
Yasser, parabola e misteri di un leader a due facce
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Sappiamo che venne al mondo il 24 agosto 1929, ma non sappiamo se sia nato a Gerusalemme, come egli ama far credere, o al Cairo. Sappiamo che il suo vero nome è Mohammed Abder Rauf Arafat al-Kudwa al Husseini. Ma sulla sua parentela con gli Husseini (una delle maggiori dinastie arabe di Gerusalemme) corrono voci diverse.
Secondo alcuni biografi, Arafat avrebbe rivendicato con orgoglio, in qualche circostanza, una inesistente parentela con Amin al Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, alleato di Hitler nella lotta contro gli inglesi e gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.
Secondo altri si sarebbe sbarazzato del nome per non essere accusato di simpatie naziste. E' dunque un «patologico bugiardo», secondo la definizione che dette di lui, un giorno, Ariel Sharon? Forse. Ma la sua vita, per molti aspetti, è straordinariamente coerente.
Fu verso la fine degli anni Cinquanta che la sua vita subì una brusca trasformazione. Nel 1956, allorché una spedizione anglo-francese, appoggiata dagli israeliani, cercò di impedire la nazionalizzazione del canale di Suez e di rovesciare il regime di Nasser, Arafat, a quanto pare, combatté nel Sinai come ufficiale della riserva dell'esercito egiziano.
Due anni dopo, nel 1958, fondò con un gruppo di amici una organizzazione clandestina, Al Fatah, composta da cellule segrete che si ripromettevano di colpire gli israeliani nel loro territorio. Un anno dopo, nel 1959, Al Fatah pubblicava il suo primo bollettino e cinque anni dopo, nel 1964, Arafat ne dirigeva le operazioni dal territorio giordano. Fra i molti gruppi dell'epoca, riuniti sotto l'ombrello di un «consorzio» finanziato dai Paesi arabi (l'Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina), Al Fatah dimostrò di essere, soprattutto durante la «guerra dei sei giorni», il più intraprendente ed efficace. La coalizione araba fu sconfitta, ma Arafat vinse la sua prima importante battaglia politica e divenne, due anni dopo, presidente del comitato esecutivo dell'Olp.
Non basta. Grazie ad Arafat l'Olp non è più un semplice strumento della politica araba. E' una organizzazione indipendente, capace di formulare i propri obiettivi politici e di affrancarsi, entro certi limiti, dal controllo delle potenze regionali.
Ma è certamente una organizzazione terroristica. Dove gli eserciti hanno fallito, riusciranno, secondo Arafat, le bombe, le operazioni di commando, i dirottamenti. Comincia così la sanguinosa stagione degli attentati negli aeroporti, sugli aerei, contro le istituzioni ebraiche nel mondo e contro gli atleti israeliani ai Giochi Olimpici di Monaco.
Ha molti nemici, tuttavia, anche nel campo arabo. In Giordania, dove i palestinesi sono divenuti ingombranti e l'Olp è ormai uno Stato nello Stato, re Hussein, pochi giorni dopo gli ultimi dirottamenti, ordina all'esercito di cacciare gli ospiti. Dopo dieci giorni di combattimenti per le vie e nelle case di Amman, le ostilità cessano con una tregua, sottoscritta al Cairo dal re, dal presidente dell'Olp e da alcuni leader arabi. Ma le milizie di Arafat dovranno abbandonare la Giordania e trasferirsi in Libano. I palestinesi erranti sembrano ormai condannati a imitare i loro nemici ebrei, ma portano con sé, nelle loro trasmigrazioni, i mitra che appaiono da quel momento sui loro stendardi. E «Settembre nero», in ricordo della tragica guerra civile giordana, diventerà il nome di una nuova organizzazione terroristica.
In Libano, nel frattempo, il capo dell'Olp approfitta della guerra civile per installare le sue milizie e proseguire la guerra di guerriglia che aveva lanciato contro Israele dal territorio giordano. Ed è qui che nel 1982 Arafat incontra il suo maggiore nemico. A Gerusalemme il ministro della Difesa è Ariel Sharon, veterano di tutte le guerre e paladino delle maniere forti. Sharon invade il Libano e si serve delle milizie cristiane per attaccare i campi palestinesi di Sabra e Shatila. E Arafat è costretto, ancora una volta, a partire. Troverà rifugio a Tunisi dove s'installerà per qualche anno con il suo quartiere generale. E' uno dei momenti peggiori della sua vita. Cacciato dal Libano e dalla Siria, costretto a separarsi dalle sue milizie e insidiato dai servizi israeliani, sfugge a un attentato, esce più o meno indenne da un incidente aereo, sopravvive a un infarto.
