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Cofferati, l'ira di Fassino "Sbagli, l'opposizione c'è"
Gianluca Luzi su
la Repubblica

ROMA - "Visto che Cofferati ha parlato con grande franchezza, anch'io userò il suo metodo e parlerò con altrettanta franchezza". Sulla scrivania di Piero Fassino la Repubblica è aperta sull'intervista shock. Sopra sono allineati quattro o cinque fogli bianchi fitti di appunti e rilievi. Dietro i modi sobri e misurati del segretario Ds affiora la collera. "Sono sconcertato da quest'intervista e anche personalmente amareggiato, perchè l'ho trovata inutilmente astiosa, infondata nei giudizi e nelle valutazioni e priva di una proposta politica".
Piena di accuse, infatti. Vogliamo parlarne?
"Sgomberando però il campo da una cosa che a questo punto non è più accettabile: non regge più la demagogia del dipendente della Pirelli, estraneo alla politica, che dall'alto della montagna giudica quelli che sgobbano in pianura. Cofferati ha naturalmente il diritto di pensare e dire tutto quello che vuole, però tutti si devono assumere le proprie responsabilità. Io lo faccio. Credo che anche Cofferati abbia il dovere di non sottrarsi alle responsabilità. Torni in campo, venga a darci il suo contributo, faccia la sua parte come la facciamo tutti noi. Si sporchi le mani come ce le sporchiamo tutti".
E cosa dovrebbe venire a fare?
"A Cofferati abbiamo avanzato delle proposte molto precise. D'Alema, d'accordo con me, gli ha proposto di assumere la presidenza del partito in uno sforzo di ricomposizione unitaria. E lui ha detto di no. Gli abbiamo proposto di fare il senatore dell'Ulivo a Pisa e lui ha detto ancora di no. Credo di non rivelare niente di segreto se dico di aver proposto a Cofferati di entrare a far parte del direttivo dei Ds e del gruppo di testa dell'Ulivo. Mi ha detto di no. Io non mi rassegno, e dico che in un Ulivo che si rilancia c'è bisogno di tutte le migliori energie e Cofferati lo è. Venga, ci dica quello che vuole fare e discutiamo insieme qual è il modo migliore per concorrere a un Ulivo più forte".
Entriamo nel merito. Cofferati dice che l'opposizione non c'è e non c'è stata.
"Ho trovato sconcertante e privo di fondamento questo giudizio. Io sto ai dati di fatto: stiamo conducendo da due mesi una battaglia durissima sulla legge Cirami e prima l'abbiamo condotta sulle rogatorie. Se la legge sulle rogatorie non ha prodotto gli effetti devastanti che si potevano temere è perché in Parlamento noi siamo riusciti a far passare un emendamento che consente ai magistrati di non essere ostacolati nelle indagini da quella legge. Da mesi conduciamo una battaglia contro la politica economica di Tremonti e trovo francamente incredibile che l'ex segretario generale della Cgil scambi questa battaglia come un attacco personale al ministro dell'Economia. Stiamo combattendo per un'informazione libera. Si sono dimessi in questi mesi Ruggiero, ministro degli Esteri; Scajola, ministro degli Interni; Taormina, sottosegretario agli Interni, per le contraddizioni che sono esplose grazie all'iniziativa dell'opposizione".
Vi si rimprovera un distacco dalla gente.
"Io non sono un mandarino che sta sempre dietro la scrivania. Da quando sono stato eletto segretario undici mesi fa ho fatto quattrocento manifestazioni in Italia, più di una al giorno. E come me anche gli altri dirigenti dei Ds e dell'Ulivo. Se questa opposizione non ci fosse, non ci sarebbe stato il risultato elettorale del 26 maggio che ha beneficiato certamente della mobilitazione sindacale, certamente anche dell'azione dei girotondi, ma anche di un'opposizione politica che superato lo shock della sconfitta si è rimessa in movimento, ha ricostruito le sue fila, ha riorganizzato la battaglia ed è stata percepita come credibile dagli elettori. Vorrei ricordare che abbiamo vinto non solo dove eravamo forti, ma anche nei santuari della destra, spostando elettori dal centrodestra".
Almeno sull'Afghanistan e l'Iraq dovreste trovare un terreno comune e invece anche sulla politica estera il dibattito tra voi diventa lite.
"Trovo sconcertanti le dichiarazioni di Cofferati anche su questi temi. Sostenere che non c'è alcuna differenza tra l'Afghanistan di oggi e quello dei Talebani... beh, consiglierei a Cofferati un po' di prudenza o quanto meno di chiederlo alle donne che non hanno più la schiavitù del burqua o alle ragazze che sono potute tornare a scuola. Dire poi che l'Onu è inutile è il miglior modo per aprire un'autostrada alla dottrina della guerra preventiva e dell'intervento unilaterale di Bush. L'unico modo per evitare la guerra è puntare sull'Onu e sostenerla con determinazione per obbligare Saddam Hussein ad accettare quello che non ha mai accettato. E questa è la posizione di tutti i socialisti europei, Schroeder compreso".
Tutto questo, però, lascia il tempo che trova. Cofferati o no, l'Ulivo non riesce proprio a mettere radici.
"Vediamo qual è il problema che sta di fronte all'Ulivo. C'è un centrodestra in evidente affanno. A fronte c'è un centrosinistra che - a differenza di quello che pensa Cofferati - ha sì ricostruito una sua capacità di iniziativa e di opposizione, ma che rischia di non essere ancora percepito come un'alternativa pronta. Se non colmiamo questo divario è l'Italia che rischia un declino, come ci ha detto Fazio. Il problema è come costruire una proposta credibile di governo che venga percepita come una possibile alternativa a Berlusconi. Il quale potrebbe anche tentare di anticipare le elezioni politiche magari al 2004. Bisogna che esista l'Ulivo perché noi siamo in un sistema politico bipolare e quando si va a votare gli elettori devono scegliere tra centrosinistra e centrodestra. L'Ulivo è la condizione per essere in grado di concorrere per il governo del paese. Dopodichè so benissimo che costruirlo è molto difficile, perché è una coalizione di sei partiti, ciascuno con storie, culture, percorsi diversi. Quindi occorre fare un difficile lavoro di ricomposizione prima di tutto attorno a un programma".

