
Strage israeliana a Gaza: uccisi quindici civili, di cui otto bambini
sommari del'Unità
Sanguinoso attacco, nella tarda serata di ieri, da parte dei caccia dell'aviazione israeliana. Gli aerei hanno lanciato missili contro un gruppo di case ed un hangar nel centro della città di Gaza. Obiettivo lo sceicco Salah Shehada, capo del braccio armato del gruppo integralistico, le Brigate di Izz ed-Din al-Qassam. Ma il raid ha provocato, oltre a quella di Salah Shehada e della sua famiglia, la morte di altri dodici civili, tra i quali otto bambini. I feriti sono 140, di cui quindici in condizioni disperate.
Kofi Annan condanna Israele: «Quello che ha fatto è fuori dal diritto internazionale»
sommari del'Unità
Mentre il primo ministro israeliano Ariel Sharon definisce l'attacco aereo contro Gaza «una delle operazioni più riuscite dell'esercito», di inusuale durezza e fermezza è la condanna espressa dal segretario generazle delle Nazioni Unite, Kofi Annan. «Israele», ha affermato il capo portavoce del palzzo di Vetro, Fred Eckhard, citando lo stesso Annan, «ha la responsabilità legale e morale di adottare tutte le misure per evitare perdite di vite innocenti. Nell'utilizzare un missile contro un condominio residenziale», ha denunciato Eckahrd, «ha chiaramente omesso di fare ciò».
Morte preventiva
sommario de il Manifesto
Due morti, un disperso e una ventina di feriti. A soli 400 metri dalla costa albanese, una motovedetta della Guardia di finanza intercetta un gommone che trasporta verso l'Italia 33 persone. Ma nel buio lo «scafo», appena salpato da Valona, si schianta contro l'imbarcazione italiana Un «incidente», sostiene la Finanza, il primo dopo l'approvazione della legge Bossi-Fini, che ricorda la strage della Kater I Rades del `97. Proteste in Italia e in Albania contro la «regole d'ingaggio» per i clandestini. Le due magistrature hanno aperto un'inchiesta
La deregulation al capolinea
Storia del business senza freni che divora sogni e pensioni
Vittorio Zucconi su la Repubblica
WASHINGTON - L´ALTRA faccia della deregulation, il volto del liberismo deformato dalla complicità dello Stato e dal silenzio dei media, si mostra all´America e deve annunciare il crack di una corporation che è il crack politico di un´epoca e l´incriminazione di una cultura che ha tradito le promesse. Il collasso da 107 miliardi di Euro della Worldcom comunicazioni formalizzato ieri dal suo presidente raggiunge e tocca ovviamente la Casa Bianca di George W. Bush, devasta la fede popolare nella equità magica dei mercati, divora pensioni e sogni, ma soprattutto accascia il morale di una nazione impegnata in guerra, una nazione che ora deve scoprire che, mentre lei si batte contro le ombre del terrore, in Borsa le sfilano il borsellino.
Non si è sorpreso nessuno quando il Ceo, il Chief Executive Officer, John Sigdmore, il presidente della Worldcom comunicazioni si è arreso ai debiti e ha messo la sua azienda nelle mani dei creditori, secondo la formula della «bankruptcy capitolo 11», cioè dell´amministrazione controllata americana per insolvenza. Da settimane era ovvio a tutti che la societá non poteva far fronte ai 47 miliardi di Euro tra debiti e obbligazioni. Un crac così, di una società che sulla carta varrebbe 107 miliardi di Euro e che ha avuto bisogno di un prestito da 750 milioni di Euro pronta cassa soltanto per tenere in funzione le linee telefoniche dei clienti, non si era mai visto, neppure in America. Ma non è la cifra che impressiona, nel gigantismo americano. È il segnale che, dopo lo schianto della Enron energia (112 mila miliardi di lire) e di dozzine di altre, l´ideologia del permissivismo reaganiano ripreso dai «nuovi democratici» clintoniani, la cultura del «manovratore da non disturbare» è arrivata, dolorosamente, al capolinea.
