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Quello "strappo" alle regole che indebolisce il Quirinale
Già da ora il Cavaliere si autoproclama presidente
Massimo Giannini su la Repubblica

AL CULMINE di una settimana di Vietnam parlamentare, che ha visto il centrodestra in ritirata su tutto il fronte, Silvio Berlusconi inventa il solito, provvidenziale colpo di teatro. La regia è sapiente, l'effetto è sicuro. Umberto Bossi rilancia da un convegno il presidenzialismo alla francese e l'elezione diretta del Capo dello Stato e, naturalmente, candida il Cavaliere per l'altissimo incarico. Il giorno dopo il premier ringrazia, e tra una "vasca" e l'altra in Transatlantico, si dichiara pronto all'"estremo sacrificio" per il 2006. Sembra una chiacchiera tra due amici al bar. E invece parlano di uno snodo cruciale del sistema politico-istituzionale del Paese. Lasciano cadere parole che pesano come pietre, dentro gli ingranaggi delicati e complessi della democrazia parlamentare. I modi e i tempi della sortita ne suggeriscono una lettura prevalentemente tattica. Pura propaganda. Ma da questa invenzione improvvisa grondano troppe implicazioni politiche, che il Cavaliere non può non aver considerato.

Da una parte, Berlusconi rischia di aprire una ferita profonda con il Quirinale. Con questo spot sul presidenzialismo si consacra già ora (agli occhi dell'opinione pubblica e con quasi quattro anni di anticipo) come il virtuale nuovo Capo dello Stato che porta su di sé le stimmate del predestinato. Una figura inedita, che è già molto più di un presidente del Consiglio, e appena qualcosa in meno di un "Padre della patria". C'è un solo inconveniente. Il Colle ha già un inquilino. Tra l'altro nemmeno al giro di boa del settennato. Carlo Azeglio Ciampi non può aver accolto bene questa "auto-proclamazione" anticipata del premier, che rischia di dimezzarlo e di innescare fin da ora un dualismo improprio e destabilizzante.
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Dall'altra parte, Berlusconi chiude una velenosa faida sotterranea dentro la Casa delle libertà. Lancia un messaggio in codice ai troppi epigoni impegnati nella corsa alla sua successione. A un Fini sempre più insofferente, per la scarsa visibilità e la residuale incidenza della destra nella coalizione. A un Casini sempre più ispirato, nel suo ruolo di gran burattinaio sulla linea autonomista del centro dell'alleanza. A tutti Berlusconi manda a dire che, se riuscirà a salire al Colle sull'abbrivio plebiscitario di un'investitura popolare, sarà sempre e comunque lui a scegliere il capo del governo, e dunque il nuovo capo del centrodestra. Se invece la sua ascesa al Quirinale fallirà, sarà sempre e comunque lui ad occupare la poltrona di Palazzo Chigi, almeno per un'altra legislatura. Nell'uno e nell'altro caso, gli alleati non si affannino: la Casa delle libertà continuerà comunque ad avere un solo padrone.

Ad una lettura in superficie, la vicenda si potrebbe archiviare così. L'ennesima trovata pubblicitaria, frutto di un sapiente marketing politico, da campagna elettorale permanente, che impone ogni giorno l'agenda all'opposizione e spegne quando serve le cicliche fibrillazioni della maggioranza. L'ennesima fuga in avanti di un grande affabulatore, che confonde la mediazione democratica con la video-politica, il costituzionalismo delle regole con il populismo dei messaggi, lo stato di diritto con la persuasione di massa. L'ennesimo gioco di prestigio di un super-semplificatore, che soffre la prosaica e faticosa routine della gestione della cosa pubblica e cerca appena può di spacciare un sogno "ulteriore", ogni volta più suggestivo e mobilitante di quello che l'ha preceduto, perché di questo ha vissuto la sua esaltante avventura privata.
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Riforme così impegnative e innovative, rispetto all'ingegneria costituzionale, richiederebbero il pieno coinvolgimento di tutte le rappresentanze parlamentari. Brucia il precedente della legge di revisione costituzionale sul federalismo, che l'Ulivo approvò a colpi di maggioranza, a pochi giorni dallo scioglimento delle Camere, con quattro voti di scarto. Se oggi il Polo volesse restituire con tanto di interessi quello schiaffo all'opposizione, potrebbe approvarsi a maggioranza le sue riforme sul presidenzialismo. Sarebbe una scelta legittima. Ma sarebbe una scelta sbagliata. In gioco, stavolta, c'è molto di più che la devoluzione di poteri alle regioni. C'è il fragile triangolo istituzionale che poggia sulla presidenza della Repubblica, sul governo e sul Parlamento. C'è un sottile equilibrio tra pesi e contrappesi, un complicato bilanciamento dei poteri. Su questo sistema si gioca la partita tra la sovranità, la legittimazione e la rappresentanza. Su questo sistema si cementano i valori repubblicani.

