
Putin: guerra senza pietà contro il terrore
Anna Zafesova su La Stampa
MOSCA - Nessun compromesso, nessuna pietà: il giorno del lutto per i 117 morti del teatro "Nord Ost" Vladimir Putin lancia la sua nuova crociata contro il terrorismo ceceno e il terrorismo internazionale, che per il presidente russo sono ormai definitivamente uniti. Dopo aver cominciato la seduta del governo con un minuto di silenzio in memoria delle vittime, il padrone del Cremlino con voce gelida ha promesso che reagirà duramente contro qualsiasi minaccia, da qualunque parte arrivasse. L´esercito russo ha già cominciato una pesante offensiva in Cecenia, ma il capo di Stato ha fatto capire che la minaccia può giungere anche dall´estero. Dopo un momento di apparente tentennamento il presidente russo ha riacquistato l´intransigenza dei suoi primi giorni al potere, quando tre anni fa ha lanciato la nuova guerra contro la Cecenia. Nessun ripensamento, semmai il contrario: "Abbiamo pagato un prezzo pesante per la debolezza dello Stato e l´incoerenza delle nostre azioni", ha detto ieri Putin ai suoi ministri promettendo che questo non si ripeterà: "Voglio ribadire che la Russia non accetterà un patto con i terroristi e non soccomberà a nessun ricatto". Anzi, "risponderà con misure adeguate, in tutti i luoghi dove si trovano i terroristi, i loro finanziatori, i loro ispiratori". Già nelle prime ore del dramma Vladimir Putin aveva messo in collegamento la presa degli ostaggi a Mosca e le bombe in Indonesia e sulle Filippine, quell´ "asse di terrore fondamentalista" di cui aveva teorizzato l´esistenza ancora prima dell´11 settembre.
I terroristi che hanno assaltato la capitale russa vengono equiparati a quelli che "hanno fatto esplodere New York". Un testo di una violenza senza precedenti, che porta la Russia sull´orlo della rottura dei rapporti diplomatici con Danimarca: per protesta il Cremlino ha cancellato la visita di Putin a Copenaghen, che doveva cominciare tra due settimane, e ha messo in dubbio la fedeltà del Paese scandinavo alla coalizione antiterrorista internazionale. Mosca definisce "sacrilega" l´organizzazione di un congresso di "terroristi" nei giorni di lutto e respinge le giustificazioni delle autorità danesi che hanno invocato la libertà di stampa e di raduno: "Non ci può essere nessuna libertà per i terroristi". Inutili sono stati i tentativi del leader indipendentista Aslan Maskhadov di dissociarsi dai guerriglieri di Mosca: le sue dichiarazioni di innocenza sono state definite dal Cremlino "una sfacciata bugia". E la proposta di un "negoziato senza condizioni", lanciata ieri a Copenhagen dall´emissario degli indipendentisti Akhmed Zakaev, è stata respinta: per Mosca Maskhadov può trattare solo con i magistrati e solo la propria resa. La Russia non si piegherà mai in ginocchio, promette Putin, e nei confronti dei ceceni non ci può essere più nessuna pietà. Nel giorno del lutto nazionale le tv, cambiando i programmi, hanno alternato film patriottici con speciali sulle atrocità dei guerriglieri separatisti del Caucaso. In un gesto di ultimo disprezzo Mosca si è rifiutata di restituire ai familiari i cadaveri dei terroristi uccisi nel blitz: verranno sepolti in luogo segreto, come i condannati a morte, secondo una tradizione risalente alle repressioni staliniane. In Cecenia due ore dopo il blitz di Mosca è cominciata un´offensiva su larga scala: l´aviazione russa ha compiuto 30 incursioni, rastrellamenti sono in corso in tutta la repubblica, una trentina di guerriglieri sono stati uccisi. A Mosca invece continuano le ricerche dei possibili complici dei terroristi di Baraev, tra i quali pare ci fossero anche un poliziotto russo, e guerriglieri arabi e afghani. Ieri nella capitale sono stati arrestati tre ceceni con esplosivo e piantine di una delle stazioni della città. E a quanto pare, anche l´esplosione di un´autobomba davanti a un McDonald´s della capitale, tre giorni prima della presa di ostaggi, ora viene attribuita ai ceceni. Tutte accuse a cui Mosca, spaventata, è disposta a credere: perfino gli ex ostaggi che ritornano a casa dopo aver smaltito l´avvelenamento da gas, appoggiano l´operato di Putin e ringraziano il presidente. Nelle cliniche rimane ancora un centinaio di sopravvissuti al dramma, di cui 45 continuano a essere in condizioni gravi. E, nonostante le prima dichiarazioni ottimiste, si scopre la terribile verità: tra le vittime del gas ci sono anche nove bambini.
