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L'affondo della Boccassini: "Imi-Sir, prove come macigni"
Redazione de
la Repubblica

MILANO - Due ore di requisitoria per concludere che le prove ci sono e pesano come "macigni". Due ore per dimostrare che le dure condanne chieste sono giustificate perché "da una parte ci sono persone che hanno corrotto e dall'altra magistrati che si sono lasciati corrompere". Ilda Boccassini chiude così la sua requisitoria al processo Imi-Sir. Il pubblico ministero, sabato scorso, aveva cominciato la requisitoria con richieste di condanna per tutti gli imputati: in particolare 13 anni di reclusione per il parlamentare di Forza Italia Cesare Previti.

La requisitoria della Boccassini comincia dal Tribunale di Roma. "In quel periodo da parte degli imputati c'era un capillare controllo del territorio e per territorio intendo la Suprema Corte. Una struttura militare", attacca il pm. Il magistrato definisce le accuse "puntuali e circostanziate" a fronte di spiegazioni degli imputati "che non spiegano" e in alcuni casi sono "inverosimili". Si confermerebbe, insiste la Boccassini, la tesi della Procura: "Dai Rovelli sono arrivati un sacco di soldi e una serie di persone si è attivata per corrompere l'ordine giudiziario". Il pm parla di clima "di sospetto e di sfiducia" che nel '93 c'era in Cassazione, di "manipolazioni" di fronte alle quali alcuni magistrati si sentivano impotenti per arrivare a dire che c'era un "controllo del territorio militare".

Ricorda i tabulati telefonici e le agende sequestrate ad Attilio Pacifico, la Boccassini per dimostrare "l'evidente interesse degli imputati" per la causa Imi-Sir. "Non c'è dubbio che Previti e Pacifico non hanno avuto un ruolo in questa causa ma un ruolo occulto, da regia - continua il pm - E alla fine con questi metodi, esposti anonimi e sparizioni, la causa è stata vinta". E poi ancora: "Noi riteniamo che anche con questi dati è stata più che dimostrata l'ipotesi accusatoria: cioè che una serie di persone si è attivata per corrompere l'ordine giudiziario".

La Boccassini poi accenna a Stefania Ariosto, il cosidetto teste Omega. Da quella testimonianza, sono partiti gli accertamenti e grazie agli esiti delle rogatorie svizzere venne scoperta "una miniera d'oro" e i conti esteri dei magistrati Renato Squillante, Vittorio Metta, Filippo Verde, Paolo Zucchini e Antonino Vinci. Per Boccassini "è stato lungo e laborioso scavarci dentro", una difficoltà "per le procedure".


Così
Jena su
il Manifesto

Ieri sera al Tg1 un giornalista (chiamiamolo così) ha intervistato (diciamo così) l'on. Previti e gli ha posto la seguente domanda (definiamola così): "Come ci si sente in questi momenti?". Previti si sentiva benissimo, i telespettatori un po' meno.


