
Strage mirata
sommario de il Manifesto
Gaza, un F-16 israeliano lancia un missile contro la casa di un capo militare di Hamas e lo uccide. Insieme alla moglie, al figlio e ad altre 12 persone rimaste tra le macerie di un isolato distrutto. Nove erano bambini «E' stato uno dei nostri maggiori successi», proclama Sharon. L'Onu denuncia il massacro, persino Bush si arrabbia: «Attacco deliberato contro i civili». Silenzio in Italia. Arafat: «Il mondo non resti a guardare».
Il presidente israeliano: «I politici si assumano la responsabilità per il raid aereo»
sommari de l'Unità
Dietro front per Israele e Sharon che aveva definito «un successo militare», il raid aereo che ha causato la morte di 16 persone tra cui 10 bambini. È stato infatti trovato nelle macerie il corpo di un altro bimbo di 4 anni. Il presidente israeliano Moshe Katzav ha ammesso che c'è stato uno «sbaglio». «I responsabili politici devono assumersi la responsabilità di questo sbaglio», ha detto il presidente alla radio militare, deplorando la morte di «civili innocenti».
La guerra senza limiti e i nuovi kamikaze
Bernardo Valli su la Repubblica
IERI notte un missile israeliano ha eliminato un noto, vecchio capo terrorista palestinese, e ne ha creato per effetto non tanto indiretto, al tempo stesso, centinaia di altri. Forse mille. Tutti giovani, ancora sconosciuti, pronti a morire pur di trascinare nella morte il più alto numero di israeliani. Bambini compresi. Bambini come quelli palestinesi uccisi ventiquattro ore fa a Gaza. Con un solo proiettile, sia pur sofisticato, ad alta precisione, il premier Ariel Sharon ha moltiplicato i nemici di Israele.
Ne ha mobilitato di nuovi, dando loro una più forte, aberrante motivazione per votarsi a un suicidio assassino, giudicato la sola arma valida contro i carri armati e gli aerei di Tsahal. Filmando i manifestanti per le strade di Gaza, i militari dei servizi di informazione israeliani hanno ripreso in serata i volti di ragazzi in preda all´esaltazione che urlavano il dolore per i morti e i feriti, e l´odio per lo Stato ebraico. Tra di loro c´erano le reclute per l´esercito dei kamikaze. Se Ariel Sharon mettesse su un piatto il cadavere del capo militare di Hamas, Salah Shehada, e sull´altro i futuri giovani votati al suicidio per vendicare la sua morte, vedrebbe da che parte pende la bilancia. La sua operazione non ha avuto un esito positivo. Né sul piano umano, né su quello militare.
Da quando egli governa a Gerusalemme la tragedia israelo-palestinese non ha cessato di aggravarsi. Il suo disinvolto uso della forza militare non ha fatto che moltiplicare le vittime civili, israeliane e palestinesi. I soldati sono armati e sanno proteggersi. La gente inerme, sia palestinese che israeliana, è esposta a tutti i pericoli. A quelli dei kamikaze e a quelli non solo dei missili, ma dei bulldozer che distruggono le case, le scuole, gli ospedali, le fabbriche. L´indignazione internazionale avvampa e si abbatte ora sui palestinesi ora sugli israeliani come una palla su un campo da tennis, secondo il numero di bambini uccisi dagli uni o dagli altri. Questa reazione istintiva dovrebbe condurci a un interrogativo razionale: l´accusa di terrorismo va riservata unicamente a chi non ha alle spalle uno Stato sovrano e riconosciuto? In altre parole, se è auspicabile che Yasser Arafat, ormai incapace di controllare i suoi, lasci il potere a dirigenti più giovani e più disponibili al dialogo, è altrettanto legittimo sperare che ad Ariel Sharon succeda al più presto un altro leader. Entrambi eletti dai rispettivi popoli, sia pure in contesti diversi, Sharon e Arafat hanno ampiamente dimostrato di essere inabili alla pace. Entrambi hanno contribuito ad estendere il numero dei morti.
Né Arafat, né Sharon sono uomini in grado di portare i loro popoli fuori dal conflitto. Ma spetta ai loro popoli rispettivi promuovere un´alternativa.
E per ora non si può essere ottimisti. Nei due campi prevalgono i falchi.