Bush intima all'Onu: ora basta, votiamo
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - L'America e la Gran Bretagna rischiano di perdere la battaglia sulla risoluzione contro l'Iraq all'Onu e sferrano l'estrema offensiva per piegare gli alleati che vi si oppongono. Il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer protesta che "è ora di votare", e Bush incolpa esclusivamente i terroristi della strage del gas a Mosca, difendendo Putin, forse anche nella speranza di ottenerne l'appoggio al Consiglio di Sicurezza all'ultimo minuto. In una serie di comizi elettorali nel Midwest, il presidente insiste inoltre che, se il Palazzo di Vetro non lo farà, l'America disarmerà Saddam Hussein "alla testa di una coalizione".
Ma la Francia lo raggela: il ministro degli Esteri Dominique de Villepin continua a respingere "qualsiasi risoluzione che contenga un meccanismo automatico per il ricorso alla forza" e a chiedere che nel testo americano "vengano eliminate le residue ambiguità". Per superare l'impasse, gli Usa mobilitano il capo ispettore Hans Blix, che pur senza schierarsi per loro caldeggia metodi forti: "Sarebbe utile ammonire l'Iraq che se non rispetterà la volontà dell'Onu ci saranno delle conseguenze".
L'AMERICA - Nella settimana decisiva della crisi irachena, lo spettro della sconfitta diplomatica si leva sulla superpotenza. Si leva in un momento funesto: l'assassinio ad Amman in Giordania, che Bush vorrebbe usare come pista di lancio per l'invasione dell'Iraq, del diplomatico americano Laurence Foley, il rappresentante dell'Agenzia per lo sviluppo. Il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer non cela il risentimento del presidente nei confronti dell'Onu: "Il dibattito è durato a sufficienza, siamo in dirittura di arrivo, alziamo le mani e votiamo".
Il segretario di Stato Colin Powell è più filosofico: "A un certo punto è sterile discutere", nota, ammettendo implicitamente che la Francia o la Russia potrebbero opporre il veto alla risoluzione, o comunque l'America potrebbe non raggiungere i 9 sì richiesti su 15 voti.
LA FRANCIA - Con la Russia temporaneamente ai margini del dibattito a causa della tragedia di Mosca, de Villepin domina la scena. L'azione militare contro l'Iraq, rileva, deve essere l'estrema risorsa, dopo la ripresa delle ispezioni dell'Onu a Bagdad. E' la strategia dei due tempi. "Poniamo tutta la fiducia nel capo ispettore Blix e i suoi colleghi" dice il ministro. "Saranno loro a indicare se l'Iraq è in violazione degli accordi. Allora il Consiglio di Sicurezza deciderà se intervenire con le armi o no". De Villepin pare credere ancora in un compromesso con la superpotenza in questo senso.
GLI ALLEATI - La Francia ha calcolato di avere i nove fatidici voti in seno al Consiglio di Sicurezza. I più importanti sarebbero quelli della Russia e della Cina tra i cinque membri permanenti, e della Siria e del Messico tra i dieci a rotazione. Da indiscrezioni della Casa Bianca, Bush si è infuriato con il presidente messicano Fox, che lo ha ospitato al vertice dei Paesi del Pacifico durante il weekend ma non ha ceduto alle sue pressioni, dichiarando che conviene proseguire le consultazioni.
Quando Fox lo ha invitato di nuovo in Messico l'anno prossimo per il decimo anniversario del Nafta, l'Associazione di libero scambio nordamericana, Bush ha risposto gelidamente: "Potremmo essere in guerra". Il presidente messicano non ha battuto ciglio: "Per ora non lo siamo, pensaci".
