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"Siamo qui per morire, non ci arrenderemo"
Dentro il teatro di Mosca la sfida dei ceceni
Fabrizio Dragosei sul
Corriere della Sera

MOSCA - Quando passano gli addetti dell'ambulanza con il corpo di un ragazzo morto nel teatro, la folla in attesa ammutolisce per qualche minuto. Poi le voci riprendono, e così le preghiere, le richieste alle autorità di far qualcosa per evitare la tragedia. Irina ha un figlio sedicenne dentro il teatro, ha saputo da una donna liberata che sta bene, ma è angosciata: "Cosa fanno i nostri, perché il ministro dell'Interno ci ha messo in questa situazione?".
Accanto a lei un uomo anziano se la prende anche con il presidente Vladimir Putin, e questo è un fatto assolutamente eccezionale: "Là dentro dovrebbero andarci Putin e il presidente ceceno Maskhadov, che c'entriamo noi?". Dopo le ore della sorpresa e del dolore per l'irruzione dei guerriglieri ceceni mercoledì sera, ieri è stata la giornata dell'attesa e della speranza di fronte al teatro occupato, quello stesso teatro dove da mesi ogni sera ci si divertiva con la musica del primo spettacolo russo in stile Broadway. Fuori i parenti, gli amici, i giornalisti e i tanti curiosi. Dentro centinaia di innocenti spettatori finiti nelle mani dei terroristi e negli ingranaggi di una vicenda, quella cecena, che nessuno sa bene come chiudere. E poi loro, i terroristi, i kamikaze islamici che, secondo alcune fonti, avrebbero già fatto testamento e sarebbero dunque ormai votati al martirio. "Tutti guerriglieri professionisti, profondamente religiosi e pronti a morire", racconta il giornalista del Sunday Times Mark Franchetti che li ha guardati negli occhi quando è riuscito a entrare nell'atrio del teatro e a parlare con loro per una ventina di minuti. E la deputata Irina Khakamada, che ha condotto un tentativo di mediazione, aggiunge: "Mi sembrano decisi, ma non sanno bene quali siano le loro rivendicazioni. Ho l'impressione che è qualcuno dall'esterno che dirige l'azione".
Dentro il teatro, tra i 700 ostaggi intrappolati da mercoledì sera, la situazione si fa sempre più pesante. "I ceceni hanno rifiutato acqua e viveri, nonostante le nostre insistenze. Dicono che loro possono andare avanti per una settimana e questo è il tempo massimo che danno alle autorità per accogliere la richiesta di ritirare le truppe dalla Cecenia", spiega la Khakamada. E gli ostaggi? "Anche gli ostaggi dovranno fare a meno dei rifornimenti. Tutto quello di cui dispongono è ciò che si trovava nel bar del teatro al momento dell'assalto".

Loro, i terroristi, sono quasi tutti mascherati, in tuta mimetica. "Ci sono molte donne, tutte velate alla musulmana", ha detto uno dei ragazzi usciti fuori. Molti dei guerriglieri portano cinture esplosive. "Noi pure, quando siamo riusciti a entrare nel teatro per pochi minuti, abbiamo visto un guerrigliero e diverse donne che avevano attorno alla vita cinture esplosive", raccontano Roberto Scarfone e Giulio Gelibter dell'Ansa che hanno attraversato senza essere notati i cordoni di sicurezza della polizia. Poi però, dopo che i ceceni li hanno mandati via dal teatro, i due giornalisti italiani sono stati interrogati per ore da ufficiali dei servizi di sicurezza, evidentemente niente affatto contenti del loro contatto con i terroristi.
Con i media russi le autorità hanno in corso un vero e proprio braccio di ferro perché norme approvate proprio per impedire che la stampa faccia da cassa di risonanza, proibiscono di dare voce ai terroristi.
Ma giornali e tv non ci sentono. E riportano le dichiarazioni dei ceceni, le minacce angosciose. "Le ore passano e il vostro governo non fa nulla per liberarvi", gridano agli ostaggi.
"Se attaccheranno allora nessuno uscirà vivo da qui!". Hanno lasciato andare i bambini, ma hanno trattenuto i ragazzi perché dicono che "è così che fanno in Cecenia le truppe russe. E anche i vostri ragazzi devono patire le stesse sofferenze".


