
Un caso politico
Ezio Mauro su la Repubblica
Nel momento più acuto dello scontro sociale, con i sindacati divisi e il governo all'attacco della Cgil, scoppia il caso delle lettere di Marco Biagi, cento giorni dopo l'assassinio del giuslavorista da parte delle Brigate Rosse.
Si sapeva che la Procura di Bologna lavorava su un dischetto del computer dal quale il professore, collaboratore del ministro del Welfare Maroni, scriveva i suoi messaggi. Adesso, quel dischetto è arrivato ad una piccola rivista dell'area no global ("Zero in condotta"), che oggi pubblica le lettere di Biagi. "Repubblica" è in grado di anticipare il testo, dopo aver cercato riscontri con tutti i destinatari delle e-mail, e anche con la vedova di Marco Biagi. Sulla base di questo materiale, nascono alcune domande inquietanti, che attendono una risposta pubblica e urgente.
Le cinque lettere sono state scritte dal 2 luglio 2001 al 23 settembre dello stesso anno e sono indirizzate al direttore di Confindustria Stefano Parisi, al sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi, al presidente della Camera Pierferdinando Casini, al Prefetto di Bologna e al ministro Maroni. Nei testi c'è l'angoscia lucida e disperata di un uomo che si sente bersaglio del terrorismo, che riceve telefonate minatorie, che teme di fare la fine di Massimo D'Antona: e che vede revocata la sua scorta senza un motivo spiegabile, "per ragioni che ignoro", come scrive impotente a Casini.
E' un documento terribile. Mentre si susseguono le telefonate anonime, informatissime sui suoi spostamenti e sulla sua inermità, Biagi si preoccupa per l'angoscia in cui vive la sua famiglia, e chiede a tutti di aiutarlo a portare avanti il suo lavoro, ripristinando la protezione: invano. Nella lettera a Maroni, il 23 settembre, Biagi conclude sconfortato: "Qualora dovesse malauguratamente occorrermi qualcosa, desidero si sappia che avevo informato inutilmente le autorità di queste ripetute telefonate minatorie senza che venissero presi provvedimenti conseguenti." Nessuna "autorità", dopo la tragica morte di Biagi, ha sentito il bisogno e il dovere di rispettare questo desiderio.
MA DENTRO le lettere, oltre ad un atto d'accusa che chiama in causa il governo e lo Stato, c'è un caso politico clamoroso. Nella lettera a Casini, infatti, il professore chiama in causa Cofferati: "Sono molto preoccupato scrive perché i miei avversari (Cofferati in primo luogo) criminalizzano la mia figura". E' il 15 luglio 2001, Biagi si sente nel mirino del terrorismo, scrive di avere "avversari" che lo "criminalizzano", e fa il nome del segretario della Cgil, che verrà poi accusato nei mesi successivi con gli stessi argomenti dal presidente del Consiglio Berlusconi e ancora l'altro ieri dai ministri Scajola e Giovanardi.
Cofferati spiega a "Repubblica" che in quel periodo non aveva avuto alcuna occasione di scontro o di polemica con Biagi: perché, si domanda, Biagi si sentiva "criminalizzato" dal segretario della Cgil tre mesi prima della polemica sul "Libro Bianco" del governo, che li oppose aspramente? Ma c'è di più. Al nostro giornale il direttore di Confindustria, Parisi, rivela che una lettera è uscita incompleta o manipolata dal dischetto: dal messaggio a lui spedito da Biagi il 2 luglio 2001, infatti, è stato espunto un passaggio che contiene un nuovo esplicito e pesante riferimento a Cofferati, e in particolare a "minacce" del segretario Cgil "riferitemi scrive il professore da persona assolutamente attendibile".
Dunque a luglio qualcuno ha parlato a Biagi di "minacce" di Cofferati. Chi, perché, in riferimento a che cosa? Perché quel passaggio che "Repubblica" ha ricostruito, pubblicando il testo integrale della lettera è stato omesso nel dischetto o nella sua trascrizione? "Vogliono coprire chi strumentalizzava le paure di Biagi domanda Cofferati indirizzandole verso di me? Vogliono rendere note le accuse nei miei confronti, nella lettera a Casini, nascondendo il suggeritore di quelle accuse, nella lettera a Parisi"?