La storia di Worldcom, il ciclope che alza la bandiera bianca non per difficoltà di congiuntura o per errori strategici, ma sotto la vergogna di una truffa contabile da bancarella, non è più soltanto un´altra fase della Grande Purga dopo la «Grande Bouffe» che ha spazzato via 7 trillioni di Euro dai portafogli degli investitori in Borsa. La sua è la vicenda esemplare di un´insignificante aziendina locale di telecomunicazioni, la LDD del Mississipi spuntata dalle crepe del monopolio telefonico demolito dalla rivoluzione reaganiana. Dal 1983, infatti, la LDD ha cavalcato la cultura della deregulation divenuta la cultura dell´impunità e del falso in bilancio, arrivando a diventare la seconda società telefonica americana e nel mondo, con 60 mila dipendenti in 65 nazioni.
Dicono gli esperti, ammesso che siano ancora affidabili, che i creditori della Worldcom, con la Deutsche Bank in testa per esposizione, e dietro di essa milioni di risparmiatori, pensionati, dipendenti che avevano creduto nei libri dei sogni spacciati per bilanci, possono ora sperare al massimo, se la società uscirà dal tunnel dell´amministrazione controllata in un anno come ha promesso il Presidente, in dieci centesimi al per ogni dollaro prestato. Diecimila euro in cambio dei centomila versati.
George Bush e il suo «copresidente» Cheney, prodotti di quella cultura della complicitá spacciata per liberismo, pagheranno forse nelle elezioni parlamentari di novembre il prezzo politico della loro corresponsabilitá oggettiva. Ma che il collasso della Worldcom sia un momento della storia culturale americana, e non solo economica, è scritto sulle pagine dei quotidiani e sugli schermi dei media, dove il «quarto potere» comincia finalmente a chiedersi se i giornalisti, trasformati in agenti di pubbliche relazioni per la New Economy (come scrive Newsweek in un´amarissima autocritica), siano colpevoli quanto gli analisti di Borsa, quanto i politici che incassavano i finanziamenti elettorali o i revisori dei conti che guardavano dall´altra parte. Un crack di queste dimensioni, che viene dopo mesi di collassi aziendali, non può essere letto soltanto come un fallimento delle agenzie di controllo.
Quando il disastro è sistemico, le ragioni del disastro non possono che essere sistemiche.
George Bush potrà forse pagare lo stesso prezzo che pagò suo padre, ma la sola vittima sicura è l´elettorato più importante e vulnerabile, quello dei baby boomers, dei quasi vecchi compresi tra i 55 e i 65 anni che possiedono da soli più del doppio dei titoli di Borsa posseduti dagli altri gruppi d´età e che su quei portafogli volatilizzati contavano, ingenui e ingordi, per la vecchiaia.
Cambia il vento, cambiano gli umori e cambia lo spirito del tempo. Ora, i contabili americani ricominciano a contare, i giornalisti tornano a fare i giornalisti, i sondaggi dicono che, dietro la popolarità generica del capo, la maggioranza sente che l´America si è incamminata in una direzione sbagliata. Persino il presidente repubblicano della Camera, il conservatore Hastert, ammette che «se proponessi una legge per fucilare tutti i consigli di amministrazione, passerebbe all´unanimità».
E i 20 milioni di americani clienti della Worldcom, che fino a ieri credevano ai somarini dagli zecchini d´oro, oggi sono ridotti a sperare che nella cornetta risuoni almeno almeno il «tone», il tuuuu rassicurante del servizio telefonico. E ai loro numeri non risponda il silenzio degli innocenti rimasti impigliati nel crack che cambiò un´epoca.
Ma il presidenzialismo resta in alto mare
Stefano Folli sul Corriere della Sera
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Staino su l'Unità
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Un punto è ormai chiaro. Le riforme istituzionali si faranno, se si faranno, solo attraverso un ampio confronto parlamentare tra maggioranza e opposizione. Non è una novità. In questi giorni lo ha detto e ripetuto Marcello Pera («Ci vuole spirito bipartisan sulle riforme... recuperiamo qualcosa della Bicamerale»), fin dal convegno della settimana scorsa a Palazzo Madama. Peraltro tale linea risponde a un ovvio buon senso istituzionale e nessuno aveva mai creduto seriamente che la Casa delle Libertà potesse procedere da sola in una materia così spinosa. Certe affermazioni di Berlusconi (quelle che venerdì avevano stupito e infastidito il Quirinale) rientrano nel novero delle gaffe, ma non cambiano il quadro. Anzi, il fatto che ieri il presidente del Consiglio abbia sentito il bisogno di sottolineare, da Bruxelles, che l'Italia non è governata da un dittatore e che per cambiare le regole ci vuole il dialogo in Parlamento, lascia intuire il desiderio di spiegarsi e di rassicurare.