L'"armata dei suicidi" contro Putin
Adriano Guerra su
l'Unità

Nel suo ufficio del Cremlino, seduto -come ce lo ha mostrato la Tv - al lungo tavolo coi generali e coi responsabili della politica estera e della sicurezza, Putin è di fronte a quella che è certamente la scelta più grave della sua vita. Più drammatica di quella che ha dovuto affrontare Bush l' 11 settembre. Non si tratta infatti di preparare una risposta dopo che un atto terroristico di straordinaria gravità è già avvenuto. Putin deve decidere che cosa fare quando le mura del teatro di Mosca sono ancora in piedi e dipende anche da quel che deciderà se centinaia di uomini e di donne, ora minacciate di morte, potranno far ritorno alle loro case. Impossibile trarre dalle prime parole da lui pronunciate indicazioni sulla scelta che si prepara.
L'obiettivo dichiarato è quello di "liberare gli ostaggi garantendo la sicurezza". Si, ma come? È possibile all'interno del teatro separare gli ostaggi dai terroristi? E - ancora - che significa affermare che l'atto terroristico è stato concepito non in Russia ma "all'estero" e che esso rappresenta un anello "della catena del terrorismo internazionale", quando si devono fare i conti non già con qualche "Stato canaglia", ma con un reparto di quella "armata dei suicidi" che ha già impresso il proprio segno al nuovo secolo, e che a Mosca ha occupato un teatro e minaccia la vita di centinaia di cittadini russi?
Che fra le forze che si oppongono in Cecenia ai russi vi siano anche seguaci di Bin Laden è di fatto provato. Ma il problema della Cecenia - ecco quel che rende davvero tormentata la scelta di Putin - non è puramente e semplicemente identificabile con quello rappresentato dalla presenza sul campo del terrorismo internazionale. In Cecenia infatti è in corso anche la "guerra coloniale" della Russia per il dominio del Caucaso, un "conflitto secolare" come è scritto nelle prime righe dell'accordo sottoscritto fra le parti nel maggio del 1997, al quale non è stato trovata ancora soluzione e che, insieme a migliaia di vittime e a immani distruzioni, ha portato ad una più forte e incisiva presenza dei terroristi nell'area caucasica e nella capitale russa.

La verità è che Putin ha dovuto rinunciare ai viaggi a Berlino e a Lisbona e ad incontrare Bush nel Messico e che tutte le carte della sua politica estera - anche quelle ultime collegate alla scelta compiuta col no opposto agli Stati Uniti sulla questione della guerra preventiva contro l'Iraq - appaiono spuntate.
A che gli è valso infatti aver ottenuto dagli Stati Uniti una specie di "carta bianca" per la Cecenia e dai paesi dell'Europa occidentale un'attenuazione della loro denunce per le violenze e le brutalità che hanno continuato a caratterizzare la guerra condotta dai russi nel Caucaso? Inevitabile parlare di fallimento di una politica.
È possibile - ci si può chiedere ora che, divenuto di nuovo solo di fronte alla tragedia che si svolge a due passi dal Cremlino, il presidente russo trovi la forza politica e morale non già soltanto per condurre a buon termine una trattativa dalla quale dipende la vita di centinaia di uomini e di donne, ma per trovare una soluzione politica alla questione - quella cecena - che blocca come un macigno la via della ripresa del suo paese? Putin - si dice - si è imposto e ha conquistato una grande popolarità proprio perché proclamando che mai la Russia si sarebbe ritirata dalla Cecenia ha ordinato alle truppe russe di scovare ed eliminare i terroristi sino "all'ultima caverna". È anche vero però che il 20 aprile del 2000 Putin si é dichiarato pronto a trattare con Maskadov perché "non si può vincere una guerra contro un popolo". Più volte del resto tra un tentativo e l'altro di offensive militare, grida di vittoria e veri o finti ritiri di truppe, delegazioni russe e cecene si sono incontrate (l'ultimo incontro è avvenuto a Mosca il 17 novembre dello scorso anno). Se le trattative non hanno portato a risultati è stato certamente anche perché più forti delle forze di pace hanno dimostrato di essere i "signori della guerra" delle due parti.
Ma un ruolo negativo è stato certamente giocato anche dal mancato sostegno alla linea della ricerca di una soluzione pacifica al conflitto da parte della comunità internazionale. La politica delle "pacche sulle spalle" di Putin (e non alludiamo soltanto al comportamento di Berlusconi) non ha certamente aiutato il presidente russo a guardare in modo diverso alla questione cecena.



