
Un operaio innamorato della politica
Maurizio Chierici su l'Unità
Rincorsa finita, dopo 13 anni ce l'ha fatta. Un segno della cabala sta animando la lettura delle madri dei terreiros, sacerdotesse della religione afro-brasiliana: i voti che trasformano il metalmeccanico Lula nel presidente numero trenta del Brasile, arrivano il 27 ottobre, giorno in cui compie 47 anni. Nelle stesse ore di quel fatale 1945 un altro presidente, Getulio Vargas, disegnava una croce nel calendario. Un colpo di stato gli toglieva la poltrona. Era un dittatore cresciuto sulle spalle dei giovani militari di un movimento che si chiamava tenentismo. Abusava della retorica populista facendo impazzire i grandi proprietari del caffè.
Lo accusavano di "pescare nel torbido" forzando la politica sindacale ricopiata da Peron, protettore dei descamisados argentini. Ma nessuno proteggeva il signor Da Silva, contadino del Pernambuco dove il latifondo di una èlite proprietaria di tutto, continuava a trattare da anime morte chi coltivava lo zucchero al posto degli schiavi. Nordest, dove il disboscamento per allargare le piantagioni della canna precedeva la distruzione dell'Amazzonia e condannava alla carestia dell'aridità migliaia di famiglie. La fuga di ieri continua. Luis Ignacio aveva pochi mesi quando il padre abbandona moglie e otto figli per scendere a Guruja lungo il mare di Santos. Aveva sette anni quando la madre carica pentole e figli su un carretto per attraversare i tremila chilometri che li separano dal padre e marito. Li sta aspettando nel retrobottega di un bar di Vila Carioca, Sesto San Giovanni di San Paolo. Vivono lì, uno sull'altro, fino a che i ragazzi diventano abbastanza grandi per lavorare. A dieci anni sono invitati a rimboccarsi la maniche.
Negli ultimi giorni della campagna trionfale, quando Lula e Josè Serra discutevano educatamente senza darsi sulla voce, gli elettori di una certa età li guardavano con l'attenzione di chi ripassa la storia della inquietudine sociale del Brasile. I due antagonisti ne rappresentano le facce diverse. Chi resiste e si rimette in gioco, e chi preferisce confortarsi -assieme all'amico Cardoso, presidente uscente- sui divani del potere, inquietudini acquietate. Serra è cresciuto nell'altra San Paolo. Belle case, università agitata dal '68 nel quale si affaccia la sua prima vanità politica: presidente degli studenti della sinistra cattolica, Acion Populair. Il regime militare lo costringe all'esilio in Cile dove sposa un'intellettuale che fa concorrenza a Carla Fracci all'opera di Santiago. Viene salvato dai gendarmi di Pinochet dall'ambasciatore degli Stati Uniti, appassionato di teatro. Salotti a volte scomodi ma sempre di una borghesia morbida. Intanto Lula e i suoi fratelli non si muovono dalla loro Sesto San Giovanni: lì, a tirare il carretto. Raccontarne la storia è imbarazzante: sembra inventata da Dickens. A 12 anni porta a casa la prima paga da garzone. A 15 entra in fabbrica e studia da tornitore: è il solo pezzo di carta della sua biografia. Perde un dito sinistro sotto una pressa. Quando nel '93 lo seguo in Amazzonia, viaggio in corriera che prepara la seconda campagna elettorale di un candidato urbano cresciuto fra i comignoli delle industrie e che ignora la sterminata realtà contadina, mi accorgo del suo turbamento. Incontra "pezzi di uomini". Gambe e braccia tagliate da lavori selvaggi. Scherza sul mignolo che gli manca: "Se guardo gli altri mi sento fortunato". Scopre il Brasile nel quale è nato, ma non ne sospettava la violenza.
Sulla corriera del viaggio lungo quattromila chilometri, c'è Marisa, la moglie. Ancora una storia lontana dai politici di San Paolo. Lula si sposa a 21 anni: sta aspettando un figlio, ma moglie e bambino muoiono per una gravidanza complicata dall'ospedale che li abbandona agonizzanti in corsia. Anche Marisa aveva marito: taxista ucciso per rapina alla periferia di San Paolo. Si guadagna da vivere in una fabbrica di cioccolata, mentre il fratello maggiore porta Lula nel sindacato. È l'incontro fatale con la politica. A 27 anni diventa segretario di un'altra capitale operaia: San Bernardo do Campo e quando il regime militare stringe i freni, Lula e le sue tute lo sfidano organizzando scioperi duri. Durante uno sciopero incontra Marisa, nonni italiani. Ancor oggi fruga nella memoria ma non sa dire se calabresi o friulani. Hanno tre figli. Il loro legame mantiene la freschezza degli anni fino difficili. In Amazzonia la sgridava quando cambiava umore all'apparire di un barcone o traghetto per guadi. La signora tremava di paura. "E se poi affonda?". "Affondiamo assieme". Sarà una prima dama ruspante nell'ufficialità del perbenismo latino. "Ma ho già pranzato in tre ambasciate. Mi sto abituando
". I pranzi che preferisce li cucinano assieme, la domenica a mezzogiorno. Loro due soli, ragazzi sempre in giro.