A Gerusalemme, nel frattempo, gli israeliani constatano che l'operazione libanese ha prodotto risultati imprevisti. Dopo avere combattuto il terrorismo laico di Arafat debbono ora affrontare un nemico ancora più insidioso: il terrorismo religioso dei gruppi integralisti. Non basta.
Nella seconda metà degli anni Ottanta la protesta si estende ai territori occupati e diventa una «rivolta delle pietre» (Intifada). E' questo il momento in cui Arafat decide di cambiare politica. Nel 1988, a Ginevra, in occasione di una seduta speciale delle Nazioni Unite, dichiara che l'Olp intende rinunciare al terrorismo, auspica la fine del conflitto, intravede un Medio Oriente in cui lo Stato palestinese potrà vivere «in pace e in sicurezza» con Israele e i suoi vicini. E' possibile prestargli fede? Molti israeliani diffidano di lui e non saranno sorpresi allorché il leader palestinese, all'epoca della Guerra del Golfo, si schiererà dalla parte di Saddam.
Ma il vecchio camaleonte ha ancora una straordinaria agilità politica e sa cogliere le buone occasioni. Terminato il conflitto, approfitta di una migliore costellazione israeliana (i laburisti hanno vinto le elezioni del giugno 1992) e avvia trattative che si concluderanno con gli accordi di Oslo dell'anno seguente.
Il resto è storia degli ultimi dieci anni, vale a dire di un periodo in cui ogni evento è oggetto di almeno due interpretazioni contrastanti.
Arafat non ha potuto o voluto controllare le fazioni più radicali del campo palestinese e ha certamente permesso che l'amministrazione dell'Autorità divenisse una delle più corrotte della regione. Ma ha dovuto confrontarsi con governi israeliani a cui premeva diluire o sabotare gli accordi di Oslo.
Il suo maggiore errore fu a Camp David (luglio 2000), verso la fine della presidenza Clinton, quando non ebbe il coraggio di accettare il piano offertogli dal Primo ministro israeliano Ehud Barak. Ma anche su quell'episodio e sulle responsabilità dei protagonisti corrono versioni diverse. Il bilancio di una vita, del resto, è possibile soltanto alla fine, quando sulla storia di un uomo cala il sipario. Siamo davvero certi che quella di Arafat, dopo le ultime dichiarazioni del presidente Bush, possa considerarsi conclusa? L'imperturbabile ottimismo con cui ha reagito alle dichiarazioni americane sembra dimostrare che il vecchio «bugiardo» ha ancora un asso nella manica.
Prima di scrivere la parola fine è meglio aspettare la sua prossima mossa.
Gli orfani del dollaro
Francesco Gavazzi sul Corriere della Sera
La caduta del dollaro e la sua conseguenza diretta, il brusco rallentamento delle importazioni americane, sono una pessima notizia per le aziende europee. Si erano abituate a vendere in un mercato dove la domanda sembrava inesauribile e la forza del dollaro (salito di oltre il 30% dal 1995) spiazzava la concorrenza locale. Da oggi esportare sarà molto più difficile. E, tuttavia, la fine del dollaro forte rappresenta anche una grande opportunità per l'Europa. Nell'ultimo decennio gli Stati Uniti hanno attirato dal resto del mondo una straordinaria quantità di risparmio, oltre duemila miliardi di dollari. Questi hanno finanziato un po' di tutto: consumi delle famiglie, il boom della Borsa, i costi della guerra contro Al Qaeda, ma anche, e soprattutto, investimenti. Una parte importante di questo risparmio (300 miliardi di dollari solo nel 2000, perlopiù provenienti dall'Europa) è infatti arrivata negli Usa nella forma di investimenti diretti in aziende americane, per finanziare nuovi investimenti o semplicemente per acquistarle.