La guerra dentro casa
Enzo Bettiza su
La Stampa

E' il World Trade Center di Putin, questo teatro moscovita dove dalla scena allegra si è passati alla tragedia in platea, con un migliaio di vittime potenziali, circa un terzo rispetto a quelle incenerite dall'assalto di Al Qaeda alle Torri.
I paragoni e le considerazioni che subito affollano la mente sono impressionanti. Le due superpotenze, che per quasi mezzo secolo si erano tenute reciprocamente in scacco con l'equilibrio del terrore, basato sulla simmetria pressoché millimetrica dei rispettivi arsenali, si ritrovano dopo l'11 settembre esposte entrambe alla minaccia asimmetrica di smilzi commando dotati di un'arma a suo modo assoluta: il suicidio di gruppo.
Erano diciannove i terroristi islamici, votati al suicidio anche se non tutti morti, che un anno fa avevano progettato ed eseguito il colpo letale contro l'America. Sono venticinque i terroristi ceceni, con la micidiale cintura dei kamikaze di Allah allacciata ai fianchi, che da 48 ore tengono in ostaggio Mosca, il Cremlino, il signore del Cremlino, la Russia intera e il mondo.
Dal vecchio equilibrio del terrore congelato, fondato sull'equivalenza geometrica nel rapporto di potenza tra super-Stati militarmente organizzati, diplomaticamente articolati, ben visibili sulla scena internazionale, si è passati così allo squilibrio del terrore in atto: terrore fluido, diffuso, inafferrabile, parcellizzato fra sette e comunità integraliste, organismi di guerriglia, piccoli Stati tirannici dotati di risorse e armamenti assolutamente sproporzionati alla loro modesta realtà politica e consistenza demografica.
E' questo sottomondo, in parte sommerso e invisibile, che oggi tiene sotto tiro e ricatto continuo Bush e Putin, i due epigoni di superpotenze un tempo antagoniste e ora costrette a stringere patti di mutuo soccorso contro l'insorgenza di un imprevedibile nemico comune.
Dopo Bush, è Putin che in queste giornate sta affrontando la prova più tremenda della sua travagliata carriera. La guerra ai ribelli ceceni era stata sinistramente coincidente con l'inizio del suo drammatico curriculum politico tra il 1999 e il 2000: virulenti scontri nel Caucaso, attentati sanguinosi a Mosca, Grozny rasa al suolo, decine e decine di migliaia di morti da una parte e dall'altra.
Resterà famosa la frase di Putin che prometteva di affogare i ceceni "anche nel cesso". Poi sono arrivati il 2001, le tresche globali di Bin Laden, il settembre americano, la guerra afghana, la decisione di Bush di avviare la "seconda fase" in Iraq. Nel frattempo, sull'onda degli eventi e dei contagi, la ribellione cecena, che all'origine presentava il carattere di una fisiologica guerriglia di liberazione, ha cambiato registro ideologico e si è profondamente arabizzata nelle tattiche e perfino nell'anagrafe dei capi: il conflitto coi russi, che aveva connotati essenzialmente nazionalisti e regionali, si è islamizzato ed è diventato un segmento di un più vasto conflitto globale jihadista.