Settimana cruciale
Vittorio Grevi sul
Corriere della Sera

Ieri è iniziata una settimana cruciale per la sorte del processo di Milano relativo alle vicende Imi-Sir e Lodo Mondadori, che vede accusati di corruzione giudiziaria il deputato Cesare Previti insieme a diversi magistrati e avvocati (non anche, invece, il presidente Berlusconi, già prosciolto per scadenza dei termini di prescrizione). Ma la settimana è cruciale anche per la sorte della disciplina del codice relativa al trasferimento dei processi per rimessione dall'una all'altra sede giudiziaria. Sia perché nei prossimi giorni dovrebbe concludersi al Senato il secondo esame sul cosiddetto disegno di legge Cirami, divenuto ormai un'assoluta "priorità" della politica governativa, essendo volto a dilatare le maglie di tale disciplina in dichiarato collegamento con i ben noti processi milanesi (salva l'esigenza d'un suo ritorno alla Camera per la correzione di un grave errore, peraltro non l'unico, nel testo già approvato a Montecitorio). Sia soprattutto perché stamane si discute dinnanzi alla Corte costituzionale la nota questione di legittimità relativa all'attuale disciplina della materia, sollevata dalle sezioni unite della Cassazione su iniziativa dei difensori degli imputati Berlusconi e Previti: un'iniziativa diretta proprio ad incidere sull'esito del procedimento di rimessione (da Milano a Brescia) avviato dagli stessi e da altri imputati nell'ambito dei suddetti processi milanesi, ed altrimenti destinato ad una pronuncia di rigetto, sulla base del diritto vigente. All'indomani della rigorosa requisitoria della pubblica accusa nel dibattimento che sta concludendosi a Milano, dunque, spetta oggi alla Corte costituzionale affrontare una questione che, se accolta, potrebbe cambiare il quadro normativo in tema di rimessione. In particolare, la Corte dovrà stabilire se l'odierna dettagliata disciplina codicistica abbia, o non abbia, violato la direttiva della legge delega, là dove alludeva anche al "legittimo sospetto" tra le possibili ipotesi di rimessione. E' perfino inutile ripetere, al riguardo, le molte ragioni che, in nome della garanzia costituzionale della "precostituzione" del giudice, giustificano la scelta restrittiva compiuta dal codice (del resto nell'ambito della discrezionalità propria del legislatore delegato), ed anzi inducono a pensare che, semmai, dovrebbe ritenersi incostituzionale il riferimento operato dalla legge delega alla troppo vaga formula del "legittimo sospetto".
In definitiva, tutto fa pensare che la questione di costituzionalità verrà rigettata.

Ecco perché appare essenziale che i giudici costituzionali decidano prima dell'approvazione, o comunque della promulgazione, della "legge Cirami", mentre risulta priva di senso istituzionale (oltre che espressiva di una scelta dilatoria non conforme al ruolo dell'organo) l'idea di una Corte costituzionale che ritardi la propria pronuncia, in attesa del sopravvenire di tale legge.
A ciò la Corte non è tenuta - come ha ricordato di recente anche l'ex presidente Giovanni Conso - e, d'altra parte, per questa via, la medesima Corte accrediterebbe l'opinione di una diretta applicabilità della nuova legge proprio a quei processi per i quali i suoi stessi fautori riconoscono che è stata promossa e discussa a tappe forzate. Tuttavia, se così fosse, saremmo in pieno contrasto con la giurisprudenza costituzionale, che non ammette l'immediata applicabilità delle nuove norme di competenza, quando siano state dettate "in vista di singole controversie". Esattamente quel che accade, per l'appunto, nel nostro caso. Ma è proprio quello che la Costituzione intende vietare.


Ecco la Finanziaria dei condoni
Fisco, edilizia, auto e videopoker
Lucio Cillis e Roberto Petrini su
la Repubblica

ROMA - Condonismo oppure condonite. Sta di fatto che ha assalito i parlamentari della maggioranza. Nessuno esente, da Forza Italia alla Lega a An all'Udc. Neanche il governo può chiamarsi fuori: nella Finanziaria ha già previsto almeno quattro varianti di concordato fiscale. Ora, tra i 4.000 emendamenti arrivati in commissione, furoreggiano sanatorie di ogni tipo e dimensione: dal condono fiscale tombale a quello edilizio, da quello per le multe automobilistiche a quello per chi non ha pagato il canone. Spuntano misure di perdono - dietro pagamento, naturalmente - per chi ha affisso irregolarmente manifesti elettorali, per chi deve iscrivere nuovamente al Pra le auto d'epoca, per chi non ha versato i contributi agli agricoltori, per gli esercenti che intendono regolarizzare le macchinette del videopoker.

E' la versione 2002 dell'assalto alla diligenza: invece delle lobby del campanile e delle associazioni più varie di fronte alle commissioni a chiedere soldi ed emendamenti, stavolta, visto che soldi ce ne sono pochi, i peones chiedono indulgenze per ogni tipo di reato e irregolarità. Legambiente ha calcolato ieri che dall'inizio della legislatura ad oggi sono giunte circa 30 proposte di sanatorie ambientali.