Ma c'è un'ultima domanda. Se Cofferati "minacciava", perché la Procura non lo ha interrogato, pur conoscendo i testi di quel dischetto? Perché non ha cercato di ricostruire la storia di quelle minacce, il profilo di quella fonte "assolutamente attendibile" che le rivelava, la verità dei fatti esposti da Biagi? L'angoscia di un uomo che si sentiva ed era condannato a morte, merita considerazione e rispetto, e il governo e la polizia non hanno avuto n'è l'una n'è l'altro, lasciando Biagi solo. Oggi le parole del professore devono far riflettere tutti, a partire dal sindacato e dal governo, troppo spesso abituati nel loro linguaggio a scambiare gli avversari per nemici. Ma intanto, la Procura faccia chiarezza, riveli tutti i testi di Biagi, porti alla luce le sue accuse, e cerchi le responsabilità: senza riguardo per nessuno ma anche senza lasciar filtrare spezzoni di accusa, omissioni interessate, usi politici postumi di lettere private. Nella peggior tradizione italiana.
Lettere Biagi, l'ombra di una regia sulle rivelazioni.
Cofferati: «Una vicenda oscura»
su l'Unità on line
Il tempismo è agghiacciante, tanto che è difficile pensare ad una mera coincidenza. Le lettere del professor Marco Biagi, ucciso a Bologna il 19 marzo, pubblicate venerdì da Repubblica contengono un'accusa a Cofferati: «mi criminalizza» scrive Biagi in una delle missive nelle quali denuncia le minacce ricevute dai terroristi e l'inerzia dello Stato che gli ha tolto la scorta. Un riferimento al segretario della Cgil che sembra dar ragione alle dichiarazioni dei ministri Maroni e Alemanno che nei giorni scorsi hanno accusato Cofferati di mettere in pericolo le loro vite. «Sono indignato, e profondamente determinato, ad arrivare ad un chiarimento definitivo su questa vicenda, che mi appare oscura ed inquietante» ha detto Cofferati. «Non si capisce perché il professore parlasse di me come di un suo avversario: io voglio sapere chi in quei mesi disse a Biagi che io lo minacciavo, per quale ragione gli andava raccontando che ero io l'uomo nero». Nel servizio di Repubblica si fa notare come alcune lettere abbiano subito dei tagli: in particolare quella relativa al leader della Cgil. Forse, proprio nelle parti censurate il professore rivelava l'identità di quel «qualcuno» che lo aveva messo in guardia da Cofferati.
Mentre il Governo e la maggioranza tacciono, dall'opposizione giungono dure reazioni. Pietro Folena, del correntone Ds rileva come «Da una settimana Maroni, Alemanno e Giovanardi hanno scatenato una campagna contro la Cgil e il suo segretario, con un tempismo singolare poi escono queste lettere... non si sfugge alla sensazione che dal momento in cui si è formato il governo Berlusconi è partita una campagna contro Cofferati e la Cgil». «La tempistica è agghiacciante - prosegue Folena - C'è una sfasatura dei tempi che getta un'ombra molto molto oscura perché i messaggi di Biagi sono precedenti la pubblicazione del libro bianco e l'inizio di questa vertenza sull'articolo 18». Quindi - prosegue l'esponente della Quercia - «si ricava la sensazione che a Biagi qualche ambiente, qualcuno, avesse detto che era minacciato da Cofferati».
Dopo Cofferati ora il governo minaccia anche l'Unità
sommari de l'Unità
«Falso e offensivo»: così Palazzo Chigi definisce in una nota il titolo di apertura apparso giovedì sulla prima pagina de l'Unita che si riferisce alle accuse dei ministri Giovanardi e Scajola contro il segretario della Cgil, Sergio Cofferati.
Che ci facevano ultrà e criminali comuni negli scontri di piazza al G8 di Genova?
e.f. su l'Unità
I black-bloc che un anno fa devastarono Genova agendo indisturbati, avevano proprie basi in città, appoggi logistici e una fitta rete di «basisti».
