
"Centrosinistra al suicidio, no a centralismo democratico"
Intervista a Sergio Cofferati
Massimo Giannini su la Repubblica
ROMA - "La regola delle decisioni a maggioranza è un suicidio, un atto di autolesionismo". "Il centrosinistra si auto-infligge il centralismo democratico, e così si condanna all'asfissia". "L'opposizione è debole su tutto, sulla pace, sui diritti, sulla politica economica, sulla giustizia: semplicemente non c'è, non sta in campo con la sua proposta alternativa". "Non condivido le scelte del gruppo dirigente dell'Ulivo: l'unica cosa che sanno fare è polemizzare con i movimenti". "Dico no alla guerra, sempre e comunque". "Rivendico lo sciopero generale: ce ne vorrebbero altri due". Da bravo impiegato, Sergio Cofferati è appena uscito dal suo ufficio della Pirelli. Ha aspettato un mese esatto, dopo il suo addio alla Cgil. Ma oggi torna a parlare. Lo fa nel giorno in cui si riunisce l'assemblea dei parlamentari dell'Ulivo. Lo fa per dire: "State sbagliando tutto".
Cofferati, cosa c'è che non va? Oggi l'Ulivo può rinascere con l'assemblea dei suoi parlamentari.
"Con l'assemblea dei parlamentari non rinasce proprio niente. L'Ulivo, o quella cosa che si va formando oggi, rischia un suicidio politico. Accade una cosa che non avevo mai visto: si decide a maggioranza di decidere a maggioranza su temi fondamentali, che marcano l'identità di uno schieramento politico".
Che ci trova di tanto scandaloso?
"Non capisco a quale modello di organizzazione risponda un sistema in cui, tra forze politiche diverse per storia e cultura, si decida a maggioranza. E' un inedito, che fa parte della vocazione autolesionista dell'opposizione: il gruppo dirigente risolve drasticamente la disputa di queste settimane, tra "grande Ulivo" e "Ulivo ristretto". Decide di ridurre il perimetro dello schieramento futuro, rinunciando in partenza al progetto di un'alleanza allargata. E' un'idea distruttiva. Ma non dubito che incontrerà il plauso dei "veri riformisti" che diranno: bravi, avete fatto la scelta giusta".
Lei è libero di ironizzare. Ma non è che finora, con l'anarchia creativa di questi mesi, il centrosinistra abbia funzionato a meraviglia, sa?
"E' fuor di dubbio che finora è stato un disastro. Ma adesso l'operazione politica che va fatta è esattamente opposta a quella che si vuole fare. Per cementare un'alleanza bisogna cominciare sempre dal merito, mai dal metodo. Loro sfuggono al merito perché su questo sono divisi. Ma questo è un rovesciamento logico dannoso e pericoloso: determina le condizioni che renderanno difficilissima la vita della coalizione. Non trovo elementi logici e razionali, in questa scelta. E questo alimenta i peggiori sospetti".
Cioè? Rutelli, Fassino e D'Alema vogliono spingere l'ala radicale fuori dall'alleanza? Vogliono costringere il correntone alla scissione nei Ds?
"No, non arrivo a pensare a tanto. Ma c'è l'idea di relegare una minoranza in una riserva indiana, che con la sua presenza testimoniale legittima le scelte della maggioranza, che avvengono al di fuori del confronto preventivo. Ho letto cose incredibili: persino il richiamo alla "disciplina" dei gruppi parlamentari. Provo tristezza e anche un po' di pena, soprattutto per quelli che nel mio partito, ai tempi del vecchio Pci, sono stati più volte umiliati proprio in nome della "disciplina"".
Allora, per dire no alle decisioni a maggioranza è preferibile lo spettacolo vergognoso di un'opposizione che vota in ordine sparso sugli alpini in Afghanistan?
"Se non c'è un programma comune, è inevitabile che il voto sia distinto. L'alternativa che ci propongono è il "centralismo democratico". Ma dico: su temi fondamentali come la guerra si può arrivare a decisioni così semplificate?".
Cofferati, il problema è che c'è un terrorismo che minaccia le democrazie occidentali. E queste si devono difendere. E il corteo non basta a difenderle.
"Invece la guerra all'Iraq le difende? Le bombe sugli inermi che non hanno responsabilità né colpa le difende? Il terrorismo si combatte con operazioni selettive di polizia preventiva, non attaccando un intero Paese. Ora per molti sono diventate dirimenti le decisioni dell'Onu. Eppure non dimentico l'afasia e l'inefficienza dell'Onu, che fu alla base degli argomenti con cui si giustificò l'intervento militare nei Balcani. Alloa si disse: così l'Onu non serve più a nulla, e va riformato. E poi basta guardare a quello che è accaduto in Afghanistan: c'è stata la guerra, ma Al Qaeda e Bin Laden sono ancora lì".