Lula: "Il mio Brasile non avrà più fame"
Francesca Ambrogetti su La Stampa
La voglia di cambiamento è stata più forte della paura in Brasile e quasi 53 milioni di elettori hanno dimostrato di essere disposti a fare il "salto nel vuoto" che, secondo gli oppositori del candidato vincente, la scelta di Lula rappresenta. La lunga notte di Luiz Inacio Lula da Silva dopo la schiacciante vittoria alle Presidenziali di domenica è finita all´alba, quando si è messo al lavoro per preparare la più grande svolta politica mai vissuta finora dal gigante brasiliano. Finiti i festeggiamenti, l´ex tornitore ha riunito la squadra dei collaboratori che gli saranno vicini nei prossimi due mesi prima dello sbarco a Brasilia. A scrutinio ultimato Lula ha solo sfiorato il sogno di essere il candidato presidenziale più votato della storia, ma con i suoi 52.731.159 voti si è avvicinato al record di Ronald Reagan, nel el 1984. E quanto a percentuale ha ottenuto un risultato migliore: il 61,29% contro il 59% dell´ex capo della Casa Bianca. Ma le urne hanno riservato anche qualche amara sorpresa al candidato vincente: il suo partito ha perso nello Stato del Rio Grande do Sul, bastione del Pt, e anche a San Paolo. Nel ballottaggio ha avuto la meglio il filogovernativo Gerardo Alckmin. Nel suo primo discorso, Lula ha detto: "Il mio cuore batte forte. So che sono sintonizzato con la speranza di milioni di altri cuori. Ma sono ottimista, sento che un nuovo Brasile sta nscendo". E ancora: "La fame è il grido più forte dell´insieme della società. Se alla fine del mio mandato tutti i brasiliani potranno mangiare tre volte al giorno avrò compiuto la missione della mia vita... Non c´è soluzione miracolosa per il debito sociale brasiliano, ma è necessario cominciare a combatterlo fin dal primo giorno del governo".
E´ trapelato che un altro degli uomini che entreranno nella stanza dei bottoni sarà Antonio Palocci, coordinatore dello staff che ha preparato il programma di governo al quale verrebbe affidato il ministero della Pianificazione, che avrà quasi tanto potere quanto quello all´Economia. Interlocutore di imprenditori e banchieri nell´ultima delicata tappa della campagna elettorale, Palocci è un ferreo difensore della disciplina fiscale come premessa per onorare i pesantissimi impegni esteri del Brasile ("Onoreremo i contratti", ha promesso il presidente eletto) e continuare a godere dell´appoggio del Fondo monetario internazionale. In attesa dei nomi che formeranno l´equipe economica del prossimo governo, ieri i mercati finanziari brasiliani hanno fatto registrare una flessione. A questo proposito da Washington il segretario al Tesoro americano Paul O´Neill ha affermato che è importante che il presidente eletto porti avanti le stesse politiche del suo predecessore, perché il Brasile è un paese chiave per l´America Latina. Il presidente Bush in un messaggio al vincitore ha detto di augurarsi di lavorare produttivamente con il futuro inquilino del palazzo del Planalto.
La Consulta al contrattacco "Non ci facciamo spaventare"
Liana Milella su la Repubblica
ROMA - Che per Cesare Ruperto, emerito presidente della Corte costituzionale, l'"onore" della Consulta, in tempi di pressioni e contro pressioni per la Cirami, andasse difeso a ogni costo, era ben chiaro. Ecco il primo messaggio di "meraviglia" venerdì scorso per le offensive parole di Melchiorre Cirami, non represse a dovere. E, il giorno dopo, il ribadire le posizioni dopo una telefonata del presidente del Senato Marcello Pera da Washington. Fino a sabato, però, il presidente Ruperto non aveva fatto sentire direttamente la sua voce. Cosa che è avvenuta ieri. Parole inequivocabili sul rispetto che in una democrazia è dovuto alla più alta delle magistrature.
L'occasione, pur casuale, è stata delle migliori. Un seminario a porte chiuse con Aharon Barak, omologo di Ruperto in Israele, e autore di un volume sulla "Discrezionalità del giudice" uscito nel 1987. Il presidente della nostra Consulta se l'è riletto per tutta domenica e a sera, quando ha scritto di suo pugno il saluto per l'indomani, ha voluto citare una frase che si attagliava perfettamente al caso italiano. "Il regime democratico non è soltanto governo della maggioranza, ma anche tutela di alcuni valori fondamentali, che non possono venir lesi dalla maggioranza stessa, senza che una Corte di garanzia possa e debba intervenire per restaurarli".