Gli occhi sono naturalmente puntati sull'attesa trasformazione del concordato in condono tombale: a cura dei tre parlamentari di Forza Italia, Vitali, Arnoldi, Marras, specializzati in condoni (è loro la firma della sanatoria sulle contravvenzioni) si evita tutta la trafila prevista dalla Finanziaria. Si propone una "sanzione" pari al 20 per cento dell'imposta dovuta per chiudere tutto. Tempo fino al 30 novembre di quest'anno e dentro anche Irpeg, Iva, Irap. Soluzione tombale per raccogliere gli 8 miliardi di euro che ancora ieri Tabacci (Udc) metteva in dubbio con l'attuale formulazione e parlava di necessità di una manovra aggiuntiva. Baldassarri ha negato questa eventualità.

Grande clamore tra gli automobilisti per la sanatoria sulle multe (dal 1946 ad oggi non è mai stata fatta): 30 per cento del dovuto entro il 31 marzo del 2003 e ci si toglie il pensiero.



Il gran decisore che decide poco
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Equità esige che si riconosca, se si vuole fare un bilancio del primo anno e mezzo del governo Berlusconi, il fatto che questo governo si è trovato a operare in una congiuntura infelice. La grande "gelata" dell'economia internazionale lo ha messo subito in difficoltà. Va aggiunto che qualunque governo annasperebbe sotto l'effetto di un colpo così devastante come la crisi della Fiat. Ciò riconosciuto, è sempre un'esigenza di equità che obbliga anche a constatare come molte difficoltà del governo dipendano, al di là del suo encomiabile attivismo, dallo stile di Silvio Berlusconi, dalle caratteristiche della sua leadership . Occorre ammettere l'esistenza di un gap , di una differenza, fra l'immagine che Berlusconi ha dato di sé agli elettori, e che spiega i suoi successi elettorali, e il suo modo di governare. Perché Berlusconi vinse le elezioni? Perché si presentò come il Gran Decisore, come un uomo che, forte della sua esperienza di costruttore di un impero economico, avrebbe portato nella politica una capacità di decisione sconosciuta ai vecchi mestieranti della politica. In virtù di questa superiore capacità decisionale, i tanti problemi, che i mestieranti non ebbero mai cuore di affrontare, sarebbero stati presi di petto e, almeno in parte, risolti. Al doroteismo, malattia tradizionale della politica italiana, sarebbe finalmente subentrato il decisionismo.
Se dobbiamo giudicare da questo primo anno e mezzo, le cose non stanno così. Facciamo qualche esempio. Conflitti a non finire dividono il Paese sulla giustizia (vedi rogatorie e Cirami), ma ancora non si è vista nessuna misura di carattere "strutturale" (se si eccettua un intervento di dubbia incisività sulla composizione del Consiglio superiore della magistratura) capace di modificare l'ordinamento giudiziario. Come mai il governo non ha ancora diviso le carriere di giudici e pubblici ministeri? Che cosa aspetta? Ancora, tutti sanno che il settore previdenziale è il nervo scoperto della finanza pubblica. Come mai solo adesso si (ri)comincia a parlare di riforma delle pensioni? Perché questa riforma non è già stata avviata? La stessa grande controversia sull'articolo 18 non ha fin qui prodotto alcunché, e circola la voce secondo cui il tema verrà tacitamente abbandonato

Forse gioca il suo personale desiderio di piacere a tutti (di cui è una dimostrazione la gaffe sull'Iraq durante l'incontro con il presidente russo Putin), e forse no, ma è un fatto che Berlusconi dà la sensazione di volere, su tante questioni controverse, più smussare gli angoli che produrre decisioni efficaci. Almeno se per tali si intendono le decisioni che creano conflitto e dividono quanti sono interessati dalla decisione in vincitori e perdenti. Da qui un, altrimenti inspiegabile, attendismo (come nella questione, sempre rinviata, del rimpasto del governo), una sorta di "assenza" di leadership che si ripercuote sull'azione dell'intero gabinetto, rendendola confusa e opaca, e sulla coesione (sempre minore) della maggioranza. Come conferma oggi anche il fatto, assai bizzarro, che la Finanziaria non è difesa, nell'attuale stesura, neppure da alcuni esponenti dell'esecutivo.
Il doroteismo, tecnica di governo consistente nel rinviare i problemi o nel produrre decisioni pasticciate mediando fra tutti gli interessi in gioco, era reso possibile, nella vecchia Repubblica, da due condizioni. Era una tecnica adeguata alle necessità di una democrazia bloccata, fondata sull'assenza di alternanza. Non comportava alcun conflitto fra l'immagine che i dorotei davano di sé agli elettori e il loro stile di governo. Nessuna di queste condizioni esiste oggi. E nessuno meglio del leader della coalizione maggioritaria dovrebbe saperlo.