Nell'80 la carriera di Lula comincia a correre. In una scuola di San Paolo, studenti e operai, fondano il Pt, partito dei lavoratori: la dittatura sta per finire e appena i militari se ne vanno nasce la nuova assemblea costituente: Lula è il candidato più votato, 650 mila preferenze. E quando il Brasile torna alle urne dopo 30 anni di astinenza per eleggere il primo presidente della democrazia, raccoglie 31 milioni di voti, appena meno di Fernando Collor de Mello, inventato da Roberto Marinho, signore di Rede Globo. Fernando è figlio di un amico dell'inventore di radio e telenovelas: Collor, latifondista nella regione di Alagoas, il più piccolo e ancor oggi più arretrato stato del Brasile. Brutto carattere: uccide in parlamento un deputato che aveva osato mettere in dubbio le sue parole. Due colpi di pistola: "Ma il ragazzo sembra diverso, tanto perbene
". Purtroppo ladro, e deve scappare in Argentina di nascosto.
Dopo il fallito tentativo dell'89, Lula riprova nel '94 e nel '98 sempre battuto da Fernando Henrique Cardoso che rinnega le bellissime analisi sociologiche della sua sinistra giovanile. Invece Lula non nasconde d'aver imparato tante cose, leggendo i suoi libri. Perde, ma il Pt sta diventando il partito più compatto del Paese grazie alla tessitura di Jorge Dircelo che ne è presidente. Frequentava negli stessi anni la stessa università di Cardoso e Josè Serra, a San Paolo. Sinistra alla Cohen Bendit. I militari lo vogliono in prigione. Scappa a Cuba per "imparare la guerriglia". Finge di restare per sempre, invece torna con falso nome. Un amico chirurgo gli rifà naso e guance. Solo più tardi confessa alla moglie chi è davvero.
Le immagini di Dircelo ragazzo somigliano con impressionante provocazione alle foto di Liguori mentre faceva lo "straccio" nelle piazze agitate di Roma, prima di discutere di calcio davanti alle telecamere di Berlusconi. La polizia brasiliana ha naso sottile. Scopre Dircelo. Lo arresta: inutilmente. Quando esce di prigione ricomincia a programmare un partito concreto. Allarga le amicizie a imprenditori sgraditi dall'ala radicale del Pt. Aggiorna continuamente la strategia. Esperto com'è di facce cambiate, cambia il look indispensabile a Lula per diventare presidente. Barba scolpita, giacca e cravatta, discorsi sottovoce. Ma l'apparenza non inganna l'arrabbiatissima aristocrazia del denaro. Mentre le strade stanno festeggiando la vittoria, gli ultimi suoi giornali si amareggiano per il sacrilegio di un operaio seduto nella poltrona dell'imperatore Pedro II.
Quell'enorme debito sociale sulle spalle del vecchio operaio
Rocco Cotroneo sul Corriere della Sera
Stravince Lula, che era stato sconfitto per due volte da Fernando Henrique Cardoso, uno dei migliori presidenti della storia del Brasile. Batte con un distacco enorme José Serra, che Cardoso voleva come erede per proseguire nella sua politica economica e sociale. Perché il Brasile getta così alle ortiche otto anni fondamentali della sua storia, infierisce con la forza dei numeri contro il governo, e torna in massa a dar fiducia a un sindacalista simbolo degli Anni 80? Il "Jornal do Brasil" ha definito di recente Lula "l'erede del maggior debito sociale del mondo". E la risposta è forse proprio qui, in quel drammatico deficit di giustizia e uguaglianza di cui tuttora soffre il quinto Paese della Terra, 175 milioni di abitanti, contrapposto all'altro enorme debito, quello finanziario con le banche e l'estero Per questo gli elettori brasiliani decidono che è oggi assai più urgente coprire il primo "buco" rispetto ai secondi e assai poco si preoccupano delle conquiste già portate a casa, come stabilità e inflazione bassa.
Lula, leader di una sinistra assai più moderata che in passato, che si dichiara pienamente convertita al mercato, è troppo giovane per dover far abiura del marxismo-leninismo. Un simbolo, come Nelson Mandela, Lula è figlio di poveri contadini costretti ad emigrare, ha solo la quinta elementare in tasca, ha perso una moglie incinta per un'epatite non curata, ha lasciato un mignolo sotto una pressa quando lavorava in fabbrica. Ha sofferto la fame, la discriminazione, il carcere sotto la dittatura, poi le staffilate dell'élite e dei media nelle tre corse precedenti. I brasiliani ne hanno promosso la caparbietà e si sottopongono allo stesso tempo ad un inedito mea culpa di massa: Lula poteva essere eletto già 13 anni fa. E' forse per questo che l'onda è cresciuta nelle ultime settimane, con una intensità emotiva che ha lasciato i programmi in secondo piano. Lula è il fuoriclasse tenuto troppo tempo in panchina che può risolvere il campionato .
L'utopia musulmana
Igor Man su La Stampa
Angst in tedesco vuol dire Paura. Quella junghiana, figlia del terrore. Il blitz di Mosca s'è sfasciato in forza d'una soluzione chimica che ci colpisce come una cattiva notizia ancorché sia giusto che ogni Stato abbia il diritto-dovere di difendere i suoi cittadini, la propria entità sovrana.
Ma come mai e perché nel commando ceceno militavano ben diciotto donne cinte di cartucciera zeppa di tritolo? Nella società islamica dove il ruolo della donna è marginale, il fenomeno delle terroriste che si uccidono per uccidere è abbastanza recente; a ben pensarci è un fenomeno postmoderno che ha brutalizzato l'ideologia nazionalistica.
Ebbene, la presenza di quelle diciotto vedove nere cecene, tutte belle, giovani, qualcuna visibilmente terrorizzata, risulta anacronistica. In Cecenia l'islám arriva grosso modo solo nell'800 e soltanto nei '90 subisce una forte accelerazione.