Si capisce allora che il presidenzialismo è un'ipotesi del tutto in alto mare. Anche perché finora le idee al riguardo sono piuttosto confuse nel centrodestra, benché Berlusconi si irriti quando qualcuno glielo fa notare. Ma in un certo senso è normale che sia così.
Il presidenzialismo è al momento solo un termine simbolico: rappresenta una carta politica utile a tenere insieme la maggioranza, ad affermare la leadership di Berlusconi, a permettere a Bossi di fare passi avanti in Parlamento con il progetto federalista (destinato nelle intenzioni anche a modificare la composizione della Corte Costituzionale).
C'è l'esigenza politica di non rinunciare a un disegno di rinnovamento istituzionale di cui la Lega si considera - a torto o a ragione - il motore. E nel complesso tale esigenza è ben compresa dai partiti della maggioranza, come testimonia anche l'incontro di ieri sera a Milano del gruppo di Officina .
Adesso sappiamo, grazie anche al riferimento del presidente del Senato allo «spirito della Bicamerale», che la Casa delle Libertà ha urgente bisogno di mettere a punto un calendario di riforme e quindi di coinvolgere su di esso l'opposizione. La quale a sua volta è tutt'altro che unita, ma su almeno un punto (l'equilibrio dei poteri tra Stato centrale, Regioni e Comuni) la sinistra ha interesse a ottenere qualche risultato.
Tutto questo non ha quasi niente a che vedere con il merito del «presidenzialismo», tema destinato a maturare non prima della fine del 2003. O forse nemmeno allora. Oggi, alla vigilia delle ferie, si tratta piuttosto di capire se a sinistra i «dialoganti», che accettano un confronto con il governo sulle riforme, avranno o no la forza politica per imporsi sugli intransigenti.
Svelati i segreti di Al Qaeda in Italia
Il "milanese" pentito di Guantanamo
Carlo Bonini su la Repubblica
MILANO In un prefabbricato di legno chiaro che guarda la baia di Guantanamo, un ragazzo magrebino in ceppi che non ha ancora compiuto 28 anni sta raccontando alla Cia alcuni dei segreti della rete italiana di Al Qaeda, le sue routine operative. Si chiama Junis. Suo padre, sua madre e i suoi fratelli vivono a Milano. Dove anche lui è cresciuto nell´insegnamento del Corano, prima che il sogno della Jihad, nel luglio dello scorso anno, lo chiamasse altrove. In un campo paramilitare al confine tra Pakistan e Afghanistan, dove lo ha sorpreso prima la guerra, quindi la prigionia.
Da qualche tempo, ormai, gli stringati rapporti che raccolgono le informazioni fornite da Junis vengono regolarmente trasmessi dalla Cia a Roma, alla sede centrale dell´Ucigos, la nostra Antiterrorismo. Perché vengano incrociati con quanto raccolto in questi mesi dalle indagini in corso a Roma, Milano, Napoli, Torino. Perché verifichino o, al contrario, indirizzino, dandole un senso, notizie frammentarie altrimenti prive di apparente consistenza. Del resto, la storia di Junis - e dunque, a ben vedere, anche lo spessore del suo ruolo - non è poi così diversa da quella di Mohamed Aouzar, il ventenne marocchino "torinese" che con lui condivide oggi la sorte di prigioniero nella baia dei "dannati" e per primo, nella primavera scorsa, scelse di rompere il silenzio durante gli interrogatori cui lo aveva sottoposto la Cia. Per Junis a Milano, come per Aouzar a Torino, un regolare permesso di soggiorno e un altrettanto regolare lavoro (per quanto saltuario), una lunga formazione nel locale centro islamico (Junis frequentava quello di viale Jenner, come pure la moschea di via Quaranta), il periodo di "osservazione", quindi il reclutamento e l´avviamento nei campi di addestramento dei Taliban.
