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Quartetto senza voce
Igor Man su
La Stampa

SONO stati scavalcati: Sharon, Arafat, Bush. Questo ci dice in buona sostanza l'attentato di ieri, l'ennesima strage di innocenti in Palestina. Il premier-centurione vede annegare nel sangue la sua politica del pugno di ferro. («Quello della forza è l'unico linguaggio che i palestinesi capiscono»). Un mese senza più attentati sembrava premiare la rioccupazione dei Territori governati dalla cosiddetta Autorità Palestinese. Consentiva, infatti, all'esercito e all'intelligence di scovare i covi dei terroristi, di eliminare molti di questi ultimi, di neutralizzare i fanatici uccidendoli o arrestandoli.
Un mese di tregua coniugata con la morte civile di Arafat definito superfluo e pericoloso dal presidente degli Stati Uniti, aveva alzato il livello di sicurezza in Israele. Un mese senza stragi, grazie alla ferrea rioccupazione delle città-chiave della Cisgiordania aveva sortito l'effetto d'una benefica flebo di ottimismo, sia pur cauto. Tanto da far resuscitare il piano «Gaza per prima» in virtù del quale quella striscia di terreno sarebbe stata evacuata da Tsahal restituendo così la «normalità» alla stremata popolazione palestinese.
Un test importante, secondo il ministro della Difesa Eliezer e il presidente Mubarak a colloquio in Alessandria. Un rischio calcolato, il ritiro da Gaza, d'altra parte «Sharon non può presumere di protrarre nel tempo una nuova occupazione», scriveva alla vigilia della strage Haaretz. Quel libero giornale ha sempre sostenuto che la sicurezza non può garantirla la politica del pugno di ferro. Ha un prezzo, la sicurezza, cioè il ritiro dell'armata dalla Cisgiordania, premessa ineludibile ad una trattativa seria con una Autorità Palestinese «davvero autorevole». Realisticamente Haaretz dava tuttavia per scontate «sorprese sanguinose».
Anche Arafat è stato scavalcato, e la sua ennesima condanna di quest'ultimo tragico attentato, freddamente eseguito in coincidenza con il «piano di pace» illustrato da Bush in sede di «Quartet» (Russia, Ue, Usa), non fa che riconfermare la sua impotenza di fronte alla galassia terroristica, oramai egemone. La guerra a bassa intensità voluta da Sharon non ha assicurato a Israele la sospirata sicurezza. Ha provocato disperazione e umiliazione, ha seminato odio.
E il terrorismo suicida di odio si nutre: non riuscirà certo a sconfiggere una piccola grande potenza qual è Israele ma può trasformare la vita degli israeliani in un inferno. Scavalcati dall'Idra terroristica, i due vecchi duellanti prima o poi usciranno di scena ma non per questo le cose cambieranno. Certo, come diceva Sadat, «America can», ma il presidente Bush, preso in contropiede com'è dagli scandali finanziari, oggi proprio «non può». La pace dovrà dunque attendere.


Quello che tutti sanno
Amos Oz * sul
Corriere della Sera

Nel grande giardino d'infanzia del Medio Oriente gli israeliani affermano che non ritireranno i loro carri armati, non rimuoveranno e neppure congeleranno le colonie ebraiche nei Territori occupati se prima i palestinesi non metteranno fine al terrorismo e all'incitamento alla violenza. Contemporaneamente i palestinesi dicono che non potranno bloccare terrorismo e violenza se prima gli israeliani non concluderanno l'occupazione. Entrambi accettano più o meno in toto le idee del presidente americano Bush, che sono più o meno identiche al piano di pace europeo, il quale è a sua volta non molto diverso dalle proposte saudite. Insomma, tutti sanno bene che alla fine dovranno nascere due Stati sostanzialmente divisi dal confine precedente la guerra del giugno 1967, con due capitali a Gerusalemme Est e Ovest, con lo smantellamento degli insediamenti ebraici nel cuore di quello palestinese e senza il massiccio ritorno dei profughi palestinesi all'interno delle frontiere israeliane. E allora, che cosa stiamo aspettando? Perché si perde tempo? E' davvero soltanto il prevalere litigioso dell'immancabile modo di pensare in tutti i giardini d'infanzia del mondo: «Ma lui deve farlo prima di me»?
Riassunto in poche parole, i pazienti (così io considero entrambi, israeliani e palestinesi) sono riluttanti ma pronti per il tavolo operatorio, mentre i dottori (Sharon e Arafat) si dimostrano inguaribili codardi.
Israeliani e palestinesi dovrebbero compiere uno sforzo ulteriore per negoziare un accordo che li impegni contemporaneamente a passi concreti: la rimozione di alcuni insediamenti ebraici in cambio dello smantellamento di una tra le organizzazioni terroristiche. Il piano dovrebbe funzionare in modo progressivo.