Se questa è la linea della sinistra, anche se tornate al governo cadete al primo voto in Parlamento.
"Su un tema fondamentale come la guerra si può anche cadere. Non stiamo parlando di tasse, ma della questione più importante che esista, che riguarda la politica estera, i rapporti politici, quelli economici e soprattutto la coscienza delle persone: un tema che non si risolve a colpi di maggioranza".
Ma se non si dà un nuovo assetto l'Ulivo è morto.
"Oggi l'Ulivo è di fronte a un bivio: o si dà un progetto visibile e un programma condiviso, per poi scegliere regole e leader, oppure si condanna all'asfissia tattica di queste settimane. Il paradosso è che questo accade nel momento di massima difficoltà del governo. Quello che sta avvenendo sull'economia è preoccupante: i la caduta del fatturato industriale di agosto, quel meno 5,5%, precede gli effetti della crisi Fiat. Settembre e ottobre, quindi saranno mesi drammatici. C'è il rischio di una caduta dell'occupazione. Si realizza quello che avevamo previsto: l'assenza di politica industriale, l'abbandono della via alta alla competitività. E l'opposizione che fa? Innesca una polemica personale contro Tremonti, senza capire che quello a cui stiamo assistendo è il fallimento di una politica, non di un singolo ministro. Il fallimento di quella politica sta nel Patto per l'Italia, che minaccia i diritti e non dà sviluppo. E sta nella Finanziaria, che non produce crescita, e toglie solo risorse agli enti locali".
Ma intanto con questa linea è andata a pezzi l'unità sindacale. Le pare sensato, proprio nel momento del dramma Fiat?
"L'unità sindacale sta a cuore a tutti. Ma anche quella si misura dal merito. Se Cisl e Uil pensano che non siano necessarie forme di lotta contro l'azione del governo, le condizioni per iniziative unitarie non ci sono, punto e basta. Questo è un problema, ma si deve sapere che la Cgil non sta ferma, ha la forza per stare in campo da sola. Quanto alla Fiat, è un dramma che tutti hanno colpevolmente trascurato. Ma anche qui, le ricordo che la Fiom a luglio è stata l'unica organizzazione a dire no al piano industriale dell'azienda giudicato "non credibile", e a non firmare un accordo che mandava via 3 mila persone e che Fim e Uilm invece hanno sottoscritto. E allora, si può dire sommessamente che la Fiom ha avuto ragione?. E si può dire che l'opposizione continua ad essere confusa e disattenta anche sul tema dell'unità sindacale?".
Cofferati, dopo questa intervista nessuno penserà più che lei è un riformista.
"Riformista è una parola malata. Persino Berlusconi e Fini si sono dichiarati riformisti. Quanto a me, il riformismo si misura sui fatti. Parla la mia storia. Quanto agli altri, non vedo in giro veri progetti riformisti, ma solo leader che parlano d'altro, alludendo di volta in volta a posizioni sempre più moderate".
L´Ulivo non trova l´intesa, rinviata la resa dei conti
Amedeo La Mattina su La Stampa
L´Ulivo non riesce a decidere su come decidere. Un labirinto kafkiano in cui ieri i piccoli partiti sono stati i protagonisti, insieme al correntone Ds. I capigruppo non hanno trovato un´intesa su come organizzare i lavori dell´assemblea di tutti i parlamentari. Si è litigato anche su chi dovrà presiedere l´incontro. Castagnetti ha proposto di affidare la presidenza a Rutelli, ma mastelliani e Verdi si sono opposti. Angius ha avanzato l´ipotesi di far intervenire Rutelli e Fassino in apertura e chiusura, ma nemmeno su questo si è trovata l´unità. A presiedere i lavori sarà Violante, insieme a Patrizia Toja (Margherita) e Marco Boato (Verdi). Leader, dunque, seduti in platea. Altro che cessione di sovranità da parte dei partiti, altro che speaker unici e introduzione del principio del voto a maggioranza. Questa sera si arriva all´appuntamento con un assoluto corto circuito: nessun documento, nessuna votazione, solo una relazione di Violante, il quale dirà che comunque un piccolo accordo è stato raggiunto: a convocare le assemblee sarà la riunione dei capigruppo. Non Rutelli, quindi, che finora è stato considerato il leader o, quantomeno, il coordinatore dell´Ulivo. Ma alla riunione dei capigruppo, ognuno avrà diritto di veto, per cui deputati e senatori dell'Ulivo potranno essere convocati solo quando tutti sono d'accordo. Al correntone Ds, a Verdi e Udeur non sono bastate le rassicurazioni di Fassino: "Nessuno vuole