Spiega una accreditata fonte investigativa a Repubblica: «Junis si sta rivelando prezioso per almeno due buoni motivi. Primo: le sue sono le informazioni più recenti di cui siamo entrati in possesso dall´interno dell´organizzazione. Secondo: il riferimento "operativo" di Junis a Milano, il suo "reclutatore", è stato l´uomo che molti dicono morto in Afghanistan nel dicembre scorso, ma che noi continuiamo e continueremo a cercare almeno fin quando non avremo la prova certa della sua scomparsa. Parliamo di Abdelkader Es Sayed. Una delle figure chiave di Al Qaeda in Italia».
Che cosa sta dunque raccontando Junis?
Una "verità" su tutte sembra aver fatto breccia nelle convinzioni dell´Antiterrorismo. Se non altro perché corrobora quella che sin qui era apparsa soltanto un´intuizione figlia dell´investigazione di strada. «Le cellule italiane di Al Qaeda - ha spiegato il ragazzo e confermano le più recenti acquisizioni investigative - non sono in sonno». La loro normale condizione operativa contempla infatti routine semi-clandestine che soltanto in apparenza possono essere confuse per quiescenza. In realtà, ciascuna cellula è reclutata e assemblata per essere pronta a colpire non appena riceva l´ordine di attivazione. Soltanto allora conoscerà il suo obiettivo e i nomi dei "contatti" cui fare riferimento.
Quel che al contrario l´Antiterrorismo sa è dove oggi la rete di Al Qaeda continua a poter contare su maglie resistenti. Milano con il suo hinterland, Torino, Roma e Napoli sono i quattro nodi che ormai da mesi, costantemente, vengono monitorati nell´attesa che una sola mossa possa tradire il network e con lui i suoi obiettivi e organigrammi. E´ accaduto a Milano l´ultima volta il 12 luglio scorso, nella quarta incursione della Digos (nove arresti e il sequestro di una stamperia dove 400 erano i documenti falsi pronti all´uso) che ha portato a 26 le ordinanze di custodia cautelare disposte dalla Procura in soli sette mesi a carico di militanti di Al Qaeda. Accadrà presto anche altrove, in Italia, grazie anche all´immane lavoro di traduzione che non più di qualche settimana fa ha restituito alla comprensione degli investigatori le trascrizioni integrali delle conversazioni telefoniche intercettate (finché è stato possibile) proprio sulle utenze di quel Abdelkader Es Sayed da cui il nostro Junis venne reclutato.
Un pubblico ministero impegnato in uno dei tanti filoni di indagine su Al Qaeda in Italia, la racconta così: «Abbiamo almeno due ex militanti che parlano a Guantanamo, un elenco di sospetti in Italia di cui seguiamo le mosse, dei telefoni da ascoltare. Ebbene, l´incrocio costante dei dati che emerge da queste tre diverse fonti di informazione consente un monitoraggio di doppia utilità. Fa progredire le indagini e ci mette nelle condizioni di tenere corto il guinzaglio a singoli individui che riteniamo verosimilmente in attesa di un ordine di attivazione».
Bioetica, capire vale più di controllare
Maurizio Mori su l'Unità
E' stato creato un forum bioetico su l'Unità per discutere su temi che ormai si incontrano quotidianamente, dalle scoperte in campo genetico alle questioni di eutanasia. L'obiettivo è favorire l'elaborazione di un quadro teorico per riuscire a "collocare" ed "interpretare" i vari eventi, attraverso il libero confronto, nel rispetto del pluralismo etico. Il punto di partenza della discussione riguarda una delicata questione: quale dev'essere la composizione e quali gli scopi del Comitato nazionale di Bioetica?
Quasi non passa settimana che un qualche evento bioetico si imponga all'attenzione pubblica: possono essere le scoperte in campo genetico o le questioni di eutanasia che poche settimane fa hanno impegnato diverse Corti, ma ormai è chiaro che non si tratta più di fatti isolati e saltuari. La catena incessante indica che siamo di fronte a una vera e propria Rivoluzione biomedica. I cambiamenti incalzanti lasciano la gente perplessa e disorientata, se non sgomenta o attonita. La situazione di incertezza attraversa molte coscienze ed influenza la politica.
