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Dopo la lava l´ora del terremoto
Fabio Albanese su
La Stampa

Prima la lava e la pioggia di cenere, poi il terremoto. Una, due, tre scosse, violentissime, tutte al di sopra del quarto grado della scala Richter. E a paura si è aggiunta paura, a distruzione si è aggiunta distruzione. I danni più gravi nel paese di Santa Venerina, sul versante Est dell´Etna, e nelle vicine frazioni della città di Acireale, Guardia Mangano, San Giovanni Bosco, Scillichenti. Case semi crollate, ampie crepe perfino sugli edifici pubblici, una chiesa pericolante. A Santa Venerina c´è un intero quartiere, quello di Bongiardo, dove ogni costruzione ha riportato danni più o meno gravi. Solo per una serie di circostanze fortuite non è stata anche una strage: appena una ventina di persone sono arrivate negli ospedali della zona, la maggior parte per malori, alcune con fratture o lievi ferite. Circa un migliaia di persone sono rimaste, almeno per il momento, senza casa e hanno trascorso la loro prima notte o per strada, nelle auto, o nelle prime tende montate nel campo sportivo. Chi si è fidato, è andato negli alberghi requisiti nella zona da Comune e Protezione civile. E dire che quella di ieri era cominciata come una giornata positiva per l´evoluzione dell´attività dell´Etna. Ferme o quasi le colate del versante sud orientale, quello di Rifugio Sapienza, ferma la colata che dirigeva verso contrada Pitarrone, sul versante di Linguaglossa, a preoccupare era rimasto solo il fronte lavico che sta attraversando Piano Pernicana, sempre sul versante nord, e che continua a bruciare gli alberi della secolare pineta. Ma i centri abitati sono lontani e anche i venti polemici che l´altro ieri rischiavano di mettere uno contro l´altro i sindaci di Linguaglossa, Piedimonte e Castiglione, ciascuno preoccupato che eventuali interventi di deviazione della lava portassero la colata nei loro rispettivi territori, sembravano dissolti. Ferme le ruspe, niente più lavori di scavo. Ma le colate arrancano e dunque sembrava una buona giornata. E invece, alle 11,03, la terra ha tremato così forte che adesso è vera psicosi. La cenere vulcanica, peraltro, continua a cadere e i disagi non si contano. L´aeroporto di Fontanarossa resta chiuso. Prossima data presunta di apertura, giovedi mattina. Ma chissà se sarà vero. Gli aeroporti di Palermo e Reggio Calabria stanno sopportando a mala pena tutto il traffico di Catania e le compagnie si stanno attrezzando per atterrare a Lamezia Terme, in Calabria, che certo non è vicina. Adesso però la vera emergenza è il terremoto, le scosse di un lungo sciame sismico cominciato nelle prime ore del mattino e che alle 11,03, e poi nel pomeriggio alle 17,39 e alle 18,14, si sono trasformate in dramma per migliaia di persone. Paura e danni anche a Zafferana e Milo, la strada che collega i due paesi è seriamente danneggiata, ma anche a Catania. Ieri sera la gente si è riversata per l´ennesima volta in strada, molti piangevano e urlavano per la tensione e la paura. Ieri mattina nelle scuole è stato il caos, nonostante le prove di evacuazione che vengono fatte ormai abitualmente; per tutto il resto della settimana resteranno chiuse. I sindaci, man mano nel pomeriggio hanno firmato le ordinanze di sospensione delle lezioni e ordinato le verifiche negli edifici scolastici, molti dei quali presentano lesioni. Caos anche nel traffico, mentre la Protezione civile per tutto il giorno ha dovuto smentire voci che davano per imminenti scosse disastrose. A Linguaglossa in serata la statua di Sant´Egidio è stata fatta uscire dal Duomo ed è stata collocata in piazza stazione, dove la popolazione si è riversata per una preghiera. Il capo della protezione civile, Guido Bertolaso, con il prefetto di Catania Alberto Di Pace, il commissario per l´emergenza Etna, Nello Musumeci, e il direttore dell´Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Enzo Boschi, hanno girato i comuni colpiti dal terremoto per capire l´entità dei danni ma anche per rassicurare la gente impaurita: "E´ una guerra su due fronti", dice Bertolaso. E i ricercatori dell´Ingv non sono per nulla sicuri che terremoto ed eruzione siano facce della stessa medaglia: "Non ritengo vi sia una relazione diretta tra i due eventi", dice Enzo Boschi. E dall´Ingv di Catania aggiungono che la zona del terremoto "ha una sismicità ben nota". Ma vallo a spiegare a chi vive da sempre in questa terra e che dei movimenti della sua "muntagna" crede di conoscere tutti i segreti.