Stravolgere l'equilibrio significa sbilanciare i poteri. Tutto si può fare, purchè tutte le carte stiano in tavola. Per ora non è così. Berlusconi dice e non dice. Si proietta sul Colle, già vestito da super-presidente, ma nulla spiega sul sistema elettorale e sulla forma di governo. Se ha in testa George W. Bush e il modello presidenziale americano, non può non accorgersi che a Washington l'autorità della Casa Bianca è temperata dalla totale autonomia del Congresso. Se ha in testa Jacques Chirac e il modello presidenziale francese, non può non accorgersi che a Parigi di fronte alla forza dell'Eliseo sta un sistema di voto a doppio turno. Se l'ipotetico presidenzialismo berlusconiano si sposa a un eventuale ritorno al proporzionale, è veramente tutt'altra cosa. Non è più Italia. Non è più Europa. E' Sud-America.


Sparigliate le carte (anche degli alleati)
Il retroscena
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA - Come se esistesse una scadenza di metà legislatura, il premier ha deciso di fissare un «mid term» per il governo, e dunque l'appuntamento con il rimpasto è tra un anno: solo allora Berlusconi modificherà l'assetto del suo gabinetto, perché solo allora potrà verificare se gli obiettivi stabiliti saranno stati raggiunti. Se Prodi si era posto il traguardo dell'ingresso nella moneta unica, il Cavaliere era arrivato a Palazzo Chigi garantendo che sarebbe riuscito a rivoluzionare il sistema fiscale, epperò in questa fase l'asticella sembra posta a un'altezza difficilmente superabile, e le difficoltà del momento avrebbero indotto il premier a cambiare obiettivo, a puntare sulla revisione della Costituzione. A volte si deve rilanciare per superare le avversità, perché - come ammettono autorevoli esponenti di Forza Italia - «lo sviluppo dell'economia è legato alla congiuntura internazionale, non dipende solo da noi». E siccome le previsioni non sono rosee, meglio puntare su un'altra sfida, sul «rinnovamento delle istituzioni. Almeno questa partita ce la giochiamo in Parlamento e nel Paese». Così Berlusconi ha fatto. Muovendosi d'intesa con Bossi ha annunciato anzitempo la stagione delle riforme, ed è difficile immaginare se la nuova sfida sarà portata a compimento, intanto il Cavaliere se ne serve per affermare il suo primato nella coalizione e porre in secondo piano le tensioni che regnano nella Cdl. Se è vero che gli scontri sui seggi vacanti e sull'immunità sono alle spalle, è anche vero che ieri - nonostante il Polo abbia una maggioranza schiacciante alla Camera - al voto finale per il decreto omnibus mancava il numero legale, raggiunto soltanto grazie a un artifizio regolamentare. Berlusconi che si candida alla presidenza della Repubblica - «ma solo se» il nuovo capo dello Stato avesse gli stessi poteri di Chirac - è un segnale che vuole ancora «governare» il Paese e la coalizione, e non intende abdicare a favore di un successore al momento ignoto.
La sua mossa di spariglio non solo mette in difficoltà un Ulivo che sul presidenzialismo è destinato a spaccarsi profondamente, ma soprattutto obbliga il centrodestra a far quadrato, è un deterrente per i temuti «giochini centristi», è un tentativo di porre ordine dentro Forza Italia, «dilaniata dalle lotte tra correnti», come riconoscono ormai gli stessi esponenti azzurri. E lo scontro è così cruento che sarebbero ora importanti dirigenti forzisti a chiedere il rimpasto, e loro, non gli alleati, starebbero rallentando la scelta di Berlusconi sul ministro degli Esteri.
Ma c'è di più. Il premier aveva bisogno di rinvigorire il rapporto con Bossi, dal quale stavano per arrivargli guai seri. Raccontano che i modi del Senatùr erano stati come al solito spicci, e che il messaggio era parso stavolta ultimativo, perché non aveva annunciato al premier la rottura dell'alleanza, ma qualcosa di peggio: «Se non c'è la possibilità di far nulla, nemmeno sulla devolution, allora non capisco cosa ci sto a fare qui. Tanto vale che lasci il ministero e torni al partito». Una simile decisione sarebbe stata devastante per il governo del Cavaliere: di qui la mediazione di Tremonti, la cena del lunedì, il documento elaborato nel pensatoio di Officina , l'intervento di Bossi giovedì al convegno organizzato al Senato. Così è maturata l'esternazione di Berlusconi, concordata con il leader della Lega e non con gli altri alleati. La cosa non è stata facile da digerire per un presidenzialista della prima ora come Fini, e nemmeno per Casini, che ieri a pranzo stava incontrando il governatore di Bankitalia Fazio, e con lui - guarda caso - discuteva delle difficili prospettive economiche.
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Tombe profanate. Luzzatto: «Non è un gesto isolato»
sommari de
l'Unità