Forse non dovremmo iniziare le trattative sulla questione delle colonie ebraiche o dei confini, tantomeno dovremmo affrontare il nodo di Gerusalemme e dei Luoghi Santi; piuttosto sarebbe meglio parlare del futuro dei profughi palestinesi che da oltre cinquant'anni marciscono in campi di raccolta tra rabbia, povertà e risentimento. Questa gente non dovrebbe venire a vivere in Israele, se ciò avvenisse ci sarebbero due Stati palestinesi e neppure uno per gli ebrei. Ma ognuno di questi profughi necessita di una casa, un lavoro e una cittadinanza dello Stato palestinese. Ciò significa creare alcune centinaia di migliaia tra abitazioni e posti di lavoro. Questa è la dimensione più urgente del conflitto, poiché tutta questa gente soffre quotidianamente in condizioni disumane. La loro disperazione è la prima causa dei problemi correlati alla sicurezza in Israele. Sino a quando i profughi non avranno speranza, Israele non avrà sicurezza.
Lo sforzo per risolvere i problemi dei profughi in Palestina, non in Israele, può davvero essere collettivo. L'Europa potrebbe giocare un ruolo maggiore, assieme agli Stati Uniti, con le nazioni arabe più ricche e Israele, che dovrebbe contribuire ignorando la vecchia polemica su quale parte ricada la responsabilità storica per le tragedie dei profughi. I Luoghi Santi possono attendere, i profughi no.

* Scrittore israeliano - (traduzione di Lorenzo Cremonesi)


Immunità parlamentare
il blitz di Forza Italia
Stop alle intercettazioni e niente processi per tutto il mandato. Diventerebbero inutilizzabili le prove in molti procedimenti. Dubbi anche nella maggioranza. Si ritira la relatrice Udc?
Silvio Buzzanca su
la Repubblica

ROMA - Francesco Nitto Palma, dopo quattro stesure, molte telefonate e contatti informali, ha depositato ieri sera il suo emendamento al testo base Boato sull'attuazione dell'articolo 68. Un testo che introduce il "modello spagnolo" versione Forza Italia: processi e termini sospesi per parlamentari in carica, giudici costituzionali e presidente della Repubblica fino fine del mandato. Con effetto retroattivo, escludendo solo alcuni reati gravissimi. Tutto, o quasi, come annunciato.

A sorpresa arriva invece un altro emendamento, firmato Pierantonio Zanettin, che mira ad introdurre un nuovo articolo del codice di procedura penale: il 271 bis. Il deputato forzista, un avvocato vicentino, propone di riscrivere e allargare l'autorizzazione a procedere per l'utilizzo giudiziario delle "intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni o altre forme di telecomunicazioni". Un filtro richiesto anche per usare, nel corso di eventuali processi, "i tabulati di conversazioni o comunicazioni relative a componenti del Governo o a Parlamentari" che, in assenza di autorizzazione, diventerebbero inutilizzabili.

Il tam tam di Montecitorio interpreta subito la proposta come un passo per mettere in discussione molte delle prove dell'accusa in tanti processi. Tanto per citarne uno eccellente, quello sulla vicenda Imi-Sir che vede fra gli imputati Cesare Previti. Insomma, accusa il centrosinistra, è una nuova versione del tentativo di far sparire le prove dai processi, già fatto con la legge sulle rogatorie.

La proposta Nitto Palma, invece, avrebbe un effetto ancor più radicale. Processi congelati per senatori e deputati fino alla fine del mandato. E pazienza se uno passa la vita nelle aule parlamentari: la giustizia può attendere. "Se un processo penale dura dodici o tredici anni, sarebbe un dramma per l'autorità giudiziaria attenderne altri due o tre?", chiede l'ex pm romano. Un modo per spegnere la conflittualità quotidiana intorno ai processi milanesi di Silvio Berlusconi o a quello palermitano di Marcello Dell'Utri. L'Ulivo grida già allo scandalo e non crede per nulla alla tesi dell'iniziativa dei singoli deputati innamorati del diritto e delle tenuta del sistema giuridico. "Si tratta di un sistema inedito, frutto di una riflessione non solitaria ed estemporanea, che non è presente in alcun altro ordinamento", dice Pierluigi Mantini, deputato della Margherita.

