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«Stato palestinese ma via Arafat»
Bush presenta il suo piano: «Elezioni democratiche entro il 2002 e nuovi leader, poi indipendenza in tre anni» Monito a Israele: «Smetta di costruire insediamenti, si ritiri dai Territori occupati e torni ai confini del '67»
brevissime del
Corriere


WASHINGTON - Il presidente americano George Bush ha illustrato ieri sera in diretta tv il suo piano per una soluzione del conflitto israelo-palestinese. Il piano. Ribadendo che la via per la pace passa dalla democrazia, Bush ha invitato i palestinesi a rinnovare la loro leadership: «Servono elezioni entro l'anno, nuovi dirigenti non compromessi con il terrorismo, istituzioni, una Costituzione. Solo allora gli Usa sosterranno la nascita di uno Stato palestinese». Realizzate queste condizioni, la Palestina indipendente potrebbe prendere vita in tre anni. In questa prospettiva, a Israele Bush ha rivolto un monito: «Cessi di costruire insediamenti nei territori occupati, si ritiri da Gaza e Cisgiordania e rientri infine nei confini del 1967».
Reazioni. Favorevole l'accoglienza da parte di Israele, che ieri peraltro aveva assediato il quartier generale di Arafat a Ramallah. Il premier Sharon si è unito a Bush nel chiedere che Arafat si faccia da parte. Il raìs e la dirigenza palestinese hanno espresso apprezzamento per «le idee» di Bush: «Il suo è un tentativo serio». Critiche però alla richiesta di emarginare Arafat: «I nostri capi li scegliamo noi», dice il negoziatore Erekat.


Il piano Bush. L'Ue: «Conferenza internazionale». Annan: «No a veti su Arafat»
sommari de
l'Unità

Il discorso di ieri del presidente americano George W. Bush sulla crisi israelo-palestinese, in cui si affermava la legittimazione di uno Stato palestinese, a condizione, però, che Arafat non ne fosse più il leader, continua a suscitare reazioni e puntualizzazioni. Kofi Annan (Onu): «La questione di chi debba guidare il popolo palestinese può essere decisa solo dal popolo palestinese». Anp: «Le idee di Bush possono contribuire alla pace, ma è inaccettabile l'allontanamento di Arafat».


Arafat: "Solo i palestinesi possono scegliere i loro leader"
Risposta del presidente dell'Anp alla Casa Bianca. La Ue contraria alla defenestrazione del capo dell'Olp.
su
la Repubblica

RAMALLAH - La risposta diretta al piano di Bush per la pace in Medio Oriente arriva direttamente dagli uffici di Ramallah e la detta il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat, l'uomo che, nelle enunciazioni dell'amministrazione Bush, dovrebbe farsi da parte. "Spetta alla mia gente decidere sulla leadership". Risposta, quella di Arafat, in linea con le perplessità dell'Unione Europea espresse da Xavier Solana, "ministro degli esteri" dell'Unione. Il mondo arabo tace sulla proposta americana, solo Mubarak, capo di Stato egiziano ne dà una lettura minimalista sostenendo che il discorso di Bush non riguarda Arafat.

Il leader palestinese, ancora assediato dai carri armati israeliani, ha parlato alla stampa nel suo quartier generale al termine della visita del ministro degli esteri francese Dominique de Villepin ma non ha voluto calcare la mano. "Spetta alla mia gente decidere. Sono gli unici a poterlo fare" ha detto rispondendo ad una domanda sulla futura leadership palestinese ma ha escluso che Bush si riferisse a lui aggiungendo: "Il presidente ha parlato dello Stato palestinese e delle elezioni, e noi siamo certi che il nostro Stato sarà democratico con le prossime elezioni". Elezioni che si dovrebbero tenere in gennaio.

Posizione condivisa dalla Ue che, per bocca di Solana aveva apprezzato il piano Bush ma si era mostrata fredda verso la destituzione di Arafat. La linea è: "I palestinesi si sceglieranno il loro leader la Ue è pronta ad aiutare l'Anp ad organizzare le elezioni". In più Solana è tornato a chiedere una conferenza di Pace per il medio oriente.



Rischio attentati, Martino semina il panico. L'opposizione: «E' un irresponsabile»
sommari de
l'Unità

«Sappiamo per certo che avrà luogo prima o poi un attentato terroristico di grosse dimensioni in occidente». Il ministro della Difesa, Antonio Martino, prova a seminare un po' di panico. Ma poco dopo chiede di aumentare le spese per la difesa e di portarle all'1,5% del Pil, e molte cose si chiariscono. Sconcertata la risposta dell'opposizione: «C'è da trasecolare. Le parole di Martino sono l'esatto rovescio di quel che ci si attende da un ministro responsabile».


Tra Maroni e Fassino
Riccardo Barenghi su
il Manifesto

Può un ministro della repubblica accusare il segretario del più grande sindacato italiano di istigare al terrorismo ad personam senza che qualcuno lo zittisca, lo costringa a dimettersi, gli tolga la fiducia? Purtroppo può, se si chiama Maroni, se il suo capo è Berlusconi e se il presidente della repubblica è silente ma anche assente. E può un segretario di partito, lo stesso partito a cui il suddetto leader sindacale è iscritto, bocciare un documento di appoggio a quel sindacato che da solo sta conducendo una lotta difficilissima contro tutto il governo, tutta la Confindustria, mezza opposizione e compagnia bella? Purtroppo può, se si chiama Piero Fassino.