Complici che conoscevano bene la città e che facevano da guida ai gruppi di tute nere segnalando le vie di fuga e gli obiettivi da colpire. C'è scritto, nero su bianco, in un rapporto che i Ros - gli 007 dei Carabinieri - hanno consegnato ai pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Conciani. Centinia di pagine, foto, schede segnaletiche che tratteggiano una realtà inquietante. Tra i supporters del Blocco nero, infatti, sono stati individuati ultrà della tifoseria calcistica e soprattutto manovali della malavita genovese. «Gente - commenta un inquirente - che certamente non si muove per motivi ideologici o per passione politica». Insomma: brutti ceffi che se decidono di intervenire in una manifestazione lo fanno solo per i soldi. Ed è questa l'ultima novità in ordine di tempo sul mistero dei Black-bloc. Il cui arrivo a Genova nei giorni del G8 era stato segnalato da «informative» riservate allegate in un dossier che la Questura di Genova inviò al Viminale, dove venivano indicati i luoghi di partenza (città straniere ma anche italiane) e i punti di concentramento e finanche il numero delle varie squadre. Quella informativa venne sottovalutata e le notizie dettagliate che conteneva ignorate. Insomma, le Tute nere potevano essere fermate alla partenza e nei luoghi di arrivo. Non lo fecerero e i Black-bloc poterono arrivare indisturbati nella Città della Lanterna.
La loro presenza il 19, 20 e 21 luglio di un anno fa, veniva puntualmente annunciata dal suono di una lugubre banda che, con passo militare, batteva a tempo i tamburi e sventolava bandiere nere. Ma questo è il folklore, la realtà di quei giorni ci consegna il ricordo di gruppi ben organizzati che usarono una tecnica del «mordi e fuggi».
I teppisti del Blocco nero appaiono, per la prima volta, il 20 luglio, nel primo pomeriggio. Il giorno prima c'era stata la grande, colorata e pacifica manifestazione dei Migranti. Ventiquattr'ore dopo cambia lo scenario. Le Tute nere si infiltrano in un corteo dei Cobas all'altezza di Piazza Novi, si dispongono militarmente alla testa del corteo. Da lì iniziano le prime provocazioni contro un reparto dei Carabinieri con lancio di pietre, bulloni e bottiglie molotov. Attaccano e indietreggiano, così, più di una volta, fino a quando i militari li respingono. Ma non li inseguono. E questa sarà una caratteristica costante di tutte le azioni che vedono coinvolti quelli del Blocco nero: attacco, respingimento e fuga senza inseguitori. Quel giorno, infatti, i Black-bloc fuggono per via Fogliensi, attraversano altre strade e stradine di Genova dimostrando una conoscenza della città che oggi si spiega con le indagini dei carabinieri e con la scoperta dei basisti che facevano da guida. Durante quella fuga devastano banche (la Tv manderà in onda le scene del bancomat assaltato con le forze dell'ordine immobili a pochi metri), incendiano auto e negozi (i fotoreporter immortaleranno il black-bloc in piedi su un'auto rovesciata e l'altro suo «collega» intento a dare fuoco ad un'altra macchina). minacciano i manifestanti pacifici. Insomma: fanno il massimo danno possibile senza che nessuno si preoccupi di fermarli. Fino all'episopdio più grave, l'assalto al carcere di Marassi. Una storia ancora tutta da approfondire e da scrivere. Sia le immagini raccolte nei vari documentari e film sulle giornate genovesi, che le deposizioni rese davanti al Comitato parlamentare di indagine, dimostrano come ad attaccare il Marassi fossero piccoli gruppi. Durante l'assalto c'erano blindati e gruppi di agente di polizia e carabinieri. Nessuno intervenne, neppure quando le Tute nere lanciarono una bottiglia incendiaria all'interno del carcere. La relazione firmata dal funzionario di servizio giustifica quella incredibile ritirata dicendo che le forze degli assalitori erano «preponderanti». Ma le immagini mostrano una realtà diversa, blindati e gipponi delle forze dell'ordine che si ritirano e un unico poliziotto che da solo, impugnando la pistola e sparando un colpo in aria, fronteggia i black-bloc.
Agirono indisturbate le Tute nere. Furono fatte agire indisturbate, è il sospetto che fin da quei giorni genovesi circola con insistenza. Nessun responsabile dell'ordine pubblico impegnato durante il G8 ha saputo spiegare i motivi di tanta impunità. E ora quest'altro mistero. Ad aiutare le Tute nere furono balordi della mala e gruppi di ultrà della tifoseria calcistica. Gente che non si muove per altri scopi che non siano il danaro. Chi li ha contattati? Chi li ha assoldati? Chi li ha pagati? La risposta nell'inchiesta dei magistrati genovesi che dovranno chiarire questo ennesimo mistero dei giorni tragici del G8.