Intanto vi state impantanando sul principio di maggioranza, che anche Cofferati non vuole.
"Vorrei evitare che facessimo delle caricature come è stato fatto in questi giorni. E' evidente che una coalizione deve avere come regola fondamentale la ricerca del consenso più ampio e tendenzialmente unanime. Perché più il consenso è di tutti, più la posizione che si assume sarà sostenuta con convinzione. Nessuno pensa di adottare il principio di maggioranza come regola prioritaria, la regola prioritaria è la ricerca del consenso. Può accadere però che quel consenso non si trovi e allora ci sono due rischi da evitare: o la paralisi o la diaspora. La democrazia ha inventato il metodo della maggioranza che è uno dei principi costitutivi dell'ordinamento democratico. Peraltro Cofferati e la Fiom non pretendono il referendum nelle fabbriche per decidere sulla bontà degli accordi e delle piattaforme contrattuali? E il referendum cos'è se non la decisione sulla base del principio di maggioranza? La verità è che nelle parole di Cofferati c'è un antico vizio della sinistra: o l'unanimità o la diaspora e la divisione. Io non ci sto. Lavoro per un Ulivo grande, unito da regole chiare e trasparenti, credibile agli occhi degli italiani".


Una quercia, anzi due
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Si potrebbe, volendo, anche fingere di credere che al centro della crisi che sta consumando l'Ulivo ci siano solo una disputa serrata sul principio di maggioranza e sulla sua applicabilità a una coalizione di partiti, nonché una polemica sulla risorgenza o meno, a dodici anni dalla chiusura del Partito comunista, di quel centralismo democratico che il Pci medesimo, di fatto, non applicava più da un pezzo. E si potrebbe valutare di conseguenza in questa chiave la sofferta assemblea di ieri dei parlamentari ulivisti, e la decisione di lavorare sin d'ora a un regolamento su cui si pronunzierà una nuova assemblea. Si potrebbe. Ma soltanto a condizione di ignorare la realtà, e di non tenere in conto la doppia sortita, sull' Unità e su Repubblica , di Sergio Cofferati e le reazioni, violentissime, che ha provocato. In primo luogo, come era ovvio, tra i Democratici di sinistra, o meglio nella maggioranza del principale partito del centrosinistra che dell'attacco dell'ex segretario della Cgil e neoimpiegato della Pirelli è, in tutta evidenza, la principale destinataria.
Che l'Ulivo versi in un pessimo stato di salute è, infatti, fuor di dubbio. Ma altrettanto indubitabile, e non da ieri, è che l'epicentro di questa crisi sia proprio tra i Ds. Dopo la tragicomica vicenda del voto sugli alpini in Afghanistan, Piero Fassino e Massimo D'Alema hanno fatto quel che potevano per rilanciare la maggioranza riformista (oltre il 60 per cento dei voti congressuali) di Pesaro, puntando le loro carte sulla costruzione di un Ulivo messo finalmente in grado di decidere, all'occorrenza anche a maggioranza, sulla base di regole certe e impegnative per tutti. E' stata, la loro, una scelta in larga misura obbligata, perché in caso contrario avrebbero ufficialmente accettato di lasciarsi cuocere a fuoco lento. Ma è stata anche una scelta destinata in partenza a rendere ancora più nette, e ancora più visibili, e ancora più dirompenti, le divisioni della sinistra.