Ci siamo perchè vogliamo l'Unità
Federico Orlando su
l'Unità

A poche ore dall'apertura a Castel San Pietro Terme dell'incontro fra i gruppi che hanno dato vita ai girotondi, voglio anch'io ringraziare Nicola Tranfaglia che un mese fa, su queste pagine, indicò così lo scopo dell'incontro: "Vediamoci per piantare il nuovo Ulivo". Il milione di presenze a piazza San Giovanni rendeva tutt'altro che presuntuoso l'obbiettivo.
L'opposizione al modello antropologico della destra è comune ai gruppi, alle associazioni, alle fiaccole del movimento. Il problema è come inserire il movimento nei rapporti tra forze politiche interessate come noi alla difesa del sistema costituzionale e al suo tradursi in risposte agli accadimenti e ai bisogni nuovi.
Va premesso che organizzazione aperta, strutture fluide e rifiuto di leadership carismatiche sono condizioni perché il movimento si inserisca, appunto, tra forze politiche amiche e non pensi di contrapporvisi e scavalcarle (a parte i modi di comunicare col Paese e anche qualche occasionale necessaria supplenza nell'agorà). Ciò premesso, è del tutto consequenziale l'invito di Tranfaglia ai movimenti a "partire con esplicito riferimento" dai valori che costituirono il programma di Prodi nel 1996. Essi sono: la solidarietà concreta verso i concittadini più deboli e verso i lavoratori; la difesa di tutta la prima parte della Costituzione, i cui valori alimentino i nuovi diritti di cittadinanza, quindi in chiave dinamica; una politica internazionale Europa-pace-ambiente vissuta in modo problematico e non dogmatico; selezione democratica della classe di governo a tutti i livelli, senza caste ereditate dalla società chiusa; coerenza dei comportamenti individuali con la moralità della nuova comunità politica, appunto i movimenti.
Mi permetto di aggiungere due esigenze, che sono implicite nell'invito di Tranfaglia. La prima è che fra le associazioni in cui i cittadini possono riunirsi, la Costituzione individua i partiti politici per "concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". E dunque, proprio perché difendiamo la Costituzione, non possiamo essere contro i partiti, ma solo contro quei partiti personali e partiti-azienda che sono fuori dal metodo costituzionale. La seconda esigenza è che i movimenti riconoscano la democrazia del mercato e ne considerino le aziende come co-protagoniste, al pari dei sindacati, dei lavoratori indipendenti, del terzo settore, della ricerca, del commercio. Questi due riconoscimenti c'erano nel programma di Prodi del 1996.

Ma, soprattutto, il programma prodiano era la traduzione del patto tacito fra la borghesia imprenditoriale e la sinistra politica e sindacale: patto col quale la prima accettava il governo della seconda, ma attraverso la mediazione della cultura storica del "centro che muove a sinistra" per usare la formula degasperiana. Con la caduta di Prodi, finì la mediazione e cadde il patto. La borghesia ne riscrisse un altro con Berlusconi, in chiave non più di collaborazione, ma di blocco sociale. Cioè di egemonia.
Costruire il nuovo Ulivo significa, secondo me, ricostruire il patto del 1996, il "tridente" lavoro-impresa-ceto medio riflessivo; e quindi significa trovare la capacità e i contenuti della nuova mediazione. Per milioni di imprese e lavoratori d'ogni ceto, la speranza berlusconiana è durata meno della speranza ulivista di sei anni fa, non appena il blocco sociale s'è reso conto che l'egemonia non sarebbe stata sua, ma soltanto dei più forti e spregiudicati.