Vince un odio paralizzante. Quando una bomba esplode a Gerusalemme o un missile cade su Gaza, per un ormai vecchio riflesso condizionato penso non solo a coloro che in Israele e in Palestina provano dolore per le vittime subite, ma anche a coloro che provano vergogna per le vittime inflitte all´avversario in modo ignobile. Questi ultimi ci sono. Non sono pochi. Non sono abbastanza. Oggi sono minoranza. Nella Palestina occupata non è facile distinguerli. Non c´è una tradizione, né una pratica democratica. In Israele sono in Parlamento e a volte scendono nelle piazze. È comunque con loro, palestinesi e israeliani, che ci si deve schierare. Nell´attesa che la ragione riemerga.
«Non c'è democrazia senza pluralismo»
Ciampi: occorre una nuova legge sul sistema tv, il Parlamento vigili anche sulle reti private
Fabio Isman su Il Messaggero
VERONA - In tanti lo avevano sollecitato a intervenire sui più disparati argomenti; ma il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha dedicato il suo primo messaggio alle Camere (in Italia, l'atto più formale e solenne d'intervento del Capo dello Stato) al pluralismo dell'informazione (tv, editoria e telecomunicazioni, «sempre più interconnesse»); alla sua libertà e imparzialità, «strumenti essenziali per realizzare una democrazia». Da febbraio, e l'ultima volta una settimana fa consegnando i premi giornalistici Saint Vincent, il Presidente aveva già svolto dodici interventi su questi temi; da qualche giorno aveva già pronto il testo del suo intervento più solenne nei primi tre anni del mandato; ieri mattina, alle dieci, l'ha sottoscritto al Quirinale, facendolo poi controfirmare dal Capo del Governo, come da Costituzione. E dopo l'incontro di quasi un'ora con Silvio Berlusconi e Gianni Letta, è partito per Verona: una visita conclusa dall'Aida di Zeffirelli. Con la signora Franca, è sceso dalla vettura (una folla, anche di turisti, applaudiva davanti alla Prefettura) mentre i Presidenti Pera e Casini iniziavano a leggere quel testo nelle aule del Parlamento.
Nel messaggio di 1.734 parole, sette pagine, due colonne intere di questo giornale, il Capo dello Stato chiede che il Parlamento vari una «legge di sistema» sull'informazione, tanto più indispensabile dopo il passaggio «dal sistema proporzionale al maggioritario». E ne elenca le, secondo lui irrinunciabili, caratteristiche: la salvaguardia della tv pubblica; l'estensione della vigilanza parlamentare a quelle private; l'ampliamento del ruolo delle Regioni, però con lo Stato che «salvaguardi l'unità della Nazione e l'identità culturale italiana»; una più efficace tutela dei minori. Ma, soprattutto, il divieto di posizioni dominanti, e un reale pluralismo a garanzia «dei diritti fondamentali dell'opposizione e delle minoranze».
Pluralismo - «Principio fondamentale», che «non potrebbe considerarsi realizzato dal concorso tra un polo pubblico e uno privato»; è irrinunciabile, quanto «l'obiettività, la completezza e imparzialità dell'informazione, l'apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali, culturali, religiose, nel rispetto della libertà e dei diritti garantiti dalla Costituzione». Da qui, no ad ogni «posizione dominante»; sì a un «pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie»; ma anche «obiettività e imparzialità dei dati forniti, completezza e correttezza dell'informazione».
Privato e pubblico - «La sola emittenza privata» non basta a garantire tutto ciò: occorre «parità d'accesso alle forze politiche». Parlare di «"statuto" delle opposizioni e delle minoranze in un sistema maggioritario», significa «cercare anzitutto le soluzioni più efficaci nel quadro d'un adeguato assetto della comunicazione, che consenta l'equilibrio dei flussi di informazione e opinione». Per questo, va ribadito «il ruolo centrale del servizio pubblico» televisivo. Per questo, va estesa «all'intero circuito mediatico, pubblico e privato, in coordinamento con l'Autorità di garanzia, la vigilanza del Parlamento».
Evoluzione tecnologica - Il sistema dell'informazione vive profondi cambiamenti: un vero e proprio «salto di qualità». Entro il 2003, andranno «recepite quattro recenti direttive» europee. «Entro il 2006 le trasmissioni tv saranno irradiate in tecnica esclusivamente digitale».
Ma «per guidare questa imponente trasformazione, occorrono nuove politiche pubbliche»; «pluralismo e imparzialità non potranno essere conseguenza automatica del progresso tecnologico». Da qui, l'esigenza di una «legge di sistema», che s'ispiri a questi criteri e «disciplini anche la tutela dei minori, troppo spesso non tenuta nella considerazione dovuta» dalle trasmissioni tv.