Mentre i tradizionalisti sui temi della bioetica hanno già fissato chiare direttive (si pensi alla dottrina cattolica), la cultura della Sinistra sembra disorientata e in forte ritardo: è come se annaspasse, alla rincorsa di una realtà poco comprensibile e sfuggente. Il pensiero progressista manca di una prospettiva teorica che consenta non dico soluzioni precise ma almeno una direzione di orientamento. Hanno così buon gioco i conservatori che propongono impossibili ritorni ai valori tradizionali come risposta ai nuovi quesiti. Al riguardo esemplare è il caso della fecondazione assistita.
Per cercare di colmare la situazione di disorientamento in ambito bioetico ho proposto che l'Unità aprisse un forum di discussione con cadenza quindicinale: l'obiettivo è favorire l'elaborazione del quadro teorico richiesto per riuscire a "collocare" ed "interpretare" i vari eventi. Il mezzo è il confronto ed il vaglio critico e razionale delle ragioni addotte pro o contro le diverse posizioni, nel rispetto del pluralismo etico. Non abbiamo dogmi, ma crediamo che attraverso l'analisi razionale si possa riuscire perlomeno a capire quali sono i termini delle questioni in gioco e individuare le linee di una prospettiva conforme alla tradizione della Sinistra.
Voglio aprire la discussione sottoponendo al vaglio critico due tesi circa la funzione del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB). Lo spunto è offerto dal Convegno organizzato dal Centro Studi Politeia sul tema "Quale Comitato Nazionale per la Bioetica? Prospettive a confronto" tenutosi il 23 maggio alla Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto a Roma. Scaduto da ormai 5 mesi, prima che giungessero le nuove nomine (che sembra siano imminenti) pareva opportuno riflettere sulla natura e sulla funzione di tale istituto. Più che rappresentative di uno specifico orientamento di pensiero, le tesi che intendo proporre sembrerebbero essere "costituzionali", ossia tali da valere come criterio di fondo per un simile organismo. Tuttavia non c'è niente di scontato, e credo che esse debbano essere difese con forza dalla Sinistra.
La prima riguarda la composizione stessa del CNB. Oltre alla acclarata competenza dei membri, caratteristica minima ed imprescindibile è la adeguata rappresentanza di genere: senza di essa il Comitato sarebbe monco. Inoltre, il CNB non può non essere rispondente al pluralismo etico diffuso. L'Italia è ormai un paese multietnico e multireligioso, e non si può più continuare a pensare che il CNB sia composto da una maggioranza di studiosi di fede cattolica. Tutte le "grandi famiglie morali" presenti nel paese dovrebbero essere ben rappresentate.
La seconda tesi riguarda la funzione del CNB. Sinora esso ha cercato per lo più di elaborare documenti contenenti precise proposte etiche, dando risposte a problemi specifici come quelli dell'embrione o di fine vita. In questo senso il CNB si è posto come una sorta di "consigliere spirituale" teso a dare un indirizzo alla vita morale del paese: "i saggi" individuano soluzioni giuste per influenzare la vita sociale e dare rassicurazioni. Ma tale obiettivo può essere conseguito solo da un CNB abbastanza omogeneo: altrimenti o manca il consenso richiesto, oppure si ripiega su tematiche non controverse.
Ove il CNB fosse davvero rappresentativo delle diverse "famiglie etiche" diffuse nel paese, la sua funzione non può che essere quella di chiarire le varie prospettive in campo. Questo compito non è meramente descrittivo: in molti casi le questioni si presentano così confuse e intricate che il solo chiarimento dei termini del problema aiuta l'individuazione di una soluzione rispettosa dei diritti civili delle persone. Inoltre, tale compito ha un' importante funzione normativa che consiste nell'aiutare la gente a vivere in un mondo caratterizzato dalla diversità morale.
Favorire la comprensione delle posizioni altrui e la tolleranza reciproca è un compito etico di prim'ordine, non foss'altro perché solo questi valori consentono la pacifica convivenza. Un CNB teso a svolgere questa nuova funzione avrebbe anche un diverso rapporto con la società civile, perché invece di essere proteso a dare indicazioni per "controllare" gli aspetti bioetici emergenti dalla realtà sociale andrebbe alla ricerca di un dialogo per "capire" le nuove esigenze e "rispondere" ad esse. Auspico un CNB che invece di essere proteso a condannare o approvare le varie pratiche cerchi di valorizzare le diversità morali esistenti e di favorirne il rispetto: un simile Comitato sarebbe una risorsa ed una ricchezza per l'intero paese.