Quella società islamica non può dunque non essere tradizionale sicché il posto delle diciotto poverine "doveva essere" la casa dove elaborare il lutto dividendosi tra i figli e il pianto. Invece eccole morire alla pari degli uomini di cui sono schiave: infine eguali in forza della morte chimica.
E' dalla caduta del Califfato, nel 1924, che il mondo musulmano vaga alla ricerca di una forza ricompattatrice.
Osama bin Laden ha tentato di travasare l'idea unitaria del Califfato nel nazionalismo religioso wahabita ma una volta ancora l'incapacità musulmana di trasformare la contestazione in istituzione ha mandato in pezzi il progetto.
Osama (vivo o morto) è irrimediabilmente fuori giuoco, Kaputt, epperò la frattura tra l'islám e l'Occidente anziché saldarsi sembra aggravarsi. In fatto la nostra analisi dell'islám militante denuncia un deficit concettuale visto che il fenomeno viene affrontato assumendo l'islám come categoria, come icona, come modello astorico.
Invece studiosi come Fouad Allam ci dicono: attenzione, se vogliamo capire il fenomeno non dobbiamo partire dall'islám bensì dai musulmani. Insomma, sono loro che ci debbono spiegare il perché, il come.
E qui torna l'angst: chi veramente sono, loro, i musulmani dico: come han vissuto la propria Storia, quali idee si fanno di noi? E loro sapranno cogliere l'urgenza della nostra domanda, e noi sapremo leggere con la giusta chiave la loro risposta se mai verrà?
Salvo che la risposta ci sia già: il terrorismo suicida, tanto terribilmente incarnato nelle vedove nere. Se così fosse rassegniamoci a vivere con la paura in corpo.
Tuttavia se sapremo dominare l'angst anziché, novelli Polifemo, menar colpi all'impazzata contro comodi bersagli, troveremo il farmaco giusto per debellare la nuova follia crudele chiamata islám radicale.
Sta già suicidandosi, lentamente ma inesorabilmente. Anche perché l'islám puro e vero sta infine uscendo, novello Aligi, dal suo lungo letargo.
In difesa dell'Occidente perfino contro la Fallaci
Editoriale su il Riformista
A nostro modesto parere, Oriana Fallaci è vittima di un grande abbaglio. Non ci riferiamo a quello che normalmente le viene imputato. Non la biasimeremo per il suo giudizio tranciante nei confronti dell'Islam - ribadito sabato sul Corriere della Sera - sulla minaccia che per lei rappresenta, sull'odio che lei sembra nutrire nei confronti dei "figli di Allah". Qui c'è poco da discutere. Certe cose o uno le pensa o non le pensa. E se le pensa non si vede perché non dovrebbe dirle. Il diritto al "free speech" viene prima del contenuto dello "speech". Noteremo, al proposito, soltanto un dettaglio. Si può essere fieramente anti-islamici senza tradurre i propri convincimenti in comportamenti interpersonali, senza lasciare che essi modifichino la nostra umanità. Pim Fortuyn, il leader politico olandese che aveva fatto della condanna dell'Islam il cuore della sua battaglia, rispose così a chi lo accusava di ignoranza in materia: "Lei si sbaglia, io ne so molto, sapesse con quanti giovani arabi sono andato a letto!". La Fallaci, invece, ci informa che "graziaddio non ho mai avuto rapporti sessuali o sentimentali o amichevoli con un uomo arabo". Chissà chi dei due ha ragione.
Ma non è di questo che vorremmo parlare. Non dell'Islam, ma dell'Occidente. Perché è qui che, secondo noi, lo scintillio della sua intelligenza acceca la Fallaci. Condividiamo infatti appieno il suo "orgoglio per la cultura occidentale ", che "ci ha tolto dalle tende del deserto, ci ha nutrito il giardino del Pensiero". Sappiamo che - come lei dice - essa ha "meriti di cui la cultura islamica non può certo vantarsi".Ma se ce li ha è proprio grazie a quei tratti che la Fallaci oggi critica in noi occidentali e negli americani in primo luogo: "il raziocinio a oltranza, il controllo, la freddezza". La separazione della ragione dal cuore, e dalla fede. Il razionalismo scientifico, lo scetticismo sistematico, il relativismo morale. Cosa può spingere una spregiatrice dell'Islam a suggerire all'Occidente cristiano di prendere esempio dai suoi presunti nemici? "Non capite - lei scrive - cos'è che gli permette di combattere in modo tanto globale e spietato questa guerra contro l'Occidente? E' la passione. La forza della passione, cari miei! E' la fede che viene dalla passione. E' l'odio che viene dalla passione". Dovremmo dunque imparare anche noi ad odiare, per fede e per passione? Dovremmo rinunciare all'approdo civile di una storia millenaria solo per fronteggiare un Bin Laden o un Movsar Barayev, appena ucciso in un teatro di Mosca dalla "geometrica potenza" delle teste di cuoio russe?
A nostro modesto giudizio, la polemica della Fallaci non è sbagliata perché di destra. Ma perché - al contrario - è troppo intrisa di un luogo comune della vecchia sinistra, che in ogni difficoltà dell'Occidente vedeva una sua crisi epocale, la prospettiva del crollo, l'imminenza della catastrofe. Così non è. L'Occidente, piuttosto, è al suo apogeo. Non è né stanco, né vecchio, né imbelle. Mai prima nella storia dell'umanità era riuscito a esportare su scala globale e con tanto successo il suo sistema economico, i suoi valori e la sua forma politica per eccellenza: la democrazia. Per questo i suoi nemici gli portano proprio ora una sfida così terribile. Perché è il loro mondo, fondamentalista e antirazionale, che non regge al confronto. Perché temono che le loro credenze e i loro valori ne siano spazzati via. Il terrorismo è segno di debolezza e di crepuscolo, non di alba e di inizio. Perderà. La battaglia sarà dura, dolorosa e lunga, ma perderà. Se l'Occidente rimarrà Occidente: razionale, freddo, tollerante, individualista. Se combatterà per dei valori, non per passione. Altrimenti, per l'eterogenesi dei fini, il discorso della Fallaci finirà per dar ragione a chi ha nostalgia del nemico comunista, e attribuisce dunque al successo dell'Occidente la colpa di tutto ciò che sta accadendo.
