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Missili israeliani a Gaza uccisi membri di Hamas
Blindati israeliani intorno al quartier generale di Arafat a Ramallah. Scontri fra palestinesi a Gaza dopo l'arresto di Yassin. Lo sceicco cieco è la guida spirituale degli estremisti
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la Repubblica

GERUSALEMME - Cinque militanti di Hamas e un ragazzo di 17 anni sono stati uccisi questa mattina in un raid aereo a Rafah, nel sud della striscia di Gaza: i due taxi su cui viaggiavano sono stati centrati da missili israeliani e ridotti a carcasse fumanti. Una decina i feriti nell'operazione: fra loro, alcuni bambini.

La radio israeliana ha sottolineato che si tratta di un nuovo attacco nell'ambito di una campagna condotta contro i miliziani ritenuti responsabili della ondata di terrore cominciata 21 mesi fa con l'intifada di al-Aqsa. Fra gli uomini uccisi, c'erano almeno due esponenti di primo piano di Hamas, ricercati da tempo. Uno era Yasser Rizeq, capo militare delle Brigate Ezzeddin al- Qassam - il braccio armato di Hamas, responsabile di molti degli attentati degli ultimi mesi - morto insieme al suo braccio destro.

L'azione militare è arrivata quasi in contemporanea con l'ingresso di blindati israeliani a Ramallah: i carri hanno preso possesso di ampie zone della città, e accerchiato il perimetro esterno del quartier generale di Yasser Arafat, senza entrare nel bunker. Poche ore prima lo stesso Arafat aveva ordinato ai suoi poliziotti di mettere agli arresti domiciliari nella sua residenza di Gaza lo sceicco Yassin, capo spirituale di Hamas.

Il presidente palestinese ha inteso in questa maniera rispondere alle pressioni di Stati Uniti e Israele che vogliono una politica più dura nei confronti dei mandanti delle stragi che continuano a insanguinare Israele, ma non è riuscito a evitare la reazione della sua stessa gente. Centinaia di persone sono scese in strada a Gaza marciando verso la casa di Yassin e chiedendone la liberazione: i poliziotti palestinesi secondo alcuni testimoni hanno sparato sulla folla.



«Osama è vivo: America, preparati»
Minaccia di Al Qaeda: «I nostri vertici integri al 98%. Colpiremo ancora, allacciate le cinture» Una decina gli indagati per l'attentato sventato a Bologna: controlli su «cellule» in 4 regioni
brevissime del
Corriere

«Bin Laden è vivo, lo vedrete presto in un nuovo video. Ma intanto, americani ed ebrei, allacciatevi le cinture di sicurezza, perché stiamo per venire a colpirvi dove non vi aspettereste mai»: Suleiman Abu Gaith, portavoce di Al Qaeda, è tornato a minacciare l'Occidente. Il messaggio audio è stato diffuso dall'emittente Al Jazira e appare sicuramente recente: Abu Gaith rivendica la strage alla sinagoga di Djerba (in Tunisia) di aprile. «Il 98% dei capi di Al Qaeda sono usciti indenni» dalla caccia scatenata in Afghanistan. E sono una decina i fiancheggiatori di Al Qaeda indagati dalla Procura di Milano per l'attentato sventato contro San Petronio a Bologna. I carabinieri continuano le indagini sulle cellule di Lombardia, Piemonte, Campania, Emilia Romagna.


Bossi all'attacco: federalismo o si muore
«Da settembre in piazza per devolution e parlamenti di Nord, Centro e Sud». Maroni: altrimenti via dal governo
brevissime del
Corriere

PONTIDA (Bergamo) - «L'anno che viene è l'anno in cui o si fa il federalismo o si muore: in autunno si torna in piazza». E' l'affondo di Umberto Bossi sul prato di Pontida. L'ultimatum del leader leghista agli alleati della coalizione si fonda su tre temi: devolution (trasferimento alle Regioni dei poteri in materia di sanità, scuola e polizia locale), riforma della Corte Costituzionale (con 6 giudici eletti dalle Regioni) e creazione di tre nuove assemblee (i Parlamenti di Nord, Centro e Sud). Bossi non risparmia gli attacchi ai centristi: sono sempre i soliti democristiani centralisti. E chiede una rete tv federalista. Rincara la dose il ministro del Lavoro Roberto Maroni: se non otterremo le riforme usciremo dal governo. «Il solito Bossi a Pontida», commentano gli alleati. Che su un punto rispondono no: i Parlamenti di Nord, Centro e Sud.