fare il partito unico dell'Ulivo, ma dobbiamo darci delle regole che consentano al centrosinistra di essere più unito e coeso per rendere credibile la nostra ambizione ad essere alternativi a Berlusconi". La sinistra dei Ds nutre tanti sospetti. "Se D´Alema vuole farsi il partito dei riformisti con la Margherita si accomodi pure", ha detto Gloria Buffo. Non è bastato neanche che Violante abbia proposto di riconoscere, rispetto alle decisioni prese a maggioranza, il dissenso ai gruppi parlamentari. Questa sera ci potrebbe essere un coup de thèatre: che qualcuno (ci stanno pensando gli ulivisti del gruppo Artemide) possa alzarsi, presentare un documento e dire: "Noi andiamo avanti per la nostra strada". "Non possiamo rimanere fermi nella palude", sostiene l´ex ministro prodiano Enrico Micheli. "Se l´unità deve essere pagata al prezzo della paralisi - spiega Ugo Intini dello Sdi - meglio separarci tra una sinistra pragmatica e di governo e una sinistra radicale e massimalista". A movimentare la giornata ieri è stata un lettera ai parlamentari dell´Ulivo e del Prc di Mussi e Salvi. Dicono che bisogna "rimettere al centro i contenuti" perché l'Ulivo non può essere costruito partendo "dal tetto", cioè il voto a maggioranza e il portavoce unico. "L'Ulivo del 2001 non basta più - sostengono i due esponenti del correntone - tanto più velleitaria sarebbe una sua versione più disciplinata, ma più piccola e meno rappresentativa". Allora meglio un'assemblea programmatica da tenere nel marzo 2003 e "aperta al contributo dell'Udeur, dell'Idv, del Prc e dei movimenti". Inoltre, bisogna "riunire da subito deputati e senatori della coalizione, sempre invitando i colleghi del Prc, per aree tematiche per avviare forum comuni". Questa, ha replicato Castagnetti, è "una polemica senza fondamento", perché "non è vero che partiamo dalle regole: a noi interessa arrivare a decisioni politiche, perché l'Ulivo deve avere una posizione sulle questioni fondamentali. E dobbiamo decidere come si fa. Ma l'unico modo che io conosco - ha aggiunto il capogruppo della Margherita - è votare, cercare di arrivare all'unanimità. Poi, se non è possibile, la maggioranza deve poter decidere".
Ancora un muro tra Cgil, Cisl e Uil
Riccardo De Gennaro su la Repubblica
ROMA - La Cgil non cambia linea. Cisl e Uil neppure. Se il primo "appuntamento televisivo a tre" fra Epifani, Pezzotta e Angeletti, doveva essere un test sulla presunta convergenza tra Cgil, Cisl e Uil, allora quel test ha dato questo responso: l'unità sindacale è lontanissima. A "Porta a porta" i tre segretari generali non perdono occasione per stuzzicarsi.
Lo fanno su molti punti in discussione: a partire dalle ragioni dello sciopero generale della sola Cgil di venerdì scorso, per passare ai contenuti del Patto per l'Italia, fino alla delega del lavoro contenente le modifiche all'articolo 18. Alla fine Epifani taglia corto, deludendo tutti coloro che - nel governo, nella Confindustria, ma anche nel centrosinistra - speravano che "tradisse" la linea del suo predecessore, Sergio Cofferati: "Si cambia linea - dice - solo quando si ha torto. La linea della Cgil è giusta: uno sciopero così forte ci dà ragione, perchè dobbiamo cambiare?".
Se da un lato Epifani assicura che la Cgil non cambierà linea, dall'altro Pezzotta ribadisce che "se si vuole l'unità sindacale non si può gridare in piazza che la Cisl ha sbagliato tutto: a quel punto ci penso due volte prima di fare l'unità". A Pezzotta, in particolare, non va giù il cartello con la scritta "Pezzotta, Giuda Iscariota" issato venerdì in piazza a Torino da un lavoratore Cgil.
Invano Epifani gli dice: "Ma è solo un cartello, nelle piazza c'erano milioni di lavoratori. È un cartello che si prende a pretesto...". Ad allargare il solco tra Cgil e Cisl-Uil è soprattutto un tema che il governo sperava dimenticato: le modifiche all'articolo 18. Epifani ricorda che il testo della delega è confuso e può consentire "pasticci" al governo: il rischio è che anche le nuove imprese con più di 15 dipendenti (e non solo quelle che, assumendo, salgono sopra questa soglia) possano aggirare la norma sul licenziamento senza giusta causa.
"Sei tu che fai pasticci. Nel testo non c'è scritto quello che dici", ribatte Pezzotta. Il quale poco prima aveva accusato Epifani di aver fatto "uno sciopero contro i tagli alle tasse per le fasce più basse".
