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Israele si prepara ad amministrare la Cisgiordania. A rischio gli accordi di Oslo
sommari de
l'Unità

Israele intende stabilire una sua amministrazione nei territori palestinesi rioccupati. Lo ha dichiarato il direttore del ministero della Difesa israeliano: «Se il risultato delle operazioni in corso si tradurrà in una presenza di lunga durata dell'esercito, dovremmo dare risposta ai bisogni delle popolazioni civili». In pratica, la cancellazione dell'autonomia realizzata a seguito degli accordi del 1994. Il governo ha deciso venerdì di prolungare indefinitivamente l'occupazione dei Territori.


Fuori dalla logica
Riccardo Barenghi su
il Manifesto

In ultima pagina troverete lettere di durissima polemica o peggio (alcune non le pubblichiamo per eccesso di insulti) con le quali diversi letttori esprimono il loro dissenso dalla vignetta di Vauro pubblicata mercoledì scorso. Emerge una rabbia, un rancore nei nostri confronti, anche un sincero dispiacere che ci colpiscono ma che francamente non mi sembrano giustificati da quella vignetta. In quella vignetta c'era un autobus ridotto a un cumulo di macerie, fatto saltare da un kamikaze, di fronte al quale il personaggio di Vauro con la faccia desolata diceva: «Difficile estrarne le ragioni e i torti». Ma quella vignetta non parlava dell'autobus bensì della Palestina, era una metafora del disastro al quale assistiamo disperatamente da anni, lo stesso Vauro l'aveva concepita così. E' stata interpretata diversamente, come fosse un commento letterale all'attentato suicida, almeno da una fetta di nostri lettori.

Ha sbagliato Vauro, hanno sbagliato i lettori, o è la situazione che è tutta sbagliata? Propenderei per la terza ipotesi. Sbagliata, anzi peggio, ormai disperata ma così tanto disperata che anche tra le persone più ragionevoli prevale lo schieramento, o con i palestinesi o con gli israeliani, o con Sharon o con Arafat. Anzi, o con Sharon o con Hamas e suoi fanatici kamikaze. E se uno non volesse schierarsi, anzi se uno volesse schierarsi contro: contro Sharon e contro i kamikaze, può ancora farlo?

Ieri i soldati israeliani hanno ucciso quattro bambini palestinesi al mercato di Jenin. L'altra sera un commando palestinese ha ucciso tre bambini israeliani e i loro genitori. Sul manifesto di ieri è uscito un pessimo resoconto di questa azione criminale compiuta da due «combattenti» nella colonia di Itamar, pessimo perché trasudava simpatia per il commando e nessuna pietà per le vittime. Non c'entra il nostro corrispondente da lì Michele Giorgio, che pure firmava il pezzo: il suo articolo è stato maldestramente aggiornato e modificato in redazione, me ne scuso con lui e con tutti i lettori.

Anche noi rischiamo di farci trascinare nella logica (se ne ha una) della guerra. Non basta più Arafat (che ormai è ridotto talmente male da approvare il piano di pace propostogli da Clinton due anni fa e che lui aveva sdegnosamente rifiutato), non bastano più neanche tutti quei dirigenti palestinesi che appoggiano la difesa dei territori ma condannano il terrorismo, a cominciare dalla forma più micidiale che questo ha assunto con i kamikaze. Ormai lo scontro è tra chi bombarda e uccide i civili e chi si fa saltare in aria uccidendo i civili, tra chi ammazza i bambini dell'uno e chi riammazza i bambini dell'altro. Non siamo più di fronte a una lotta, foss'anche armata e sanguinosa, ma comunque finalizzata a uno scopo, per esempio la difesa del proprio diritto alla terra o alla sicurezza. Niente: trionfa la barbarie

Non so se l'Italia, l'Europa e gli Stati uniti possano far qualcosa di concreto per risolvere questa situazione, per ora neanche ci provano. Nel nostro piccolo, noi del manifesto (chi lo scrive, chi lo legge e anche chi non lo legge più) per aiutare i palestinesi e gli ebrei di Israele a uscire da questo vicolo cieco di morte possiamo solo evitare accuratamente di entrarci dentro anche noi. Sarebbe già qualcosa.