Lo scaricabarile del governo
Giorgio Bocca su
la Repubblica

Il social forum di novembre a Firenze ha tre aspetti che vanno al di là della manifestazione pacifista e antiglobalista: l'attesa apocalittica che si è diffusa dopo l'11 settembre confermata da un terrorismo che colpisce ancora in modo devastante, dai preparativi di guerra e da una guerra strisciante, non dichiarata ma già in corso. Il secondo è quello della sicurezza, se sarà possibile o meno assicurarla in una città fragile e preziosa come Firenze e terzo l'uso opportunistico che governo e partiti conducono in uno scaricabarile grossolano e carico di rischi. Del primo aspetto si può dire che nessuno sarebbe in grado di risolverlo: la guerra al terrorismo mondiale annunciata con patriottica baldanza dal presidente degli Usa appare già oggi una avventura imprevedibile nelle sue misure e nei suoi imprevisti.
E allora anche una manifestazione ormai di routine come questa pacifista e antiglobalista appare come l'annuncio concreto visibile della grande tempesta che si avvicina. Il gioco di scaricabarile è condotto dal capo del governo e dai suoi ministri secondo le note peculiarità caratteriali. Berlusconi alla sua maniera fragorosa, sopra le righe e le istituzioni, il ministro degli Interni Pisanu con le forme di eredità democristiana, possibiliste e sfuggenti. Il cavaliere recita la parte dell'uomo forte, dice che "a Firenze ci saranno sicuramente delle devastazioni", chiede al ministro degli Interni "relazioni approfondite" reputa il raduno "azzardato" e le sue organizzazioni di appoggio e di intervento non mancano di affiggere manifesti e di pubblicare appelli in cui accusano le autorità cittadine. Ancora una volta puntuale piomba nel dibattito la schizofrenia politica del personaggio che non sa mai distinguere fra lo Stato e il suo partito, fra la ragion di Stato e la propaganda e non esita a separare il governo dalle amministrazioni locali come se il suo compito e dovere istituzionale non fosse quello di agire di conserva con le seconde.
Tale ambiguità può ripetere le violenze e i sospetti del Global forum di Genova perché le violenze possono essere premeditate dai violenti nostrani e stranieri come dai superpoliziotti mandati con l'ordine di spaccare le teste.

Di fronte a questo gioco del cerino passato da una mano all'altra il sindaco di Firenze Leonardo Domenici dice "da istituzioni serie ci si attende che non facciano lo scaricabarile. Il quadro presentato dal capo del governo non è lo stesso di quello illustrato dal ministro degli Interni. Come sindaco io non sono in possesso delle notizie allarmanti di cui l'uno e l'altro hanno parlato. A questo punto ne discutano e decidano nel Consiglio dei ministri. Se una decisione l'avesse dovuta prendere il Parlamento l'avrebbe presa oggi. Non si può giocare sulla pelle delle città. Firenze chiede chiarezza. Lo chiedo come fiorentino e come sindaco".
Il fatto è che questo non è più il tempo della saggezza ma dell'imprevedibile. Nessuno è in grado di garantire che un raduno di centocinquantamila persone possa andare esente da ogni attentato terroristico o squadristico ma non è neppure possibile e augurabile che per paura del rischio la vita si fermi, la gente rinunci al suo diritto di manifestare. Vale anche per la politica il dovere di accettare il proprio tempo, di fargli fronte con coraggio e fermezza. Soprattutto in queste prove la società civile deve essere unita, deve evitare di presentarsi in ordine sparso nella tentazione dei politici di guadagnare qualche voto. Il rischio di romperci la testa esiste, ma non fasciamocela prima di essercela rotta.


Della paura e dei diritti politici
Piero Sansonetti su
l'Unità

Il ministro Pisanu ha imparato a far politica tanti anni fa, alla scuola di grandi maestri: Cossiga, Zaccagnini, Moro. Non è uno sprovveduto. Però deve aver mescolato un po' spregiudicatamente, negli ultimi anni, le grandi abilità politico-diplomatiche di Moro col pragmatismo-piazzista del suo nuovo maestro, cioè di Berlusconi: il risultato è pessimo. Moro amava in modo smisurato la mediazione ma non era uno che sfuggiva alle responsabilità. Nel bene e nel male. Fu lui che portò la Dc all'accordo col Pci - e pagò con la vita - e fu lui che si prese sulle spalle lo scandalo Lockheed, e difese tutti i suoi, anche i colpevoli. Pisanu invece usa il suo amore per il compromesso come strumento per rifiutare ogni responsabilità. Ieri ha parlato alla Camera per mezz'ora, a proposito del Forum europeo di Firenze, ed è riuscito a dire tutto e il contrario, e alla fine si è rivolto al sindaco di Firenze e al Presidente della Regione Toscana e ha chiesto loro: "Che dite: scegliamo la via liberal o la repressione? Decidete voi e fatemelo sapere..." Poi ha aggiunto - e Berlusconi ha ribadito - che se fosse per lui il Forum lo proibirebbe, però lo proibirà solo se saranno il sindaco di Firenze e il Presidente della Regione, insieme coi parlamentari dell'opposizione, a chiederglielo.
Cosa c'è di ragionevole in questo atteggiamento? Che idea hanno, questi, dello Stato e dei compiti di chi lo governa? Un'idea che è zero e meno che zero: lo Stato come strumento per far politica e non il contrario, come dovrebbe essere. Il dovere del ministro dell'Interno è quello di proteggere i cittadini e i loro diritti politici: non di seminare panico. Il problema di Pisanu è quello di organizzare le cose in modo che il Forum si svolga in piena sicurezza. Sembra invece che stia lavorando per il risultato opposto.