A chi, come Gianni Vattimo sulla Stampa di sabato, si chiede se "dovremo arrivare ad augurarci che si affermi nel mondo un altro protagonista internazionale (Saddam? L'Islam politico?) capace di restaurare l'equilibrio" della guerra fredda, pur di mettere fine "all'egemonia incontrastata dell'impero americano".
I vincitori non hanno più bisogno di odiare. Solo gli sconfitti odiano. E l'Occidente ci appare ben lungi dalla sconfitta.
Il sangue delle vedove nere
Ettore Mo sul Corriere della Sera
Colpite a morte sulle sedie del teatro, qualcuna come sprofondata nel sonno con la cintura esplosiva ancora esposta sul grembo, le agghiaccianti immagini delle kamikaze cecene nella tragedia notturna di Mosca hanno fornito al filmato del blitz e dell'orrore la sigla più atroce e inquietante. Ed io, con lo stesso sgomento, mi sono chiesto se quelle ragazze votate al suicidio nel tentativo estremo di strappare l'indipendenza del loro Paese non fossero le figlie (o le sorelle minori) di quelle donne che mi ospitarono in uno scantinato del Palazzo presidenziale di Grozny una notte del gennaio del '95, tre settimane dopo l'occupazione della Cecenia da parte dell'Armata Rossa
Ero arrivato a Grozny da Nazran, capitale del vicino Stato dell'Inguscezia, con l'indomita telecronista Milena Gabanelli, e trascorsi la notte nel bunker del palazzo del presidente ceceno Dudayev, già tutto sventrato dalle artiglierie di Eltsin. Nella cantina dove m'avevano sistemato e dove bivaccavano dozzine di ribelli ceceni in attesa di sgusciar fuori, ad ogni ora, per le operazioni di guerriglia urbana, un gruppo di donne ha continuato ad occuparsi di me, costringendomi a sorbire brodini di manzo ogni mezz'ora e tazze di tè bollente. Di tanto in tanto, una di loro si accucciava in un angolo della cantina e piangeva in silenzio perché il suo "ragazzo" non era rientrato. Ma c'era anche una donna russa che una sera, esasperata, ha gridato: "Fermate questo macello. Fatelo per i nostri figli. Sono morti come i vostri. Lasciateceli seppellire".
La guerra per l'indipendenza cecena era appena cominciata e nella città di Grozny (la "terribile"), già straziata dai bombardamenti, correvano discorsi incendiari: "Sono trecento anni che combattiamo i russi - diceva uno dei "capi", Badruddin Aslakhan -, noi resisteremo un anno, due o dieci, anche se nessuno ci darà una mano...".
Per spiegare il "suicidio" delle donne cecene a Mosca, bisogna ricordare che la Cecenia è un Paese a maggioranza islamico: e se anche devo ammettere che durante le mie (poche e brevi) visite avrei giurato che mai sarebbe stato fagocitato dal fondamentalismo musulmano, ho dovuto constatare che il sentimento religioso si è via via intensificato fondendosi con le aspirazioni nazionalistiche fino a creare una miscela esplosiva. Ma a un certo punto, tutti ci siamo accorti che la bandiera della Cecenia e quella dell'Islam si erano fuse nello stesso vessillo. Il presidente Dzhokhar Dudayev si professava musulmano praticante; e altrettanto faceva il leggendario comandante stratega dell'esercito indipendentista ceceno, Shamil Basaev, che nel suo quartiere generale di Menkety, in Cecenia, mi disse: "Questa è una guerra santa, una Jihad come quella che tu hai visto in Afghanistan". E proprio a Menkety, nel maggio del '96, ho incontrato una tosta eroina cecena, che è stata certamente un modello per le kamikaze perite nel teatro di Mosca. È ancora viva e vegeta e ha un nome estremamente lirico e poetico: si chiama Thais, una bella ragazza allora venticinquenne, coi capelli di grano maturo (così avevo scritto) e che metteva soggezione a tutti perché quando si metteva a sparare al bersaglio appeso all'albero faceva immancabilmente centro, trafiggendo il cerchio una, due, tre e quattro volte. Allah o Ackbar, gridavano ad ogni colpo gli adolescenti guerriglieri di Shamil.
Sarei pronto a scommettere che entrando nel teatro di Mosca imbottite di esplosivo, le kamikaze cecene si sono ricordate di Samashki, una delle loro belle città distrutte dall'esercito sovietico tra il '94 e il '95, una città che non esiste più. Gli abitanti erano circa 13 mila.
Quando la visitai, nell'estate del '96, era quasi deserta. Vi incontrai una donna di 35 anni, Makhmalieva Sekimat, aveva in testa un fazzoletto a pois, gli occhi intensi. Mi raccontò dei soldati russi che passavano per le strade col kalashnikov e "la siringa in mano che ogni tanto si conficcavano nel braccio e poi stupravano e sparavano e rubavano". Poi è toccato alle donne rastrellare i cadaveri dalle strade e dalle piazze della città, seppellirli, e "lavar via il sangue".
