai bambini in uscita dalle scuole per mostrare chissà che. Adesso un malintenzionato è salito lungo le scalinate di Trinità dei Monti e ha spalancato la giacca per mostrare una cintura da kamikaze imbottita di tritolo, ma no, solo di gesso in pacchettini messi assieme con il nastro adesivo.
Tanti fili che escono e si raccolgono stretti a una batteria con un pulsante probabilmente bene in vista, solo di gesso ma con una particolare cura alla verosimiglianza. Per simulare: Trinità dei Monti, nei colori caldi dell'autunno, come una strada di Gerusalemme o un teatro moscovita. Naturalmente fingendo l'incombere di una tragedia, che in realtà potremmo guardare da qualsiasi parte ci si volti, senza messe in scena. Il giornalista in tenuta da kamikaze si è esposto, l'operatore lo riprendeva, il giornalista ha mostrato la sua attrezzatura gonfiando il petto e ha gridato: "Adesso mi faccio esplodere, così vediamo come è facile colpire Roma". I gradini più celebri del mondo, come un loggiato o una statua fiorentini. Qualcuno ovviamente ha sentito, ha visto, non si è spaventato e ha chiamato la polizia. La polizia ha bloccato giornalista e operatore e li ha condotti al commissariato Trevi. La denuncia è stata per procurato allarme, turbativa dell'ordine pubblico con aggravante della simulazione di reato.
Ieri pomeriggio è accaduto anche questo.
Il giornalista e l'operatore, uno di trenta l'altro di quarantaquattro anni, freelance di Streamnews, volevano provare, osservare e raccontare l'effetto che fa, analisti del terrore e scoopisti senza rispetto, millantatori dell'attentato senza neppure la giustificazione della bigiata (quando a scuola scattava l'allarme bomba per una giornata di vacanza), neppure una settimana dopo la tragedia di Mosca, proprio mentre il nostro capo del governo con straordinario senso di responsabilità scopre eserciti armati in calata su Firenze, mentre qualcun altro, a poche ore di volo, oltre il mare, progetta di farsi saltare in aria davvero e magari si sta concedendo l'ultima foto ricordo in posa da martire.
Mette angoscia lo spirito dei tempi che il gesto (la bravata?) adombra, la mancanza di senso nella sciagurata circostanza in cui viviamo, per i morti, buoni o cattivi che siano, kamikaze o vittime, per la brutalità e la gratuità dei gesti e delle parole, quando i gesti e le parole andrebbero misurate, calcolate, risparmiate. Come non insegna il nostro capo del governo. Gli esempi pesano.
Non si può dire terrorista, non si può dire kamikaze, fino a prova provata. È tramontata l'epoca dei film di guerra con i piloti giapponesi che incombono malvagi sulle portaerei yankees.
Le parole sono pietre, anche se talvolta si presentano dal lato comico: provate ad aprire il Giornale di Belpietro e troverete ad esempio un'intervista all'impavido Socci, editorialista del quotidiano di Berlusconi in forza alla Rai di Berlusconi, presentare una propria trasmissione, il proprio talk show, come una "sfida pericolosa" e se stesso come il "kamikaze dell'informazione tv". Senza pagare il conto delle parole, anche lui. Con annessa cintura esplosiva (metaforica, anch'essa), con la presunzione, anche lui, di suscitare il panico, dove? nella sinistra da Santoro in su o in giù? Ma ci faccia il piacere.
31 ottobre 2002