Si fosse trattato solo della sinistra interna del partito, il cosiddetto correntone, l'impresa sarebbe stata difficile, ma non disperata. Ma è ovvio che non si trattava, e non si tratta, solo di questo. In ogni caso, Cofferati ha voluto provvedere a ricordare a tutti come stanno le cose, dal suo punto di vista, proprio nel giorno, tanto atteso, dell'assemblea del gruppo. Si può discutere all'infinito sulle sue tesi a proposito dell'Ulivo e della Quercia, si può convenire sulla loro ingenerosità, e ci si può anche chiedere se e quanto sia legittimo, per un popolarissimo leader politico che, al momento, è un privato cittadino che non risponde né a un sindacato né a un partito né alla coalizione né agli elettori, muovere una simile battaglia frontale. E' certo, però, che le posizioni di Cofferati, si tratti del sindacato o del governo, della guerra o dei girotondi, hanno nella sinistra reale e nel centrosinistra reale, e segnatamente tra gli elettori della Quercia, compresi quelli che nel recente passato non hanno votato, un seguito assai più vasto di quello di cui può godere la minoranza interna dei Ds. E stiamo parlando di posizioni non solo diverse, ma opposte a quelle di Fassino e della maggioranza dei Ds.
Tutto questo non basta ancora per affermare che nei disegni del Cinese c'è un nuovo partito della sinistra. Ma basta a dire che in gioco sono ormai l'unità e persino, in prospettiva, l'esistenza stessa della Quercia; e che discettare sul futuro dell'Ulivo, e della sua geografia politica, senza partire da qui è una perdita di tempo.


Confindustria e Ulivo d'accordo "La Finanziaria va cambiata"
Redazione de
la Repubblica

ROMA - Ulivo e Confindustria con una posizione convergente sui cambiamenti da apportare alla Finanziaria a proposito del sud. Questa l'indicazione, esplicita, che viene fuori dopo un incontro fra i capigruppo e i responsabili dell'economia del centrosinistra e il presidente di Confindustria Antonio D'Amato e il suo direttore generale Stefano Parisi.
Durante la riunione, svoltasi a Montecitorio, si è discusso dei possibili correttivi alla legge Finanziaria aspramente criticata oltre che dall'opposizione anche dagli industriali. E il risultato è stato l'annuncio dato dal responsabile dell'economia dei Ds, Pierluigi Bersani, di "un impegno comune su alcune correzioni importanti alla Finanziaria, in particolare sulle politiche per il Mezzogiorno".
Gli esponenti dell'Ulivo hanno illustrato a D'Amato e Parisi gli emendamenti che la coalizione presenterà nel dibattito parlamentare sulla legge di bilancio ed hanno trovato orecchie attente nei vertici industriali. "Abbiamo - ha detto Bersani - riscontrato una convergenza di giudizio preoccupato per l'orizzonte economico e sociale, che riteniamo non sia tranquillo. Anche da parte loro ci sono forti dubbi che la Finanziaria sia in grado di corrispondere a questa fase. Noi siamo convinti che non sia in grado".
Più o meno sullo stesso tono la dichiarazione del presidente degli imprenditori. "Come è noto - ha detto D'Amato - la Confindustria ha espresso gravi preoccupazioni sulla Finanziaria e oggi abbiamo avuto il consenso e la convergenza delle forze dell'Ulivo sulle nostre posizioni". E così D'Amato, confermato il giudizio negativo sul pacchetto Sud contenuto in Finanziaria, incassa "l'impegno" del centrosinistra a realizzare un dibattito che "speriamo dia a questa legge Finanziaria capacità di sviluppo e occupazione".