Arriveranno da tutta Europa giovani, professionisti, sindacalisti, studiosi. Porranno enormi problemi politici alle istituzioni, ai partiti, ai Parlamenti. Alla sinistra e alla destra, ai laici e al mondo cristiano. Di fronte a un evento di questo genere - e di fronte a un movimento che comunque, da un paio d'anni, sta penetrando profondamente nelle nostre società, condizionandole, modificandone, correggendone il sistema di pensiero - il mondo politico italiano riesce solo a chiudersi a riccio e a chiedersi preoccupato: "picchieranno?".
E a questo punto scatta il gioco irresponsabile, al quale partecipa anche una parte della stampa: il gioco di raccontare di enormi pericoli, di organizzazioni criminali e sofisticate, di terrorismo, di fondamentalismo islamico che si infiltra e altre fesserie. Vi ricordate cosa successe prima di Genova? La stessa cosa. Dissero: getteranno il sangue infetto, tireranno le bombe, avveleneranno l'acquedotto, hanno le mazze, le pistole, le corazze, assalteranno le caserme. Non era vero: picchiò solo la polizia e il black block che la polizia protesse.
Questa volta il copione si ripete. Con significative modifiche, per fortuna. La principale è che la polizia sembra prepararsi a Firenze in modo assai più saggio e responsabile rispetto al luglio di Genova, e dunque le possibilità di incidenti sono molto basse. Il governo ha notizie diverse? Dal discorso di Pisanu non è sembrato. Pisanu prima ha indicato nelle lotte per la leadership del movimento il rischio maggiore per l'ordine pubblico (e fin qui siamo alla pura demenzialità: lo capisce chiunque), e poi ha elencato una serie di pericoli di contestazioni “illegali” che riguardano, nell'ordine (citazione testuale): i cantieri dell'alta velocità, le coltivazioni transgeniche, i centri per immigrati clandestini, le case sfitte, le scuole e le banche: cosa c'entra tutto ciò con la città d'arte, con la città museo? Niente. Le coltivazioni transgeniche sono agli Uffizi? Il Battistero è sfitto? Il cantiere dell'alta velocità sta sul Ponte Vecchio?
Perché il governo ha assunto questo atteggiamento? Per due ragioni. La prima è quella di gettare discredito sul movimento, dipingerlo come il rifugio di gruppi violenti, estremisti, eversivi. Allontanare la gente. La seconda è quella di mettere in difficoltà l'opposizione, attribuendole la responsabilità per ogni eventuale incidente o per qualunque cosa non debba andare bene nella gestione dell'ordine pubblico. E' un'operazione molto miserabile. Che sicuramente non aiuta quelli che vorrebbero riavvicinare il movimento no-global alle istituzioni. Come si fa a chiedere responsabilità a un movimento, rifiutando di assumere le proprie? (Così come non si capisce con quale logica si possa chiedere a qualcuno di giurare sulla non-violenza dopo aver dichiarato inevitabile la guerra).


Modifiche alla Finanziaria, consulto senza la Cgil
Roberto Giovannini su
La Stampa

