
Legge sull'immunità. L'Ulivo occupa l'aula
"Un testo fatto apposta per Previti, daremo battaglia"
su la Repubblica
ROMA - "Siamo parlamentari non aggiustaprocessi". Con questo slogan, messo nero su bianco in volantini appesi sul petto, i senatori del centrosinistra proseguono la battaglia contro il ddl sul legittimo sospetto all'esame della commissione giustizia di Palazzo Madama. E la notte scorsa, al termine della seduta durata fino alle 2,30, hanno deciso di rimanere nell'aula fino a questa mattina. Un'occupazione per contestare quella che hanno ribattezzato "legge salva Previti".
Una legge che, dice Patrizia Toia della Margherita, protagonista dell'occupazione insieme ai colleghi di gruppo Mario Cavallaro e Nando Dalla Chiesa, a Cinzia Dato dei Verdi e a Massimo Brutti e Tana De Zulueta dei Ds, avrebbe un nome scritto sopra: "Do you Know Previti. Una norma finale: questa legge si applica fino al primo gennaio 2004, così si risolvono i problemi di Berlusconi e Previti e si torna alla normalità".
E chiaro è anche l'avvertimento del presidente dei senatori della Quercia Gavino Angius: "I Ds si opporranno con tutti i mezzi all'approvazione del testo Cirami che è solo l'introduzione di un privilegio feudale per il presidente del Consiglio e per i suoi amici", una "truffa", per dirla altrimenti. "La destra, vassalla del Cavaliere - prosegue - vuole solo consentire lo spostamento dei processi che vedono imputato Berlusconi in altra sede e raggiungerne la prescrizione...".
Il pasticciaccio dei soldi ai partiti
Sebastiano Messina su la Repubblica
NON sono i sondaggi quotidiani, a persuadere Silvio Berlusconi che potrà restare al potere per altri cinque, dieci o quindici anni. Sono le notizie che gli arrivano dal campo dell'opposizione, dove nemmeno il più raffinato dei sabotatori berlusconiani riuscirebbe a organizzare un pasticciaccio come quello provocato dalla legge sui soldi ai partiti. Una vicenda cominciata male e finita peggio, dove è difficile stabilire chi abbia ragione ma è fin troppo facile accorgersi che tutti hanno torto.
Riepiloghiamo. Una sera, a sorpresa, alla Camera spunta dal nulla un emendamento che aumenta di oltre il doppio il rimborso delle spese elettorali per i partiti. Non si può parlare, tecnicamente, di finanziamento pubblico perché lo vieta il risultato di un referendum popolare. Però le casse dei partiti sono piene solo di debiti, e dunque urge trovare una soluzione, come si dice, politica. Da qui il blitz dei tesorieri, che riescono a far passare l'emendamento quasi alla chetichella, senza che una fuga di notizie possa fare saltare l'operazione.
I Ds, il maggior partito dell'opposizione, sono della partita. Rutelli invece non ne sa nulla, anche se è il leader dell'Ulivo.
Come era prevedibile, l'opinione pubblica non prende affatto bene la notizia, nella quale spicca un dettaglio illuminante: da ora in poi i soldi andranno anche ai partiti che non sono entrati in Parlamento, anche a quelli che non sono riusciti a superare la soglia del 4 per cento. E cioè la Lega, il partito di Di Pietro e quello di D'Antoni, i Verdi, lo Sdi e i Comunisti italiani. Anche il più piccolo dei partitini, purché abbia superato la mini-soglia dell'1 per cento, d'ora in poi riceverà i soldi dallo Stato (solo il micro-partito di De Michelis è al di sotto di questa percentuale, forse non a caso). Viene così cancellato anche l'ultimo disincentivo alla frammentazione dei partiti, antico male del nostro sistema politico.
