
Presidenzialismo e colpi di teatro
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 21.07
Il Cavaliere ama i colpi di teatro. È un'arte di cui è maestro (e anche allievo). E così ieri l'altro, di punto in bianco, passeggiando su e giù per il Transatlantico di Montecitorio, ha dichiarato che occorre passare a un sistema presidenziale e che lui è pronto a sacrificarsi. Ha detto proprio così: «Se passa la riforma presidenziale francese o americana, sarebbe naturale che io mi presentassi come candidato alla presidenza della Repubblica, ma lo farei con sacrificio». Si tratta di un sacrificio balneare, annunziato soltanto per vivacizzare l'estate, oppure di un sacrificio da prendere sul serio? Secondo me, è da prendere sul serio. Intanto, covava da tempo. E poi questa volta è stato progettato da un think tank (un pensatoio) detto «Officina» che si è riunito per vari mesi. In verità, di pensatori in grado di pensare quel pensatoio ne ha pochi, al massimo un paio. Ma questa circostanza lo rende particolarmente temibile.
Vedremo. Ci sarà tempo. Al momento restiamo all'esordio. Un esordio che è stato davvero singolare. Una riforma di tipo presidenziale è una riforma che rivoluziona da capo a fondo il nostro sistema costituzionale. È una cosa molto seria, che dovrebbe essere ben meditata. Inoltre, non deve essere un vestito fatto su misura, fatto apposta, per un particolare candidato. Invece Berlusconi non cerca nemmeno di nascondere che il presidenzialismo serve a lui, che dev'essere fatto per lui. Non so se questa sia megalomania, ma certo è malagrazia.
Una seconda osservazione è che dopo tanti anni (dal 1994) di toccate e fughe sul presidenzialismo Berlusconi e il suo pensatoio dovrebbero finalmente avere idee chiare. Eppure no. Berlusconi lascia intendere che per lui il presidenzialismo all'americana e il semi-presidenzialismo alla francese vanno entrambi bene, come se fossero formule interscambiabili. Invece si somigliano quanto io somiglio a Marilyn Monroe (ammetto di esagerare, ma è per vedere se la differenza penetra). Può darsi che a Berlusconi riesca di fare il satrapo in entrambi i casi (dopotutto, ci riesce anche con un sistema parlamentare). Ma per i suoi successori (si spera che ne avrà) non sarà così. Per i suoi successori un presidenzialismo di tipo Usa sarebbe pessimo.
Una terza osservazione è che il pensatoio berlusconiano non sa rinunciare ai pastrocchi all'italiana. I cervelloni del Cavaliere ci propongono, come sistema elettorale del presidenzialismo, il Tatarellum, e cioè il sistema adottato per le nostre elezioni regionali. E il Tatarellum è un sistema proporzionale con premio di maggioranza il cui maggior pregio è, appunto, di essere un pastrocchio. Senza contare che la letteratura è pressoché unanime nel ritenere che nessun presidenzialismo è avvantaggiato dall'adozione del proporzionale. La Francia adopera il doppio turno, gli Stati Uniti l'uninominale. I presidenzialismi proporzionalisti sono quelli sudamericani, e cioè quelli che funzionano peggio.
Ma se la subitanea scesa in campo presidenzialista di Berlusconi non convince, la reazione dell'opposizione convince ancora meno
ma la sinistra non può dimenticare di aver votato, in Bicamerale, il semi-presidenzialismo alla francese. Se andava bene allora, perché ora non va più bene? Questo è il punto da spiegare. La risposta è che allora Berlusconi non aveva ancora conquistato la Rai, e che il suo strapotere non era ancora stato rinforzato dal disegno di legge Frattini sul conflitto di interessi. Questo è il problema. Un problema che è sempre più tale anche per il Quirinale. Che si è trovato sull'uscio (pare senza preavviso) una bella polpetta avvelenata.