Non ci poteva essere niente di meglio per dire subito dopo: "Io e i miei colleghi condividiamo in pieno quel concetto e colgo l'occasione per ribadire che la nostra Corte continuerà sempre a farlo con la massima serenità, senza mai restare "impressionata" da proteste o insinuazioni, in qualsiasi sede espresse". Intorno alle 17, queste poche righe rese pubbliche da un comunicato ufficiale, fanno rumore e ridanno vigore a uno scontro istituzionale che non si era ancora chiuso. Ruperto viene descritto come un presidente sereno, per niente irritato, ma fermo nel respingere qualsiasi tipo di avvertimento. Quelli che arrivano alla Corte vengono respinti al mittente soprattutto per evitare che lo sgarbo istituzionale diventi una moda deteriore.
Era inevitabile, a questo punto, che il presidente Pera dovesse fare a sua volta una mossa per chiudere la querelle, visto che la telefonata da Washington non era bastata. E Pera, intorno alle 20, ha compiuto un duplice passo. Innanzitutto, un nuovo contatto telefonico, questa volta più esplicito del precedente, per condannare qualsiasi atto che possa suonare come delegittimazione della Consulta. Contestualmente, una nota stampa per rendere pubblico il suo pensiero. Pera ha ribadito così "il pieno rispetto dell'autonomia e delle prerogative della Corte, fondamento dello Stato di diritto, che deve essere assicurato da tutti i parlamentari e dalle forze politiche". Il presidente del Senato, però, aggiunge che "le opinioni espresse dai senatori nell'esercizio delle loro funzioni restano insindacabili".
Dunque Melchiorre Cirami può continuare a pensare quello che gli pare della Corte, ma se parla in Senato non può offenderla. E comunque questo costringe, e ha costretto, il presidente a compiere un gesto formale di tutela verso la Consulta. Ruperto può dire di essere soddisfatto. Gli sono arrivate le scuse e lui ha ufficialmente difeso l'istituzione che rappresenta in un momento assai delicato.
Inutile dire che, dietro il suo gesto, sono state viste molte cose. La sua mossa ha avuto doppie e triple interpretazioni. Tra queste, quella che i 15 alti giudici starebbero per assumere una decisione sfavorevole a Berlusconi e Previti sul caso del legittimo sospetto e che Ruperto voleva quindi smarcarsi anzitempo da qualsiasi critica. Una lettura che, negli ambienti della Consulta, viene bollata come spregevole. Mai e poi mai il presidente ricorrerebbe a simili "mezzucci". Mai e poi mai utilizzerebbe simili "mezzucci" per non affrontare una decisione, seppur difficile.
Il gioco del cerino torna alla Camera
Stefano Folli sul Corriere della Sera
Quando manca poco più di una settimana alla riunione del Forum sociale europeo a Firenze, il gioco del cerino è in pieno svolgimento. Oggi, per la seconda volta in pochi giorni, il Parlamento tornerà a occuparsi della questione. Ma in una forma parziale, in un certo senso ambigua. Perché non si prevede alcun voto sulle informazioni rese dal ministro dell'Interno. Il quale si accinge a riproporre tutti i suoi timori per lo stato dell'ordine pubblico e la sua convinzione che Firenze non è assolutamente la città adatta a ospitare una manifestazione no global: con il pensiero rivolto in particolare al corteo "contro la guerra" del 9 novembre. Pisanu ritiene che stiano confluendo verso Firenze, tra le decine di migliaia di manifestanti, alcune centinaia o forse più di violenti (talvolta inquadrati dietro sigle da brivido) in grado di sfuggire ai controlli e pronti a provocare disordini. In sostanza, il ministro rinnoverà il suo allarme. Dirà che non c'è sicurezza per la città, spiegherà che cosa intende fare il governo per proteggere i fiorentini. Ma poi?
Il gioco del cerino è tutto qui. Il governo fa capire di essere preoccupato, ma non decide di cancellare il Forum. Tenta di coinvolgere il Parlamento, ossia l'opposizione di sinistra, in una sorta di divisione preventiva delle responsabilità. Come se la riunione dei no global imponesse una specie di convergenza politica bipartisan .