La questione così esplode fragorosamente nell'unico schieramento dove ancora l'etica della politica riesca a scaldare gli animi, il centro-sinistra. E qui si scatena la rissa. Mastella, che rimpiange di non essersi presentato da solo per poter incassare ora in proprio, comincia uno sciopero della fame e rinfaccia a Rutelli di averlo "ricattato". Rutelli, furibondo, accusa i Ds di aver trattato in segreto con Forza Italia e Lega senza averlo neanche avvertito (aprendo la questione di cosa ci stia a fare, un leader di coalizione, se deve sapere dai giornali quello che gli alleati combinano alle sue spalle).
E mentre, sotto questi colpi, il tronco dell'Ulivo si spacca fragorosamente in due, una profonda crepa si apre nel partito della Margherita: Parisi e Castagnetti liquidano la legge come "una vera schifezza", Franco Marini risponde accusandoli di un comportamento "politicamente ripugnante", perché si oppongono ma sono pronti a incassare i denari.
Niente male come scena. Una scena così sconcertante da far passare in secondo piano persino l'operazione di salvataggio per Previti e Berlusconi che il centro-destra sta spudoratamente compiendo a tappe forzate a Palazzo Madama. Una scena così imbarazzante da far ombra allo schiaffo di Berlusconi a Ciampi, con quell'ostentato rifiuto di concludere l'interim alla Farnesina nonostante le precise richieste del Quirinale. Insomma, mentre in Parlamento gli uomini del centrodestra vengono trasformati in braccio legislativo degli avvocati di Berlusconi, e il presidente del Consiglio sfida il capo dello Stato - al quale ormai dà del tu in pubblico come se fosse il suo vicino di villa - il centro-sinistra rotola nel tombino dei soldi ai partiti.
Con il tempismo di un suicida, nel momento in cui deve affrontare una battaglia campale sulla giustizia e mostrare al Paese qual è l'alternativa a un Berlusconi sempre più straripante, l'Ulivo si rivela incapace di affrontare e risolvere con un minimo di buonsenso, di lealtà e di intelligenza una vicenda della quale tutti potevano vedere, prima di infilarcisi a occhi chiusi, l'inevitabile esito disastroso.
Domani Bagdad pensiamoci oggi
Gli Usa, Saddam e la nostra politica estera
Franco Venturini su Corriere della Sera
Nell'arco di poche ore la politica estera italiana ha dovuto prendere atto di due novità. La prima, non del tutto inattesa, è che Silvio Berlusconi ha deciso di prolungare il suo interim alla Farnesina. La seconda, più sorprendente, è che l'America ci chiede di inviare truppe combattenti in Afghanistan per chiudere i conti con i seguaci di Bin Laden. Va stabilito un collegamento, tra eventi tanto diversi? Noi crediamo di sì, e con urgenza. Il sollecito statunitense, rivolto anche ad altri alleati, rafforza la previsione di un attacco anglo-americano contro l'Iraq di Saddam Hussein. Tony Blair ripete che nulla è stato ancora deciso, ma intanto le migliori forze britanniche sono già state ritirate dall'Afghanistan. George Bush alimenta anche lui il dubbio, ma le tempeste finanziarie in America fanno crescere la fame di successo della Casa Bianca e la richiesta di nuove truppe per l'Afghanistan sottintende che quelle statunitensi saranno presto dirottate altrove.
In nessuna capitale europea Saddam è ben visto, nessun governo alleato sottovaluta il pericolo che armamenti micidiali possano finire nelle mani dei terroristi. Ma che l'attacco debba scattare in autunno, nella primavera del 2003 o con un colpo a sorpresa, tra gli Usa e la maggioranza degli europei rimane una netta divergenza sulle priorità da seguire.