Art.18, la Cgil ricorre alla Corte costituzionale
Le norme del governo sui licenziamenti sarebbero discriminatorie e quindi incostituzionali. Cofferati querela Maroni e Alemanno
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la Repubblica

ROMA - Contro le modifiche all'articolo 18 la Cgil ricorrerà alla Corte costituzionale. Lo ha annunciato oggi nel corso di una conferenza stampa il segretario generale Sergio Cofferati. L'ipotesi di sospendere l'applicazione dell'articolo 18 ai lavoratori delle aziende con oltre 15 dipendenti è infatti "un'ipotesi grave per gli effetti potenziali di differenziazione nel trattamento tra le persone che lavorano e le stesse imprese". Una discriminazione - ha proseguito Cofferati - in cui si ravvisano "tratti evidenti di incostituzionalità. Per questo, secondo i modi previsti dalla legge, faremo ricorso contro quel provvedimento impugnandone il carattere di incostituzionalità".

E la controffensiva legale della Cgil non si ferma qui. Il sindacato querelerà infatti i ministri del Welfare e delle Politiche agricole, Roberto Maroni (che oggi nell'intervista al nostro giornale ha definito "pericolosi i proclami di Cofferati") e Gianni Alemanno (aveva parlato nei giorni scorsi di "dichiarazioni quasi di sapore mafioso da parte della Cgil"), per le loro accuse alla Confederazione di mettere in campo "atti intimidatori" per il suo comportamento e le sue decisioni sui temi del mercato del lavoro e dell'articolo 18.

Oltre alla campagna a suon di carte bollate la Cgil ha anche lanciato quella referendaria contro la modifica del'articolo 18 e ha proposto due iniziative di legge per accrescere i diritti dei lavoratori precari e migliorare l'utilizzo degli ammortizzatori sociali. "La Cgil - ha annunciato Cofferati - raccoglierà cinque milioni di firme, a partire dalla fine degli scioperi regionali in corso fino all'inizio dell'autunno (quando si terrà lo sciopero generale), per promuovere due referendum abrogativi della delega 848 e 848 bis e due proposte di legge di iniziativa popolare sui diritti dei lavoratori precari e dei collaboratori coordinati e continuativi e sugli ammortizzatori sociali connessi all'uso della formazione professionale".


Tutti in riga
Valentino Parlato su
il Manifesto

Due atti di governo, in campi molto diversi tra loro, ma sintomatici e convergenti: l'attuale maggioranza ha difficoltà nel governare la cosa pubblica e, quindi, scivola sulla via dell'autoritarismo e dell'intimidazione. I fatti sono noti, semplici ed eloquenti. Fatto primo: l'accordo (scellerato, dice Cofferati) sull'art. 18 con Cisl e Uil non funziona e ci sono gli scioperi della Cgil, ai quali partecipano anche lavoratori di Uil e Cisl. Ecco che allora il ministro Maroni (ministro del welfare e non degli Interni) mobilita anche le prefetture per sapere quanti hanno scioperato. E poiché è legittimo il sospetto che per sapere «quanti» occorra sapere anche «chi» (il conto non può essere approssimato) l'intimidazione è più che trasparente. E come non ricordare che il vecchio Pietro Nenni e con lui Brodolini e Giugni, tutti socialisti doc, vollero l'art. 18 proprio per ostacolare i licenziamenti dei lavoratori iscritti alla Cgil, al Psi o al Pci. Il buon Maroni, che fallì come ministro degli interni quando ebbe questa carica, ora tenta la sua rivincita da ministro del welfare.

Fatto secondo: Biagi e Santoro, si sa, non sono amiconi dell'attuale governo, ecco che allora si utilizza una manifestazione pubblicitaria a Cannes per escluderli dal proscenio e forse anche dalla seconda o terza fila. Anche in questo caso l'incapacità di governo slitta in arbitrio autoritario.