Ma l'operazione non sembra destinata al successo. Primo, perchè, se esiste un problema di ordine pubblico, esso investe la responsabilità diretta dell'esecutivo. Secondo, perchè l'opposizione non si presta a prendere nelle sue dita il cerino acceso. Nessuno o quasi, nel centro-sinistra, finora ha detto ciò che il governo avrebbe voluto sentirsi dire: e cioè che anche l'opposizione è d'accordo nell'annullare il Forum.
Dunque il cerino ritorna nelle mani di Pisanu e della maggioranza. Non ci sarà alcuna copertura politica da parte dell'opposizione. Né alla Camera né fuori. Chi ha organizzato il Forum (il Comune di Firenze, la Regione Toscana) non ha motivo a questo punto di cambiare idea e gode del sostegno in Parlamento dei partiti del centrosinistra (oltre a quello, ovvio, di Rifondazione).
Né si deve credere che il grido d'allarme di Pisanu metta il governo al riparo dalle polemiche, in caso di incidenti. L'opposizione si prepara già ad accusarlo di incapacità o di eccesso di repressione. E', appunto, il gioco del cerino. Del resto, se Berlusconi vuole evitare rischi, ha una sola strada da seguire: annullare la manifestazione per gravi motivi di ordine pubblico.
Ma si tratta di una scelta molto difficile, quasi impossibile, a cui l'opposizione, come si è capito, non offre alcuna sponda. La maggioranza deve bruciarsi le dita. Nel senso che deve decidere da sola, sulla base del rapporto di Pisanu, ben sapendo che subito dopo sarà accusata di aver ucciso la libertà d'opinione. Peraltro sembra ormai troppo tardi per una decisione del genere, che finora nessuno ha saputo o voluto prendere.
Se il dibattito di oggi si concluderà senza un voto, vuol dire che il Forum si terrà. Con tutti i pericoli del caso. E con le forze politiche di maggioranza e di opposizione chiuse nelle loro ambiguità.
Suppletive di Pisa: la destra crolla di 10 punti
Luciano Luongo su l'Unità
PISA Luciano Modica è il nuovo senatore di Pisa, del collegio 10 della Toscana, che comprende anche 11 comuni della provincia. Succede a Berlinguer (che era stato eletto a luglio nel Csm. Modica 52 anni, siciliano di nascita, pisano di adozione, era il candidato dell'Ulivo ed è stato eletto ieri con il 62,24% dei voti. Nel 2001 l'Ulivo aveva preso il 50,34%.
Il Polo, che schierava un docente universitario di biologia, Giuseppe Cognetti, 74 anni, ha raggiunto appena il 24,36% dei voti. Aveva avuto il 35,47% nel 2001. Una vera e propria emorragia di consensi. Rifondazione Comunista, che schierava Luciana Piddiu, professoressa di 52 anni, ha raccolto il 13,41% dei voti (7,61% nel 2001). La percentuale dei votanti è stata del 37,08%, più che dimezzata rispetto allo scorso appuntamento elettorale, scontando una campagna esclusivamente locale e ignorata dai grandi mezzi di comunicazione.
In cifre assolute sono stati 37.663 i voti per Modica, 8.019 per la Piddiu e 14.472 per Cognetti.
"Sono soddisfatto - è stato il comprimo mento del neoletto senatore, Modica - è un ottimo risultato e testimonia il buon lavoro svolto dal centro-sinistra a livello nazionale. L'affluenza è stata bassa perché è stata una campagna locale e perché la tessera elettorale non è il sistema migliore in questi casi. La disaffezione degli ex elettori di Berlusconi è stata forte a dimostrazione del loro giudizio sul governo. Faccio i miei complimenti anche a Rifondazione. Adesso festeggeremo tutti insieme con tutte le forze politiche che ringrazio: Ds, Margherita, Sdi, Comunisti Italiani, Verdi e Italia dei Valori".
A Pisa nella coalizione di centrosinistra circola soddisfazione. Il risultato era atteso ma non in queste proporzioni, anche se destano qualche preoccupazione le percentuali del non voto. "Berlusconi voleva detoscanizzare l'Italia - commenta duro Marco Filippeschi, segretario regionale Ds - ma i toscani gli hanno dato la lezione che cercava". Tra i primi a congratularsi con Modica è stato Gavino Angius che ha sottolineato "il rilancio dell'Ulivo e soprattutto la grande sconfitta del centrodestra. Siamo di fronte - ha detto Angius - ad una elezione il cui valore e indubbiamente parziale. Ma si riconferma una ripresa di consensi per il centrosinistra, ma soprattutto si registra che la fiducia nei confronti del centro-destra va via via sgretolandosi. Il vero dato politico è qui: gli italiani non credono più in questa destra".