Nella prima metà di "Porta a Porta" il battibecco è pressochè continuo. Epifani: "Abbiamo fatto lo sciopero generale per impedire che la politica del governo porti al declino del Paese". Pezzotta-Angeletti: "E noi per lo stesso motivo abbiamo fatto il Patto".
Epifani: "Ma è un Patto sbagliato, basato su fragili fondamenta: riduce i diritti dei lavoratori ed è ininfluente dal punto di vista della politica anticrisi; la Finanziaria l'ha addirittura sorpassato, peggiorandolo".
Epifani, Pezzotta e Angeletti hanno minori motivi di polemica quando affrontano la crisi Fiat. A questo proposito, i sindacati dei metalmeccanici Fiom, Fim e Uilm (reduci da due accordi separati) ritrovano una sorta di unità d'azione e fissano, in via ufficiosa, al 15 novembre lo sciopero dell'intera categoria a sostegno della vertenza sui tagli Fiat. "Se il piano è quello che la Fiat ci ha presentato, l'azienda è destinata a morire", dice Epifani.
"Quello che bisogna chiedere alla Fiat - aggiunge Angeletti - è un piano industriale e che ci metta i soldi". L'unità tra Fiom, Fim e Uilm si arena però di fronte al rinnovo del contratto dei metalmeccanici.
Oggi in edicola "il Riformista"
Polito: nessun tabu´
Sommario su La Stampa
ROMA. Oggi sarà in edicola il primo numero de il Riformista: tra gli articoli del quotidiano in edicola dal lunedì al venerdì, ci sarà la proposta del senatore Ds Franco Debenedetti che consiglia all'Ulivo di astenersi in senato sul Ddl Cirami; un articolo sul rinnovo contrattuale dei metalmeccanici e anche un reportage firmato da Lucia Annunziata che racconta la storia di una religiosa uccisa a Bagdad. Nell'editoriale poi Polito sostiene che il Riformista non avrà tabù, non darà sconti, non starà nè di là nè di qua. Insomma per il nuovo giornale "non c'è niente, ma niente davvero, che non possa essere discusso e sottoposto ad analisi critica". Ed è convinto Polito che "l'arretratezza politica attuale del centro-sinistra non è un buon alibi per la deriva conservatrice, lo stato confusionale e il tirare a campare che sembrano ormai caratterizzare il governo Berlusconi".
Truffa e verdura
Sommario de il Manifesto
Scoppia il carovita, se ne accorge l'Istat. In ottobre, secondo i dati delle città campione, il tasso di inflazione sale al 2,7%. A far salire i prezzi - e ad alleggerire i portafogli - le spese per scuola, casa, vestiti. Le associazioni dei consumatori: "Ogni famiglia quest'anno spenderà in media 705 euro in più" Il governo nega tutto. Ma parla solo Marzano: "Non c'è nessun allarme", dice il redivivo ministro dell'industria. Contratti e salari restano al palo. Mentre la finanziaria dei condoni viaggia in parlamento: il 31 ottobre in aula a Montecitorio.
L'inflazione galoppa, il governo è fermo
Laura Matteucci su l'Unità
L'inflazione fa un balzo indietro di oltre un anno, sale in ottobre al 2,7% contro il 2,6% di settembre, e preoccupa tutti tranne il governo. Bisogna tornare indietro di quattordici mesi, all'agosto 2001 quando viaggiava sul 2,8%, per trovare un tasso d'inflazione superiore a quello registrato ieri dalle rilevazioni delle dodici città campione. "Questa è la dimostrazione che la politica economica di questo governo ha fallito - commenta Piero Fassino, segretario ds - In un anno e mezzo abbiamo raggiunto il più basso tasso di crescita degli ultimi dieci anni, un'inflazione al 2,7%, che vanifica la politica di risanamento del centrosinistra. Risale il deficit dei conti pubblici, risale il debito pubblico, ristagnano produzione e consumi. E a fronte di tutto questo, c'è una Finanziaria che tutte le categorie sociali hanno bocciato".
Il caro-vita tocca dunque in ottobre i massimi dell'anno. In primo piano istruzione, vestiario e affitti di casa, i capitoli che avrebbero spinto al rialzo l'inflazione, oltre al mancato effetto anti-inflattivo dei prodotti energetici. Prima del dato di ieri (che l'Istat dovrà poi confermare) il tasso d'inflazione aveva viaggiato tra il 2,2% di giugno e luglio e il 2,6% di settembre. E l'Intesa dei consumatori lancia l'allarme: "Con questi livelli - si legge in una nota - in un anno ogni famiglia spenderà 705,61 euro in più rispetto all'anno scorso". Tanto che l'Intesa richiede "un intervento urgente da parte del governo per tutelare i consumatori".