L'incontro con Confindustria "è andato molto bene, c'è stata una notevole convergenza sulle nostre critiche sulle parti della finanziaria che riguardano il Mezzogiorno", ha detto invece il presidente dei deputati della Margherita Pierluigi Castagnetti.
"E' una Finanziaria che penalizza il sud - ha detto Castagnetti - l'abbiamo detto fin dall'inizio e ci hanno dato dei catastrofisti. Hanno fatto una conferenza stampa con tutti i segretari del centro destra per dire che questa manovra stanziava per il sud più risorse delle precedenti ora è cominciata una riflessione più seria e si sono accorti che non è vero e hanno detto che la cambieranno. Si tratterà di vedere se è una bugia o una nuova volontà".


La Caritas boccia senza appello la Fini-Bossi
Antonio Iovane su
l'Unità

Si parla di immigrazione e il vero straniero sembra essere il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, contestato durante la presentazione, al teatro Orione di Roma, del “Dossier sull'Immigrazione 2002” a opera della Caritas. Nel documento si legge che il numero degli immigrati, negli ultimi 10 anni, è raddoppiato, passando a 1.300.000 mentre gli immigrati costituiscono il 2,8% della popolazione. Di questi i disoccupati rappresentano il 7,5%, meno della media italiana perché, come spiega il coordinatore del dossier, Franco Pittau, "il loro apporto è funzionale al mondo del lavoro". "Noi non abbiamo tesi da difendere – insiste Pittau presentando il testo – ma dobbiamo mettervi a disposizione una realtà". E la realtà è che "non è il numero degli immigrati che crea la paura, ma l'assenza di una adeguata politica sull'immigrazione". A buon intenditor poche parole, sembra suggerire a Mantovano, seduto sul palco. E al sottosegretario cominciano a fischiare le orecchie.
La platea è piena, molti sono costretti a restare in piedi e nei vari interventi le critiche al governo sulla politica per immigrazione non fanno che susseguirsi: la legge non è stata discussa con le associazioni di volontariato, non è stato stabilito il decreto flussi per il 2002 e i sei mesi previsti per trovare lavoro sono troppo pochi, dicono i rappresentanti Caritas. "Se Bossi sostiene che i “vescovoni” creino disordine – dice Monsignor Benito Cocchi, presidente della Caritas – vuol dire che sono utili". Applausi. E poi: "L'immigrato è ridotto a soggetto utile solo se produce ricchezza". Ancora applausi. Dopo gli interventi dei rappresentanti della Caritas, prende la parola lo straniero, l'alieno Mantovano, al quale spetta l'arduo compito di parare i colpi.
Sa di non giocare in casa e allora ringrazia e tenta una captatio benevolentiae: "La leggenda narra che quando i piemontesi cinsero d'assedio Gaeta, durante questa resistenza del profondo Sud (che ritengo eroica), i soldati napoletani si recarono da re Francesco II e gli dissero: “Maestà, abbiamo finito le munizioni”. E la leggenda vuole che il re abbia risposto: “Facite 'a faccia feroce”. Questo per suggerire di mettere tutti da parte la faccia feroce e cerchiamo di parlare dei fatti". Così Mantovano, dopo questo espediente retorico, comincia a parlare del rapporto coi paesi di provenienza che non deve essere ricattatorio: "Noi – dice - non possiamo dare aiuto e ricevere in cambio illegalità". Tutto fila liscio, anche quando Mantovano cita l'adesione alla normativa europea. La gente ascolta . Mantovano insiste sulla maggiore severità nella repressione dei trafficanti e sul diritto d'asilo. Ma è quando comincia a discorrere della regolarizzazione degli immigrati che comincia il brusio. "Rivendico il dato molto positivo della regolarizzazione che è una cosa diversa dalla sanatoria. La regolarizzazione collega la presenza sul territorio nazionale a un rapporto di lavoro serio, certo, che si traduce in un contratto di lavoro".
Quindi le scuse non richieste che tradiscono, in fondo, un po' di malafede: "L'obiezione è che gli imprenditori stanno costringendo i lavoratori a versare loro i contributi – aggiunge Mantovano, cominciando ingenuamente a svelare le tare della Bossi-Fini – ma questo tecnicamente si chiama estorsione e chi lo denuncia sa che interverranno le forze dell'ordine". “Chi lo denuncia?” si comincia a bisbigliare dalla sala. "Sì, certo, denunciare questi fatti" insiste Mantovano, candidamente. "Il sistema è complesso, nel senso che il datore di lavoro può anche disinteressarsi e dire: ora lo licenzio e dopo di che assumerò un altro in nero. Ma la legge punisce pesantemente chi fa questo tipo di attività, con la pena da tre mesi a un anno". Sale il brusio. "E il datore caccia chi lavora!" conclude qualcuno dal fondo della sala chiedendosi se non sia il caso di affrontare il problema dell'immigrazione anche dal punto di vista dell'immigrato. Applausi.
Per Mantovano il resto dell'intervento è tutto in salita, perché il re ormai è nudo.