Processi, anche sedute notturne per cambiare
«Legittimo sospetto» sull'imparzialità delle toghe, a rischio i giudizi che riguardano Berlusconi e Previti. Il progetto di legge aumenta le possibilità di chiedere il trasferimento di un procedimento e blocca la sentenza in attesa di decisione
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera
ROMA - Cinque convocazioni in due giorni, comprese due sedute notturne, tra martedì e giovedì. Un giorno per sbrigare la proroga del «carcere duro» per i mafiosi, e due per discutere e approvare (secondo le intenzioni della maggioranza) la norma che reintroduce il «legittimo sospetto» sull'imparzialità del giudice tra le cause di trasferimento di un processo da un tribunale all'altro. E sarà proprio questo disegno di legge ad occupare gran parte del tour de force previsto a partire da domani alla commissione Giustizia del Senato. Una proposta nata direttamente dai rivoli dei dibattimenti milanesi chiamati «toghe sporche» dove sono imputati Silvio Berlusconi e Cesare Previti, che evidentemente si vuol trasformare al più presto in realtà; se venisse approvata, i legali del premier e dell'ex-ministro vedrebbero tolti di mezzo un bel po' di ostacoli sulla strada dello spostamento dei processi, e comunque della loro sospensione in attesa del verdetto della Cassazione. Il disegno di legge firmato dal senatore dell'Udc Melchiorre Cirami è stato presentato due settimane fa, e se saranno rispettati i tempi previsti potrebbe essere approvato dall'aula prima delle ferie estive. La metà del percorso parlamentare in meno di un mese: quasi un record, che ricorda altre leggi foriere di furiose polemiche (come quella sulle rogatorie, approvata un anno fa dal Senato giusto alla vigilia delle ferie estive) e alimenta il dubbio di provvedimenti studiati ad hoc per far varare dal Parlamento ciò che gli avvocati non si riescono a ottenere nelle aule di giustizia.
Tutto nasce, infatti, dall'istanza di rimessione con la quale i legali del premier e degli altri imputati hanno chiesto di non essere giudicati dai magistrati del distretto di Milano, ritenuti non più «liberi» dopo anni di polemiche sulle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Se proprio non siete d'accordo con noi, hanno spiegato i difensori davanti alle Sezioni unite della Cassazione chiamate a decidere, chiedete almeno alla Corte costituzionale di sancire l'incostituzionalità della norma che non prevede il «legittimo sospetto» tra le cause di rimessione del processo; questo perché la legge delega del 1987 contemplava quella circostanza, ma il governo la lasciò fuori dal codice di procedura penale.
La Cassazione non ha nemmeno esaminato se, nel caso dei processi milanesi, il «legittimo sospetto» sull'imparzialità dei giudici sia fondato o meno. Ha però ritenuto «non manifestamente infondata» la questione sollevata dagli avvocati di Berlusconi, e s'è rivolta alla Consulta. Senza sospendere i dibattimenti in corso, come volevano gli avvocati, proprio perché non s'è addentrata nella «valutazione critica della denunciata situazione locale».
La memoria della piazza
Alessandro Mantovani su il Manifesto
GENOVA - E' stato il giorno della memoria e del ricordo. Il giorno di Carlo, ucciso a 23 anni da un carabiniere. Migliaia di persone, fin dalla mattina di ieri, hanno riempito piazza Alimonda e le strade intorno per andare a portare un fiore o a lasciare un biglietto, un regalo, una maglietta colorata. Via Invrea, teatro di scontri violentissimi un anno fa, era un fiume di gente che andava e veniva tra piazza delle Americhe (stazione di Brignole) e piazza Alimonda. Giovani e meno giovani, anarchici e cattolici, ragazzini con lo zaino e vecchi partigiani, personalità pubbliche e gente comune. Un gonfalone (Castagneto Carducci, Livorno), un assessore comunista con la fascia tricolore, i musicisti del teatro Carlo Felice che hanno suonato per ore. Attivisti di Lilliput, giovani con il piercing, boy-scout. Striscioni, palloncini di tutti i colori, abbracci commossi e qualche lacrima. Tutto sommato, poche lacrime: la voglia di esserci sembrava più forte del dolore. Heidi Giuliani, la mamma di Carletto, ha avuto quel che voleva: non un funerale - diceva - ma «una festa della vita». Insieme al marito Giuliano sono rimasti fino a metà pomeriggio in quella piazza, a salutare sotto il sole volti noti e perfetti sconosciuti.