Il governo stringe i tempi sul maxiemendamento alla manovra 2003, e incontra in serata i vertici di Confindustria, Cisl e Uil per concordare le proposte di modifica. Non la Cgil, provocando la protesta di Guglielmo Epifani contro il governo, ma anche contro Cisl e Uil. Intanto ieri non c´è stato nessun appoggio (clamoroso) della Margherita sulla delega per la riforma del mercato del lavoro, di cui ieri sono stati approvati i primi due articoli a Montecitorio. Non è chiaro se i segnali di dialogo intrecciati nei giorni scorsi tra il ministro del Welfare Roberto Maroni e i parlamentari del partito di Rutelli fossero qualcosa di più di semplici parole. Fatto sta che qualcosa deve essere andato storto: la Margherita non ha accolto l´invito del governo a votare il pacchetto contenuto nel disegno di legge 848 (la riforma del mercato del lavoro senza la parte che riguarda l´articolo 18). Che verrà presumibilmente approvata dalla Camera oggi, in tempo utile per passare al Senato evitando il blocco del suo iter, visto che nei prossimi mesi il Parlamento sarà impegnato dalla Finanziaria. Il tentativo di Maroni era quello di "sganciare" la Margherita dalla linea di opposizione drastica alla riforma del mercato del lavoro fin qui sostenuta dalle forze politiche dell´Ulivo, oltre che dalla Cgil. I diretti interessati negano che oltre alla semplice apertura politica sia stata manifestata da parte del governo anche una seria disponibilità a introdurre emendamenti. In Aula, la Margherita ha poi mantenuto le sue pregiudiziali, partecipando attivamente al rallentamento dei lavori messo in piedi dal centrosinistra. Di qui il botta e risposta tra il sottosegretario al lavoro Maurizio Sacconi - che ha parlato di "ostruzionismo della Margherita" - e l´ex ministro Tiziano Treu, secondo cui le aperture di Maroni erano "solo avances formali", oltre che "un tentativo di dividere la Margherita dall'Ulivo". Chiude ogni porta il ministro del Welfare: "Io non ho mai parlato di modifiche - ha detto Maroni - ho solo detto: spero che la Margherita, che è la parte più moderata del centrosinistra, sostenga il provvedimento. Loro hanno proposto emendamenti, noi li abbiamo valutati con un'ampia discussione in Senato e abbiamo ritenuto di non accettarli". Appare piuttosto strano che il governo potesse sperare in un "sì" del partito di Rutelli a un provvedimento così "caldo" senza contropartite di sorta. È proprio quel che hanno pensato i diessini, che hanno avvertito odore di bruciato. Sul fronte della Finanziaria, la notizia più importante riguarda il Mezzogiorno. Ieri mattina i leader di Cisl e Uil (che insieme alla Cgil hanno incontrato l´Ulivo) avevano espresso feroci critiche sul capitolo Sud difendendo le richieste unitariamente messe a punto. Nel pomeriggio, hanno però risposto picche alla richiesta Cgil di uno sciopero sul tema. E in serata Savino Pezzotta e Luigi Angeletti hanno incontrato insieme al presidente di Confindustria Antonio D´Amato il ministro dell´Economia Giulio Tremonti, presso il ministero. Incontro di cui tutti erano a conoscenza, esclusa la Cgil, che ovviamente ha dovuto incassare questa nuova clamorosa rottura. "È una vergogna - dice il segretario confederale Cgil Marigia Maulucci - l´accordo era già pronto. Si ricordino di questa serata tutti coloro che si appellano alla Cgil perché ricostituisca l'unità sindacale che non siamo stati mai noi a rompere".



Berlusconi ricusa il tribunale di Milano
Vittorio Locatelli su
l'Unità

Continua l'offensiva di Silvio Berlusconi per sottrarsi ai processi che lo vedono coinvolto a Milano. L'ultimo atto: il presidente del Consiglio ha presentato un'istanza di ricusazione nei confronti dell'intero collegio giudicante della Prima sezione del Tribunale Penale impegnato nel processo Sme. Insomma, se non vanno bene i pubblici ministeri se ne chiede il trasferimento (vedi Boccassini per Imi-Sir/Lodo Mondadori), se non vanno bene i giudici si chiede che vengano cambiati.
Il presupposto della ricusazione è la decisione del Tribunale di sospendere il processo Sme nello stralcio relativo al falso in bilancio, per chiedere un parere alla Corte europea di giustizia. A settembre era stato il pubblico ministero Gherardo Colombo a sollevare il dubbio di costituzionalità della nuova legge italiana in materia e a chiedere il parere di Strasburgo e sabato scorso il Tribunale gli aveva dato ragione, chiedendo alla Corte europea se esiste corrispondenza tra legge italiana in materia di reati societari e normativa comunitaria. Niente prescrizione per Berlusconi, quindi, come era avvenuto in altri processi dove era accusato di falso in bilancio, grazie proprio alla nuova legge varata dal centro-destra. E il premier l'ha presa malissimo, tanto che nell'istanza interpreta la decisione del Tribunale come un'anticipazione di giudizio.
Berlusconi, che commentando l'iniziativa si limita a dire "rivolgetevi ai miei avvocati", scrive infatti che appare "di ogni evidenza come il Tribunale, avendo anticipato il proprio giudizio su uno dei punti essenziali del procedimento per corruzione, abbia già manifestato il proprio convincimento e sia dunque incompatibile ai fini del decidere". E per questo chiede alla Corte d'Appello di Milano di dichiarare incompatibile l'intero collegio del Tribunale nel processo Sme relativo alla corruzione, essendo i giudici gli stessi dello stralcio per falso in bilancio. L'istanza è ora sul tavolo del sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale per un primo parere e sarà quindi valutata dalla quinta Corte d'Appello di Milano. Va ricordato che quasi tutte le precedenti istanze di ricusazione presentate nell'ambito dei processi Imi-Sir/Lodo Mondadori e Sme furono dichiarate inammissibili. L'anno scorso, infatti, era stato ricusato il giudice Guido Brambilla, sostenendo che il magistrato, trasferito al Tribunale di Sorveglianza, avrebbe dovuto lasciare il collegio. L'istanza era stata respinta e Brambilla era stato applicato fino alla conclusione del processo. Ora l'iniziativa riguarda tutti e tre i giudici del processo Sme (presidente Luisa Ponti, Guido Brambilla e Carmen D'Elia).
La Corte europea potrebbe trovarsi a decidere non solo sulla richiesta dei giudici del processo Sme. Al processo contro Marcello Dell'Utri, Romano Luzi e Romano Comincioli (accusati di falso in bilancio e concorso in bancarotta per una serie di operazioni finanziarie che secondo l'accusa avrebbero portato al fallimento di una società controllata da Publitalia) la quarta sezione penale ha accolto la richiesta del pm, anche in questo caso da Colombo, di interpellare la Corte Europea. "La norma penale non può sfuggire al dominio comunitario": questo il principio che ispira l'ordinanza dei giudici, presieduti da Oscar Magi, che hanno sospeso il procedimento rivolgendosi in sede europea. E anche Francesco Greco, pm al processo All Iberian che riprende oggi, sta valutando se sollevare la legittimità costituzionale della legge sul falso in bilancio.