Dopo l'incrociatore francese colpito nelle acque arabiche, dopo gli attacchi di Al Qaeda in Yemen e nelle Filippine, dopo l'eccidio di Bali, comunque finisca la presa del teatro moscovita a Putin non resterà altra uscita di sicurezza che l'alleanza stretta e convinta con l'Occidente e con l'America.
E l'alleanza, comunque vadano le cose, non potrà avere altro pegno di scambio che l'Iraq di Saddam Hussein. Si direbbe che gli eredi e seguaci di Bin Laden, teorici del tanto peggio tanto meglio, vogliano proprio questo.


La Quercia va in "conclave" e la Margherita prepara l'apertura a Cofferati
Gianna Fregonara sul
Corriere della Sera

ROMA - E' di nuovo Piero Fassino a prendere l'iniziativa, con una lettera inviata a tutti i segretari dell'Ulivo, per chiedere una riunione al più presto "per decidere nuove iniziative di rilancio". Sa anche lui che non basta una fila di dichiarazioni di circostanza a cancellare l'esito dell'assemblea dei parlamentari dell'Ulivo e che la coalizione e i Ds restano sull'orlo della paralisi. Un rapido giro di consultazioni gli ha fatto capire che l'appuntamento del 27 novembre, data nella quale dovrebbe riunirsi di nuovo l'assemblea dei parlamentari dopo che l'altroieri non si è riusciti neppure a sottoporre il calendario al voto, può diventare un appuntamento rischioso. Non hanno interesse a insistere per una nuova riunione Verdi, Pdci, Mastella e correntone diessino, che mercoledì, grazie anche al veto di Cofferati, sono riusciti ad impedire il voto. Francesco Rutelli e la Margherita ieri hanno deciso di occuparsi d'altro, "perché non possiamo parlare soltanto di strutture e di voto a maggioranza da qui al 27 novembre", spiegava Paolo Gentiloni. Hanno pensato a come rafforzare il partito dal punto di vista organizzativo e amministrativo. Ormai dentro la Margherita si è fatta strada la convinzione che, per risolvere la paralisi, va coinvolto nell'Ulivo Sergio Cofferati, anche "a costo che così i Ds siano rappresentati da due leader", come se ormai fossero due partiti.

Intanto si è rifatto vivo anche Antonio Di Pietro che ha annunciato che alle prossime elezioni "siano nazionali o locali, l'Italia di Valori sarà con l'Ulivo".
Da oggi il segretario della Quercia riunisce a Firenze in un seminario tutto il gruppo dirigente del partito e della sinistra: da Cofferati a Giuliano Amato, da D'Alema - che ieri è tornato a ribadire l'importanza "che l'Ulivo decida insieme sulle grandi questioni" - a Bassolino. Sarà l'occasione per capire lo stato dei rapporti interni. Da settimane a via Nazionale sono convinti che le posizioni così dure di Cofferati lascino freddi i due altri leader occulti del correntone, Walter Veltroni e Antonio Bassolino, che per ora negano. "Non ci sono divisioni, solo diversità di vedute tra di noi", ha spiegato ieri il portavoce Vincenzo Vita. Anche se dentro la minoranza diessina cresce la tentazione di proseguire nei prossimi mesi con operazioni trasversali, anche a livello parlamentare: una sorta di scissione di fatto.
Resta un clima teso e di sospetti. Ne ha fatto le spese anche Giuliano Amato, che, a proposito delle critiche a D'Alema attribuitegli, precisa: "Qui sembra di essere nel Seicento invece che nel XXI secolo, quando dietro ogni dichiarazione si leggeva un sospetto o un regolamento di conti. L'altra sera avevo detto che quest'assemblea dell'Ulivo era arrivata in ritardo e mi hanno fatto dire che me la prendevo con D'Alema, ma non era così".