La destra vuole misure disciplinari contro la Boccassini
Vittorio Locatelli su
l'Unità

Dagli attacchi politici a quelli disciplinari. Il delitto di lesa maestà per aver osato chiedere di condannare Cesare Previti a 13 anni di reclusione proprio non va giù ai compagni di schieramento del parlamentare di Forza Italia. E così, dopo la requisitoria al processo Imi-Sir e Lodo Mondadori, contro Ilda Boccassini si erano sprecati gli attacchi di numerosi esponenti della Casa delle Libertà. Ma ora del caso si dovrà occupare anche il Consiglio superiore della magistratura. A scanso di equivoci, non si sa mai che non si riesca a portar via da Milano il processo per trasferirlo a Brescia e poi a Perugia e poi chissà dove grazie alla legge Cirami, i cinque membri laici del Csm in “quota” alla CdL pensano di trasferire anche la Boccassini. E per farlo si aggrappano al passaggio della requisitoria in cui il magistrato aveva ricostruito quello che ha definito un vero e proprio “controllo militare” degli imputati sulla Corte di Cassazione. Il membro laico del Csm Antonio Marotta, del Ccd, ha infatti presentato la richiesta, anche a nome dei colleghi Nicola Buccico, Giorgio Spangher, Giuseppe Di Federico e Mariella Ventura Sarno, di aprire un procedimento per accertare se, a causa delle parole pronunciate dal pm milanese, ci siano gli estremi per un suo trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale o funzionale. "Le dichiarazioni della Boccassini delegittimano la Cassazione - ha detto Marotta - La nostra iniziativa serve a tutelare la Suprema Corte. È uno dei nostri compiti principali tutelare la dignità e il decoro della magistratura".
All'istanza presentata al Comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli sono allegati gli articoli apparsi sulla stampa sulla requisitoria. Ad occuparsi del caso sarà la Prima Commissione, competente per i trasferimenti d'ufficio dei magistrati.
In difesa della collega è immediatamente intervenuta l'Associazione nazionale magistrati che ha parlato di "inauditi attacchi" e "tentativi poco responsabili di aprire divisioni all'interno della magistratura". L'Anm, con un documento della Giunta esecutiva, sottolinea che la Boccassini "nell'adempimento del ruolo che la legge riserva alla pubblica accusa, ha presentato le conclusioni, illustrato gli elementi di prova a carico, avanzato le richieste di pena. Sulle posizioni della accusa e della difesa la parola decisiva spetta solo al giudice con la sentenza". Per l'Anm "due punti debbono essere ben chiari: sotto accusa non è questo o quell'ufficio giudiziario, tanto meno la Cassazione, ma singoli imputati, fatti ed episodi specifici collocati in un preciso contesto temporale; l'onore della magistratura si difende eliminando, come si usa dire, le mele marce, il che vuol dire, in termini giuridici, accertamento delle responsabilità individuali ed applicazione della giusta pena".