Nessuna intenzione o tentativo di giustificare l'assalto assassino e suicida al teatro moscovita: ma è legittimo ricordare episodi di un recente passato in cui è maturata la lotta indipendentista della Cecenia. È la fine di gennaio del '95 quando l'artiglieria dell'esercito sovietico bombarda il minibazar di Cernerecje, alle porte di Grozny, dove la gente stava attingendo acqua. Tra le vittime un bambino di quattro anni, un altro di undici e un ragazzo di diciassette.
Trovo donne intirizzite dal freddo, che è glaciale, livide, angosciate. "Hanno tirato proprio qui, quei maiali" urlano. Le invettive sono contro Eltsin. Lo vogliono morto, ma non deve essere tolto di mezzo con metodi spicci, indolori. Il suggerimento più truce è che venga infilato in un tritacarne e macinato lentamente. Il passato non induce a legittimare atti estremi e disumani, ma aiuta a capire .
Lo "strappo" di Putin con l'Europa
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Dal teatro Dubrovka, dove ha ucciso troppi ostaggi, il misterioso gas utilizzato dalle forze speciali russe sembra aver intossicato anche i rapporti con l'Europa. Voci autorevoli si sono levate a Mosca per accusare di "complicità con i terroristi" la decisione danese di ospitare un convegno internazionale sulla causa cecena, e tra le risposte contemplate c'è il boicottaggio del vertice tra Unione Europea e Russia in calendario per l'11 novembre. Il governo di Copenaghen, che esercita la presidenza di turno dell'Unione, replica di non potere né volere vietare la conferenza, e ricorda che al vertice dovrebbe essere finalizzato un accordo sull'enclave di Kaliningrad che il Cremlino insegue da tempo. Si placheranno le polemiche, l'incontro sarà salvato nei quindici giorni che restano, magari spostandolo a Bruxelles? Dobbiamo augurarcelo, ma i fulmini russi contro la Danimarca illustrano bene le ricadute che la strage moscovita potrà comportare almeno nel breve termine.
Per prendere il polso alla politica estera del Cremlino è necessario come sempre guardare prima alla vasta Russia che circonda le sue mura. L'accelerazione filo-occidentale attuata da Vladimir Putin dopo l'11 settembre non è stata ben digerita da settori importanti del potere e della società: i militari rimpiangono il prestigio d'un tempo, e considerano inaccettabile la presenza americana nelle Repubbliche dell'Asia centrale (dopo la guerra in Afghanistan) cui si è aggiunta ora quella in Georgia; l'opinione nazionalista, sempre molto influente, è con loro; la burocrazia statale si sente in massima parte esclusa dalle promesse del nuovo corso riformista, e ricorre spesso alla resistenza passiva; settori consistenti della società civile lamentano il baratro economico che si è aperto tra nuovi ricchi e poveri diventati più poveri, rimproverando a Putin una politica che non regala contropartite riscontrabili nella vita di ogni giorno.
La strage del teatro modifica ora la strategia del Cremlino tanto all'interno quanto all'esterno. In casa propria Putin ha salvato il suo potere e anche il consenso maggioritario di cui gode, ma non mancheranno gli interrogativi (alcuni politicamente interessati) sulla comparsa indisturbata di un folto gruppo di terroristi nel centro di Mosca, sul numero di vittime tra gli ostaggi e il blackout informativo, sulla nuova insicurezza nei centri urbani, in definitiva sulla saggezza di una guerra che uccide i giovani russi e promette altri attacchi terroristici (un collaboratore del presidente ceceno Maskhadov ha detto proprio ieri di non poter escludere azioni disperate contro impianti nucleari). Dovrebbero essere, questi, motivi di riflessione urgente per un Cremlino che già sente odore di elezioni: nel 2003 sarà rinnovata la Duma, e nel 2004 si voterà per il Presidente.
Gli occidentali hanno anch'essi buone ragioni di autocritica. Senza favorire una destabilizzazione russa contraria ai loro interessi i governi europei e americano devono accompagnare alla guerra unitaria contro il terrorismo l'abbandono del silenzio sulla Cecenia, devono tentare di indurre Putin ad aprire negoziati possibili nel segno di una genuina e ampia autonomia cecena. Ma non c'è da temere, malgrado il brutto segnale di Copenaghen, un radicale rovesciamento della politica estera russa. La benevolenza dell'America è indispensabile allo status e all'economia, gli europei offrono in più al Cremlino la possibilità di giocare di sponda sui grandi temi strategici. Bush prevedeva (ma lo farà ancora?) di andare a Mosca dopo aver deciso a Praga l'allargamento della Nato, le Cancellerie europee grondano comprensione mista a dolore. E Putin, mentre misura i suoi strappi e tiene d'occhio il petrolio del Caspio, non può fare dietrofront senza suicidarsi.
Cofferati e Moretti cercano l'unità a sinistra
Gianni Giovannetti su Il Messaggero
FIRENZE Sembra davvero passato un secolo da quell'intervista scagliata con veemenza su "un'opposizione che non c'è" e sulla sua classe dirigente "delegittimata e fallimentare". E tutti a chiedersi non tanto se, ma quando e come la rottura definitiva e la diaspora si sarebbero impadronite irreparabilmente delle sorti dei Ds, ghigliottinando la loro storia e le loro ambizioni.