Perché proprio ora - E' un «momento di transizione», che va «vissuto con consapevolezza e fiducia»; «la base d'una nuova stagione di sviluppo morale e materiale della Nazione; una sfida che coinvolge tutte le istituzioni. Non c'è democrazia senza pluralismo, e imparzialità dell'informazione». Invece, non trova accoglienza, nel seguito del Presidente, l'ipotesi che la diffusione del messaggio, pronto pare da giorni, sia in qualche modo da collegare con la recente disponibilità di Silvio Berlusconi a partecipare alla corsa per un Quirinale riformato e con maggiori poteri. Erano parole e concetti che Il Presidente pensava e meditava ormai da molto tempo.
Il conflitto che condiziona la democrazia
Ezio Mauro su la Repubblica
IL FATTO che il presidente della Repubblica Ciampi, giunto praticamente a metà del suo mandato, scelga di dedicare al tema dell´informazione e del pluralismo il suo primo messaggio alle Camere è un atto politico preciso e un´assunzione di responsabilità istituzionale molto forte. Mentre il Parlamento sta per varare una legge sul conflitto di interessi clamorosamente insufficiente, e mentre il dibattito tra i partiti è centrifugato da annunci mediatici che indicano ogni giorno nuove frontiere ultima, quella del presidenzialismo berlusconiano il capo dello Stato mette tutto il sistema politico e istituzionale davanti ad una verità da cui non si può più sfuggire: l´informazione è il nodo centrale di questa legislatura, anzi è il nodo cruciale della nostra democrazia, oggi, dei suoi equilibri interni, del suo corretto funzionamento, dei suoi spazi di agibilità, dove si forma liberamente il consenso dei cittadini. E dunque dei suoi assetti di potere.
Il presidente, rivolgendosi alle Camere, parla sulla spinta di due grandi forze che chiedono una ridefinizione legislativa del sistema informativo e dei suoi parametri di funzionamento, l´innovazione tecnologica da un lato (che cambia il mercato televisivo in tutto il mondo, meno che in Italia dove il mercato è bloccato) e l´Europa dall´altro, che chiede l´attuazione delle direttive comunitarie per arrivare ad una sorta di politica comune europea in materia di informazione, con il pluralismo e la concorrenza come cardine.
Ma dentro questa cornice di riferimenti obbligatori e naturali, c´è da parte del presidente la piena consapevolezza morale e politica della grande anomalia italiana.
Come Berlusconi possa insieme aderire al richiamo sul pluralismo, tenere saldamente innestato il conflitto di interessi e non arrossire, resta un mistero
Stupisce l´impudenza con cui la destra è subito corsa a ripararsi sotto le parole del Quirinale cercando di piegarne l´interpretazione a suo uso e consumo
C´è da parte del presidente della Repubblica la piena consapevolezza morale e politica della grande anomalia che pesa sul nostro Paese
E´ un´anomalia difficile da aggredire con strumenti diretti, anche per il capo dello Stato, perché cresce e prospera sotto la linea d´ombra della Costituzione, e al riparo dell´autonomia del Parlamento, che da mesi si sta occupando del conflitto di interessi, senza riuscire a risolverlo. E tuttavia l´anomalia pesa sul Quirinale, se il presidente ha deciso di dedicare proprio all´informazione, e al pluralismo in particolare, il suo primo messaggio ai due rami del Parlamento.
In termini politico-istituzionali, si potrebbe dire che l´anomalia è il conflitto d´interessi di Silvio Berlusconi, che controlla, oltre ai suoi giornali, l´universo televisivo, e cioè tre reti nazionali private (i canali Mediaset) attraverso la proprietà, altre tre reti pubbliche (i canali Rai) attraverso la politica. In termini di sistema informativo è il blocco del sistema stesso, la sua reductio ad unum, con il duopolio televisivo ordinato, disciplinato e governato come un inedito monopolio. In termini di società politica è la confisca dell´agorà, la conquista di tutte le antenne italiane da parte di un unico partito, l´annessione e il controllo elettronico e culturale di quello spazio l´unico nel quale passa oggi la comunicazione politica, l´informazione, il dibattito, la propaganda: e dunque in una parola quel processo delicatissimo e cruciale che in una società moderna e sgranata è la formazione del consenso.
Ciampi non affronta direttamente il tema del conflitto, su cui sta faticosamente legiferando il Parlamento. Ma mette la garanzia del pluralismo e dell´imparzialità dell´informazione al centro del suo messaggio. In più, ricorda le sentenze della Corte costituzionale, disattese nei fatti, che anno dopo anno precisavano come il pluralismo "non potrebbe in ogni caso considerarsi realizzato dal concorso tra un polo pubblico e uno privato"(1988), mentre imponevano al legislatore "di assicurare il pluralismo delle voci"(1994), di garantire "il pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie"(2002) e di favorire "il principio della parità di accesso delle forze politiche".