Rai, opposizione all´attacco: "Liberiamo il cavallo"
Maria Grazia Bruzzone su
La Stampa

Cavallo morente
Lacerata al suo interno, l´opposizione di centro sinistra si ritrova unita, dalla Margherita a Rifondazione comunista, passando per l´Italia dei Valori, contro "questa Rai". E al grido di "liberiamo il cavallo", "salviamo la tv pubblica dalla crisi in cui la sta portando l´attuale vertice", indice per oggi una manifestazione a cui parteciperanno tutti i segretari di partito più un congruo numero di "personalità" della tv, della cultura e finanche dell´imprenditoria. Nel giorni in cui i segnali di insofferenza per l´attuale gestione del servizio pubblico si moltiplicano nella stessa maggioranza, il mondo cattolico è in fermento, il presidente dell´Udc Marco Follini è andato da Berlusconi per manifestargli le sue preoccupazioni, e ieri perfino un esponente di primo piano di Fi come Marcello Dell´Utri si è sbilanciato ad annunciare delle imminenti "novità in Rai", il centro sinistra non si vuol lasciare scappare la palla dell´iniziativa. E mentre nel cda si tentano (timidamente) nuove aperture collegiali, si votano all´unanimità le nuove procedure contrattuali assecondando la battaglia del consigliere ds Donzelli, si mettono all´ordine del giorno della prossima riunione i punti del documento proposto dal consigliere di area Margherita, Zanda; in questo clima contraddittorio ma non certo leggero, l´opposizione alza i toni e chiede esplicitamente di "mandare a casa l´attuale vertice". Per una volta unita. Concorde nel denunciare il calo di ascolti dell´emittente pubblica a tutto vantaggio del concorrente. "La Rai ha dissipato 5 punti di vantaggio di share su Mediaset all'inizio del periodo di garanzia", spiegano all´unisono i promotori dell´iniziativa, in una conferenza stampa a Montecitorio. Dal 22 settembre al 22 ottobre 2001 era al 47,34% nel prime time e al 46,89% nel day time, mentre Mediaset era, rispettivamente al 42,97% e al 42,87. Nello stesso mese di quest'anno la Rai è scesa al 44,99% nel prime time (-2,35%) e al 45,96% nel day time (-0,93%). Mediaset è invece salita al 44,95% (+1,98%) e al 43,35% (+0,48%). Una débâcle che "testimonia una crisi che può essere superata solo cambiando il vertice". "Se la Rai è in mutande, lo deve a Zaccaria e soci e alla loro gestione dissennata", replica l´an Michele Bonatesta

A difendere a spada tratta la "Rai di Baldassarre" è ormai solo il partito di Fini e di Gasparri. Certo non Dell´Utri. Che non vi vede "nulla di Berlusconi". Ammette la crisi, spiegandola come "un fatto di capacità, di professionalità, di uomini e forse, anche di concorrenza. Le reti Mediaset stanno andando bene e il servizio pubblico fa fatica, ma in Rai la situazione sempre stata altalenante. Credo - conclude - che ci saranno delle novità". Una frase che pare alludere a un prossimo cambio della guardia al vertice.


Bancarotta da amianto
Sull'orlo del collasso la ABB
A. PA su
il Manifesto

La svizzera-svedese ABB, il secondo gruppo europeo di ingegneria (150mila dipendenti in 100 paesi di tutto il mondo) rischia di essere anche una delle prime grandi vittime dell'amianto, in un senso certo diverso, ma altrettanto letale, rispetto alle centinaia di migliaia di persone che in tutto il mondo sono state colpite da malattie tumorali provocate dall'esposizione alla sostanza cancerogena. La corporation si ritrova oggi sull'orlo del collasso, dopo l'ultimo colpo, un ridimensionamento drastico delle previsioni di profitto per il 2002 che martedì hanno fatto scendere il valore delle sue azioni del 60% in una giornata, perdita proseguita ieri con un calo ulteriore del 20%. Dall'inizio dell'anno, il valore del titolo è stato così decurtato di oltre due terzi. Il che rende ancor più difficile fronteggiare un debito netto che per la fine del 2002 sarà pari a 1,5 miliardi di dollari, ai quale vanno aggiunti altri 3,7 miliardi che matureranno nei 12 mesi successivi. ABB, società dal passato invidiabile per floridezza e profitti, ha una serie di problemi comuni a molte compagnie, in questo periodo di crisi, ma con in più una grossa spina nel fianco, la sua affiliata americana Combustion Engineering, produttrice di caldaie in quel del Connecticut, assediata da migliaia di cause giudiziarie per contaminazione da amianto che pesano sui suoi bilanci per un miliardo di dollari. Una montagna di richieste di risarcimento che eccede di 812 milioni di dollari il valore contabile della società, segnandone il fallimento certo. La casa madre europea ha già minacciato di ricorrere alla protezione del famigerato Capitolo 11, che negli Usa copre le procedure di bancarotta, mettendo chi vi fa ricorso al riparo dagli effetti più rovinosi.
Così facendo, ABB spera di porre un cordone sanitario intorno a se stessa. Comunque cerca di rassicurare i suoi azionisti affermando che le querele contro la sua affiliata non potranno toccarla. Ma di questo tutti dubitano, viste le sentenze già emesse dalle corti americane, e ne deducono che la sorte del gruppo, col gravame ulteriore dei risarcimenti, sia ormai segnata.
La questione amianto, emersa negli anni `70, è esplosa da qualche tempo, soprattutto negli Stati uniti, con una forza che si sta rivelando disastrosa per le casse delle compagnie chiamate in causa. E in tempi di vacche così magre, gli effetti di nuove sentenze rischiano di essere devastanti.