Preoccupazione anche da parte di Confindustria. Il responsabile dell'ufficio studio Giampaolo Galli, infatti, parla di "un dato superiore a quello che ci aspettavamo". E tenta una spiegazione: "Oltre all'effetto petrolio - dice - c'è quello abbastanza significativo da inflazione da servizi: sia per ciò che riguarda la fase di distribuzione dei prodotti industriali, sia per ciò che riguarda i servizi non industriali. Parlo delle telecomunicazioni, dei trasporti, di cinema, ristoranti, e così via". Per Confindustria, e anche per l'Istituto di ricerca Iase, la media annua dell'inflazione si attesterà sul 2,5%, con una revisione al rialzo dopo i dati di martedì. Ma il dato più preoccupante, secondo l'Isae, è il differenziale tra Italia e zona euro, che è tornato ad allargarsi e che a fine anno potrebbe raggiungere i quattro decimi di punto, per mantenersi così anche nel 2003.
Allarme da parte di Confindustria, dell'opposizione, da parte delle associazioni di consumatori, allarme da parte dei sindacati, per i quali sono i salari a rischiare di più, in vista anche dei prossimi rinnovi contrattuali. Quella di ottobre è un'impennata che "colpisce soprattutto i redditi medio-bassi, rendendo inutili i cosiddetti benefici previsti dalla riforma fiscale", come dice il segretario confederale della Cgil Marigia Maulucci, per la quale i dati "confermano la tendenza recessiva" e "appare chiara l'inadeguatezza degli strumenti finora messi in campo per contrastare il fenomeno dell'aumento dei prezzi". Una tesi condivisa anche dal segretario confederale della Cisl Raffaele Bonanni, che parla di "situazione per niente sotto controllo" e di una politica che "traballa, perchè non si vedono ancora gli interventi che dovrebbero rimettere la briglia all'inflazione".
Gli unici a minimizzare sono Confcommercio, secondo cui la fiammata inflattiva di ottobre "era scontata", e avrebbe esaurito la spinta, e ovviamente il governo. Per tutti parla il ministro alle Attività produttive, Antonio Marzano, ma solo per dire che il dato del 2,7% dipende "da fattori stagionali". "Del resto - ha aggiunto liquidando l'argomento - anche l'altro anno eravamo al 2,6%".
Riscaldamento e scuola spingono i prezzi al 2,7%
L'inflazione sale al massimo degli ultimi 14 mesi
Roberto Bagnoli sul Corriere della Sera
ROMA - L'inflazione continua a viaggiare a ritmo sostenuto e in ottobre, nonostante il blocco delle tariffe deciso dal governo, ha segnato una nuova "tacca" verso l'alto a quota 2,7%. Il massimo degli ultimi 14 mesi. A settembre era del 2,6%. Questi i primi dati delle 12 città campione che dovranno essere confermati dall'Istat a fine mese. Alla base di questa mini fiammata i capitoli istruzione e scuola, servizi in genere (in particolare alberghi e ristoranti), abbigliamento, affitti e petrolio da riscaldamento. Il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano si affretta a buttare acqua sul fuoco delle polemiche. "Nessun allarme - ha detto - la stima per ottobre dipende da fattori stagionali, del resto anche lo scorso anno eravamo al 2,6%". Ma per il chief economist della Confindustria, Giampaolo Galli, il dato di ieri è da "guardare con attenzione", è superiore alle attese e "poi da molti mesi siamo di fronte a una continua lievitazione dei prezzi". Una corsa del costo della vita che, secondo gli analisti, dovrebbe portare la media annua nel 2002 al 2,5% contro la stima dell'1,7% confermata ancora dal governo nell'ultima nota di aggiornamento. Se così sarà, si verificheranno pesanti effetti anche sull'anno prossimo, al punto che Galli ha ammesso che Confindustria "dovrà rifare i conti". Una luce non proprio entusiasmante sui nostri fondamentali: se la crescita del Pil (prodotto interno lordo) a fine anno si attesterà sullo 0,4-0,5%, la forbice con l'inflazione (2,5%) è destinata ad aumentare, facendoci perdere altra competitività all'interno dell'euro-zona.
Le associazioni dei consumatori hanno lamentato come le loro previsioni si stiano avverando con il rischio che a fine anno la stangata da inflazione superi i 705 euro per famiglia. E ieri sono tornate a chiedere al governo le riforme strutturali. Il paragone con il resto d'Europa non migliora certamente. Secondo i tecnici, per ottobre, il tasso di inflazione italiano "armonizzato" sarà del 2,9% contro una media europea del 2,3%. Sullo sfondo, un'Europa che viaggia a due velocità: inflazione fredda per Francia e Germania, più calda per Italia e Spagna. Se i sindacati sono preoccupati nel timore che a essere penalizzati siano come al solito i redditi medio-bassi, l'opposizione condanna le scelte del governo. "Il nuovo rialzo - spiega il responsabile economico della Margherita Enrico Letta - è segno che la politica antinflazione non sta funzionando". Anche l'economista Alberto Quadrio Curzio invita a non sottovalutare il problema e ricorda i toni preoccupati del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi quando a settembre parlò del pericolo inflazione.