Invece Cofferati eccolo qua, a Villa del Poggio Imperiale, seminario della Quercia su Un'agenda per l'Italia. Non un secolo, ma dopo appena pochi giorni l'artefice di quell'intervista-invettiva è seduto allo stesso tavolo di coloro che ne furono il principale bersaglio. Ci sono Piero Fassino, Massimo D'Alema, Giuliano Amato e per sovrappiù Antonio Bassolino e Bruno Trentin, il primo compagno di minoranza nel partito e il secondo suo predecessore alla Cgil. E si stenta a credere alla odierna disponibilità dialogante che Cofferati sfodera appena i suoi interlocutori esibiscono la loro. Così se è vero che il Cinese, a proposito del Grande Ulivo, ripete che è sbagliato anteporre "il metodo delle regole al merito del programma", appena D'Alema replica che "la configurazione politica dell'alleanza è essa stessa contenuto" ma, di più, "contenuti e regole non sono separabili" e quindi concede di riunire "rilancio dell'Ulivo, regole dello stare insieme e progetto per l'Italia", ecco che si compie l'insperabile: "La mia disponibilità dichiara Cofferati a costruire un percorso unitario, non è in discussione se si parla di progetto e di regole insieme". Ma c'è dell'altro ancora. C'è che l'ex leader Cgil cala definitivamente il sipario sulle voci di "tentazioni scissioniste" che pure l'hanno inseguito in questi ultimi mesi: "Sarebbe ben curioso scandisce che mentre si è impegnati a costruire una forza alternativa più larga, si pensi di rompere quello che c'è". E a proposito di se stesso ribadisce che non ha alcuna intenzione "di partecipare a questo confronto programmatico da separato in casa" e, anzi, assicura: "Non fatevi impressionare dall'asprezza delle parole, guardate alla sostanza". E le parole aspre Cofferati ieri le riserva a bersagli fuori della sinistra: "Vedo che c'è una grande fiducia verso il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio. Io non ne ho. Solo poco più di un anno fa ci aveva spiegato che eravamo davanti a un potenziale boom economico. Ora ha cambiato idea, ne prendo atto con soddisfazione, però, per la funzione che ricopre, un salto logico di questa natura non lo rende particolarmente affidabile".
E tornando alla Quercia, capitolo delle divisioni chiuso? Non del tutto. Certo in questa tre giorni fiorentina fortemente voluta da Fassino, è successo di tutto. E' successo anche che sulle orme di Veltroni, ieri lo stesso Bassolino ha marcato la necessità di un sentiero unitario fondato su due presupposti anch'essi alquanto divergenti dalle tesi cofferatiane: innanzitutto che non solo esiste l'opposizione "ma è un'opposizione che è cresciuta dentro e fuori le istituzioni". E poi: "Non dimentichiamo annota il governatore della Campania che a livello nazionale siamo all'opposizione, ma nelle realtà locali governiamo più della metà del Paese, e bene". Dunque la sinistra è classe dirigente che, appunto, non ricomincia da zero.
Ed è su questa tela tessuta a fatica che il gruppo dirigente dei Ds prova a rimettere insieme un'identità e una prospettiva. All'orizzonte la conferenza programmatica ormai si staglia non più come l'arena della resa dei conti finali, e la possibilità di rimettere in moto il pullman dell'Ulivo si fa più concreta. A patto però, come fa notare l'efficace paradosso di Giuliano Amato, che "non ci sia più qualcuno che si mette a bucare le gomme perché alla guida c'è un altro". Per il momento quelle diessine, di gomme, sono state riparate. E Cofferati è a bordo.
Vince Moretti: "Movimento, ma pungolo per l'Ulivo"
Vincenzo Vasile su l'Unità
"Se vi avrò stancato fatemi un fischio, e interrompetemi. Così come in futuro, quando la maggioranza di voi non si riconoscerà più nelle cose che dico e nel come le dico, interrompetemi definitivamente. Smetterò". In un' assemblea dire cose come queste equivale a porre una questione di fiducia, rimettere un mandato. E gli applausi - se arrivano - contano molto più di un "voto a maggioranza". Diventano un'incoronazione. E adesso chi lo schioda più - dopo queste parole umili ma perentorie, e la conseguente ovazione dell'assemblea dei cento girotondi riunita in un palazzetto dello sport alle porte di Bologna - Nanni Moretti, dal ruolo di vero leader del Movimento dei Movimenti. Che, bisogna dire, gli sta bene addosso. Come una giacca di velluto.
Perché s'è visto qui a Castel San Pietro, che Nanni è l'unico che sappia placare con poche, ben assestate parole, il magma di questo movimento pieno di differenze e di voci. Mettere in comunicazione il continente terremotato della politica vissuta di pan cia e cuore, con quello, altrettanto sismico, della politica politicante: "Ad alcuni di voi non interessa, ma ad altri, a me sì. Io dico che è grottesco che si parli di scissione nei Ds, sarebbe una cosa drammatica e insieme ridicola". Oppure, parlando di Cofferati senza nominarlo: "Ci sono altre persone che devono essere coinvolte nel nuovo Ulivo, non per neutralizzarle ma per coinvolgerle in un nuovo progetto". E indovinate chi c'è dietro quell'accusa di "aridità", di "atteggiamento di sufficienza" di mostrato da certa sinistra nei confronti delle piazze? "Mi sembra - dice Moretti ancora dei Ds - che ci sia una cristallizzazione non solo di posizioni ma anche di comportamenti che non giova a nessuno". I rapporti del movimento con l'Ulivo: "Saremo uno stimolo, a volte una spinta. Altre volte, se occorrerà qualcosa o molto, di più forte... io la vedo così". Con un piccolo salto retorico dalle vicende del cortile di casa nostra alla polemica contro l'avversario: "Alle amministrative di maggio abbiamo p remiato l'unità dell'Ulivo. La prossima volta noi elettori del centrosinistra non perdoneremmo ai nostri dirigenti se non si presentassero uniti. Ci sono differenze che non devono essere annullate, ma diventare un valore. Anche dall'altra parte differenz e molto forti, anzi, c'è stato un dibattito di molto alto livello in Parlamento: An ha dato del ladro all'alleato Udc e l'Udc ha risposto fascisti a quelli di An. L'indomani hanno votato tutti per la Cirami, cioè per il governo Berlusconi - Previti".