Che cosa concludere? Quali ipotesi avanzare? Che l'attuale maggioranza, che in termini di voti potrebbe anche fare senatore un cavallo, soffre di una pericolosa incapacità di governo, pericolosa perché è indotta a superare questa sua incapacità con scorciatoie autoritarie: voglio sapere chi ha osato scioperare; caccio Biagi e Santoro, decido di punire i magistrati. Flaiano, se ricordo male, avrebbe detto che la situazione è grave, ma non è seria. Non è seria affatto, ma è assolutamente pericolosa. Tanto più pericolosa perché c'è un'opposizione, che invece di fare l'opposizione si diletta a litigare sui portavoce e i governi ombra, che sono ombra di niente. Ma quando sono due debolezze a scontrarsi non c'è proprio da stare tranquilli: alla fine la vince la spinta autoritaria. La storia non si ripete, ma non si sa mai.


Gli interessi di pochi, l'interesse di tutti
Silvano Andriani su
l'Unità

Proviamo a commentare alcuni dati, di fonti varie, riportati dall'Economist del 18 maggio. Nell'area dell'euro, il tasso di disoccupazione è sceso tra il 1997 e il 2001 dal 12 all'8,4% e l'occupazione è cresciuta dell'8% il che, ad occhio e croce, dovrebbe fare circa 10 milioni di posti di lavoro in più. Durante il passato decennio la crescita delle retribuzioni è stata straordinariamente bassa: in media è stata dello 0,7% annuo, meno della metà della crescita della produttività del lavoro. Nello stesso periodo i lavoratori part-time, o temporanei, sono cresciuti dal 21 al 30% del totale.
La prima considerazione possiamo farla con parole al di sopra di ogni sospetto: quelle dello stesso Economist da sempre sostenitore della flessibilità dei mercati.
Negli ultimi cinque, secondo l'Economist, in Europa «i mercati del lavoro stanno funzionando in modo più flessibile» e aggiunge che «l'opinione comune che l'Europa sia distante dagli Stati Uniti nella creazione di posti di lavoro e nella crescita della produttività deve essere rivista». In Europa, insomma, è accaduto tra il 1995 e il 2001 ciò che negli Usa era accaduto cinque anni prima quando il sensibile aumento dell'occupazione era stato originato quasi esclusivamente dalla flessibilizazzione del mercato del lavoro, con buona pace del signor D'Amato e di tutti quelli che non se ne sono ancora accorti e che continuano a rifarsela con i sindacati.

Altra considerazione riguarda la distribuzione del reddito. Il fatto che per oltre dieci anni le retribuzioni siano aumentate molto meno della produttività del lavoro significa che la quota del reddito nazionale assegnata al lavoro dipendente è sensibilmente diminuita e i profitti sono fortemente aumentati. Il fatto poi che nel passato decennio, mentre i profitti raggiungevano i livelli massimi, il tasso di crescita dell'economia sia stato il più basso degli ultimi cinquant'anni significa che è infondata l'illusione secondo la quale aumentando i profitti aumentano gli investimenti. Aumentando i profitti aumentano semplicemente i reddditi di coloro cui i profitti sono distribuiti o che si avvantaggiano della valorizzazione delle imprese conseguente all'aumento dei profitti. L'aumento degli investimenti invece dipende da un complesso di circostanze che negli anni 90 non si sono verificati.

La gente si convince che non tanto dal lavoro quanto dalla buona gestione del risparmio, per chi ha un risparmio, dipende la possibilità di migliorare la propria condizione economica. Tutto ciò contrasta nettamente col gran parlare che si fa della cosidetta economia della conoscenza e quindi della necessità di migliorare la qualità del lavoro, la sua creatività, la sua responsabilizzazione. Tutti questi fattori, è vero, sono decisivi per migliorare le «performances» del sistema economico, ma i dati citati ci dicono che il conclamato maggior valore del lavoro non trova riscontro nella distribuzione del reddito.

Nessuna meraviglia allora se assistiamo ad una rispresa del conflitto sociale, testimoniata dai recenti scioperi in Germania, Italia, Spagna.
È importante che, nella ripresa del conflitto distributivo, i sindacati sappiano investire con la propria iniziativa l'evidente incapacità dell'attuale tipo di sviluppo di dare luogo a una distribuzione del reddito in grado di incentivare davvero il miglioramento costante della qualità del lavoro. E sappiano premere affinché i modelli organizzativi delle imprese e delle amministrazioni pubbliche e i processi di formazione alimentino davvero il livello di conoscenze, condizione indispensabile per poter competere. Così facendo i sindacati farebbero, come hanno fatto in altre occasioni, coincidere la difesa degli interessi dei propri rappresentanti con l'obiettivo generale di una nuova qualità dello sviluppo.


   24 giugno 2002