"Avevamo tre obiettivi - ribadisce Giancarlo Lunardi, segretario Ds pisano - far eleggere Modica al posto di Berlinguer, superare la percentuale del 2001 e sconfiggere questa destra e la politica del governo Berlusconi: ci siamo riusciti. Adesso sta a noi riuscire a raccogliere la delusione degli elettori che avevano votato a destra nel 2001. Sono stati soprattutto loro a disertare le urne dimostrando la caduta del consenso alla politica di Berlusconi".
Nel 2001 a Pisa erano presenti al voto anche la Lista Di Pietro (2,61%) che
stavolta ha appoggiato l'Ulivo, Democrazia Europea (2,36%) e la lista Bonino (1,62%). Resta pesantissimo il dato politico di un calo di dieci punti percentuali del centro-destra che in alcuni importanti centri rischia di essere superato anche da Rifondazione.
Il centrodestra ha giustificato la sconfitta con la scarsa partecipazione e con il fatto che gli elettori non sapevano della tornata elettorale. Soddisfazione è stata invece espressa dalla candidata di Rifondazione, Piddiu, che ha ricordato come il senso della sua candidatura era proprio quello di sconfiggere il centro-destra.
"E' opportuno sottolineare - dice Filippeschi - che l'astensionismo a destra è politico mentre si vede che l'opposizione comincia a funzionare. Anche il risultato di Rifondazione può essere letto positivamente, in funzione della sconfitta del centro-destra. La Toscana ha dato il suo concreto segnale al Paese. Infine vorrei anche dire, a chi ogni giorno da sinistra ci da le lezioni, che la candidatura di Modica e il risultato che ha riportato, dovrebbero indurre a qualche riflessione in più e a più rispetto per chi ha saputo dimostrare di valorizzare le competenze senza guardare solo all'interno dei partiti".
Bossi sbarca in Sicilia
Francesco Verdirami sul Corriere della Sera
ROMA - E' vero che durante il Consiglio dei ministri ha messo sull'avviso gli alleati e ha minacciato sfracelli se l'esame della Finanziaria non venisse accompagnato dal via libera al federalismo fiscale, "perché in quel caso la manovra ve la votereste da soli". Ma Bossi sa che l'avvertimento potrebbe non bastare, e più volte nei mesi scorsi, durante le riunioni della Lega ha realisticamente ammesso quanto sia "difficile portare a compimento il progetto in queste condizioni". Il Senatur era ed è conscio del rischio di rimaner vittima dei veti e dei distinguo nel Polo, temeva e teme le sabbie mobili parlamentari. "Per questo non basta la spinta del Nord, serve che anche il Sud si mobiliti", per questo ha teorizzato con i suoi "la manovra a tenaglia su Roma", per questo ha deciso di sbarcare in Sicilia e stringere un'intesa con i centristi isolani, in modo da trovarseli al fianco quando inizierà la battaglia. Perché a suo giudizio non c'è altra soluzione per aprire una breccia nella "porta pia" del Palazzo e vincere infine la sfida. "La Sicilia può essere il grimaldello per far partire subito il federalismo fiscale". E' da tempo che Bossi ci pensa, la scorsa estate aveva già deciso di intraprendere un viaggio per incontrare quelli che l'iconografia politica rappresenta come i nemici storici del "popolo padano", e lo avrebbe fatto attraversando lo Stretto, scendendo nel feudo degli eredi democristiani, lì dove l'Udc custodisce la propria cassaforte elettorale. Quella visita così eclatante, sfumata a luglio, si terrà entro il prossimo mese, quando il Senatur approderà a Palermo, in una delle capitali di quel Mezzogiorno che il luogo comune leghista ha spesso considerato la sentina dell'assistenzialismo e del pubblico spreco. Tuttavia la Sicilia potrebbe trasformarsi ora in un formidabile cavallo di Troia e diventare il laboratorio del federalismo fiscale, il modello che dissolverebbe le perplessità degli alleati e gli permetterebbe di portare a compimento una delle riforme che più gli stanno a cuore.