L'imbroglio dell'Auditel stasera in tv
Arturo Di Corinto su il Manifesto
La televisione è diventata inguardabile. Ce ne siamo accorti tutti e sempre più telespettatori se ne lamentano. Programmi uguali fra di loro, conduttori uguali a se stessi da decenni, format che non tirano. La competizione tra Rai e Mediaset è ai minimi termini (come testimoniano gli scarsi investimenti al Mipcom, la fiera mercato dei prodotti televisivi), le aziende lamentano il mancato ritorno degli investimenti pubblicitari e, insieme alle polemiche per i proventi dei diritti televisivi dello sport, la crisi dei varietà miliardari completa un quadro già problematico. Se a tutto questo aggiungiamo la tv spazzatura che muove l'ordine dei giornalisti a chiedere il rispetto delle regole per i propri associati, le richieste reiterate del Garante per la Privacy affinché drammi e storie personali non vengano trattate in tv come fossero chiacchiere da bar, le critiche delle organizzazioni che reclamano uno spazio alla comunicazione sociale senza trovarlo, il quadro diventa ancor più fosco.
È probabilmente per tutti questi motivi che gli uffici stampa dei grandi network nelle ultime settimane sono stati mobilitati a sfornare i numeri dell'audience e quegli indici di gradimento che rimanderebbero al mittente le critiche al sistema televisivo
I numeri
Dietro la girandola dei numeri relativi agli ascolti c'è infatti l'idea che la scelta del telespettore sia un indice di qualità e che la sua certificazione in forma di numeri consenta di decidere se un programma funziona oppure no, se va continuato oppure cancellato dal palinsesto. Ma sono gli stessi che fanno la televisione a polemizzare con questa misura di gradimento. L'ultimo è stato Gianni Morandi che è apparso in mutande nello show "Uno di noi" criticando il sistema di rilevazione dei dati d'ascolto, l'Auditel.
Però, mentre il cantante nazionale polemizza giustamente coi gusti di un pubblico guardone che farebbe registrare picchi d'ascolto solo di fronte a mutande, reggiseni e litigate in diretta, altri mettono in dubbio l'attendibilità stessa delle rilevazioni affidate all'Auditel.
E non si tratta solo di noti anchormen come Arbore e Santoro ma anche del presidente Rai Baldassarre, del ministro Gasparri, che ne ha annunciato la riforma, sulla scia dell'ex ministro Giovanna Melandri, e dello stesso presidente della Commissione di vigilanza Rai, Petruccioli, che ha invocato maggiore obiettività auspicandone il passaggio sotto il controllo della Authority, che a sua volta ha avviato uno sorta di studio di fattibilità.
A questo coro di critiche si uniscono quelle degli utenti di televisione e dei consumatori.
Il motivo è presto detto. L'Auditel è un caso di conflitto d'interessi sui generis perché è di proprietà in parti uguali di Rai, network privati (Mediaset in primis) e dell'Associazione utenti di pubblicità. Cioè è di proprietà degli stessi di cui dovrebbe controllare le performance. Una scatola nera di cui non sono note né tecnologie né metodi di rilevamento. Infatti, nonostante l'Auditel sia un servizio di interesse pubblico, che influenza fortemente le scelte editoriali delle tv, essendo gestito da una società privata non può essere soggetto a controlli, anche in contraddizione con la legge 249 che attribuisce all'Autorità per le Telecomunicazioni la competenza della supervisione della raccolta degli ascolti.
Un fatto che, unito ai reclami delle piccole televisioni che si considerano penalizzate dai dati Auditel a favore delle tv nazionali, perché tali dati dirottano le risorse pubblicitarie solo sui grandi network, contribuisce a blindare il sistema televisivo in un soffocante duopolio.
Il fatto nuovo è che queste critiche da esperti del settore cominciano ad essere oggetto di dibattito pubblico grazie a due eventi. Il primo è l'uscita di un libro di Roberta Gisotti - giornalista di Radio Vaticana - intitolato "La Favola dell'Auditel", (Editori Riuniti, pp. 158, 12 euro), che spiega con dovizia di particolari la sua crociata contro l'Auditel mettendone in dubbio affidabilità e imparzialità. Il secondo è che l'Associazione Megachip ha avviato una campagna di informazione nazionale sull'Auditel - sarà presentata domani alle 11,30 presso la Fnsi di Roma - come prima iniziativa di un progetto di ricerca sulla qualità e l'autonomia del mondo dell'informazione.