E per Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds, la decisione di Berlusconi "è stata una pessima mossa, perché è venuta da un presidente del Consiglio che dovrebbe avere tra i suoi attributi quello di portare rispetto alle altre istituzioni e perché il quesito posto dal Tribunale alla Corte di giustizia europea riguarda una norma che è stata cambiata su iniziativa della stessa maggioranza e del governo per renderla più praticabile, diciamo più mite, nel processo in corso. Cosa dobbiamo aspettarci - si chiede la Finocchiaro - che nella malaugurata ipotesi di una sentenza di condanna il governo vari un decreto per rendere nulla o inefficace quella sentenza?".


Ulivo, l´ultimo dilemma è il nome
Alessandra Longo su
la Repubblica

ROMA - E cambiare il nome all´Ulivo? Si, va bene, forse non è il momento di affrontare il tema, i problemi sono altri, però la riflessione è stata fatta ad alta voce da un esponente di primo piano dei Ds. Antonio Bassolino si chiede se non sia il caso, in vista di una coalizione allargata, di imprimere una svolta anche d´immagine. Frase sussurrata a Firenze, pochi giorni fa, al seminario che ha visto insieme Massimo D´Alema, Sergio Cofferati e Giuliano Amato. Dice il presidente della Regione Campania: "Forse dobbiamo discutere il nome stesso della coalizione per farla ancora più grande, non possiamo utilizzare l´Ulivo come nel '96 e nel 2001. Le condizioni non sono le stesse, qualcuno potrebbe non sentirsi rappresentato, avvertire la gabbia....".
Una battuta? Mica tanto. Alfonso Pecoraro Scanio, il verde, è da tempo che lo va dicendo: "Il nome Ulivo è vecchio, logorato, va bene per il consolidato storico ma una nuova alleanza avrebbe bisogno di qualcos´altro". Di che cosa? Pecoraro Scanio prima si schermisce, poi ammette che non punterebbe più sulla flora mediterranea: "Ecco: io questa coalizione democratica, che va da Bertinotti a Di Pietro, la chiamerei Arcobaleno". Dopo l´Ulivo, l´Arcobaleno, "pluricolorato, simbolo della pace". L´Arcobaleno contro la Casa delle Libertà. Suona bene? Klaus Davi, pubblicitario, si mette le mani nei capelli. Errore, grave errore, dice, abbandonare l´albero vecchio per inseguire un nome e un simbolo nuovi. L´Ulivo non è morto, lo dice persino D´Alema. Non è morto politicamente e anche dal punto di vista pubblicitario "non è affatto un marchio perdente", parola di Davi. Sostituirlo e sottrarlo così ai suoi estimatori "sarebbe contro ogni regola pubblicitaria, produrrebbe solo delusione e fastidio nei cittadini elettori". Davi fa l´esempio della Classe A della Mercedes. Ve la ricordate? La prima serie non superò la cosiddetta prova dell´alce, la macchina aveva dei seri problemi di stabilità. Fu una grana grossa, una partenza difficile e imbarazzante. "Ma nessuno ha mai pensato di cambiare nome al prodotto - sottolinea Davi - semmai è stato fatto ogni sforzo per rilanciarne l´immagine, trasformando così una debolezza iniziale in forza".