Per Alessio e Christian confetti e spumante
Maria Corbi su
La Stampa

ROMA Sposati? No "pacsati". Alessio De Giorgi e Christian Panicucci escono mano nella mano dal consolato di Francia e il riso lanciato dagli amici suggella la loro unione civile. Anzi il loro Pacs, il patto civile di solidarietà che dà alle coppie di fatto, e quindi anche ai gay, gli stessi diritti di quelle sposate.
Un'invenzione d'oltralpe che da noi ancora non esiste (Franco Grillini, fondatore dell Arcigay, ha depositato alla Camera il testo della proposta di legge per l'istituzione dei pacs) a cui Christian ha potuto accedere grazie alla cittadinanza francese (è nato a Grenoble). Auguri, dunque, senza figli per ora.
"Io li vorrei ma Christian dice che con la nostra vita è sufficiente il cane", spiega Alessio davanti a palazzo Farnese con le guance arrossate dall'emozione, travolto da fotografi, giornalisti, curiosi. Tutti qui, in via Giulia, nella vecchia entrata della servitù del palazzo, per assistere a quelle che sono considerate le prime nozze gay in Italia.
L'orologio segna le undici precise, come indicato nella classica partecipazione in cartoncino panna. I due ragazzi, 33 anni Alessio e 37 Christian, sorridono, si abbracciano e si baciano, in bocca, davanti agli sguardi curiosi della folla. Nozze classiche con gli "sposi" (fidanzati da dieci anni) vestiti da cerimonia (completi scuri e cravatta modaiola di seta cruda arancione) e le mamme che hanno tirato fuori dall'armadio il loro completo migliore.

"Adesso la ritengo una situazione normale". Mamma Giovanna dice di conoscere "da sempre" la situazione e che l'unica cosa che conta è la felicità dei due ragazzi. E a vederli, just married, sono più che felici. Intorno a loro per strada c'è una vera festa popolare. Arriva la carrozzella con il ronzino Valerio abbigliato a festa e il conducente Ciummi, "romano de Roma" che non capisce ma si adegua: "Se va bene a loro".



"Attacchiamo l'Iraq insieme"
Bush studia la proposta Sharon
Franco Pantarelli su
il Manifesto

NEW YORK - Quella cominciata ieri dovrebbe essere la settimana decisiva per avviare la crisi Iraq sul sentiero della "soluzione pacifica" attraverso la partenza degli ispettori dell'Onu per l'Iraq, ma il tema dominante rimane la guerra. Il Washington Post ha rivelato alcuni dei contenuti dei colloqui che Ariel Sharon, il primo ministro israeliano, ha avuto con George W. Bush la settimana scorsa e si tratta di contenuti piuttosto inquietanti. Il problema di Bush, come si sa, era quello di ottenere da parte di Sharon l'impegno che, una volta scattata l'operazione militare contro l'Iraq, Israele eviti di "farsi coinvolgere". Sharon quell'impegno si è detto disposto a sottoscriverlo, dice il Washington Post, ma ha anche fatto presente che se l'Iraq, come risposta all'attacco americano, lancia i suoi missili Scud su Israele, sarebbe difficile per lui restare inattivo. Nessun problema, gli ha risposto Bush sempre secondo il giornale. Faremo in modo che le bombe americane colpiscano innanzi tutto le installazioni missilistiche situate nella zona occidentale del deserto iracheno (quella più vicina a Israele) e in questo modo gli Scud non potranno neanche partire. E chi mi garantisce - ha replicato Sharon - che ad essere colpite saranno "tutte" le installazioni missilistiche, comprese quelle che Saddam Hussein ha nascosto molto bene? Se non ti fidi dei nostri mezzi di ricognizione - si è spazientito a quel punto Bush, sempre secondo le fonti del Washington Post - perché non ci dici tu dove dobbiamo esattamente colpire? Così è nata l'idea dell'"operazione congiunta" israelo-americana come primo attore a presentarsi sulla scena non appena il sipario della guerra verrà alzato, che la Casa Bianca non ha smentito ma solo "corretto", sostenendo che non si tratta di un accordo già stipulato con Sharon, come dice il Washington Post, ma di una cosa che Bush e i suoi uomini stanno "valutando".