Quanto all'Italia, l'ultima finanziaria ha autorizzato il trasferimento all'Inps di poco meno di due miliardi di euro in tre anni, per "benefici previdenziali" a favore dei lavoratori contaminati.


Assalto al teatro di Mosca, centinaia di ostaggi
"Vogliamo libertà per la Cecenia"
Fabrizio Dragosei sul
Corriere della Sera

MOSCA - Un'azione da commando ben orchestrata ed eseguita alla perfezione: una quarantina di ceceni armati ha fatto irruzione ieri sera in un grande teatro moscovita prendendo in ostaggio centinaia di spettatori, pare tra 500 e 700, per chiedere la fine delle azioni militari russe nella Repubblica caucasica. I terroristi, fra i quali c'è almeno una donna, hanno rilasciato i bambini che assistevano allo spettacolo e, sembra, anche tutti gli spettatori di fede mussulmana (in totale 150 persone). Sarebbero intenzionati a trattenere solo gli ostaggi di etnia russa (tra il pubblico c'erano anche alcuni europei, ma quasi certamente nessun italiano). I guerriglieri dispongono di ordigni esplosivi che sono già stati disposti nei punti strategici del teatro, in particolare attorno ai pilastri che sorreggono la galleria. Sono uomini e donne pronti a morire, affermano fonti della resistenza cecena: guerriglieri esperti e vedove di militanti morti in azione. I terroristi avrebbero minacciato una rappresaglia di tipo nazista in caso di attacco delle forze dell'ordine: dieci ostaggi freddati per ogni guerrigliero ucciso. Il teatro ha 1163 posti, ieri sera però gli spettatori sarebbero stati circa settecento.
Tutto è iniziato tra il primo e il secondo tempo nell'ex casa della cultura di una fabbrica di cuscinetti a sfera situata alla periferia di Mosca e trasformata in lussuoso teatro per il lancio di Nord Ost, il primo grande spettacolo musicale in stile Broadway prodotto in Russia. In una serata di pioggia e nevischio, i ceceni sono arrivati a bordo di jeep scure e sono subito entrati nel teatro sbarrando gli ingressi. Alcuni di loro sono saliti sul palco e hanno sparato colpi in aria intimando a tutti i presenti di radunarsi nella platea. Uno degli artisti, Artiom, ha cercato di scappare per l'uscita posteriore ma si è trovato la strada sbarrata da una donna bassa con i capelli scuri armata di pistola che gli ha intimato di tornare indietro.
L'artista ha riferito di aver visto altri terroristi mascherati e con tute mimetiche. Artiom a quel punto ha raggiunto una finestra e assieme ad altri colleghi è riuscito a lanciare giù una fune creata intrecciando costumi e altre pezze di scena. Durante la rocambolesca fuga dalla finestra uno degli artisti si è rotto una gamba. I fuggiaschi hanno anche riferito di aver visto tracce di sangue nei saloni, ma non si riesce a capire se ci siano morti o feriti.