E così mugugni e nervosismi, discussioni un po' serie e un po' di lana caprina, alle 17 di ieri - quando Nanni ha iniziato le conclusioni, pardon la sua "interpretazione di quel che è stato detto qui dentro" - di botto si sono placati. E la platea, abbasta nza incantata, l'ha ascoltato per un'altra ora, la quarantottesima. In silenzio quando doveva tacere. Generosa di applausi quando il copione imponeva fervore. Due standing ovation per Ilda Boccassini. Una sola interruzione su Ciampi: "Andiamo al Quirinal e", e Moretti che in risposta precisa, sornione che la fiaccolata dell'altra volta, a Roma s'è fermata "a trecento metri" dagli uffici del presidnete, e fa finta di leggere il messaggio di un comitato di nuovo conio, il "Ba. Ro. Ci - Basta roba a Ciampi ", nato per vietare l'inoltro di troppe petizioni e richieste al Colle. Titoli di coda sopra le ultime immagini di una "due giorni" tumultuosa e interessante, che ha avuto per colonna sonora un Pavarotti impegnato nella romanza pucciniana che non a caso la "regìa" ha scelto, per l'esortazione "Nessun dorma" con cui s'apre, e per il tripudio di note che accompagna sul finale il verbo: "vinceeereee". Unico errore, riparabile in sala montaggio: l'orologio dietro il cesto del campo di basket della grande pa lestra andava quattr'ore avanti.
Come in una sala cinematografica, c'era stato un accenno di western su questioni di "scaletta" della giornata di ieri dedicata finalmente al dibattito pubblico, e che i rappresentanti di Opposizione civile (Elio Veltri) contestavano, con il retropensiero che "il gruppo di Moretti" volesse togliere la parola proprio a loro. E cioè a chi aveva, l'altra sera a porte chiuse, posto l'esigenza di far partecipare tutto il movimento alla Costituente dell'Ulivo, e di darsi quindi una struttura.
"Leaderismi, personalismi", in risposta e in soccorso di Moretti, Dario Fo e Franca Rame, coppia di Primi Attori che in mezzo ai "movimenti"evocano quei due malefici "ismi" su cui sono scivolati in tanti ci hanno fatto i "capelli bianchi", rinunciavan o a far ridere e - "non per dare consigli" - ammonivano puntualmente dopo la rapida pausa-pranzo: "Attenti. Se non sappiamo da dove veniamo, non sapremo mai dove andare, l'ha detto un certo Gramsci. Attenti a un gravissimo pericolo: tante volte in questi anni ho visto smontare, franare grandi slanci come il vostro, perché la preoccupazione improvvisamente era diventata: dare un assetto, una struttura... A chi spinge a fare comitati di direzione, a eleggere rappresentanti, vi prego: state un pò più tranquilli", invocava il premio Nobel.
Settanta e passa interventi, spesso preceduti da un naif "ciao a tutti", altre volte più "politici", altre ancora di taglio "esistenziale". Per dire delle diversità, delle differenze di un movimento, che Moretti a partire dal milione di persone raccolte a piazza san Giovanni, analizza e rivendica: "Quelli che da anni non andavano a una manifestazione stavano accanto a tanti, tanti ragazzi in piazza per la loro prima volta".
L'assemblea è un animale che alza il pelo a sentir parlare di strutture. Faticano a far approvare da un pubblico malmostoso una "struttura tecnica leggera" anzi "dolce", che per evitare leaderismi surrettizi e cristallizzazioni addirittura prevede la continua "rotazione" dei curatori dei siti Internet di tre mesi in tre mesi. Il milanese Piero Burri, "girandole" milanesi, interviene tre volte per stoppare autoca ndidature troppo "mediatiche" e altre ipotesi che puzzano. Nanni lo fa scendere dal cubo arancione: "Hai ancora un'altra frase". Strattona garbatamente la povera Letizia Bartolini (Giustizia e Libertà, Torino), che ha pensato di proporre di non pagare il canone tv. "No, no. Non sono d'accordo. L'ho visto già fare a Giuliano Ferrara, ma io penso sempre: prima i doveri, poi i diritti". Non se ne parli più.
Se la politica fosse femmina
Antonella Boralevi su Il Messaggero
Magari gli uomini hanno ragione, ad aver paura delle donne. Può darsi che si sveglino, una mattina, si mettano al polso il braccialettino d'oro; e, alla vita, la carica di esplosivo per far saltare in aria un teatro pieno di bambini. Oppure, possono mettersi in testa di fare politica.
Lella Golfo, presidente tenace della Fondazione Bellisario, aveva invitato a discuterne un discreto plotone di politici di professione, a chiusura di un seminario con un titolo impegnativo, "Donna economia e potere"; i politici,tranne uno, non si sono presentati; le donne hanno parlato tra loro; e il risultato non è detto che agli uomini farà piacere.