Anche l´Europa viene citata dal presidente per le sue direttive che sanciscono "la libertà dei mezzi di comunicazione di massa e il loro pluralismo", la necessità per gli Stati membri di "riservare grande spazio all´assetto del mercato e all´esigenza di assicurare un regime concorrenziale". Nell´opinione del capo dello Stato, rimessa alla libera valutazione del Parlamento nel suo dibattito sovrano, il pluralismo non è dunque un metodo retoricamente invocato dentro un assetto qualsiasi del sistema informativo: ma è un principio sostanziale di democrazia che deve riguardare anche gli assetti del sistema, la sua struttura, la sua composizione e la sua articolazione.
Proprio per queste ragioni, stupisce l´impudenza con cui la destra è corsa a ripararsi sotto le parole del presidente, cercando di piegarne l´interpretazione a suo uso e consumo. Nel caso di Berlusconi, più che di corsa si è trattato di una falsa partenza, da squalifica istituzionale. Uno sgarbo o una gaffe, spiegabili soltanto con l´ansia psicopolitica che agita il presidente del Consiglio ad ogni declinazione dei temi del pluralismo e dell´informazione, spingendolo ad esporsi pur di nascondere la sua coda di paglia televisiva. Resta il fatto che Berlusconi ha annunciato il messaggio del capo dello Stato (di cui non era nemmeno il destinatario, ma la controfirma istituzionale d´obbligo) e ha rivelato il suo contenuto prima ancora che il testo venisse letto in aula dai presidenti delle due Camere, con uno strappo al galateo istituzionale che non ha precedenti.
Ma il galateo, come sempre, nasconde questioni più profonde. Il premier, infatti, non ha rinunciato nemmeno in questa occasione istituzionale solenne al suo gioco politico corto e alla polemica politica quotidiana contro i suoi avversari. Come se fosse in campagna elettorale perenne, e come se gli fosse lecito arruolare e trascinare in questa campagna forsennata anche il capo dello Stato, nei suoi appuntamenti formali e ufficiali. Berlusconi ha infatti dichiarato di aver controfirmato "volentieri e con soddisfazione" il messaggio, "aderendo pienamente" ai principi richiamati da Ciampi sul pluralismo e sulla libertà di informazione. Come si possa contemporaneamente "aderire" al richiamo sul pluralismo, tenere saldamente innestato il conflitto di interessi, e non arrossire, resta un mistero. Ma Berlusconi ieri ci è riuscito tranquillamente, tanto che si è sentito in dovere di piegare le parole di Ciampi a scomunica retroattiva della Rai dell´Ulivo: "Mi auguro ha detto infatti che questi principi possano trovare oggi e in futuro quella accoglienza e quella applicazione che ieri certo non c´è stata, soprattutto durante il periodo elettorale".
Ma il Cavaliere ha un piano per neutralizzare il Colle
Massimo Giannini su la Repubblica
«È la vendetta del Colle». L´autorevole inquilino della Casa delle libertà non si lascia incantare dalla solita, rassicurante esegesi bipartisan delle esternazioni ciampiane. Il messaggio alle Camere del presidente della Repubblica sul pluralismo e l´imparzialità dell´informazione arriva quattro giorni dopo l´autocandidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale per il 2006 e quattro giorni prima dalla chiusura estiva delle Camere. L´epilogo di una fase di massima tensione politico-istituzionale. Ma anche il prologo di una fase di minima evoluzione politico-mediatica. Se Carlo Azeglio Ciampi si è mosso proprio adesso, correndo il rischio di veder dissolvere il suo monito nella vuota calura delle ferie d´agosto, è perché ha voluto lanciare un segnale preciso: «Una sorta di ritorsione - spiega l´alleato del Cavaliere, fedele ma disincantato - per far capire a Silvio che lo strappo sul presidenzialismo non è passato inosservato, e che sul Colle c´è un signore che non fa sconti al premier proprio sul tema a lui più caro, quello delle televisioni». Un segnale definitivo: al Quirinale c´è molto, molto di più che un affabile notaio, disposto solo a tagliare nastri e a cantare l´inno di Mameli.