E' terribilmente grave quel che ha detto il ministro Maroni, un'intimidazione in piena regola, un modo diretto per mettere a tacere chiunque non la pensi come lui: se mi attacchi mi ammazzano. E anche se il suo collega dell'interno ha minimizzato l'allarme, il fatto resta in tutta la sua potenza distruttiva di qualsiasi regola del conflitto politico o sociale. Bene ha fatto Cofferati a reagire annunciando querele, bene farebbe l'opposizione e anche quei settori della maggioranza più civili a fare tutto il possibile (e anche qualcosa di più) perché Maroni venga messo a tacere.

La prima mossa sarebbe toccata al partito di Cofferati, appunto i Ds, e al loro segretario. La minoranza di quel partito ha proposto un ordine del giorno di appoggio alla Cgil. Ottima occasione per Fassino e compagni per schierarsi sia nel merito della battaglia sull'art. 18 sia come risposta unanime all'intimidazione ministeriale. Niente da fare, Fassino ha votato no e ha costretto (costretto?) la sua maggioranza a fare altrettanto. Certo, a parole ha poi detto che lui sta con Cofferati, ma il documento no, il documento non si vota. Non vuole mettersi magliette (ha detto proprio così). E infatti è rimasto nudo.

Se un partito democratico e di sinistra non ha neanche il coraggio di schierarsi in una battaglia di questo genere solo per paura di dispiacere a qualche petalo o a qualche uillino, di che cosa stiamo parlando ormai da mesi? A cosa sono serviti gli scioperi e le manifestazioni, i girotondi, le assemblee, le proteste?

A niente, verrebbe da dire, se il leader del partito che più degli altri dovrebbe assumere le ragioni di quel movimento ancora reagisce (si fa per dire) in questo modo di fronte a un ministro che accusa di istigazione al terrrorismo il leader del sindacato che dovrebbe essere anche il suo.

Ma non bisogna disperare: un segretario si può sempre cambiare, oppure si può cambiare partito.


Uno sviluppo insostenibile
Quanti saremo e che cosa farà la Chiesa
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Una proiezione delle Nazioni Unite di dieci anni fa indicava che un tasso di prolificità costante (ai livelli del 1992) avrebbe teoricamente prodotto una popolazione terrestre, nel 2150, di 694 miliardi di persone. Sì, non scherzo: quasi settecento miliardi di uomini-formica (il conto è presto fatto: una crescita di 130 volte nell'arco di 160 anni). Ovviamente questa proiezione non è una previsione; è un esercizio numerico da tavolino. Perché un tasso di prolificità costante ci porterebbe a 22 miliardi già nel 2050; e quindi già allora la partita potrebbe essere chiusa con Terra e terrestri insieme al cimitero. Tra i 6 miliardi di oggi e i 22 sopra ipotizzati a quale livello la Chiesa vorrà ammettere che siamo in troppi e che occorre intervenire? È difficile rispondere perché se la contraccezione è peccato, allora è peccato sempre, a prescindere da quanti siamo. Sarebbe peccato anche se fossimo 700 miliardi.
Però la Chiesa distingue tra peccati capitali e peccati veniali, peccati sorvolabili. La contraccezione è diventata un peccato capitale (non parlo con proprietà teologica, beninteso) con l'enciclica Humanae vitae di papa Paolo VI del 1968. E nacque dal nulla, fu una sorpresa. L'enciclica era stata preceduta da tre anni di lavoro di una commissione vaticana nominata dal Papa che aveva concluso che il divieto di contraccezione non poteva essere ricavato né dalle Sacre Scritture né dalla tradizione, teologia e legge naturale della Chiesa. Questa «apertura» spaventò la Curia, e l'allora potentissimo cardinale Ottaviani convinse il Papa a disattendere le raccomandazioni dei suoi esperti. Ma se è bastato un cardinale Ottaviani per incastrare la Chiesa in una morta gora, forse un nuovo Papa può bastare a disincagliarla. Gli atti della commissione sul controllo delle nascite degli anni Sessanta (il cui segretario fu un domenicano svizzero, padre Henri de Riedmatten) sono sempre riesumabili. Giacciono negli archivi vaticani.
Nel frattempo la Chiesa di papa Wojtyla ha trovato un sostegno, o meglio una via di uscita, nella tesi che la crescita demografica troverà un suo naturale punto di equilibrio e di arresto con l'educazione e lo sviluppo. Il noto e bravo missionario Piero Gheddo mi controbatte così: «La Chiesa dice: aiutiamo i poveri a svilupparsi e diminuirà anche la loro crescita demografica. L'educazione unita allo sviluppo è il solo metodo che funziona» ( Corriere del 20 giugno). Purtroppo no. Padre Gheddo si dimentica di precisare che i demografi prevedono che l'arresto «naturale» della crescita avverrà quando saremo 10-12 miliardi. E allora sarebbe tardi.
Già oggi, a livello di 6 miliardi, siamo al limite di rottura degli equilibri ecologici. L'avvelenamento dell'aria è pericolosamente crescente anche a popolazione costante. Figurarsi quando entreranno in campo 1 miliardo e 500 milioni di cinesi «sviluppati» che sostituiscono la bicicletta con l'automobile. Nel 2050 la Cina inquinerà e surriscalderà l'atmosfera più degli Stati Uniti. A un altro estremo prendiamo la Nigeria, il più popoloso Stato africano (largamente popolato, al 40 per cento, da cristiani) che nel 1950 aveva 33 milioni di abitanti, e che ne avrà, si prevede, 250 milioni nel 2050. A quel momento i nigeriani saranno più ricchi e istruiti? No. Con ogni probabilità saranno più poveri e sottosviluppati che mai: il caso di uno sviluppo che è soltanto perverso, soltanto a somma negativa.



   25 giugno 2002