Nella zona del deserto occidentale iracheno, infatti, le trivelle non hanno mai operato, ma gli esperti della Eia, la "Energy Information Agency" del governo Usa calcolano che lì sotto c'è tanto di quel petrolio da fare dell'Iraq addirittura il primo produttore al mondo. Le cifre? Attualmente l'Iraq ha una capacità "ufficiale" di 112 miliardi di barili ed è ampiamente superato dall'Arabia Saudita con i suoi 262 miliardi. Ma secondo l'Eia la capacità irachena è sottostimata e la cifra vera dovrebbe essere di almeno 220 miliardi di barili. Siccome però, aggiunge l'agenzia di Washington, c'è ancora una buona parte di territorio iracheno che non è stata ancora esplorata, come appunto la zona del deserto occidentale, la stima "reale" della capacità irachena arriva ad almeno 332 miliardi di barili, 70 miliardi più dell'Arabia Saudita, cui vanno aggiunti i 4.250 miliardi di metri cubi di gas naturale che si trovano anch'essi in quella porzione di Iraq e che sommati ai 3.100 miliardi di metri cubi "ufficiali" portano l'Iraq al quarto posto dei produttori mondiali di gas naturale dopo Russia, Iran e Arabia Saudita.

Tutto ciò spiega probabilmente l'idea dell'operazione congiunta con Israele, che farebbe di quel ricco deserto la prima parte di territorio iracheno ad essere occupato dalle truppe americane

La guerra "contro" Saddam Hussein, insomma, puzza sempre più di guerra "per" il petrolio iracheno. E anche le schermaglie già cominciate sulla nuova risoluzione da far adottare al Consiglio di Sicurezza mostrano la voglia americana di combatterla a tutti i costi. I "termini" che dovranno regolare il lavoro degli ispettori - che oggi saranno a Mosca da Putin - si fanno sempre più duri. Condoleezza Rice, la consigliera di Bush, confondendo il suo pensiero con quello dell'intera umanità dice che "il mondo avrà un atteggiamento da tolleranza zero con l'Iraq. Non accetteremo neppure due ore di ritardo fra il momento della richiesta di un'ispezione e il monento in cui essa effettivamente avrà luogo". La faccenda della scorta armata che gli americani vogliono assegnare agli ispettori non è caduta, come l'altro giorno era stato detto da fonti americane, ma è stata confermata (o riesumata) con tutto il suo carico "provocatorio" che gli altri Paesi considerano "inutile" (e anzi temono perché quegli uomini armati potrebbero essere sfruttati dagli americani per creare un casus belli). E naturalmente resta il punto dei "palazzi presidenziali", sui quali gli americani vogliono che gli ispettori abbiano un "immediato, incondizionato accesso, non solo ai luoghi ma anche ai documenti", cioè la cosa che più fa gola, visto che nessuno pensa che quei luoghi possano davvero nascondere le armi. L'unica differenza, nell'atteggiamento di Washington, è che prima ha fatto di tutto per evitare che gli ispettori partissero per Baghdad, mentre adesso vuole accelerare i tempi, sia della risoluzione che della partenza degli ispettori. E' un problema di "finestra", spiega una fonte del New York Times, nel senso che il periodo buono per attaccare, per il Pentagono, è fra dicembre e febbraio e non vogliono che quella finestra - appunto - si chiuda senza che fra gli ispettori e gli iracheni ci sia stato il tempo di far scoppiare il casus belli giusto.