Toscani trova "ridicolo" e poco produttivo affrontare il tema di un cambio di nome. C´è altro da fare dentro l´opposizione. "Berlusconi è riuscito a mettere insieme fascisti con leghisti - osserva Toscani - e il centrosinistra è ancora lì a discutere, un eterno coitus interruptus, facce tristi, capi senza voglia di sovversione, rivoluzione. Ecco: volete un nuovo nome? Ve lo regalo io. Coitus interruptus". Si fa per dire, naturalmente. Il Toscani serio, da pubblicitario fa pollice verso ai cambiamenti. L´Ulivo fu una grande trovata, è "un simbolo felice, anche se l´hanno massacrato in tutte le maniere". Povero albero. Giriamola così, propone Oliviero il terribile: "Se fossi un Ulivo, sarei io a rifiutarmi di stare al servizio del centrosinistra".


“Pianisti”, tolleranza zero alla prova
Lorenzo Fuccaro sul
Corriere della Sera

ROMA - Il giorno dopo l'annuncio del "massimo rigore" contro i pianisti e l'invito ai capigruppo di vigilare sui deputati fatto dal presidente Pier Ferdinando Casini in vista degli scrutinii sulla Cirami e sulla Finanziaria, i pianisti tornano in azione. In quel momento la Camera è impegnata nelle votazioni relative alla delega sul lavoro. Casini, che presiede l'assemblea, coglie in flagrante un parlamentare a premere il pulsante per un altro e visibilmente indispettito lo apostrofa: "La prossima volta che vedo qualcuno votare per due lo espello dall'aula". Oggi si avrà la verifica se la linea dura preannunciata sarà effetivamente portata fino in fondo. Nel pomeriggio l'aula inizia l'esame della Cirami, ovvero della legge che reintroduce il legittimo sospetto tra le cause di trasferimento del processo a un'altra sede. Casini, a chi gli chiede di adottare immediatamente norme più severe, obietta: "Se avessi la bacchetta magica sarei un mago, non un presidente. Per ora, mi sono limitato a richiamare tutti al rispetto delle regole". E i gruppi come hanno reagito a questa sollecitazione?
MAGGIORANZA - I più lesti sono stati quelli di Forza italia e dell'Udc. Sia l'azzurro Elio Vito sia il centrista Luca Volontè hanno trasmesso a tutti i loro colleghi di partito la lettera inviata da Casini lunedì. Vito vi ha allegato una propria nota. "Confido come sempre - scrive in particolare Vito - nella tua disponibilità e nel tuo senso di responsabilità in occasione del lavoro particolarmente intenso e delicato che dovremo fare in queste settimane". Anche Volontè ricorda gli impegni imminenti. E proprio per questo ha convocato una riunione del gruppo per la mattinata di oggi.
D'accordo nello stigmatizzare il comportamento dei pianisti è anche il leghista Alessandro Cé . Tuttavia, obietta Cé, "non può diventare un atto di accusa per chi chiede a un collega la cortesia di votare in sua vece perché si trova a un metro di distanza. Domando, però, a Casini perché non abbia adottato il metodo messicano della rilevazione delle impronte digitali che lui stesso aveva annunciato quattro mesi addietro. Insomma, chi non ha colpe scagli la prima pietra".

OPPOSIZIONE - Il leader dell'Udeur Clemente Mastella ricorre all'ironia e al sarcasmo. "Io ho fatto il pianista - dice -e mi hanno sostituito il pianoforte. Nelle aule parlamentari c'è sempre stata la formula pianistica. Io ho visto pianisti da una parte e dall'altra. Ma quando, come ha fatto il centrodestra, si supera il senso della misura si arriverà a prendere le impronte digitali dei parlamentari".
"La questione sollevata da Casini non ci riguarda", si fa notare in ambienti vicini al capogruppo dei Ds Luciano Violante. Noi, si sottolinea, siamo stati il gruppo più assiduo in questa e nella precedente legislatura.
Anche Pierluigi Castagnetti, della Margherita fa un ragionamento analogo. "Hanno commesso una grande leggerezza - commenta - proprio su una legge da loro strenuamente voluta. E ciò significa che questa maggioranza non tiene nonostante abbia qui alla Camera un centinaio di deputati in più e una cinquantina al Senato".