Gli europei credono che la stabilizzazione dell'Afghanistan e la ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi debbano precedere l'eventuale castigo del raìs iracheno. Temono che un attacco a Bagdad possa frantumare la coalizione anti-terrorismo nata dopo l'11 settembre, e creare gravi problemi ai governi arabi moderati. Non vogliono che l'asse privilegiato tra Londra e Washington allarghi di nuovo la Manica, che la Russia si senta umiliata o che si aggravi l'instabilità interna della Turchia. Si chiedono chi potrà succedere a Saddam, e in che modo sarà garantita l'integrità territoriale dell'Iraq. Paventano le ripercussioni sul mercato del greggio, malgrado la polizza di assicurazione offerta da Putin a Bush. In definitiva, non ignorano la grande forza dell'America ma dubitano della riuscita strategica dell'impresa e osservano preoccupati l'indebolimento politico del moderato Colin Powell.
Ma proprio a questo vorremmo che Silvio Berlusconi potesse interamente dedicarsi, per esempio definendo meglio una posizione italiana (e contribuendo a una posizione europea) sull'Iraq, per esempio facendo uscire dalla vaghezza le scelte di Roma sul futuro volto dell'Unione. La diplomazia italiana ha gestito bene un periodo difficile. Ma ora le serve un ministro a tempo pieno per poter operare in tempi che si annunciano ancora più insidiosi. Con urgenza.
Berlusconi a Ciampi: resto agli Esteri
«Nonostante i tuoi continui inviti, se non ci saranno le condizioni sarò lieto di continuare»
Fabio Isman su Il Messaggero del 26 luglio
ROMA Quirinale, interno giorno. Salone dei Corazzieri per gli ambasciatori, i capi missione, i consoli generali che, all'estero, rappresentano il Paese, e per i vertici della Farnesina. Il Capo dello Stato li riceve; fa il punto sullo stato della nostra diplomazia e sui compiti che attendono l'Italia. Prima, come usa, parla il Capo del Governo. Che inizia con un piccolo show: si dirige dove è il microfono, gliene portano uno, e lui sorride: «Servizio a domicilio; a Palazzo Chigi abbiamo un solo microfono, e non si può; il Quirinale invece ne possiede un numero infinito». Poi dice che «non sapeva di dover parlare» (come era annunciato da ieri). Racconta le difficoltà di bilancio («noi investiamo lo 0,3 per cento del Pil; altri Paesi oltre l'un per cento e qualcuno il due»). Spiega di nuovo che la diplomazia sta «cambiando filosofia» e punterà più a rappresentare «anche il made in Italy». Infine, riserva più che una puntura di spillo proprio al Presidente Ciampi. «Nonostante i tuoi continui inviti a individuare un nuovo ministro degli Esteri», nel «nostro governo di coalizione non sono ancora maturate le condizioni per una nomina di prestigio. Mi auguro che possano maturare in fretta; se non matureranno, sarò molto lieto, assolutamente felice, di continuare a fare quello che ho fatto negli ultimi sei mesi», cioé il ministro degli Esteri, appunto ad interim. Berlusconi non dice «finché non vi saranno le condizioni»; ma «se non vi saranno»: a molti, pare un rilancio; almeno nella durata temporale dell'incarico. E l'accenno agli «inviti» (non accolti) del Capo dello Stato, un riaffermare la prevalenza delle proprie, evidentemente non condivise, decisioni.
Il Presidente della Repubblica non raccoglie. Resta al testo precedentemente preparato. Che, in filigrana, forse contiene due piccoli rilievi. Quando dice che «la politica estera si rafforza con la presenza continua e assidua nei fori internazionali» (ma Berlusconi non aveva "saltato" la riunione preparatoria del G8 in Canada?); e quando rivendica «maggiori esigenze di professionalità», spiegando che la politica estera non può essere, in pratica, un lavoro in più di altri, già gravosi.
I punti forti sono l'esigenza di non scavare «un solco di povertà che isoli il Sud del mondo»; di «sradicare sospetti e diffidenze» con il mondo arabo (questa è la «risposta che sconfigge terrorismo e fondamentalismo»); di rafforzare l'Europa; di far sì che l'Europa, tutta assieme, «sciolga i nodi gordiani della stabilità nel Mediterraneo e nei Balcani».