Da donna, Lella Golfo si era regolata per il convegno come con l'arrosto: nel caso qualcosa vada storto, si punta tutto sul primo piatto e si porta a casa la serata. Il primo piatto era la ricerca, fitta di domande aguzze come spilli, fatta da Astra Demoskopea con la solita attenzione alle variabili in movimento, cioè al modo in cui ci stanno cambiando la testa e i pensieri. L'ha riferita, non privo di un vago spavento, lo stesso presidente, Enrico Finzi, stimato sociologo. Ha detto che, in Italia, secondo la maggioranza degli intervistati, ci sono poche donne che fanno politica perché gli uomini non ce le vogliono (e fin qui, nulla di nuovo) e perché non hanno tempo (vero). Ma, in seconda battuta, ha riferito Finzi, la maggioranza degli italiani è convinta che le donne rifiutino "la politica d'oggi, in quanto corrotta e disonesta (per 16 milioni di 14-79enni), disinteressata ai problemi della gente (14 milioni); fatta quasi solo dagli uomini, confusa, incomprensibile, rappresentante degli interessi di pochi; ridotta a mera lotta di potere priva di ideali; troppo aggressiva e brutale".
Rovesciando le carte, ne consegue che la maggioranza schiacciante degli italiani ritiene che la politica delle donne sarebbe l'opposto di questa: onesta, dedicata a risolvere i veri problemi, chiara, comprensibile, espressione del bene comune, percorsa da ideali e da passione; corretta, educata, precisa, tollerante.
E qui, forse, i politici farebbero bene a spaventarsi. Perché se è vero, e bisogna riconoscerlo, che alcune delle poche che fanno politica si sono un po' lasciate abbindolare dalle domande sceme dei giornalisti sui loro tacchi e sul loro parrucchiere; che altre hanno risposto a domande su "Mister Parlamento"; che altre ancora hanno saltato per motivi di famiglia impegni istituzionali; è anche vero che la maggioranza si è conquistata il posto in Parlamento con sangue, sudore e lacrime; che, più le nostre politiche sono attente e studiose e precise e pignole e animate da appassionato ideale, meno risultano simpatiche ai colleghi, che subito riparlano di pettinature e tailleur e evitano di ricandidarle; che, dovunque abbiano lavorato, le donne hanno dimostrato saggezza, tenacia, onestà, cura: le stesse virtù con cui reggono sulle spalle casa loro.
"Appalti truccati, una regola"
Marco Mensurati e Giovanna Ubbiali su la Repubblica
"Far parte dei cartelli era l´unico modo per lavorare in Lombardia". Un ritornello quasi ossessivo, ripetuto con tono rassegnato, come se fosse, insieme, una cosa normale e una semplice caratteristica del sistema. "Si faceva così": una formula quasi di rito, che ha accompagnato in questi mesi il lavoro dei due pubblici ministeri di Bergamo, Tommaso Buonanno e Angelo Tibaldi, che hanno acceso i riflettori su uno dei più grandi cartelli (78 imprese, 5 delle quali a Milano) mai scoperti. "Parlando con i difensori e con gli stessi indagati - spiegano i due magistrati - ci siamo accorti che tutte quelle ditte che avevano intenzione di operare da queste parti, consideravano le partecipazioni ai cartelli l´unico sistema per ottenere appalti". Più o meno lo stesso concetto che, secondo indiscrezioni, sarebbe stato ripetuto da alcuni manager della Spa capofila della cordata ancora venerdì durante uno degli ultimi interrogatori.
Ed è proprio partendo dalle dichiarazioni rese da questi manager che l´inchiesta bergamasca procederà nei prossimi giorni. Incrociando fatti e circostanze riferiti a verbale con quelli già acquisiti dalle indagini. Un lavoro del tutto identico a quello che da questa mattina vedrà impegnati, a Milano, il pubblico ministero Francesco Prete e gli uomini del nucleo provinciale della guardia di finanza, ovvero gli inquirenti che stanno conducendo le indagini sul presunto giro di mazzette per le forniture all´Istituto clinico di perfezionamento (9 arresti lo scorso 18 ottobre).
Per oggi è infatti previsto un vertice in procura. L´obiettivo è quello di analizzare attentamente la situazione e scegliere le strategie migliori in considerazione dell´enorme mole di documenti e notizie arrivate dopo gli arresti e le prime confessioni.
Ancora sabato, nel corso di due lunghi interrogatori erano venuti fuori elementi decisivi che avevano portato gli inquirenti ad ipotizzare altre tangenti oltre a quelle contestate fino a questo punto. L´indice, questa volta, sarebbe stato puntato su altri enti pubblici e ad altre aziende. Si tratta, ovviamente, di dichiarazioni tutte da verificare ma che, nel caso trovassero riscontri oggettivi, confermerebbero l´impressione di trovarsi di fronte a un pozzo senza fondo.
Nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Corrado Carnevali aveva lanciato una sorta di allarme appalti truccati, dicendosi a favore di una riforma che innalzi il limite massimo di pena a sei anni e che autorizzi gli inquirenti ad utilizzare le intercettazioni telefoniche anche per questo tipo di reato. I dati d´altronde sono tutt´altro che confortanti: basti pensare che il numero di indagini aperte "contro noti" per la turbativa d´asta nel 2002 è aumentato del 65 per cento rispetto all´anno precedente.
Sempre a proposito del boom di casi di appalti truccati, ieri l´assessore ai Trasporti nonché vicepresidente della Provincia Dario Vermi ha tenuto a precisare che la Provincia "ha da tempo istituito un comitato di controllo interno". Un´organismo che tuttavia non si era accorto della presenza di cartelli di imprese per "truccare" gli appalti.
28 ottobre 2002