Chirac a Blair: "Sgarbato". E annulla il vertice
Alessio Altichieri sul
Corriere della Sera

LONDRA - Downing Street e l'Eliseo sono ai ferri corti, la Manica s'è d'improvviso fatta più larga, così Londra e Parigi, che sembravano andare d'amore e d'accordo, scoprono che tra il presidente francese e il premier britannico c'è un velo d'antipatia, oltre a corpose differenze politiche. Chirac e Blair hanno voglia di litigare, o così almeno vogliono dare a vedere. Che sullo sfondo ci sia la questione dell'Iraq, dove Blair fa il possibile per aiutare l'alleato americano e Chirac non perde occasione per porre ostacoli, è ovvio, anche se nessuno l'ammette. E se Londra sorride nel ricordare che la Francia è sempre stata "il più caro nemico", riesumando Giovanna d'Arco (eroina per i francesi, eretica da mettere al rogo per gl'inglesi), la battaglia di Azincourt e la guerra dei Cent'anni, la questione non è tuttavia risibile. Ieri, per ritorsione politica, Parigi ha cancellato un summit franco-britannico previsto per dicembre a Le Touquet. E la frattura rischia d'incrinare la strategia europea di Blair.
La tenzone, rivelata dal Financial Times , è certo gustosa. Al vertice sull'allargamento, venerdì scorso, dopo un serrato scambio di battute, il presidente francese s'è alzato e, di fronte a tutti, ha redarguito Blair: "Lei è stato davvero sgarbato. Nessuno mi ha mai parlato in tale modo". Non si sa che abbia risposto il premier, ma si sa che cosa hanno commentato i consiglieri di Downing Street: "Più che altro, siamo sbalorditi da Chirac", ha detto uno. Un altro ha dipinto il presidente come un bambino capriccioso: "Ha buttato via i giocattoli dal passeggino". E un terzo, al Foreign Office, ha aggiunto: "Chirac ha tutte le doti fondamentali di un politico. E' capace di sedurre, raggirare, fare scene istrioniche. Ma quella scenata era davvero notevole, anche per lui". Insomma, Chirac ha superato il limite della ragione.
Se non è difficile notare che Downing Street calca la mano, la spiegazione sta forse in ciò che dicono i conservatori: Blair, con la scusa della scenata di Chirac, cerca di nascondere il fatto che il presidente francese lo ha superato tatticamente, in vista del vertice. Dicono che Blair, saputo che Chirac aveva raggiunto con il cancelliere Gerhard Schröder un'intesa sul futuro della politica agricola europea, fosse furioso. E con ragione: se il premier dice che in vista dell'allargamento bisogna ridurre le sovvenzioni agli agricoltori (soprattutto francesi), l'intesa franco-tedesca prevedeva invece un aumento, benché contenuto, fino al 2013. In più, riavvicinava Parigi e Berlino, dopo che Londra (ricevendo per prima il rieletto Schröder, per esempio) era riuscita più volte a incunearsi nello storico tandem che guida l'Unione. L'intero progetto di Blair, che consiste nel porre Londra "al cuore dell'Europa", rischiava di apparire una pia illusione.
Con questo spirito il premier è giunto a Bruxelles. E ha scoperto che pure il cancelliere voleva rinegoziare l'accordo: "Schröder ha cercato di rivederlo: lui e Chirac hanno avuto una dura lite davanti a noi", ha raccontato un diplomatico britannico. A questo punto Blair ha insistito perché la politica agricola fosse almeno riesaminata dalla commissione europea, come previsto, e ha ricevuto l'appoggio di Joschka Fischer, il ministro degli Esteri tedesco. Su queste posizioni la sessione è stata sospesa e Chirac s'è diretto verso Blair, ad accusarlo di essere un maleducato.
Certo, come fa certa stampa inglese, ci si può consolare nel dire che lo scontro Chirac-Blair ha illustri precedenti, come la diffidenza di Churchill per de Gaulle o l'antipatia di Mitterrand per la Thatcher. Ma forse sarebbe il tentativo di nascondere un reale cambiamento: finora le differenze tra Londra e Parigi (il centro per profughi di Sangatte, da dove gl'immigrati clandestini tentano il passaggio in Inghilterra, oppure il bando francese al roast-beef britannico) venivano considerate incomprensioni tra amici. Oggi Chirac e Schröder, rieletti da poco, hanno mano più libera: e il presidente francese, che non ha più l'impaccio della coabitazione con il socialista Jospin, gioca a tutto campo. Dice di no a George Bush, per esempio, o si permette di sgridare Tony Blair.


Entro il 2050 tredici milioni di immigrati
Paolo Mastrolilli su
La Stampa

Gli italiani restano un gruppo etnico in via di estinzione, e da oggi al 2050, per conservare l'attuale popolazione nazionale di 57 milioni e 530 mila abitanti, il nostro paese dovrà accogliere almeno 12,9 milioni di immigrati. E' l'allarme ribadito ieri dalla Population Division del Department of Economic and Social Affairs dell'Onu, durante la pubblicazione di un nuovo rapporto sulle migrazioni nel mondo. Secondo il documento, che si chiama "International Migration 2002", sul nostro pianeta oggi ci sono 175 milioni di persone che vivono in paesi diversi da quelli di nascita. Il 60% si trova nelle regioni più sviluppate, con 56 milioni di immigrati in Europa, 50 in Asia e 41 in Nord America.