"Se Saddam disarma, può restare al potere"
Cambia la linea Usa
Bruno Marolo su
l'Unità

WASHINGTON - È l'ora degli agnelli. Uomini e donne della Casa Bianca, che ruggivano come leoni decisi a sbranare Saddam Hussein, ora diventano improvvisamente miti. Vogliono convincere l'Onu ad approvare una risoluzione contro l'Iraq e sono disposti a molte concessioni sulla forma. Tanto il segretario di stato Colin Powell quanto la consigliera per la sicurezza nazionale Condi Rice hanno lasciato capire che se Saddam distruggesse davvero gli arsenali proibiti, gli Stati Uniti potrebbero lasciarlo al potere.
"Il nostro obiettivo -ha dichiarato Condi Rice- è di disarmare Saddam Hussein. Per arrivare a tanto, dobbiamo mettere alla prova la sua volontà di cooperare". È una posizione completamente nuova, rispetto a quella esposta dal vicepresidente Dick Cheney e dal ministro della difesa Donald Rumsfeld. In sostanza, Cheney aveva detto che le ispezioni dell'Onu in Iraq sarebbero una perdita di tempo: per ottenere il disarmo bisogna cambiare il regime. Ora Condi Rice parla invece di "mettere alla prova" il regime, cioè di lasciare che gli ispettori vadano in Iraq.
Colin Powell, intervistato dalla Nbc, ha girato intorno all'argomento fino a quando gli è stata rivolta una domanda esplicita: "Vuole dire che Saddam potrebbe salvarsi e rimanere al potere?". Risposta: "Tutto quello che ci interessa è la distruzione delle armi di sterminio. Crediamo che il popolo iracheno starebbe meglio sotto un regime diverso, ma il problema principale sono le armi di sterminio".
Il segretario di stato ha confermato che gli Stati Uniti si accingevano a presentare al Consiglio di sicurezza dell'Onu una bozza di risoluzione in cui è stata cancellata la frase "uso della forza". Il nuovo testo afferma invece che se Saddam Hussein cercasse di eludere le ispezioni o nascondere le armi proibite vi sarebbero "gravi conseguenze". Venerdì sera la delegazione americana all'Onu lasciava intendere che le obiezioni di Francia e Russia erano cadute, dopo che Colin Powell aveva spiegato per telefono la posizione americana ai loro ministri degli esteri. Da Parigi è arrivata una messa a punto: l'accordo potrebbe essere vicino, ma non c'è ancora. Il governo francese chiede chiarimenti sulla parola "conseguenze". È soltanto un modo meno chiaro per indicare l'uso della forza? Oppure, se l'Iraq rifiutasse di applicare le risoluzioni dell'Onu, il Consiglio di sicurezza sarebbe di nuovo convocato per decidere la risposta?
A questo punto la Casa Bianca ha deciso di rinunciare alla retorica violenta. Per diversi mesi ha dato l'impressione di volere la guerra a ogni costo. Il presidente Bush ha ottenuto dal congresso americano l'autorizzazione ad attaccare anche senza un mandato dell'Onu. Ha cominciato a spostare truppe e armamenti nei paesi intorno all'Iraq. Ha accompagnato la firma del testo approvato dal congresso con un discorso bellicoso: il regime di Saddam, ha sostenuto, rappresenta un pericolo per il mondo intero e gli Stati Uniti sono decisi a eliminarlo "completamente e per sempre".
I preparativi militari continuano, ma i generali del Pentagono hanno chiarito che non saranno pronti per attaccare prima di novembre o dicembre. George Bush ha invitato l'Onu a "dimostrare di avere un po' di spina dorsale". Si è trovato però di fronte alla resistenza di Francia e Russia, due paesi con il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza. I sondaggi elettorali dicono che la maggior parte degli americani preferisce per l'Iraq una soluzione nell'ambito dell'Onu piuttosto che un'azione di forza unilaterale. Per tutti questi motivi, Bush ha deciso di moderare le parole, senza rinunciare per ora a preparare la guerra con i fatti.
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Due kamikaze su un'autobomba contro un bus
In Israele è di nuovo strage
Aldo Baquis su
La Stampa