Lo statuto isolano già garantisce una forte autonomia al governo regionale, e gli consente di prelevare per intero l'Irpeg e l'Irpef di quanti hanno sede sociale o risiedono nell'isola. Ma i politici locali chiedono a Roma di spingersi più avanti, di restituire prerogative previste dalle norme siciliane "e che però sono disattese dal 1975". Non a caso un deputato dell'Udc, Francesco Saverio Romano, ha presentato alla Camera un provvedimento "per ripristinare il prelievo nei confronti di quelle società che operano in Sicilia ma che hanno residenza fiscale fuori dalla regione". Non a caso tutti i parlamentari isolani hanno sottoscritto il 12 ottobre quel progetto di legge. Non a caso il promotore dell'iniziativa è stato ricevuto due giorni dopo dal ministro per le Riforme istituzionali.
"La Sicilia può essere il grimaldello per far partire subito il federalismo fiscale", ha detto Bossi al suo interlocutore. "E chi si illude di insabbiarlo - sottolinea un autorevole rappresentante del governo - ha fatto male i conti, perché sono le regioni a volerlo". Non sarà comunque facile portare a compimento la missione, ed è il presidente della commissione Bilancio della Camera Giorgietti ad ammetterlo pubblicamente, "ma non possiamo accettare - aggiunge il segretario della Lega lombarda - che la complessità della materia serva per manovre dilatorie". Oggi i dirigenti del Carroccio presenteranno agli alleati la loro proposta in modo da definire "tempi, percorso e principi". E intanto Bossi si prepara a scendere in Sicilia, "perché da soli non ce la faremmo". Ha bisogno che "il Sud si mobiliti", altrimenti la "manovra a tenaglia su Roma" fallirà.
Ma le banche italiane hanno un futuro?
Francesco Fusco su il Nuovo
Sconto di portafoglio e comodo di cassa. Con queste parole si definiva ( e ancora adesso) l'attività delle banche italiane. Che ora sono alle prese con una crisi che ne denuncia, oltre che il nanismo, anche una filosofia che malgrado le aggregazioni, le fusioni, gli interventi dall'estero, l'evoluzione dei tempi - non è mutata.
Avete provato a recarvi presso una banca, portando un'idea vincente, ma privi delle garanzie immobiliari, delle fideiussioni di parenti o amici disponibili a rischiare con voi? Avete studiato per mesi quell'idea, ne avete visto rischi e contenuti, sapete, per esperienza o per studi, che è vincente, vi rivolgete al mercato finanziario italiano. Ma non avete il capitale necessario, le garanzie immobiliari, o
un santo in paradiso. La risposta, garbata, per quanto si vuole, infarcita da scuse più o meno plausibili, spesso travestite da vincoli imposti dalla Banca Centrale, è: No, mi dispiace. L'idea vincente rimane nel cassetto, o finisce in mano al furbo che ha i capitali o i santi in paradiso.
Perché ne parliamo? Perché una classifica delle istituzioni finanziarie redatta dal Market Data Group del Wall Street Journal e da FactSet Research Systems, basata sui bilanci aziendali 2001, riporta alla sconfortante realtà i trionfalismi di chi ha salutato la crescita di alcune banche italiane con toni entusiastici, senza rendersi conto che non di crescita vera si trattava, ma di sommatorie di bilanci e di clientela nati da aggregazioni.
La classifica vede ai primi dieci posti per attività e valore di mercato tre banche giapponesi, due statunitensi, due tedesche, una svizzera, una inglese, e una francese. La nostra più grande banca, IntesaBci è relegata al 39mo posto (dal 31mo dell'anno precedente), e le altre vanno dopo il 52 posto.
Le nostre banche non fanno impresa, e non la lasciano fare agli altri. Non perché non vogliano, ma perché non sanno, non hanno la cultura necessaria per affrontare da punti di vista diversi da quelli coltivati da decine di anni la problematica che lo sviluppo vertiginoso e senza confini impone al mondo finanziario. A contribuire a questa immobilità vengono tuttavia oltre che fattori educativi e quindi culturali anche altri.
Primo il fattore potere, quello decisionale, che i vertici non vogliono delegare alla periferia, per motivi di autoreferenzialismo di sistema oltre che di potere politico, di legami cioè con un potere diverso, estraneo, e tuttavia influente e che si lascia influenzare.