Vertigine capitale
Valentino Parlato su il Manifesto
I botti della Enron prima e della Worldcom poi, con in mezzo un altro po' di esplosioni, sono eventi micidiali nell'economia Usa. Come ha detto l'economista Paul Krugman il crollo della Enron è stato il vero 11 settembre perché «ha cambiato l'immagine che gli americani hanno di se stessi». Con la Worldcom l'effetto distruttivo delle aspettative si è raddoppiato: non c'è solo Bin Laden, ma anche un popolo di manager che ti ruba i soldi. Siamo a un'applicazione al contrario delle aspettative di Keynes.
La domanda alla quale dovremmo tentare di rispondere è: in quale orizzonte, in quale contesto, dobbiamo collocare queste distruttive esplosioni per capirne il significato e la portata? Indubbiamente io credo nella finanziarizzazione dell'economia, che pure ha affascinato molte parti della sinistra pensante. Sarò retrò, ma voglio riprendere due citazioni di Marx, tratte dalla introduzione di Giulio Pietranera (ma chi lo ricorda? ndr) al «Capitale finanziario» di Hilferding. Le due citazioni recitano: 1) «Il Capitale industriale è l'unico modo di essere del capitale in cui la sua funzione non sia soltanto l'appropriazione di plusvalore, rispettivamente di plusprodotto, ma contemporaneamente la sua creazione». 2) «Il processo di produzione appare soltanto come un termine medio inevitabile, come un male necessario per far denaro. Ma tutte le Nazioni a produzione capitalistica vengono colte periodicamente da una vertigine nella quale vogliono far denaro senza la mediazione del processo di produzione».
Noi viviamo questa fase: l'abbandono del principio di realtà e la vertigine del far denaro attraverso il denaro senza la mediazione del prodotto materiale, della merce. In questa fase i manager diventano i padroni dei proprietari (gli azionisti anonimi) e vogliono far denaro con il denaro che gestiscono senza produrre alcunché
E' questa la fase dell'apoteosi dello stock option, il manager imbroglia per far salire il titolo (che può anche vendere) e guadagna miliardi. Non conta il risultato materiale, il volgare fatturato, ma la capitalizzazione dell'impresa, la sua quotazione in borsa. Di conseguenza i migliori investimenti sono quelli nella corruzione delle società di certificazione e anche nel mondo del potere politico: soprattutto contributi alle campagne elettorali. Un tempo - dice sempre Krugman (e riprendo la citazione da un articolo di Luca Paolazzi sul Sole 24 Ore di ieri) - avevano una retribuzione 40 volte superiore alla media, ora l'hanno di 500 volte superiore.
Silvio il mattatore «ruba» i riflettori
E. C. sul Corriere della Sera
CALGARY - Non fosse stato per le Montagne Rocciose, l'altro ieri noi giornalisti italiani avremmo potuto credere di trovarci ancora a Pratica di Mare, con Silvio Berlusconi nelle vesti di padrone di casa.
Il nostro premier era dappertutto: in primo piano negli interni di Kananaskis alla tv, il braccio familiarmente appoggiato sulla spalla di Bush; al centro delle discussioni a tavola; in testa al drappello del G8 nella passeggiata nel parco a illustrare il panorama agli altri leader. A un certo punto, s'è investito della carica di portavoce dei lavori. In rapida successione, le agenzie di stampa hanno sfornato un'anticipazione dopo l'altra: riferisce Berlusconi, secondo il premier italiano, e così via.
Dal Cavaliere, il mondo ha appreso non solo l'uccisione dell'orso penetrato nella zona rossa di Kananaskis e l'ingresso della Russia nel G8 a tempo pieno, l'accordo sulla distruzione delle armi batteriologiche chimiche e nucleari della ex Urss e i finanziamenti all'Africa, ma anche gli umori e gli scambi di battute conviviali dei potenti. Si è scatenata una caccia ai «pass», gli accrediti necessari per accedere alle conferenze stampa, fossero in programma o no, e Berlusconi ha finito per tenerne più di tutti.