Finanziaria, Berlusconi richiama i ribelli
Sulla sanità è scontro duro con le Regioni
Bianca Di Giovanni su
l'Unità

Dopo lo "schiaffo" di An, per la maggioranza è il giorno del "serrate le fila". Ci pensa il premier in persona ad ordinarlo, in un lungo vertice con capigruppo e ministri che lo costringe a rinviare la partenza per Bruxelles. La parola d'ordine è: basta blitz come quelli dell'altra notte, quando il governo è andato sotto su un emendamento presentato da Maurizio Leo (An) sugli sgravi Irpef che costa 400 milioni rischiando di far saltare i saldi finali. L'esito del vertice è sintetizzato da Rocco Buttiglione: la Finanziaria va prima ampliata, poi blindata. Tradotto: mettiamoci d'accordo sulle modifiche da apportare, ma poi votiamo tutti uniti il maxi-emendamento che arriverà a fine mese (la Commissione termina l'esame sabato o domenica). Così tutti i nodi si rinviano all'aula, o magari al Senato dove è più probabile che passi la miriade di condoni e soprattutto dove si conosceranno gli ultimi numeri della trimestrale di cassa.
In ogni caso votare uniti è più facile a dirsi che a farsi. Il fatto è che le modifiche sono tante e tutte "sostanziali". I margini di intervento, al contrario, sono stretti per non dire inesistenti. Un esempio? Per il Mezzogiorno, su cui Udc (e An?) e Ulivo potrebbero convergere su molti punti, "non dovrebbero esserci risorse aggiuntive, ma solo una diversa allocazione dell'esistente", fa sapere il sottosegretario all'Economia. Come dire: non c'è una lira. Come ci si accorda? Cosa si dirà alle parti sociali, con cui è fissato un incontro per martedì prossimo? La strategia è tutt'altro che chiara, e gli "equivoci" (così l'ha definito Ignazio La Russa) e le "sorprese" (come dice Buttiglione) come quelli di Leo possono ripresentarsi. "L'approvazione di quell'emendamento nonostante la contrarietà del governo è un segnale del disordine, della confusione e della conflittualità che c'è nella maggioranza - dichiara Vincenzo Visco (ds) - Non è un incidente".
Il tempo corre a svantaggio della maggioranza, che vede aprirsi parecchi fronti in contemporanea. C'è il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, che "apre" a Cgil e Uil chiedendo di riaprire il dialogo. Al governo Pezzotta lancia un vero e proprio ultimatum: modifiche alla Finanziaria nel rispetto del Patto per l'Italia entro metà novembre (cioè alla Camera), altrimenti si passa alla mobilitazione. Quel Patto per Pezzotta oggi significa soprattutto Mezzogiorno e welfare due capitoli su cui la "spesa" per Tremonti è razionata. A meno che non si lavori - in parallelo - sul federalismo tanto caro a Umberto Bossi. Insomma, all'orizzonte si intravvede lo scambio sud-devolution. Un altro "patto con il diavolo", che impiccherà la maggioranza alle sue stesse promesse.
Altro fronte "caldo" è quello con Regioni ed Enti locali, che ieri sono tornati ad alzare la voce. "Viva insoddisfazione" hanno espresso Anci ed Upi (cioè Comuni e Province) dopo l'incontro tecnico in Via XX Settembre. Il tavolo non è servito "a chiarire né ad entrare nel merito - si legge in una nota - delle proposte avanzate dall'esecutivo sui punti di criticità sollevati dalle associazioni". Le questioni (in soldoni: i trasferimenti) restano le stesse di prima: nessun passo avanti. Peggiori, se possibile, i rapporti con le Regioni sul Fondo nazionale per il servizio sanitario. "Con il governo siamo alla rottura - dichiara senza mezzi termini il presidente del Lazio Francesco Storace (ancora An!) - da parte del governo non c'è uno straccio di risposta di fronte a un problema da 700 miliardi di lire, per il Bambin Gesù. I presidenti di tutte le Regioni hanno esposto la situazione drammatica nella quale ci troviamo. O c'è la consapevolezza che questo è un problema di tutti, Stato e Regioni, oppure a noi resta solo il ricorso ai Tar e alla Corte Costituzionale". "Il governo ha di fatto ed in modo unilaterale disdetto l'accordo dell'8 agosto - aggiunge Vasco Errani, presidente dell'Emilia Romagna - Tutto ciò avviene in una situazione già resa pesante da costi aggiuntivi per i mancati pagamenti di cassa, da parte del governo alle Regioni, per il servizio sanitario nazionale".
Insomma, la barca fa acqua da tutte le parti e far quadrare i conti sarà un'impresa quasi impossibile.