Intorno a quelle tombe, ieri, è stata la giornata delle lacrime. Della sofferenza. Rimettere un po' d'ordine in quel barbaro scempio dei sepolcri profanati, è stato il primo pensiero dopo l'amaro risveglio. All'antico dolore legato alla distruzione del Tempio di Gerusalemme, tramandato di generazione in generazione, si è aggiunta, l'altro giorno, la devastazione delle lapidi nel cimitero romano del Verano. Ancora poco chiara la mtrice del gesto. C'è anche l'ipotesi di un racket delle tombe.


L'Onu condanna Israele: non ci si difende con le deportazioni
sommari de
l'Unità

«Una punizione collettiva non può essere giustificata in nome dell'autodifesa». E' una condanna senza mezzi termini quella espressa dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan, contro la politica di rastrellamenti e deportazioni messa in atto da Israele allo scopo di frenare l'ondata di attacchi suicidi da parte palestinese. Intanto, dopo quasi 22 mesi di violenze, sarebbero in corso negoziati segreti tra israeliani e palestinesi al fine di arrivare ad un cessate il fuoco.


Washington, l'ultimo deficit
Nuovo primato Usa. Il debito commerciale mensile tocca i 37,6 miliardi di dollari
Guglielmo Ragozzino su
il Manifesto

Il deficit nella bilancia commerciale degli Usa ha raggiunto in maggio il record di 37,6 miliardi di dollari. In parte è aumentato il petrolio 1, 28 dollari al barile in più, ma più ancora la quantità di automobili, prodotti tessili e televisioni importati. Anzi, la nota del ministero del commercio Usa, ripresa da Bloomberg, informa che le importazioni di auto, di parti di auto e di beni di consumo hanno segnato un massimo assoluto. Il risultato di maggio che ora tutti si sforzano di spiegare scientificamente, era largamente imprevisto. Bloomberg segnala addirittura un proprio rapporto che prevedeva una riduzione del deficit commerciale da 35,9 miliardi di dollari di aprile a 35,4 miliardi, sulla base di una media fatta su 54 diverse stime di altrettanti previsori accreditati. Invece di ridursi di 500 milioni di dollari, il gap è cresciuto di 1,7 miliardi: invece di una attenuazione, sia pure modesta del deficit, una robusta crescita del 5%; ora tutti si dedicheranno a spiegare le cause prossime e remote, ma occorre tener conto che un battaglione di 54 accreditatissimi predittori avevano sbagliato grossolanamente.