Sono rimasti lì fino alle 17,27, l'ora dello sparo. A quel punto un applauso liberatorio, lungo dieci minuti, nella piazza e in tutta Genova. Le sirene del porto hanno suonato, più tardi c'è stato anche un brindisi in memoria di Carletto. Poi la folla, lentamente, si è rimessa in cammino verso Brignole per il corteo, troppo grande per partire subito.
Il segretario della Cgil è stato tra i primi ad arrivare in piazza Alimonda, alle dieci del mattino. Sergio Cofferati ha scambiato poche parole con Giuliani, ex sindacalista Cgil, poi si è fermato per qualche minuto davanti alla montagna di fiori, ricordi e messaggi che cresce di giorno in giorno, accanto alla chiesa di Nostra signora del Rimedio, da quel maledetto 20 luglio 2001. E' l'«altarino» che An vorrebbe spazzar via. Sopra c'è scritto «Carlo vive», vernice nera su drappo bianco. Attorno immagini del Che, bandiere della Roma - la squadra del cuore di Carlo - semplici bigliettini firmati col nome di battesimo e fotografie, sciarpe da stadio, fazzoletti della Fiom, dei Cobas o del Prc. Qualcuno ha lasciato una copia del manifesto, dedicata a Carlo. E le magliette con la scritta «per non dimentiCarlo»: una la indossava Giuliani, lo slogan l'ha inventato una bambina genovese di otto anni.
«E' importante - ha detto Cofferati - che questo paese non dimentichi quello che è successo a Genova un anno fa. Il ricordo di quei tragici momenti serve a rafforzare la democrazia. Nulla deve restare ignoto, nulla deve restare impunito. La dialettica, la libertà di partecipare a una manifestazione sono il sale della democrazia. Penso - ha detto ancora Cofferati - che sia molto importante il rapporto tra soggetti diversi, il sindacato, le associazioni di volontariato, le varie anime del movimento. Devono poter parlare tra di loro, fare cose insieme quando gli obbiettivi sono comuni, nel pieno e reciproco rispetto». La Cgil, un anno fa, a Genova non c'era. Anche per questo c'è stato qualche fischio per il suo leader.
In piazza Alimonda si sono visti don Andrea Gallo, partigiano in tonaca e simbolo della Genova che lotta, e Giovanni Pesce, il mitico comandante «Visone» dei Gap milanesi. C'era soprattutto gente comune, popolo di sinistra di ogni parte d'Italia, ma si sono affacciati anche Vittorio Agnoletto e parlamentari di Rifondazione (Mascia, Russo Spena, Malabarba), dei Verdi (Bulgarelli,Cento), dei Ds (Salvi, Vita). E' passato anche Carlo Freccero, l'ex direttore di Raidue che con Marco Giusti ha realizzato «Bella ciao» sulle giornate del G8 2001, un film che si diffonde sempre più nonostante la censura Rai.
Solo per Luciano Violante la contestazione è stata dura, esplicita, per fortuna pacifica. A piazza Alimonda il capogruppo Ds alla camera è arrivato verso mezzogiorno, protetto dalla polizia e dal servizio d'ordine Cgil. Giuliani l'ha abbracciato, il resto della piazza no. «Vergogna, assassino, sciacallo». «Sei arrivato con un anno di ritardo - strillava un ragazzo - sei venuto a fare la passerella». E ancora: «A Napoli c'eravate voi - gridava un altro - al governo c'eravate voi, la polizia era la vostra» (riferimento alle violenze poliziesche al Global forum del 17 marzo 2001). Il papà di Carlo non ha gradito, «così - ha detto - si fa il gioco di Berlusconi», ma a gridare non erano ragazzini, erano persone d'ogni età. Impossibile metterli a tacere. Violante se n'è andato mentre la folla scandiva: «Vergogna, vergogna».