L'Onu ha fatto anche un sondaggio tra i governi, per vedere come valutano le proprie politiche in questo campo, e Roma ha giudicato "soddisfacente" la sua gestione dei flussi, aggiungendo di voler mantenere le linee attuali. A margine di questa presentazione, però, la Population Division ha ripubblicato un rapporto del 2001, intitolato "Replacement Migration", che dipinge un quadro piuttosto preoccupante per il nostro paese. Come è noto, l'Italia ha uno dei tassi di fertilità piu' bassi al mondo, sceso a 1,2 figli per donna tra il 1995 e il 2000, e destinato forse a risalire a 1,47 fra il 2020 e il 2025: di questo passo, entro il 2050 la popolazione nazionale scenderà a 41 milioni di abitanti. L'età media salirà da 41 a 53 anni, e la percentuale di persone sopra i 65 anni aumenterà dal 18 al 35%, con ovvie conseguenze negative sul sistema pensionistico. In questo quadro, la Population Division dell'Onu ha elaborato sei scenari sui possibili sviluppi, che ieri ha nuovamente diffuso, per offrire elementi di giudizio ai vari governi interessati. Alcuni di questi scenari sono accademici e piuttosto irrealistici, come quello che per conservare il rapporto di sostegno tra gli abitanti in età lavorativa e quelli in pensione a 4,08, prevede l'ingresso di 120 milioni di immigrati tra il 1995 e il 2050. Tre ipotesi, però, cercano davvero di intuire i possibili sviluppi. Il primo scenario prevede un aumento netto degli immigrati di 660 mila persone tra il 1995 e il 2020, e poi un blocco degli ingressi: in questo caso, la popolazione italiana scenderebbe a 41,2 milioni entro il 2050. Il secondo prevede un blocco immediato degli ingressi, che nello stesso arco di tempo farebbe calare il totale nazionale a 40,7 milioni di abitanti. Il terzo cerca di capire cosa bisognerebbe fare, per conservare la popolazione al livello attuale di 57,3 milioni: dovremmo aprire le porte a 12,9 milioni di immigrati tra il 1995 e il 2050. Il flusso netto annuale dovrebbe salire da 75 mila persone nel 1995, a 318 mila tra il 2045 e il 2050. Secondo questo scenario, nel 2050 16,6 milioni di italiani sarebbero immigrati o figli di immigrati, equivalenti al 29% della popolazione. Per fare un paragone, oggi negli Stati Uniti gli afro-americani sono circa il 13% del totale. In teoria, quindi, possiamo seguire tre strade: far salire in qualche modo il tasso di fertilità, rassegnarci ad un drastico calo della popolazione, o aprire le porte agli immigrati.


Con Montalbano la fiction si fa bella
Norma Rangeri su
il Manifesto

Mare chiaro, fichi d'india, rocce polverose e coste devastate dall'abusivismo, compresa quella dove c'è la casuzza di Salvo Montalbano, nell'inesistente paese di Vigata. Finalmente la scorbutica creatura di Andrea Camilleri è tornata tra noi (Raiuno, lunedì, 20,40). Forse con un bel cane di troppo. Come sempre la sceneggiatura (il primo episodio è firmato da Sironi, Bruni, De Mola, Camilleri) e l'accurata scelta dei luoghi sono i due assi nella manica della popolare fiction. Con le sue piazze barocche e deserte, con la sua natura forte come il mito, il paesaggio siciliano prende spesso il sopravvento sulla storia che, seppure ben congegnata, passa quasi in secondo piano (chi è l'assassino di un povero cieco in Il senso del tatto, lo si capisce forse troppo presto). In mezzo ad attori (scovati nei teatrini dialettali dell'isola) che si muovono nella sicilianità come fossero melanzane nei maccheroni, la fiction conquista lo spettatore per il verismo dei personaggi, tra cui spicca il flemmatico Montalbano-Zingaretti, singolare uomo dall'emotività trattenuta ma impellente. Con l'etica da onesto servitore dello stato, allergico alla carriera e alle gerarchie, grazie alla regia di Alberto Sironi (già dieci i film della serie), Montalbano è al riparo dai luoghi comuni e può vivere con intelligenza e ironia le storiacce che incontra, senza quelle retoriche di genere che finiscono per imprigionare i commissari nel bozzettismo da telefilm.
A differenza delle precedenti edizioni, questa volta la presenza dello splendido cane Terranova (che fa sempre auditel, il cane Rex insegna, ma il commissario ne aveva proprio bisogno?) ci rivela un Montalbano dal cuore tenero. Anche se Livia (l'attrice Katharina Bohm), la fidanzata di sempre, lo considera comunque "un gran figlio di puttana" per via delle bugie che ogni tanto le racconta. Nessuno è perfetto e, nonostante tutto, Montalbano resta l'accattivante cicerone dei nostri viaggi nei misteri della Sicilia.


   30 ottobre 2002