La cerimonia è finita, andate in pace. Prima, però, le strette di mano ai convenuti. Che i due Presidenti evitano di compiere assieme: salutano da separati. Il Capo dello Stato accompagnato dal Segretario generale della Farnesina Giuseppe Baldocci, Berlusconi - più indietro - da Gianni Letta. E al di là del "tu" che il Capo del Governo riserva a quello dello Stato, questa lontananza sembra fin quasi emblematica. Anche i toni e le sottolineature sui compiti degli ambasciatori non collimano troppo; ma intavolare il tema dell'interim, senza che ve ne fosse bisogno e in casa di chi non lo vorrebbe, ha il sapore di una forzatura. Si intende voluta. E nel giorno in cui la maggioranza non si mobilita poi troppo per il messaggio di Ciampi alle Camere.
Berlusconi agli ambasciatori: ghe pensi mi, troverò i soldi per la Farnesina
Maurizio Caprara sul Corriere della Sera
ROMA - Alla fine della conferenza degli ambasciatori che aveva già aperto con fare da conduttore televisivo, Silvio Berlusconi non ha resistito alla tentazione di proporre alla Farnesina il suo modello aziendale. Davanti ai diplomatici riuniti a porte chiuse, prima del pranzo in programma a Villa Madama ha citato Publitalia e ha chiuso i lavori così: «Il nostro segreto è stato che ogni soluzione a un problema trovata da ciascun dipendente veniva dibattuta. Lo facevamo tutti i lunedì. Entro novembre ci rivediamo». Un modo per dire: continuiamo a discutere e a volorizzare gli esempi migliori, innescheremo una forma di emulazione capace di avvicinarci ai successi voluti. Non ha specificato se gli ambasciatori li rivedrà da ministro degli Esteri ad interim, il presidente del Consiglio. All'inizio del discorso aveva assicurato che il suo rapporto con il ministero continuerà per l'intera legislatura, anche con l'arrivo di un suo successore. Ma novembre diventa un'altra data da tener presente nel rebus sulla durata dell'interim cominciato nel gennaio scorso dopo le dimissioni di Renato Ruggiero. Da ricordare, non da considerare un punto fermo. Questi mesi e gli ultimi giorni hanno fornito due certezze: che gli annunci sulla durata possono essere tranquillamente smentiti e che a Berlusconi fare il ministro degli Esteri piace. Fino a quando, forse, lo sa soltanto lui.
Ci teneva il Cavaliere, a rassicurarli. E' bastato che il segretario generale della Farnesina, Giuseppe Baldocci, rivolgesse una domanda sulla inattesa conferenza di novembre. Come faranno gli ambasciatori a pagarsi un'altra volta il viaggio per Roma dalle rispettive sedi? Risposta del Cavaliere: «Mi porto Tremonti, nel weekend. Se dice di no, ghe pensi mi».
Brezza di Brianza, nella sala e tra i corridoi marmorei della Farnesina. Giandomenico Magliano, direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo, si era sintonizzato talmente tanto sul nuovo clima che nell'elogiare la «cultura risultato» aveva tracciato un bilancio positivo sul proprio settore e aveva affermato: «Parlano i fatti. Ne cito solo sette». Sette. Una frase accolta da una corale risata.
I carabinieri chiedono i nomi degli iscritti al sindacato. Cofferati: «Atti intimidatori»
sommari de l'Unità
I Carabinieri schedano gli iscritti al sindacato. Lo denuncia il senatore diessino Guido Calvi in una interrogazione al ministro della Difesa. I militari in tre fabbriche delle Marche mostrano una «disposizione» dall'alto. A Tolentino, nelle Marche, alcuni militari in borghese si sarebbero recati nella sede di Poltrona Frau, notissima azienda di arredamento, chiedendo la consegna degli elenchi degli iscritti al sindacato. «Si tratta di un fatto grave - denuncia il senatore della Quercia - e assolutamente intollerabile».