Il grido del premier: siamo senza una lira
Redazione de
La Stampa

Vuol sapere in due parole cosa abbiamo deciso? Che chi ha presentato l'emendamento di mercoledì sull'Irpef, ora se lo dovrà rimangiare. Anche perché ci costerebbe 400 milioni di euro, e noi proprio non ce li abbiamo...". Dalla cabina di regia del governo, l'incidente sulla Finanziaria occorso mercoledì in Commissione bilancio viene messo tra parentesi, come un episodio che non dovrà ripetersi più. "Non ci sarà un bis perché ci siamo dati un metodo di lavoro", insistono ai piani alti di Palazzo Chigi, "su cui tutti i leader della maggioranza sono d'accordo: via libera soltanto alle obiezioni pesanti, motivate, autorevolmente sostenute. Come quelle dell'Udc sul Mezzogiorno, tre-quattro in tutto. Finiranno in un maxi-emendamento alla legge finanziaria. Niente da fare, invece, per i piccoli emendamenti presentati dai singoli deputati, che servono a soddisfare soltanto le loro esigenze di collegio". E' la linea del Piave su cui si sono attestati ieri Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Marco Follini. Ai rispettivi capigruppo hanno affidato di comune accordo un compito particolarmente ingrato: decimare rapidamente e in massa le centinaia di emendamenti presentati dai propri "peones", cominciando dai più folcloristici e impresentabili (che sono tanti). Dovranno pronunciare parecchi niet, gli emissari del premier, ma si sa, prevenire è meglio che curare. Una sola eccezione verrà tollerata: per le riforme che non comportano spesa. "Su queste mostratevi comprensivi", ha suggerito il premier ai capigruppo, "ciò che non costa, non rappresenta un problema". Anzi può costituire una valvola di sfogo. Perché la pressione è davvero tanta. Lo stesso Berlusconi, secondo alcune ricostruzioni, ieri al vertice l'ha riconosciuto. "Comprendiamo le difficoltà dei nostri parlamentari... Lo so che dopo aver votato disciplinatamente per un anno intero aspettavano la Finanziaria per risolvere tante questioni locali... Ma anche loro devono capirci: non è che godiamo a dirgli di no, non è che ci divertiamo...". Mestiere arduo, quello del governare: "Io, che in passato ho guidato grandi imprese, non mi sono mai trovato in difficoltà paragonabili a quella in cui mi trovo oggi coi conti dello Stato", s'è sfogato il premier coi presidenti di due regioni "rosse", Umbria e Marche: "Siamo senza una lira", è stato il suo grido di dolore, subito rimbalzato all'esterno.