Come non ricordare che le previsioni degli istituti specializzati - e la loro verifica o confutazione - sostituiscono gli oracoli antichi e le loro profezie? Come avveniva allora, anche ora le azioni concrete dei decisori e dei potenti si muovono sulla scorta di quell'informazione. In questo caso il sapere che lo scarto commerciale è superiore al previsto, per via di un piccolo aumento delle esportazioni e di un forte aumento delle importazioni mette in moto altre previsioni; la principale è che la crescita (anzi le stime sulla crescita) del secondo trimestre dell'anno sono da ritoccare al ribasso, dal 3% al 2,5%, stando almeno all'esperto Ian Shepherdson, capo economista della High Frequency Economics Ltd di Valhalla, New York. Dal canto suo, Kathleen Stephansen, senior economista internazionale della banca Credit Suisse First Boston di New York si spiega così: «abbiamo avuto esportazioni crescenti e importazioni più forti di quanto non ci si aspettasse... Chiaramente la conseguenza sarà una riduzione nelle stime del secondo trimestre».
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Come è semplice il Caso Italiano
Antonio Tabucchi su
l'Unità

Jacques de Chabanne, signore di La Palisse, era un bravo generale francese che nel Cinquecento combatté in Italia e morì in battaglia a Pavia.
Ha legato il suo nome a un aggettivo che la sua austera vita militare non meritava, perché durante il suo elogio funebre qualcuno disse che un quarto d'ora prima di morire era ancora vivo. Da qui il termine «lapalissiano», che significa dire una cosa più che ovvia. Per esempio: l'acqua è bagnata. Lapalissiano.
Con l'inizio della nuova Era, in Italia è iniziata una crociata contro il pensiero lapalissiano, trasportando il paese verso un luogo metafisico, dove l'umidità dell'acqua non è più un dato evidente ma un mistero gaudioso. Per esempio: vi trovate in un altro qualsiasi paese d'Europa per partecipare a un convegno. E con convinzione affermate che il falso in bilancio è un reato. Il pubblico vi guarda con indulgenza, si scambia occhiate e pensa: bella scoperta, hai fatto tanta strada per venirci a dire che l'acqua è bagnata? Ma è lapalissiano! E allora voi, consapevoli che una profonda filosofia della politica del vostro Paese ha finalmente messo in crisi il noioso pensiero lapalissiano, esclamate: eh no, non è mica così ovvio, signori miei, in Italia una legge garantisce che il falso in bilancio non è reato, perciò se vi venisse la voglia di farlo, venite a farlo in Italia.
E poi continuate: il patrimonio pubblico di uno Stato appartiene a tutti i cittadini di quello Stato, dunque il presidente della Repubblica francese non può vendere la Torre Eiffel a un rottamatore.
Il pubblico vi guarda con la stessa indulgenza, e pensa di nuovo: bella scoperta, è lapalissiano. E allora voi dite: eh no, signori miei, non è così lapalissiano come pensate, in Italia il patrimonio pubblico è privato, e dunque, se qualcuno di voi volesse compararsi il Colosseo e ci ha i dané per farlo, si faccia avanti. Anzi, già che ci siamo, possiamo fare un baratto: noi vi diamo il Colosseo e voi ci date la Torre Eiffel, ma con qualche miliardo sopra, perché il Colosseo è più antico e secondo me anche meglio. E quelli devono incassare il colpo: due a zero. E a questo punto vi preparate al colpo grosso.
La nostra Repubblica è fondata sulla Costituzione, dite scandendo bene le parole, perché è una Repubblica nata opponendosi al fascismo, tanto che prima era una monarchia fascista. La reazione dell'ingenuo pubblico è la medesima, perché credevano che qualsiasi Repubblica fosse fondata su una costituzione, altrimenti su che cavolo si fonderebbe mai una Repubblica, sulle erbe depurative? E allora voi dite: one moment, non è poi così semplice, il presidente della Rai, la nostra televisione di Stato, al convegno di un ex-partito fascista, a cui si sente vicino, e ciò si sente, ha affermato il contrario. Tre a zero.
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   20 luglio 2002