«L'attacco produrrà solo nuova violenza»
Intervista a Yasser Abded Rabbo su l'Unità
«Israele parla di un errore e si scusa. Troppo facile. Perché ciò che è stato compiuto lunedì notte a Gaza non è un errore ma un crimine di guerra, un crimine contro l'umanità. I comandi militari israeliani sapevano che nel palazzo colpito e negli edifici circostanti si trovavano molte persone, tra cui donne e bambini. Eppure hanno attaccato, con una bomba da una tonnellata. Il messaggio che hanno lanciato al popolo palestinese è terrificante: nel vostro futuro c'è solo posto per la sofferenza e l'umiliazione. Un messaggio che produrrà una nuova ondata di violenza. E questo proprio quando si stavano sviluppando sforzi internazionali per ridare una chance al negoziato». A parlare è una delle figure di primo piano della leadership palestinese: Yasser Abed Rabbo, ministro dell'Informazione dell'Anp.
Israele ha ammesso l'errore compiuto nel raid di Gaza e ha espresso rammarico per i civili, in particolare per i bambini, uccisi.
«Non basta il rammarico. Non basta parlare di errore, di tragica fatalità. Perché quello perpetrato a Gaza è stato un crimine di guerra, un crimine contro l'umanità. Un fatto riprovevole in sé che diviene ancora più grave se si mette in luce la ragione politica che ha portato i vertici politici e militari israeliani a decidere in quel momento l'attacco».
Israele ribatte che l'unica ragione dell'operazione era eliminare un superterrorista quale Shaleh Shahade in procinto, secondo il ministro della Difesa Ben Eliezer, di compiere un attentato devastante.
«Non è affatto così. Israele ha eliminato Shahade per far fallire il tentativo in atto di porre fine agli attacchi suicidi. I servizi di sicurezza israeliani, e gli stessi vertici del governo israeliano, erano stati informati che erano in pieno svolgimento incontri tra diversi gruppi palestinesi, tra cui Hamas, per raggiungere un accordo sulla fine degli attacchi contro civili israeliani. Uno di questi gruppi (Tanzim, la milizia legata ad Al-Fatah, il movimento presieduto da Yasser Arafat, ndr.) era pronto ad annunciare una tregua unilaterale. Ed è in questo frangente che Israele decide il raid di Gaza, vanificando un lavoro che durava da oltre due mesi».
Ed ora?
«Israele porta la piena responsabilità di ciò che potrà accadere. Sangue chiama sangue, violenza chiama violenza. È la legge dei falchi...».
Una legge che porterà solo nuovi lutti e nuove sofferenze.
«Spesso sento ripetere che non esistono soluzioni militari alla questione palestinese. Ma ciò che è accaduto in questi 22 mesi di guerra dimostra che l'attuale governo israeliano è convinto che il pugno di ferro possa pagare, che la forza possa piegare la resistenza palestinese. Non c'è un atto, una dichiarazione di Ariel Sharon che facciano intravedere una reale disponibilità a negoziare una pace giusta, una pace tra pari. L'obiettivo dichiarato di Sharon è sempre stato quello di annientare la dirigenza dell'Anp, di delegittimare il presidente Arafat. Così facendo, Israele ha rafforzato i gruppi estremisti, ma forse era proprio questo il fine dell'aggressione scatenata nei Territori. La strage di Gaza non è altro che una spinta ad Hamas e alla Jihad perché continuino a compiere le loro azioni suicide. Azioni che a loro volta offriranno il pretesto ai falchi israeliani per inasprire ulteriormente la repressione nei Territori. Una spirale di sangue e di orrore di cui Ariel Sharon è corresponsabile».