Una malalingua canadese ha battezzato Berlusconi «la velina del G8». Ma i media di tutto il mondo gli sono stati grati - ha spezzato l'isolamento e il velo di omertà di Kananaskis - e gli altri leader paiono essersi abituati al suo protagonismo. Da quando rivendicò il merito di avere mediato tra Bush e Putin dopo la sua visita al Cremlino, il nostro premier è il jolly delle conferenze.
S'ignora che cosa dicano di lui in privato i potenti dell'Ue. Ma Bush si sarebbe divertito. Avrebbe ripetuto di considerare «l'amico Silvio un uomo dotato di umorismo».
Rapporto 2002 di Nessuno tocchi Caino "La pena di morte nel mondo"
su www.nessunotocchicaino.it
Il Rapporto 2002 conferma l'evoluzione verso l'abolizione della pena di morte in corso ormai da dieci anni. Ciononostante il numero delle esecuzioni è continuato ad aumentare. Delle oltre 4.700 esecuzioni compiute nel 2001, più del 98% è avvenuto in paesi totalitari e autoritari. Per Nessuno tocchi Caino la soluzione definitiva del problema sta proprio in questi paesi e, prima che la pena di morte, riguarda la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e, innanzitutto, la libertà religiosa.
E' su questa realtà che la conferenza stampa richiamerà l'attenzione, in particolare sull'uso della pena di morte per reprimere movimenti spirituali, dai cristiani che hanno distribuito Bibbie ai praticanti del Falun Gong in Cina, ai cristiani e buddisti in Vietnam, ai membri di chiese clandestine nella Corea del Nord.
La lettrice e il tiranno
Giuliano Zincone sul Corriere della Sera
«Berlusconi ha spezzato la mia giovinezza». Questo scrive D.V. a una rubrica del settimanale D , amministrata dal prof. Umberto Galimberti, docente di Filosofia della Storia ed esperto d'Antropologia culturale. D.V. conclude la sua lettera esprimendo un estremo spavento: «Ho paura di firmarmi (segno dei tempi)».
«La mia voce è solo un alito di vento che si perde nelle tenebre. Non si deve sputare fango sui valori con cui i nostri genitori ci hanno cresciuti, sulle istanze di democrazia per cui tanti uomini sono vissuti e morti. Ho 24 anni e, purtroppo, ho già capito che la vita è dolore. Oggi ho vergogna di essere cittadina di un Paese che volta le spalle al rispetto della dignità umana».
«Ogni giorno - continua la signorina D.V. - muore un poco la scintilla di vitalità che aveva acceso la mia adolescenza di sogni e di ideali. Ma non ci si rende conto del criminoso attentato alla libertà che avviene sotto i nostri occhi?».
«Ho creduto con tutto il cuore in ciò su cui Berlusconi sputa ogni giorno. Egli vomita il suo disprezzo sulla purezza dei nostri princìpi. Non vorrò mettere al mondo figli che non debbano conoscere i più elementari diritti di uno Stato democratico. Non faccia sopire (Galimberti, ndr ) gli ultimi respiri di un Paese che muore».
Che cosa risponde, il saggio Galimberti? Ecco: «Lei coglie della politica quello che io ritengo sia uno dei suoi aspetti essenziali, la partecipazione emotiva a un orizzonte di valori che fanno tutt'uno con il nostro modo di sentire e di vedere il mondo». Dopodiché, il professore afferma che la Destra oltraggia e ferisce «il nucleo profondo della nostra identità». Conclusione: «Il fascismo (di Berlusconi, ndr ) è già lì, nell'offesa del sentimento personale, che è la prima radice della propria visione politica».
Che delusione. Umberto Galimberti avrebbe potuto consolare D.V., consigliarle (filosoficamente) di non esagerare. Avrebbe potuto chiedersi (guardandosi intorno) chi avesse inoculato l'estrema desolazione nel cervello della lettrice. Poteva esortarla a lottare contro Berlusconi, con gli scioperi, con il voto o con i girotondi. Invece, no.
Egli ha approvato il suo sconforto, citando Platone: «La tirannia incomincia quando si offende il sentimento ( thymós ) della città». Ma la nostra «città» è abitata (in maggioranza) da sentimenti berlusconiani. Chi li offende, cade nel trabocchetto di Platone. De te fabula narratur : è lei, professore, il «tiranno» (platonico!), in questa favola.
28 giugno 2002