I dubbi di Boato e dell'Ulivo non lasciano insensibili neanche gli alleati di Forza Italia. "E' una proposta tutta da verificare innanzitutto dentro la maggioranza. Io ho molte perplessità da un punto di vista politico", spiega Gianfranco Anedda, deputato di An. "E' un modo per reintrodurre l'autorizzazione a procedere - aggiunge Giampiero D'Alia, capogruppo dell'Udc in commissione Affari costituzionali - e io sarei anche d'accordo. Ma allora va presentata una legge costituzionale e non si può cercare di aggirare il problema con una legge ordinaria".

Dubbi e malumori dei centristi che potrebbero portare ad un'altra piccola rottura nella maggioranza: Erminia Mazzoni, deputata Ccd, l'altra relatrice sul provvedimento, potrebbe rimettere l'incarico. Disagio manifesta anche la Lega, come gli altri partiti all'oscuro di tutto. "Per noi la sospensiva proposta da Palma è troppo forte", dice Pietro Fontanini.



Un ombrellone balneare sui conflitti d'autunno
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

A tutti gli effetti, il documento «unitario» approvato ieri dalla Quercia (salvo Cesare Salvi) sembra un ombrellone balneare aperto sui dissensi e le lacerazioni. Ci sarà tempo, dopo l'estate, per riprendere la contesa di fondo tra le due sinistre. Adesso è prevalso l'interesse comune a guadagnare tempo. Per cui ognuno ha trovato del buono in un testo che, come dice Morando, «rappresenta il minimo comune denominatore». Ma si capisce anche il buon umore di Piero Fassino. I toni meno aspri sgombrano il campo dal fattore più distruttivo: le accuse reciproche di «collusione» con il nemico Berlusconi. Queste, sì, anticamera di una scissione di fatto. Del resto, il rinvio, o se si vuole la tregua, era quanto di meglio la segreteria del partito potesse augurarsi. Ora c'è un po' di filo da tessere, con due scopi precisi: primo, rendere chiaro che i Ds non sono una succursale della Cgil, non sono eterodiretti da Cofferati; secondo, dare corpo a un progetto riformista, dimostrando che la sinistra non è solo una serie di «no».
S'intende che la strada è tutta in salita, e Fassino è il primo a saperlo. Anche perché la tregua non è senza un prezzo. Non a caso Cofferati si è affrettato a sottolineare che «il giudizio pesantemente negativo dei Ds sul Patto per l'Italia e il Dpef è in sintonia con quello della Cgil».
Come dire che del documento il leader sindacale coglie l'immediato profilo politico: l'annuncio di un'opposizione dura e frontale al governo da parte della Quercia. Il resto, sottintende Cofferati pensando a Cisl e Uil, lo farà il conflitto sociale destinato ad aprirsi in autunno. Quel conflitto che «in Italia sta rinascendo», come osserva Bertinotti: al di là dell'impaccio, a suo dire, del vecchio centrosinistra.



Il Wall Street Journal boccia la Bossi-Fini: «Peggiorerà solo la situazione»
i sommari de
l'Unità

«La nuova legge Bossi-Fini sull'immigrazione, anziché migliorare la situazione, rischia di peggiorarla». Così il Wall Street Journal Europe boccia la legge varata dal governo, in un commento dal titolo ''La cattiva legge dell'Italia". Critiche severe anche dall'Italia. Cacciari: «Una legge inutile e razzista». Il missionario comboniano Zanotelli: «Mi vergogno di essere italiano e cristiano».