«La destra oltranzista un ostacolo al dialogo»
intervista a Yael Dayan su l'Unità
Un tentativo fallito. Condotto con nobili propositi ma naufragato «per la responsabilità di una destra che ha inteso puntare su una soluzione militare» del conflitto israelo-palestinese. Ed ora occorre prendere atto di questa sconfitta e ripartire dall'opposizione: «Dobbiamo liberarci in fretta dall'abbraccio mortale della destra oltranzista. Solo così potremo continuare a batterci per il dialogo e ridare corpo e speranza all'Israele che non vuole narcotizzare la propria coscienza e crede ancora in una pace nella sicurezza». Inizia con questa lunga premessa il nostro colloquio con Yael Dayan, scrittrice e parlamentare laburista, figlia del mitico generale Moshe Dayan, l'eroe della Guerra dei sei giorni.
Israele si divide sul raid di Gaza.
«Che Shaheh Shadade fosse un pericoloso terrorista da eliminare è fuori discussione. Su questo, non esiste divisione tra gli israeliani. A lui si devono i più sanguinosi attentati contro civili inermi, in maggioranza donne e bambini. Ma il problema è un altro e riguarda le modalità e i tempi dell'operazione. È su questo che Israele si divide. Per quanto mi riguarda, ritengo che qualsiasi operazione militare debba essere rinviata se c'è il rischio di mettere a repentaglio la vita di civili, in particolare di bambini. Trovo peraltro poco edificante il rimpallo di responsabilità in atto tra i vertici politici e quelli militari. Sul raid di Gaza deve essere istituita una commissione d'inchiesta parlamentare che ricostruisca nei dettagli l'accaduto e individui le responsabilità. Non accetto la logica del fine (l'eliminazione di un capo terrorista) che giustifica ogni mezzo (una bomba da una tonnellata sganciata su un palazzo abitato). Ed è proprio in questo che un Paese democratico si distingue da regimi dittatoriali e dal terrorismo disumano».
Lei pone anche un problema di tempi.
«Faccio mia la considerazione di un giornalista autorevole e non certo tacciabile di simpatie pacifiste: Alex Fishman (firma di punta dello Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano israeliano, ndr.): È stato - scrive - come se qualcuno avesse gran fretta di agire in quel preciso momento e il più rapidamente possibile..». Agire mentre si stavano riaprendo spazi di dialogo, mentre Shimon Peres aveva riaperto canali di comunicazione con esponenti dell'Anp. E si è agito nonostante la certezza che in quel palazzo e negli edifici circostanti erano presenti civili palestinesi che nulla avevano a che fare con i terroristi di Hamas. Perché ciò è potuto accadere? Chi ha deciso di agire comunque? A questi interrogativi Ariel Sharon deve dare una risposta».
Arafat parla di un crimine di guerra.
«Arafat farebbe meglio a non strumentalizzare questa tragedia di cui è, indirettamente, tra i responsabili....».
Da cosa discende questa accusa?
«Gaza non è mai stata rioccupata da Tsahal. A Gaza i servizi di sicurezza dell'Anp non sono stati smantellati. Per le strade di Gaza agiscono centinaia di agenti di Arafat. Eppure, Shahade non è mai stato catturato dalla polizia palestinese ma ha continuato ad ordire le sue trame e a organizzare attacchi criminali che hanno causato la morte di centinaia di civili israeliani. Non si può dimenticare che Shahade era in cima alla lista dei terroristi da arrestare consegnata diversi mesi fa ad Arafat. Nulla è stato fatto dall'Anp per arrestarlo. Questo è un dato di fatto che va segnalato nel momento in cui si chiede di fare piena luce sul sanguinoso raid di Gaza».
Commando palestinese uccide quattro israeliani in un agguato a Hebron
sommari de l'Unità
Quattro coloni israeliani, tra cui un bambino, sono stati uccisi in un agguato contro due macchine a Hebron, in Cisgiordania. Nel secondo attacco sono rimaste ferite anche tre persone, di cui una versa in gravi condizioni. Manifestano a migliaia i sostenitori di Hamas. Nominato il successore del capo militare morto nel raid su Gaza, sarà il nuovo capo dell'ala militare, le brigate Izz el-din al-Qassam.
27 luglio 2002