Benvenuti a Durham la "Lourdes dei grassi"
Nel North Carolina la "città della medicina americana" ospita centri della salute che l'hanno resa la più grande "Fat City" Usa
Alessandra Retico su la Repubblica
LI VEDI che camminano per mano, in gruppo, per quanto possono stretti l'un l'altro. Sembrano intimoriti, fragili, eppure hanno corpi abbondanti, generosi, trionfali. Quando si spostano, nell'aria è un'onda, energia della materia. Eppure i loro sguardi vagano incerti, disancorati, magri di desiderio. Vanno così perché in questo momento sono "fuori", da soli ad affrontare una luciferina città dalle vetrine tentacolari: pizza, gelati, hamburger e patatine fritte lì a minacciare le convinzioni maturate con tanto sforzo. "Devo dimagrire" si ripetono come un esorcismo mentre sfilano a occhi bassi davanti alle lusinghe del cibo.
"Dentro" è tutto più solido, certo. "Dentro" sono i circa 300 tra centri, università, cliniche, istituti privati e aziende che si occupano dello "stare bene" e che fanno di Durham, North Carolina, la "Città della medicina Usa", identità più conosciuta del toponimo. Quella della "salute" è a Durham infatti l'industria più fiorente producendo un giro d'affari annuale di circa un miliardo e mezzo di dollari, vale a dire il 36% del Pil cittadino. Dici Durham, insomma, e capisci medicina.
Fiori all'occhiello della città sono quattro ospedali - il Duke University Medical Center, il Durham Regional Hospital, Va Medical Center e il North Carolina Eye&Ear Hospital - che offrono più di 100 diverse specializzazioni, cure, servizi. E' qui che sorge il Research Triangle Park, un triangolo dell'industria medica che è il più grande negli Stati Uniti e ospita circa 140 aziende impegnate nella ricerca e dà lavoro a 44 mila persone.
Quasi 16 mila persone all'anno si ricoverano negli ospedali di Durham mentre circa 727 mila sono quelli che usufruiscono di semplici cure ambulatoriali. Quanto si spende nella ricerca? Circa 600 milioni di dollari l'anno.
La "clinica" più grande e gettonata dal pubblico, la Duke University Medical Center. La "specialità" per la quale va famosa nel mondo (il Duke Center of living), la cura dell'obesità. E' qui che da anni viene utilizzata con successo una speciale dieta a base di riso, inventata nel 1939 dal medico Walter Kempner, autore di un battesimo fortunato: "Fat City" chiamò Durham, elevandolo agli oneri di capitale mondiale della dieta. E siamo arrivati al punto: qui più che altrove (ma quasi ogni centro possiede un centro per chi vuole dimagrire) hai la sensazione che Durham è una grande comunità, un campus, una città fondata a uno scopo: stare in salute, vivere bene, e dunque fare fitness e dimagrire.
Vedi alla Duke: eserciti di sovrappeso americani ci vanno da anni, dal 1969, da quando il "centro per lo stare bene" è stato fondato. Negli ultimi anni la percentuale di persone che lo scelgono "per cambiare vita", come recita il promettente slogan dukeniano, è aumentata in maniera esponenziale, rispecchiando in questo le pesanti statistiche delle bilance americane: negli ultimi dieci anni la percentuale di sovrappeso e obesi adulti è salita dal 46 al 55%. Insomma, più della metà degli americani pesano troppo e, secondo gli esperti, la tendenza è ancora destinata a crescere tanto che Bush, il mese scorso, ha lanciato una campagna di informazione e prevenzione per combattere quella che ormai appare una malattia nazionale.
Durham si è fatta paladina della battaglia, diventando per molti una "Lourdes per i grassi". Il Duke Center of Living ne è, alla lettera, l'incarnazione più esplicita. Perché in questo centro dove medici, psicologici, terapisti, istruttori di fitness lavorano per assottigliare le vite dei loro pazienti-clienti, la gente vive come in una vera comunità cittadina. Programmi di dimagrimento che vanno da una settimana fino a un anno, ma la formula preferita dagli ex grassi è quella del "ritorno".
23 luglio 2002