Era logico. In casa Ds, al di là delle cariche formali, l'ex presidente della camera è tra le massime autorità in fatto di sicurezza e polizia. I suoi ottimi rapporti con gli attuali vertici della ps sono noti, le sue timidezze all'indomani del G8 le ricordano tutti. «Sapevo benissimo che sarei stato contestato - ha commentato Violante -, in politica gli errori si pagano e l'errore che abbiamo fatto l'anno scorso è di non aver capito le domande del movimento». Poi Violante ha annunciato che presenterà anche alla camera la proposta di una commissione d'inchiesta sui fatti del G8, già depositata dai Ds al senato (e da Verdi e Rifondazione in entrambi i rami del parlamento), sottolineando che bisogna indagare sulla carica dei carabinieri contro le Tute bianche in via Tolemaide («Hanno caricato un corteo regolare: chi lo ordino?») e sulla cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz (62 feriti e 93 arresti). Violante ha attaccato «le micro-organizzazioni sindacali che, all'interno della polizia, puntano sull'uso della violenza e sono coperte spesso da Alleanza Nazionale», poi ha ricordato la presenza di Fini al comando dei carabinieri il 20 luglio di un anno fa. An gli ha risposto duramente. Ma in piazza Alimonda non se n'è accorto nessuno.
Il movimento saluta Genova con due obiettivi: il lavoro e la sconfitta della Bossi-Fini
sommari de l'Unità
Nell'assemblea plenaria che ha chiuso domenica la tre giorni di quello che è sempre di più il 'popolo di Genova' si è parlato di leadership, di organizzazione del movimento, di forme di lotta contro il liberismo («perché certo non possiamo illuderci di sconfiggerlo con uno slogan» ha osservato il 'disobbediente' Luca Casarini), e del Forum sociale europeo che dal 6 al 10 novembre trasformerà Firenze nella Porto Alegre d'Europa. Ma c'è anche una polemica tra il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, e Casarini.
Anno 2171: il binario e' raddoppiato
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Dice la storia che la costruzione con i badili e le corde dei duemila chilometri di Muraglia Cinese avviata da Shi Huang-di, richiese una cinquantina di anni. Dice la cronaca che negli ultimi 28 lo Stato italiano ha costruito 28 chilometri di binari per raddoppiare due pezzetti della Palermo-Messina. Nel 1974 i chilometri finiti erano 44, oggi sono 69. Un passo che porterebbe al completamento dei 163 km che mancano nel tratto ferroviario nel 2171. Quando il ponte di Messina, se ci sarà, comincerà ad essere vecchiotto.
Bastano questi due dati per illustrare con accecante brutalità come il rimpallo di responsabilità scattato dopo la tragedia di Rometta Marea sia indecoroso. Certo, ci saranno anche state delle responsabilità dei verdi integralisti, come dice Gianfranco Miccichè, nell'eterno tira e molla che ha impedito a opere pubbliche essenziali di vedere la luce. Ma lo sfascio delle ferrovie siciliane è una vergogna nella quale hanno messo lo zampino un po' tutti. E spesso per motivi meno nobili di quanto possa essere la difesa sacrale di un pezzo di costa o di un boschetto.
Sono decenni che tutti sapevano che un giorno o l'altro la strage di sabato sarebbe potuta succedere. Decenni. Basti rileggere sul Corriere della Sera del 20 marzo 1975 (dieci anni prima che una lista ambientalista debuttasse in una elezione politica) il grido di allarme di Mario Righetti. Il quale, spiegando come la Palermo-Messina e la Messina-Catania assorbissero l'80 per cento dei passeggeri delle ferrovie nell'isola, denunciava: «Nella quasi totalità sono tuttora a un solo binario nonostante che si parli dell'urgente necessità di un loro raddoppio da almeno venti anni». Cioè dal 1955.