Per mantenere questo potere ci si avvale oltre che di vincoli di governance - che non lasciano spazi di operatività - della impreparazione di chi opera in periferia ad affrontare problemi nuovi con strumenti innovativi, capaci di aggredire un'evoluzione crescente con strumenti adeguati.
Torino, via libera alla pillola abortiva
Ottavia Giustetti su la Repubblica
TORINO - A venticinque anni dalla legalizzazione dell'aborto anche l'Italia apre alla rivoluzione farmacologica. In coda agli Stati Uniti e a quasi tutti i paesi europei dove la pratica è in vigore ormai da una decina di anni, la RU486, meglio nota come pillola abortiva, è in arrivo all'ospedale Sant'Anna di Torino dove con l'inizio dell'anno nuovo dovrebbe partire la prima sperimentazione su quattrocento donne.
A dare il via libera alla discussa iniziativa il comitato etico piemontese, che da mesi ha in analisi il progetto e che ieri ha deciso per il "sì". Un "sì" che ha scatenato immediatamente un'accesa polemica politica nel centrodestra e tra i cattolici che chiedono di saperne di più e si dicono contrari a ogni ulteriore facilitazione alla pratica per l'interruzione volontaria di gravidanza.
"Cosa si può fare di fronte a una notizia di questo genere? - commenta monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo di Como - la Chiesa come ha sempre fatto dirà forte che non si può usare la pillola abortiva, si ribella moralmente e piange". Alt alla pillola anche da Gerardo Bianco, sia pure del fronte della Margherita: "L'aborto è da evitare sempre e comunque". "Ci spieghino bene cos'è - dice Francesco D'Onofrio - capogruppo al Senato dell'Udc - ma sia chiaro che siamo contrari a ogni metodo contro la vita".
E' opinione comune degli antiabortisti che la RU486, meno traumatica, renda più semplice la decisione in tal senso per la donna. Dal punto di vista scientifico, il solo fatto che la Francia l'abbia introdotta dieci anni fa dimostra che non ci sono controindicazioni alla pillola abortiva. Ma se la politica al governo non dovesse vedere di buon occhio la sperimentazione, la pratica RU486 potrebbe perdersi ancora a lungo tra gli iter burocratici italiani.
Quant'è bello il kamikaze in confronto a noi edonisti
Editoriale su il Riformista
Ma facciamo davvero tanto schifo noi occidentali, noi poveri cristiani? Secondo Francesco Alberoni sì. Siamo messi, più o meno, come i pagani alla vigilia della caduta dell'Impero d'occidente, alle prese "con una caotica mescolanza di popoli, costumi, credenze, il culto del corpo, del piacere. la promiscuità, l'omosessualità, la bisessualità, mentre scompariva la famiglia, crollavano le nascite. Dove la gente, persa la fede nella religione tradizionale (quale? ,n.d.r.-), si rifugiava nei culti misterici, orgiastici". E intanto "si faceva strada una nuova religione che adorava un Dio morto sulla croce, i cui seguaci avevano una moralità ferrea". Anche oggi - fustiga l'autore nella sua rubrica sul Corriere - è pressappoco così: perché viviamo in un "Occidente multilingue, multietnico, promiscuo, postmoderno,. dove tutto è permesso e tutti chiedono nuove permissività. Dove la gente evita il lavoro manuale, faticoso, dove nessuno ha voglia di battersi e morire per un ideale di moralità (quale? n.d.r.)". La "deprecatio temporis" è un genere letterario antico ma sempre attuale. Non lo rimprovereremo dunque nemmeno ad Alberoni. Ma è il suggerimento terapeutico che ci spaventa. Perché, al fine di opporsi a questi islamici, che sono pericolosi per l'Occidente come i nostri antenati cristiani di duemila anni fa lo erano per Nerone, bisognerebbe colmare "l'enorme vantaggio" che i kamikaze hanno su di noi occidentali, su "coloro che invece hanno paura di morire, che vogliono salvare la propria vita, le proprie abitudini, le proprie comodità. E magari anche la propria pigrizia, la droga e perfino il piacere di sentirsi tanto comprensivi, aperti e buoni". A parte la droga, condividiamo tutti questi vizi. Trasformarci in kamikaze ci risulterà dunque difficile. Forse potrebbe cominciare Alberoni.
29 ottobre 2002