Cirami, voto finale con rissa
G. P. su
il Manifesto

Uno striscione contro la "legge della vergogna", copie della Costituzione sventolate sotto il naso di Marcello Pera, urla, strepiti e gli inutili scampanellii della presidenza di palazzo Madama. Si è conclusa così, nello steso clima rovente con cui era cominciata cento giorni fa, la battaglia parlamentare sulla legge Cirami. In realtà, dopo il voto di ieri sera al senato, l'ultima parola spetta ora alla camera, dove la legge sul legittimo sospetto tornerà il 30 di ottobre. Ma sarà solo una formalità, perché l'unico articolo da votare sarà quello con cui ieri il senato ha corretto il madornale errore tecnico compiuto alla camera dalla Casa delle libertà. E se il centrosinistra settimana prossima darà ancora battaglia, presentando una nuova pregiudiziale di costituzionalità, è per ribadire che, come ha spiegato ieri sera in aula Gavino Angius, "voi avete vinto la vostra battaglia in parlamento ma l'avete persa nel paese, perché l'Italia ha capito". Non è certo stata l'unica frase ad effetto con cui il capogruppo diessino ha concluso il dibattito, parlando a nome dell'intero Ulivo. "Siamo di fronte a un caso di pornografia parlamentare - ha attaccato Angius - Ci sono 11 milioni di processi che aspettano nelle aule di giustizia, ma questo alla destra non interessa. A loro interessa solo bloccare due processi a Milano, la Casa delle libertà ha introdotto una sequela di leggi vergogna, dalle rogatorie al falso in bilancio, che si sta completando con questa legge indecente". Ma non si è andati sul leggero nemmeno dall'altra parte. Il nazionalleato Nania è riuscito ad esempio a tirare in ballo niente meno che Romano Prodi, "sottratto alla giustizia sul caso Cirio nel `97" grazie alla legge sull'abuso d'ufficio, mentre il forzista Schifani si è scagliato contro le "continue bugie della sinistra, che fa terrorismo mediatico". "Si dice che questo disegno di legge viola la Costituzione, forse quella ulivista, non certo quella reale" ha dichiarato, interrotto più volte, il capogruppo di Forza Italia, prima di scagliarsi in un violento assalto alla requisitoria di Ilda Boccassini. Nè il clima in aula era stato più sereno prima delle dichiarazioni di voto.

Costellata da interruzioni, per le proteste uliviste o per la mancanza di numero legale dovuta alle assenze dei senatori della Casa delle libertà, la giornata finale della legge Cirami ha più volte sfiorato la rissa. Fino, per l'appunto, all'happening finale. Dopo essersi rifiutati di votare (la legge è stata approvata, per alzata di mano, solo dal centrodestra), i senatori dell'opposizione si sono infatti stipati nell'emiciclo tirando fuori di tasca e sventolando copie del frontespizio della Costituzione italiana. "Proprio a me esibite la Costituzione!" si è inalberato Marcello Pera. Ma nè lui, nè il suo campanello sono riusciti a sedare gli animi, e la seduta è stata sospesa.



Il mistero del tiratore Johnny da soldato nel Golfo ad assassino
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Guerra del Golfo e cecchino
Ed Stein su Rocky Mountains News
WASHINGTON - Eccolo qui, il Johnny che ci sparava addosso, l'occhio di falco addestrato dalla Us Army a "un colpo, un morto" che ha sparato sulla nazione che gli aveva insegnato a sparare. Ci dicono che il mistero poliziesco sia finito con la cattura del giamaicano divenuto soldato e divenuto musulmano e divenuto assassino, ma se è vero, ora comincia il peggio, il percorso umano da leggere dietro un volto. Ci guarda dalle foto con cipiglio marziale, con l'uniforme mimetica. Ci fissa sereno nelle immagini a colori per la patente.

Ci sorride tenero e paterno, T shirt bianca e jeans, sul divano accanto al figlio adottivo che finirà arrestato con lui, ieri notte, mentre dormivano insieme come profughi in un parcheggio alle porte di Washington su una vecchia Chevy carica di un fucile come quello che ha ucciso. Ci guarda, ma noi ancora non capiamo.