Tre anni dopo, ancora il Corriere titolava: «Burocrazia e campanilismo bloccano in Sicilia lo sviluppo della ferrovia». E spiegava che finalmente, di lì a qualche mese, sarebbero stati inaugurati 16 chilometri su 95 della Messina-Catania, «per i quali ci sono voluti venti anni». Con posa della prima pietra nel 1958.
L'anno in cui Domenico Modugno aveva vinto a Sanremo cantando «Nel blu dipinto di blu». Con il risultato che, come faceva notare il segretario della Fit-Cisl lombarda Dario Balotta contestando gli entusiasmi di Pietro Lunardi per il ponte di Messina, «sulla linea ferroviaria Messina-Palermo un treno per coprire 232 chilometri impiega 3 ore e 35 minuti, a una media di 64 chilometri orari. Poco più (più: non meno) della velocità del treno a vapore che percorreva la Napoli-Portici nel 1836».
Un disastro. Che sommato alla condizione catastrofica di tutte le ferrovie meridionali fa sì che un treno merci da Messina a Brescia impieghi 33 ore. Velocità media: 39 chilometri l'ora. Tema: vale davvero la pena di puntare sul grande effetto d'immagine del ponte che scavalca lo stretto e vince sul mito unendo Scilla a Cariddi prima ancora di dedicare ogni energia a tappare i buchi che esistono nel sistema infrastrutturale del Sud? Un sistema in cui nella sola Sicilia, secondo l'Osservatorio regionale per l'accelerazione della spesa pubblica, c'erano pochi anni fa cinquemila opere bloccate per insipienza amministrativa? Oltre 1.100 miliardi di vecchie lire erano già stanziati e pronti all'uso, nel 1998, per il raddoppio della Messina-Catania nel tratto Giampilieri-Fiumefreddo. E furono persi, come ha scritto il Sole 24 Ore , «per l'assenza dei progetti esecutivi e dei pareri dei comuni interessati». Gelosie e campanilismi antichi, gli stessi che nell'800 fecero deviare i binari della Ragusa-Gela di una ventina di chilometri perché il barone Arezzo ci teneva assai che la ferrovia passasse sotto casa sua, a Donna Fugata. E che oggi spingono anche comuni di centrodestra, dunque non in pugno all'opposizione, a mettersi di traverso per alzare il prezzo del loro consenso a qualsiasi tracciato. Così che ci troviamo, ma nel 2002, con due soli progetti pronti per la Messina-Palermo per un totale di altri 63 chilometri. Dopodiché ne mancheranno un altro centinaio non solo da costruire, ma da progettare.
Vogliamo dirla tutta? Le ferrovie siciliane, 1.443 chilometri dei quali la metà (753) elettrificati e 130 a doppio binario (il 9%), sono servite a lungo a far viaggiare non i passeggeri ma i voti. Dice uno studio dell'istituto Tagliacarne elaborato su dati Cnel che, fatta 100 la media italiana, la dotazione ferroviaria pugliese sta a 71, quella calabra a 74, quella campana a 166 e quella siciliana a 64. Un disastro che si riflette, come si è visto, sulla sicurezza. E può portare non solo a ritardi, ma a lutti. Eppure per anni, pur avendo una rete pessima (da Trapani ad Agrigento, spiega il sito internet delle Ferrovie, devi passare per Palermo e il treno più rapido ci mette quattro ore e 49 minuti ma ne è segnalato uno che ce ne impiega 13 e 51), le ferrovie siciliane sono state stracariche di personale: oltre ventimila addetti.
Pochi binari, tanti macchinisti, manovratori, bigliettai.
L'arcivescovo di Messina contro Lunardi: «Prima del ponte, costruite due binari»
sommari de l'Unità
L'arcivescovo di Messina contro Lunardi. La destra accusa: colpa di chi ferma i progetti per tutelare l'ambiente. Il Governo promette grandi opere, ma le piccole? Miccichè accusa i Verdi: se non era per loro il raddoppio di Messina era già fatto. Pecoraro Scanio: ci chieda scusa per le sue bugie. E Monsignor Marra incalza: grandi progetti per finire in una monorotaia?