Eiar eiar alalà
sommario de
il Manifesto

Ospite di An, Antonio Baldassarre presenta la sua rivoluzione: una nuova storia d'Italia, da affidare a Rai Educational. «Abbiamo cambiato dirigenza proprio per questo», spiega tra gli applausi. Come piace alla destra, la nuova storia cancellerà quella «unilaterale e ideologica» Ma il presidente della Rai va oltre, e riprende la battaglia contro i libri di testo «di parte» lanciata da Storace. Poi annuncia: basta con i privilegi, cambierò viale Mazzini. E pazienza se i sindacati scioperano. Per l'opposizione è il ritorno del Minculpop


USA Il piano antiterrorismo di Bush: una «superagenzia», postini-spie, un corpo di terroristi finti chiamato «red team»
su
il Manifesto

«Proteggere gli americani dagli attacchi terroristici è la nostra priorità nazionale». Nel Giardino delle Rose alla Casa bianca, con il massimo dell'esposizione mediatica possibile per un periodo in cui i telespettatori americani stanno con il naso incollato agli indici di borsa (e ai fondi pensione che crollano), il presidente degli Stati uniti Bush ha presentato ieri il suo piano antiterrorismo. E' un robusto documento di novanta pagine che riscrive la strategia nazionale della sicurezza interna, la cui stesura era stata ordinata il giorno dopo l'attentato alle Torri gemelle. L'obiettivo di Bush è di farla approvare dal Congresso per il prossimo 11 settembre, primo anniversario dell'ecatombe di New York e Washington, ma non sarà facile. La novità principale è la costituzione del Dipartimento per la sicurezza interna, un imponente apparato che sarebbe a metà tra un vero e proprio ministero e una sorta di super-agenzia, con competenze talmente vaste da sollevare la preoccupazione delle organizzazioni americane per i diritti civili che temono la nascita di una sorta di Stasi americana (milioni di postini e di dipendenti delle società di luce, gas e acqua verrebbero arruolati come informatori volontari). La novità più stravagante, almeno apparentemente, è l'ideazione di un corpo di finti terroristi con l'incarico di mantenere sempre all'erta l'antiterrorismo «vero». Il nome del nemico fatto in casa è tutto un programma: «red team».



La Villa Reale di Monza, una rovina annunciata
Fabio Isman su
Il Messaggero

SONO stati sprecati tutti i paragoni possibili: la "Versailles lombarda", la "Schönbrunn della Brianza", il "Sans-Souci italiano" (pensando al “buen retiro" di Federico il Grande a Potsdam), "la cugina di Racconigi". Ma è tutto sbagliato: perché nessun'altra nobile residenza al mondo sta male quanto la Villa Reale di Monza, il capolavoro di Giuseppe Piermarini (folignate, 1743-1808, autore della Scala), voluto dall'arciduca Ferdinando d'Asburgo nel 1780, residenza di Eugenio Beauharnais, figlioccio di Napoleone, e poi di Umberto I di Savoia. Che vi fu ucciso nel 1900 da Gaetano Bresci, e da allora inizia la crisi senza ritorno. Circondata dal parco cintato più vasto d'Europa, la Villa rifiorisce negli Anni 30 (le prime Biennali; nell'istituto che è l'unico "cugino" italiano del Bauhaus insegnano anche Marino Marini, Arturo Martini, Marcello Nizzoli, Raffaele De Grada), poi basta. Tutto sempre più in malora. Federico Zeri voleva farne il museo dell'Ottocento; la Regione, una sede di rappresentanza. Invece, solo infinite distruzioni.
Recentemente, un accordo tra Stato, Regione e Comune, per un recupero ormai doveroso; anche se di 12 mila oggetti ne restano appena 500. Una rinascita sembrava prossima. Però si è atteso troppo: i temporali di questi giorni, fanno volare il telo che, nel cantiere, sostituisce il tetto; si "slavano" gli stucchi; si alluviona il parquet "maggiolino" (dal nome della famiglia che li componeva con 86 diverse specie di legno); danni a parti affrescate; in due piani, infiltrazioni. Se una battuta è lecita, piove sul bagnato. Continua la "maledizione" della Villa: a due giorni dal regicidio, chiusa agli estranei; poi, quando re Vittorio Emanuele III, che pure v'era stato cresimato ed era stato educato dal colonnello Egidio Osio, passava in zona, tirava ostentatamente le tendine della carrozza. La Corona se ne disfa nel 1919. E' la fine. Recuperata la Rotonda di Andrea Appiani (affrescata nel 1791), ma quasi solo quella. Anni fa, un preventivo da 80 miliardi: ora, chissà. Un soffitto affrescato, non restaurato nel 1983 perché servivano 26 milioni e parevano troppi; problema risolto: ormai non c'è più. E adesso, altri danni ancora: povera quella Villa.


   17 luglio 2002