TEL AVIV. La Jihad islamica palestinese è tornata ieri a far strage di israeliani: due kamikaze partiti da Jenin, in Cisgiordania, hanno lanciato il loro fuoristrada Kaya imbottito di esplosivo contro un autobus israeliano in sosta a un affollato incrocio stradale nella zona di Hadera, a nord di Tel Aviv. Almeno quattordici persone sono state uccise dallo scoppio di un quintale di materiale esplosivo potenziato da chiodi e bulloni, cinquanta sono rimaste ferite. "Abbiamo voluto vendicare i civili palestinesi uccisi la settimana scorsa a Rafah, presso Gaza", ha affermato trionfalmente un portavoce degli integralisti islamici citato dalla televisione dei guerriglieri libanesi Hezbollah.
Da Ramallah, il presidente Yasser Arafat ha espresso una pronta condanna dell'"uccisione di civili, siano essi palestinesi o israeliani". Ma uno dei suoi ministri, Imad Faluji, ha sottolineato che questi attentati sono "una reazione naturale ai crimini israeliani". La minaccia delle autobombe e dei kamikaze - ha previsto - cesserà per Israele soltanto dopo la fine della occupazione militare dei Territori. In serata a Gaza le caserme palestinesi sono state sgomberate in previsione di una rappresaglia israeliana.
Michael Yitzhaki era assorto nella lettura di un libro a bordo dell'autobus che collega Kiryat Shmona, in Galilea, a Tel Aviv quando - all'altezza dell'incrocio stradale di Karkur - il pullman è stato scagliato di lato dall'esplosione dell'autobomba. "Mi sono lanciato fuori. L'abitacolo era pieno di fumo. All'interno c'erano dei soldati che gridavano: “Aiuto, aiuto”. Con due altri passeggeri siamo rientrati e abbiamo trascinato il primo passeggero che abbiamo trovato, un soldato ferito in modo grave", ha raccontato Yitzhaki dal suo letto d'ospedale.
Ma l'inferno doveva ancora venire. "Due altri soldati sono riusciti a farsi strada fra i rottami, uno uscendo da un finestrino, l'altro dal cofano sventrato. Ma dopo pochi attimi è esploso il serbatoio e l'autobus è stato avvolto da fiamme gigantesche. I caricatori di proiettili dei militari hanno cominciato a esplodere, le pallottole ci fischiavano vicine. Ci siamo dovuti buttare in un campo da dove abbiamo assistito, atterriti ed impotenti, al rogo del bus e dei passeggeri che erano rimasti intrappolati all'interno".
Situato a pochi chilometri dalla Cisgiordania, l'incrocio di Karkur è considerato un punto di passaggio quasi obbligato per i kamikaze e per gli ordigni confezionati nella Cisgiordania settentrionale e diretti verso il Nord di Israele. Quasi ogni giorno agenti di polizia lo presidiano e fermano per controlli le automobili sospette. Ma la nuova tecnica messa a punto dalla Jihad islamica - fu sperimentata mesi fa a Megiddo, in bassa Galilea - rende vani gli sforzi dei posti di blocco fissi. I due kamikaze palestinesi a bordo di un fuoristrada hanno attraversato senza difficoltà una zona agricola e si sono immessi sulla strada statale Hadera-Afula. Dopo pochi minuti di viaggio si sono accostati al primo autobus israeliano che hanno incrociato e hanno fatto esplodere la carica.
Fra i militanti islamici di Gaza - dove è fresca la memoria di battaglie cruente in cui sono rimasti uccisi numerosi civili palestinesi - la notizia del massacro di Karkur è stata accolta con gioia. "E' una consolazione per gli abitanti di Rafah e di Khan Yunis - ha detto Abdel Aziz Rantisi, un dirigente di Hamas - Non rinunceremo mai a un solo pollice di terra palestinese: non a Jaffa, né a Haifa, che sono entrambe palestinesi".
Il nuovo massacro - avvenuto mentre il diplomatico statunitense William Burns sta per raggiungere Israele per rilanciare una iniziativa diplomatica elaborata da George Bush - ha costretto i dirigenti israeliani a consultazioni urgenti. "Anche se nelle ultime settimane abbiamo sventato numerosi attentati, siamo tuttora in guerra", ha affermato nella riunione il capo della polizia. Numerosi attentati sono in fase di progettazione, hanno aggiunto i responsabili dei servizi segreti.



   22 ottobre 2002