D'Alema e il record dell'Ulivo: un giorno senza polemiche
Brevissime del Corriere
«Un giorno senza polemiche nel centrosinistra è un buon record». Lo ha detto ieri sera il presidente dei Ds, Massimo D'Alema, chiudendo la Festa dell'Unità di Gallipoli. «Spero - ha aggiunto - che molti capiscano che dobbiamo cambiare strada, dobbiamo rimboccarci le maniche e lavorare insieme». D'Alema ha anche contestato il governo sulle politiche per il Sud. «Non vi è una politica per il Mezzogiorno, che è scomparso dalla politica italiana. C'è un evidente malessere nel sud Italia che sta crescendo perché la destra ha preso molti voti qui e sta restituendo molto poco».
Frode capitale
K. S. Karol su il Manifesto
Le borse cadono di nuovo. Dall'inizio dell'anno hanno già perduto un terzo del loro valore, e non è finita. Ne sono causa anche la serie di scandali negli Stati Uniti (Enron, WorldCom, Tyco e altri) e in Europa (Vivendi). Gli esperti sono unanimi: all'origine della crisi è la perdita di fiducia degli investitori nei bilanci e nella correttezza delle imprese. Questo non è nuovo: la borsa non può funzionare se vien fuori che le imprese barano nei bilanci. Per questo erano state create le società di controllo e certificazione allo scopo di verificare e certificare tutti i conti. Sennonché si infittiscono le cattive notizie: la condanna dello studio Arthur Andersen nel corso dell'affare Enron è stata una bomba. E neanche questa è finita: Weiss Rating, l'agenzia di controllo degli investimenti per i fondi pensione, afferma che il 94 per cento di loro è sano; ma alla fine del 2001, 42 società che avevano ottenuto la certificazione sono fallite, rivelando bilanci inesatti. Di chi fidarsi? Per cogliere l'attuale crisi di fiducia bisogna tornare a qualche anno indietro, quando alcuni astuti imprenditori hanno inventato le stock-options e altri mezzi per barare sui bilanci. Alla fine degli anni Novanta, l'80 per cento degli enormi redditi degli industriali americani proveniva dalle stock-options, che in linea di principio erano state inventate per interessare maggiormente i dipendenti alla sorte della propria impresa. In Europa il fenomeno ha preso proporzioni analoghe, anche se non è contabilizzato con altrettanta precisione. Dal sistema americano abbiamo anche copiato i "golden parachute" che consistono in indennità sbalorditive per i dirigenti licenziati o dimissionari.
Ma torniamo agli Stati Uniti, che sono al centro del ciclone borsistico. Il presidente George W. Bush e il vicepresidente Dick Cheney sono stati eletti grazie ai massicci finanziamenti della Enron e altre compagnie quasi al fallimento. Non sorprende, perché le spese elettorali si sono moltiplicate di quattro volte durante gli ultimi vent'anni - vale per un deputato al Congresso, per un senatore e a maggior ragione per il presidente e il suo vice. Ma non è il loro solo peccato. Prima di salire al potere supremo, erano tutti e due negli affari nel Texas e avevano realizzato enormi profitti con i metodi oggi stigmatizzati. Dick Cheney è ufficialmente accusato dalla Sec (commissione federale per l'esame delle operazioni di borsa) di disonestà. Un senatore democratico l'ha supplicato di versare la metà dei profitti realizzati in Texas ai fondi di carità per sedare la collera dell'opinione. Invano. Washington preferisce parlare di guerra ai terroristi.
Martedì scorso Alan Greespan, presidente della Fed, parlando al Senato ha messo alla gogna l'eccesso di avidità degli imprenditori. «Non è che gli uomini siano diventati più avidi che in passato. Hanno soltanto molte maggiori possibilità di esserlo ... la falsificazione e la frode distruggono il capitalismo».
22 luglio 2002