Il rallentamento dell'economia Usa - e soprattutto le preoccupazioni suscitate negli investitori dallo scandalo Enron e dalla scoperta di altri episodi di contabilità «allegra» - ha bruscamente frenato questo flusso di risparmio. Nel primo trimestre del 2002 gli acquisti di azioni e obbligazioni americane da parte di risparmiatori del resto del mondo (al netto delle vendite) si sono ridotti da 100 a 70 miliardi di dollari; gli investimenti diretti in aziende americane da 42 a 24 miliardi. Il primo effetto di questa inversione di tendenza nella fiducia dei risparmiatori è la caduta del dollaro, ma la domanda più interessante è: dove si dirigerà ora tutto questo risparmio? Qui risiede la grande opportunità dell'Europa: si aprono, per chi saprà coglierle, grandi occasioni di investire e di crescere.
In Europa, il 70% degli investimenti diretti, i più importanti perché i più stabili, si concentra su quattro soli Paesi (i dati si riferiscono al triennio 1998-2000): Gran Bretagna (28%), Olanda (20%), Spagna (12%) e Irlanda (8%). Germania, Francia e Italia, insieme, contano poco più della Spagna. Che cosa determina la capacità di attrarre investimenti? Innanzitutto conti pubblici in ordine e debiti limitati, quindi Paesi, come ad esempio Olanda e Irlanda, dove è improbabile che il governo debba alzare le tasse per ripagare il debito; e poi Paesi con imprenditori intelligenti e buone idee. Questi ultimi in Italia non mancano: la palla al piede è il debito pubblico che è ancora quasi il doppio della media europea e costituisce la maggior fonte di preoccupazione degli investitori internazionali.
Scajola smentisce Martino: «Rischio attentati? Non sappiamo nulla»
Massimo Solani su l'Unità
Ancora un brutto scivolone di un ministro del governo Berlusconi, che prima rilascia dichiarazioni esplosive suscitando polemiche, e poi, dopo una doverosa «strigliata» dall'alto, torna sui suoi passi e minimizza. Ieri è stato il turno del titolare della Difesa Antonio Martino che ha messo tutti in allarme sventolando la sicurezza di nuovi attentati.
«Sappiamo per certo che avrà luogo prima o poi un attentato terroristico di grosse dimensioni in occidente - ha dichiarato Martino - Non sappiamo dove avverrà l'attacco e che forma prenderà. È quindi molto difficile dire che abbiamo davvero garantito la sicurezza dei nostri cittadini». Considerazioni dettate da un qualche rapporto segreto che comproverebbe progetti terroristici messi in piedi magari dalla rete di Al-Qaeda, o dichiarazioni improvvide dettate magari soltanto da un'idea personale quanto discutibile? Martino non chiarisce, ma a mettere un freno alla ridda di ipotesi è accorso in serata il Viminale che ha cercato di riportare la tranquillità facendo sapere che «ad oggi non si registrano fatti o circostanze tali a far ritenere il nostro paese oggetto di attuali e specifiche minacce».
Passano poche ore e, secondo un canovaccio cui gli uomini di governo ci hanno già abituato, puntuale arriva la rettifica dell'interessato. Martino stesso infatti, probabilmente spiazzato dal clamore suscitato, in serata si è affrettato a definire la propria uscita una «riflessione serena», che «non deve ingenerare inutili allarmismi». Simili parole, ha cercato di difendersi Martino, «non vanno messe in relazione a situazioni oggettive, che tra l'altro ricadono sotto la responsabilità di specifici organismi all'uopo delegati, bensì a precise dichiarazioni su effettivi rischi di attentati contro i paesi occidentali più volte ribadite nei fori internazionali, da parte del segretario di Stato Usa, Rumsfeld e dallo stesso presidente Bush».