«La vendetta del Colle», magari, è solo un fantasma inesistente. Nato dalla (cattiva) coscienza del Cavaliere. Consapevole, una volta tanto, di aver tirato troppo la corda con il Capo dello Stato. Magari è autentica la versione che arriva direttamente dal Quirinale, che racconta di una scelta riflettuta e maturata a lungo dal presidente, già deciso da tempo a depositare il primo messaggio alle Camere del suo settennato proprio adesso. Proprio ieri. Come «un compito per le vacanze». Da dettare ora, e da lasciar sedimentare per «tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, in vista della ripresa d´autunno».
Ma se fosse davvero così, non si spiegherebbe davvero l´infortunio imperdonabile, l´ennesimo, con il quale Berlusconi ha reagito alla mossa presidenziale. Prima ancora che dal Colle uscisse la nota ufficiale del messaggio trasmesso a Pera e Casini, il Cavaliere ha giocato d´anticipo con un suo comunicato: «Ho controfirmato volentieri e con soddisfazione il messaggio del Presidente della Repubblica, aderendo pienamente ai principi richiamati sul pluralismo e sulla libertà dell´informazione». Una svista formale? Un goffo strafalcione nella sintassi istituzionale? L´esatto opposto, secondo le ricostruzioni convergenti di Marco Follini e Gianfranco Fini: «Un colpo d´astuzia, una contromossa un po´ estrema ma molto abile: ha scelto consapevolmente di fare un gaffe, ma è riuscito a tamponare l´urto, a limitare i danni. E a indirizzare il dibattito sui binari più favorevoli a lui e a tutta la maggioranza».
«I miei processi, i magistrati di Milano e il Corriere »
una lettera di Previti al Corriere della Sera
Gentile direttore, spiace, e francamente fa anche rabbia, vedere come il suo giornale, il primo quotidiano d'Italia, da sempre considerato il più equilibrato e obiettivo nelle critiche come negli elogi, dispensati in modo bipartisan a seconda della scelta dei commentatori, abbia invece deciso da tempo di spendere il suo nome e il suo prestigio per sposare «in toto» la causa della Procura di Milano nei processi che vedono imputati me e il presidente Berlusconi. Su quei processi, il «Corriere» procede in modo monodirezionale, senza un solo cedimento della linea colpevolista, sia nel merito sia nel modo di conduzione della difesa processuale.
Nessuno, tantomeno io (nonostante qualcuno pensi il contrario), chiede giudizi che non siano più che obiettivi. Ma mi domando, e Le domando: perché mai leggo solo articoli che, invece di soppesare le diverse argomentazioni in gioco, partono dal presupposto che io voglia bloccare i processi attraverso pratiche ostruzionistiche, ottenere uno scivolo giudiziario a colpi di provvedimenti legislativi, con ciò coinvolgendo nella complicità un'intera classe politica, la maggioranza del centrodestra? Possibile che io non sia riuscito a leggere un solo commento critico circa il comportamento della Procura di Milano e degli stessi giudici? Eppure, di motivi per porsi quanto meno un interrogativo sul modo di condurre indagini e udienze ce ne sono da riempire un faldone. Sì, un faldone giudiziario. Ma niente, sul vostro giornale non ho letto nemmeno una parola critica, anche se il rispetto del diritto e delle regole di garanzia dovrebbe essere garantito a tutti: al cittadino Rossi, come ai cittadini Previti o Berlusconi.
Spiace che nella comprensibile ansia di difendersi, l'onorevole Previti esprima opinioni sull'informazione giudiziaria del Corriere inesatte e ingenerose. La magistratura di Milano non è esente da critiche. E il Corriere non ha mancato di formularle. Anche quando il suo procuratore generale ha lasciato con un discorso rimasto celebre. Così come abbiamo stigmatizzato alcuni comportamenti corporativi della magistratura, ultimo caso lo sciopero delle toghe. Ma le notizie sono notizie, comprese quelle che provengono dal Parlamento e possono incidere sui processi in corso. Se sono fondate si pubblicano senza chiedersi preventivamente se facciano gli interessi dell'accusa o della difesa. A quest'ultima abbiamo dato sempre grande spazio, come avvenne il 20 gennaio scorso con un'ampia intervista all'onorevole Previti, piena di pesanti rilievi a pm e giudici, firmata proprio da Giovanni Bianconi. Diversi sono stati gli interventi dell'onorevole che il Corriere ha volentieri ospitato e che avrebbe pubblicato anche senza i cortesi solleciti di Palazzo Chigi. Cogliamo l'occasione per invitare l'onorevole Previti in via Solferino per un aperto e libero dibattito su giustizia e informazione del quale potremmo dare conto ai lettori. Lo aspettiamo.
24 luglio 2002