Caccia alle famiglie Auditel
La caccia alle famiglie Auditel serve proprio a capire se i televisori siano accesi senza che nessuno li guardi, come nel caso di chi la televisione la usa come sonnifero lasciandola accesa, e se, per favorire questo o quell'amico si manovri il rilevatore distorcendo gli ascolti. In questa curiosa caccia all'Auditel i due giornalisti citano almeno un paio di clamorose incongruenze del sistema di rilevamento. La prima è che l'Auditel tra il 16 e il 18 novembre del 1998 avrebbe registrato la presenza di 300 mila spettatori sintonizzati su un canale locale mentre questo non trasmetteva perché chiuso dalla magistratura. Il secondo dato curioso è che il 15 luglio del 2000 l'Auditel non avrebbe registrato alcuna variazione nel gusto del pubblico in occasione dell'interruzione per pioggia del programma all'aperto di Mara Venier e Katia Ricciarelli, durante la quale fu trasmesso per un quarto d'ora il solo segnale orario. E si chiedono: "possibile che il pubblico sia così affezionato da rimanere davanti a un televisore acceso che non trasmette niente"?
Conoscere la verità sull'Auditel non è questione di poco conto se si pensa che è in base all'audience televisiva che si stabilisce quanto costa la pubblicità all'interno di ogni singola rete e di ogni singolo programma.
Viceversa, con questi dati le televisioni sono in grado di valutare la performance, ovvero il gradimento dei propri programmi e stabilire il prezzo per gli investori. Fatto assai importante perché è dalla raccolta pubblicitaria che la tv genera la maggior parte delle risorse per le proprie produzioni. Pochi ascolti generano poca pubblicità e poca pubblicità spesso equivale alla chiusura del programma. Però se l'Auditel è responsabile della sorte di direttori, autori e consulenti, può anche fare la fortuna di una trasmissione che "per caso" vince la battaglia degli ascolti obbligandoci a sorbircela all'infinito. Vi viene in mente qualche esempio?
"La Casa Bianca gestisce la crisi pensando al voto di novembre"
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - A due settimane dalle elezioni congressuali, Larry Sabato tende a vedere ogni mossa del presidente Bush in funzione della politica interna americana. Anche la dichiarazione dell'altro ieri, evidenziata dal New York Times , che la Superpotenza punta sulla diplomazia per disarmare l'Iraq e sarebbe felice se Saddam Hussein realizzasse le risoluzioni dell'Onu perché equivarrebbe a un cambio di regime a Bagdad, come a dire che non ci sarebbe più bisogno di rovesciare il raìs. Sabato, consulente del Congresso e moderatore di dibattiti elettorali, afferma che "la crisi irachena influirà sul voto del 5 novembre, anche se meno di quanto speri il presidente", e Bush pertanto la gestisce in questi giorni nel modo più rassicurante possibile per l'elettorato.
Non pensa che abbia cambiato linea? O che faccia la colomba per vincere le resistenze del Consiglio di sicurezza dell'Onu? "No, sono convinto che il suo obiettivo rimanga l'eliminazione del despota iracheno. Sicuramente ha moderato il tono anche per strappare alla Francia, alla Russia e alla Cina l'assenso alla sua risoluzione, che ha edulcorato nella forma ma non nella sostanza. Ma secondo me ha parlato soprattutto per gli americani, che preferiscono una soluzione pacifica della crisi irachena: i sondaggi dicono che sono per la guerra con l'Iraq se autorizzata dall'Onu, non unilaterale come minacciano i falchi".
Chi può averglielo suggerito? Il segretario di Stato Powell, il consigliere della sicurezza Condoleezza Rice?
"Temo che Powell, l'unica vera colomba dell'amministrazione, non abbia voce in capitolo, e la Rice è un falco. No, lo stratega elettorale del presidente è Karl Rove: credo che sia stato lui a suggerirgli di sfumare la denuncia di Saddam Hussein per un mucchio di motivi".
Quali?
"Rove vuole fare apparire antipatriottici i democratici che obiettano alla guerra, è persuaso che così perderanno alle urne. Ma non gli è sfuggito che la crisi irachena contribuisce a deprimere la Borsa e l'economia: quando la prospettiva della guerra si avvicina, Wall Street scende e le grandi imprese tirano i remi in barca, cosa che attira critiche ai repubblicani. Inoltre, Rove ha bisogno del voto del centro per mantenere il controllo della Camera e conquistare quello del Senato. Se l'intero Congresso finisse in mano democratica, Bush sarebbe nei guai".