Sul posto sono subito arrivate unità del corpo d'élite Alfa. A una distanza di 500 metri dal palazzo si trovano molti parenti degli ostaggi. Di fronte al teatro anche il sindaco di Mosca Yurij Luzhkov e un rappresentante speciale del Cremlino che si tiene in continuo contatto con il presidente Putin, che ha rinunciato alla visita in Germania e Portogallo. Partecipano alle trattative esponenti della comunità cecena di Mosca, tra i quali il deputato Aslanbek Aslahanov e l'ex speaker della Duma Ruslan Khasbulatov, entrati nel teatro. Un appello al rilascio degli ostaggi è venuto dal muftì filo-russo della Cecenia. I guerriglieri hanno chiesto la consegna del capo del governo filo-russo Akhmed Kadyrov e in cambio hanno offerto la liberazione di 50 ostaggi.


Iraq, l´America tenta di forzare la mano all´Onu
Paolo Mastrolilli su
La Stampa

Gli Stati Uniti avevano avvertito martedì che stanno perdendo la pazienza con l'Onu, e ieri hanno cominciato a forzare la mano, convocando la prima riunione dell'intero Consiglio di Sicurezza dedicata alla crisi irachena. L'obiettivo è cercare di arrivare al più presto a un voto sulla nuova risoluzione, anche perché, secondo il Washington Post, i ritardi del Palazzo di Vetro stanno già obbligando il Pentagono a rimandare i preparativi per l'eventuale attacco, che di questo passo potrebbe non avvenire più entro l'inverno. Il nodo è sempre la formulazione del testo proposto da Washington che elimina il collegamento diretto tra le eventuali resistenze irachene alle ispezioni e la guerra, ma non subordina il possibile intervento militare a un nuovo voto alle Nazioni Unite, come ha chiesto la Francia. Ieri il portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer, ha detto che i negoziati sono entrati comunque nella fase conclusiva: "La fine sta arrivando. Ancora non c'è, ma ci siamo vicini. La conclusione del dibattito può consistere in un accordo, oppure nel fallimento del tentativo di raggiungere un'intesa. Allo stato attuale, entrambe le possibilità sono aperte". Il messaggio è chiaro: Washington ha perso la pazienza per le resistenze di Russia e Francia, e minaccia di prendere iniziative unilaterali se il Palazzo di Vetro non si deciderà ad agire. La riunione di ieri pomeriggio del Consiglio di Sicurezza aveva proprio lo scopo di accelerare il processo. Una risoluzione, per essere approvata, ha bisogno di nove voti favorevoli su quindici, e nessun veto da parte dei cinque paesi che ne possiedono il diritto, cioè Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Francia e Cina. Se l'amministrazione Bush forzasse il voto sulla sua risoluzione, e avesse la certezza di ottenere almeno nove consensi nel Consiglio, gli oppositori come Parigi, Mosca, e in parte Pechino, si troverebbero davanti alla necessità di utilizzare il veto per bloccarla. Se però non hanno intenzione di arrivare a questo punto di rottura, la mossa americana li obbliga a cercare in fretta un compromesso.
Il tempo sta diventando un fattore fondamentale, perché il passare delle settimane allontana e complica l'eventuale attacco. Secondo il Washington Post, il Pentagono considera i mesi di gennaio e febbraio come il momento ideale per lanciarlo, ma a questo punto sta meditando il rallentamento dei preparativi già avviati da tempo. I ritardi del Palazzo di Vetro, infatti, potrebbero far slittare l'offensiva alla primavera o addirittura all'estate, se le nuove tecnologie consentiranno di superare l'ostacolo rappresentato dal caldo del deserto. Ieri, comunque, il presidente Bush ha firmato il nuovo bilancio della difesa, che con 355 miliardi di dollari stanziati fa registrare il più grande incremento di spesa dai tempi di Reagan, e garantisce i finanziamenti per la possibile guerra.

Da Amman, il ministro iracheno della Cultura Hamed Yousef Hamadi ha detto che la risoluzione presentata dagli Stati Uniti all'Onu "è una dichiarazione di guerra", ma il quotidiano ufficiale Al Thawra ha aggiunto che la sua approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza "è irrilevante, perché Washington ha deciso comunque di attaccare". Quasi a conferma di questi sospetti, la Bbc ha rivelato che l'Fbi avrebbe ricevuto l'incarico di cercare anche collegamenti tra l'Iraq, Al Qaeda e l'attentato del 1995 a Oklahoma City.


   24 ottobre 2002