Il caso del cecchino di Washington è chiuso, hanno detto ieri a Bush, e speriamo che questa non sia un altro colossale "mistery" poliziesco, un'altra Dallas, un'altra antrace. Ma se è vero, si apre, ancora più spaventoso per la sua ripetibilitá infinita, il viaggio nel labirinto umano che ha portato questo volto venuto dalla Louisiana dove era nato come John Allen Wlliams, alla base miliare di Fort Lewis nello stato di Washington dove i sergenti fecero di lui un legionario provetto dell'Impero, al Kuwait dove combatté per il nostro petrolio, a una bottiglieria dell'Alabama dove uccise la cassiera, alla conversione all'Islam truce di Louis Farrakhan, con il nome di Mohammed, per diventare sua guardia del corpo. E infine ai boschetti dove gli investigatori ora lo collocano con il fucile imbracciato e tredici bersagli umani nel telescopio.


Gli ospedali della "VA", la Veteran Administration, ospitano tanti uomini spinti dagli istruttori ad attraversare il tabú del "non uccidere", il più difficile da superare come insegnano gli studi del Pentagono, e che a volte restano intrappolati sull'altra riva del fiume. E finiscono per aggrapparsi agli spacciatori di odio, come quel Louis Farrakhan impregnato di odio "per i nuovi schiavisti, gli Ebrei", per il quale John Allen Williams Mohammed aveva marciato su Washington, come guardaspalle, nella famosa "Marcia del Milioni di Uomini".

Era sembrato subito ovvio che il cacciatore fosse qualcuno con una storia militare, perché 13 centri umani su 13 tiri non sono un Luna Park. Di questa sua storia di "sniper", di specialista certificato della morte a distanza, ma congedato "con menzione non onorevole" alla metá degli anni 90, secondo la Fox Tv, Johnny Mohammed non era mai riuscito a liberarsi.

Era sempre rimasto in guerra contro tutti, con il chiodo fisso dell'"un proiettile, un morto" fino a 300 metri, trapanato in testa dagli istruttori.


Era stato l'11 settembre a schiantarlo. Quelle immagini, quelle voci sgocciolate nelle fogne di Internet sugli "ebrei" scampati perchè "preavvertiti", prova che il "Complotto Sionista" era dietro l'attacco (invece mille dei tre mila morti delle Torri erano israeliti) lo convinse che aveva ragione il suo "maestro" Farrakhan, quando accusava di tutti i mali del mondo, e dunque anche dei suoi fallimenti, "the Jew", l'Ebreo. Cominció a esaltare i terroristi, a dichiarare la sua simpatia per gli Osama contro l'America tutta, dominata dall'Ebreo. Prese il figlioccio e il fucile.


Perché, vorremmo sapere anche noi? Non ci sono assolutamente prove di collegamenti con Osama Bin Laden. Non ci sono, per ora, parole sue che possano aiutarci a capire, neppure a sapere chi fosse il misterioso interlocutore che chiedeva milioni da depositare, figuriamoci, sulla carta di credito e mandava sciarade in codice perchè fossero rilette alla tv: "L'anatra è intrappolata nel cappio".

Forse era il ragazzo, stanco e spaventato, a chiamare di nascosto. Forse era lui stesso che voleva farsi catturare nello stato del Maryland, dove la pena di morte è stata sospesa, e non nella Virginia vicina, dove le forche lavorano. Abbiamo soltanto un volto, qualche foto e una carta da gioco, la Morte dei Tarocchi che lui lasciava accanto ai cadaveri. Come quei tarocchi e assi di picche, che i soldati americani buttavano sui nemici uccisi, come un biglietto da visita, per dire a tutti Johnny è stato anche qui, al fronte di Washington, ma la sua guerra è finita. Non sarà, certamente, l'ultima.


Sintesi
Jena su
il Manifesto

Il cecchino americano sarebbe un veterano della guerra all'Iraq convertito all'Islam. Il mondo di oggi in tredici parole.


   25 ottobre 2002