E' un'ipotesi plausibile?
"Per ora, è impossibile fare pronostici. Dai nostri sondaggi, i due partiti sono praticamente alla pari e non mi stupirei se l'attuale equilibrio di forze al Congresso rimanesse invariato. Ma c'è una notevole differenza tra le aree di Washington e New York e la provincia: nelle prime, forse perché colpite dal terrorismo, l'Iraq è il tema più importante, nella seconda lo sono gli scandali della Borsa e il ristagno dell'economia.
Un'ultima domanda: l'America attaccherà l'Iraq o no?
"Lo attaccherà, a meno che Saddam Hussein si arrenda o se ne vada, un'ipotesi che mi sembra assurda; lo attaccherà anche da sola, con l'Inghilterra, checché ne pensi l'Onu. Al Congresso sento dire che lo attaccherà a gennaio o febbraio al più tardi, ossia prima del caldo, come accadde 11 anni fa".
Iraq, Russia e Francia stoppano nuova risoluzione Usa: documento inaccettabile
Roberto Rezzo su l'Unità
Gli Stati Uniti hanno presentato presentato al Consiglio di Sicurezza dell'Onu una nuova bozza di risoluzione sull'Iraq ma, nonostante le modifiche apportate, il testo ha suscitato profondo scontento da parte di due Paesi che dispongono del potere di veto: Francia e Russia. La discussione al Palazzo di Vetro è iniziata soltanto martedì mattina, ma le dichiarazioni che giungono da Mosca non lasciano adito a dubbi: "Il documento è inaccettabile", recita l'agenzia Interfax, citando fonti governative. Il ministro degli Esteri francese, Dominique de Villepin, ha fatto sapere che "c'è ancora molto da lavorare" prima che si possa raggiungere un accordo.
Il problema, secondo le indiscrezioni provenienti dagli ambienti diplomatici, riguarda le ambiguità del testo messo a punto dall'amministrazione americana di concerto con la Gran Bretagna. Il documento, oltre a conferire ampi poteri agli ispettori dell'Onu ed ammonire Saddam Hussein che in caso di mancata cooperazione "andrà incontro a gravi conseguenze", per ben due volte fa riferimento all'Iraq citando una "materiale violazione delle precedenti risoluzioni Onu". Gli esperti di diritto temono che tanto potrebbe bastare per autorizzare implicitamente un intervento militare contro Baghdad.
La risoluzione per essere approvata richiede il voto a favore di almeno nove dei quindici Paesi membri del Consiglio di Sicurezza e nessun veto da parte dei membri permanenti (Usa, Gran Bretagna, Francia, Cina e Russia). La posizione di Parigi, sostenuta da Mosca e Pechino, rimane quella di una risoluzione in due tempi, senza che scatti alcuna autorizzazione alla forza senza prima un'ulteriore discussione in sede al Consiglio.
La discussione al Palazzo di vetro era appena iniziata, che la Casa Bianca già manifestava la propria sfiducia per i negoziati. "Non credo che Saddam Hussein accetterà di disarmarsi, anche se questo potrebbe consentirgli di rimanere al potere - ha detto il presidente George W. Bush - Abbiamo tentato la via diplomatica, stiamo facendo ancora un tentativo. Sono convinto che il mondo libero possa disarmare quest'uomo in modo pacifico. Ma se questo non accadrà, siamo decisi, come altre nazioni, a disarmare comunque Saddam".
Bush si è avventurato quindi in un tortuoso distinguo per spiegare come mai è pronto a scatenare una seconda guerra nel Golfo, mentre non sembra intenzionato a spedire truppe contro la Corea del Nord, che pure - al contrario dell'Iraq - ha esplicitamente ammesso di avere un programma nucleare. "Il caso di Saddam Hussein è diverso - ha spiegato Bush - perché questo individuo ha utilizzato gas tossici contro la sua stessa popolazione. Ha utilizzato armi per la distruzione di massa contro i Paesi vicini e contro i suoi nemici interni. Ha detto chiaramente di odiare gli Stati Uniti e i loro alleati".
Mentre Washington morde il freno per attaccare e giunge notizia che i marine Usa si stiano addestrando per la guerriglia urbana, Hans Blix, capo degli ispettori Onu, si dice convinto che un conflitto possa essere evitato. "Sono convinto che se l'Iraq ci aiuterà ad accertare che non possiede armi per la distruzione di massa, la guerra non ci sarà - ha dichiarato Blix da Mosca, dove si è recato per un incontro con i vertici governativi - Sono sempre stato dell'opinione che le ispezioni in Iraq debbano riprendere il più presto possibile e che ogni decisione del Consiglio di Sicurezza debba essere presa sulla base del risultato degli accertamenti".
23 ottobre 2002