Le parole del Viminale, però, non sono servite ad evitare che intorno alle dichiarazioni allarmistiche di Martino si scatenasse la polemica; a guidarla tanto gli uomini dell'opposizione quanto numerosi membri della maggioranza. Le parole del ministro della Difesa, ha commentato Marco Minniti capogruppo ds in commissione difesa alla Camera, «hanno dell'irresponsabile», come sconcertante è l'atteggiamento di un governo che espone il paese a «docce scozzesi». «Un giorno - ha spiegato Minniti - abbiamo un allarme terroristico su Bologna e, il giorno dopo, il ministro degli Interni ci spiega che quell'allarme è del tutto infondato. Dopo qualche ora invece il ministro della Difesa ci dice che ci sarà un attentato gravissimo che colpirà l'occidente, ma non si sa nè come, nè dove, nè quando. Siamo di fronte ad un atteggiamento da apprendisti. Ci sono degli elementi concreti rispetto ai quali il ministro ritiene di dover lanciare un segnale d'allarme? Ne riferisca innanzitutto nelle sedi proprie per le opportune contromisure e, poi, informi immediatamente il parlamento». Dello stesso tono anche il commento di Massimo Brutti vicepresidente dei ds al Senato, che ha definito «preoccupanti» le parole di Martino. «È inquietante e grave - ha dichiarato Brutti - vedere un ministro della Difesa, senza fornire elementi concreti a sostegno delle sue affermazioni».
La segreteria Ds: «Non c'è rottura con la Cgil». Ma per il "correntone" è troppo tardi
sommari de l'Unità
«È falsa l'immagine dei Ds divisi sul sostegno alla Cgil», dice Vannino Chiti, della segreteria della Quercia. «Nessuno si è allontanato dalla Cgil». Il giorno dopo la spaccatura in Direzione Ds sulla Cgil, si cerca di stemperare le tensioni. «Se la segreteria avesse fatto prima le dichiarazioni di appoggio alla lotta della Cgil, credo che le cose potevano finire diversamente» commenta Vita, del correntone
L'Europa dice no ai cloni del Parmigiano
Alberto D'Argenzio su il Manifesto
BRUXELLES. Il Parmigiano reggiano non ammetterà più cloni né volgari imitazioni. Ieri la Corte di giustizia europea di Lussemburgo ha infatti definitivamente bocciato il Parmesan, invenzione da esportazione di Dante Bigi e della sua Nuova Castelli Spa di Reggio Emilia. Il Parmesan è un formaggio grattuggiato, essicato, pastorizzato ed in polvere, con un limite di fondo: viene preparato in Italia con una miscela di vari tipi di formaggio che non rispetta il regolamento della Denominazione di origine protetta (Dop) prevista per il «Parmigiano Reggiano». Ulteriore problema, questa imitazione viene venduta soprattutto in Francia con un nome, appunto Parmesan, che è l'esatta traduzione locale di Parmigiano reggiano, quello vero. Cioè quello prodotto dai 598 caseifici del consorzio secondo la formula 16 litri di latte per un chilo di formaggio per almeno 12 mesi di stagionatura. Un formaggio che smuove 1,24 miliardi di euro ma che è rimasto nobile, dal lungo pedigree. Già Boccaccio lo cita nel Decamerone, mentre Apicio, intorno al 1500, accenna al caseus parmesanis nel suo De re culinaria. Ieri a Lussemburgo si è vissuta un'altra, differente, pagina della secolare storia di questo formaggio. Una giornata di trionfo visto che la bocciatura per il Parmesan è doppia. La sentenza recita infatti che «il falso Parmigiano non può godere della protezione di Denominazione di origine e non può più essere prodotto in Italia». Il Parmigiano ha così vinto la sua battaglia contro il Parmesan della Nuova Castelli. Ma non basta. La Corte ha sancito ieri la vittoria contro tutti i Parmesan d'Europa, «Il falso Parmigiano - precisa un portavoce del Tribunale - non può nemmeno continuare ad essere prodotto in altri paesi».
Da Lussemburgo è giunta quindi una bella notizia per i consumatori, gli amanti della buona tavola, associazioni di categoria, la Coldiretti ed anche per il governo e la Commissione europea, a parole del suo Commissario all'agricoltura, l'austriaco Franz Fischler, da sempre a difesa del Parmigiano. Ma non bisogna adagiarsi sugli allori, «Sono moltissimi - afferma Roberto Della Seta, il portavoce nazionale di Legambiente - i tentativi di `imitazione' ''contro i quali è necessario tenere alta la guardia per garantire sicurezza, libertà di scelta e corretta informazione a tutti i consumatori». Giovedí è il momento della verità per un altro formaggio, sapremo finalmente se la Feta potrà essere prodotta anche al di fuori del territorio greco.
26 giugno 2002