Opposizione, istruzioni per l'uso
Pietro Folena su
l'Unità

Otto modesti consigli a tutto il centrosinistra, dopo una vittoria parziale il cui merito principale è di Sergio Cofferati, Nanni Moretti, tanti candidati e candidate a sindaco, e migliaia e migliaia di lavoratori, di ragazzi e ragazze il cui nome non sarà mai citato a “Porta a Porta”.
1) Occorre praticare l'umiltà e l'ascolto, non scambiando lucciole per lanterne. Gli elettori ci incoraggiano a un'opposizione più forte, visibile, alternativa, chiara nel suo progetto per l'Italia. Non ricominciamo a dare loro lezioni, perché è già successo che loro la lezione l'hanno poi data a noi.
2) Stabiliamo una moratoria di due anni
È vietato in questo periodo parlare di leadership, di formule ingegneristiche, di portavoce unico o di morte dell'Ulivo, di riformismo o di antagonismo, di Ulivo piccolo o di sinistra pura. Tutte chiacchere incomprensibili.
3) occupiamoci in questo periodo solo di contenuti. Se c'è la legge sulla fecondazione, capiamo prima se ci sono valori di laicità e di libertà -che non c'entrano con posizioni di coscienza- che caratterizzano il centrosinistra. Ora discutiamo senza barriere di guerra (si sta preparando quella all'Irak?), di lavoro (come daremo voce agli scioperi in corso e a quelli che verranno), di welfare, di scuola, di legalità e di informazione. Se insieme non saremo credibili oggi su punti così importanti, sarà difficile domani tornare a vincere.
4) stiamo un po' di più, tutti, in Parlamento. In questi mesi le opposizioni non hanno mai superato alla Camera le duecento presenze. Gli altri sessanta, dove sono? E qualche leader -dal PRC alla Margherita- non si potrebbe far vedere e sentire in Parlamento qualche volta in più?
5) promuoviamo, organizziamo, colleghiamo la partecipazione. Ci sono un Ulivo dal basso, un centrosinistra dal basso, una sinistra dal basso: non è retorica demagogica. Sono le ricette semplici che hanno fatto vincere tanti sindaci. E la società è migliore, più ricca, più vitale di quanto la rappresentiamo nei nostri convegni.
6) lavoriamo per produrre una nuova cultura. Idee, valori, istanze che parlino a una società complessa, ansiosa di speranza e di futuro.
7) non occupiamoci, quindi, degli assetti interni ai partiti e alla coalizione. Oggi vanno bene quelli che ci sono. Per una volta almeno, dopoché non lo si è fatto prima della sconfitta del 2001, e neppure prima di questa parziale vittoria, dimostriamo tutti generosità e disponibilità a pagare prezzi di persona.
8) quando è pane diciamo pane, quando è vino diciamo vino. Così la gente ci capisce. Semplicemente un linguaggio essenziale e popolare, che parli alle teste e al cuore di tanti.


Scienza in pericolo, danno per l'Europa
Appello all'Unione europea di ricercatori e nobel, per un programma di riforma
su
La Stampa

DAL Rinascimento, la scienza è stata, e rimane, una forza decisiva per lo sviluppo della civiltà occidentale. E' del tutto logico, allora, che i dirigenti dell'Unione europea, al momento di definire, nella dichiarazione di Lisbona del 2000, l'obiettivo per i prossimi dieci anni, che consiste nel fare dell'Europa «l'economia più competitiva fondata sul sapere nel mondo da qui al 2010», abbiano rivolto la loro attenzione alla situazione della scienza. In concreto, il 6° programma-quadro mira a costruire uno «spazio europeo di ricerca» che mobiliterà dal 4 al 5% del bilancio dell'Unione.
Durante la riunione di Barcellona nella primavera 2001, quando furono analizzati i progressi del programma di Lisbona, l'obiettivo posto era di portare dal 2% al 3% del PNL gli investimenti per lo sviluppo e la ricerca in Europa da qui al 2010.

Queste dichiarazioni d'intenti sono le benvenute, ma non saranno nemmeno in grado di porre un freno al declino della capacità scientifica europea, senza parlare di «raggiungere e sorpassare gli Stati Uniti».
La realtà dei fatti, così come li presentano sia l'OCDE sia l'Unione europea è cruda: il fossato che divide la media dell'Europa dai suoi principali «concorrenti» non solo è profondo, ma aumenta rapidamente a giudicare dagli indici-chiave costituiti sia dalla parte occupata dalla ricerca e lo sviluppo nel PNL e nei bilanci nazionali, sia dal numero degli addetti e degli articoli scientifici pubblicati. La fuga di cervelli, giovani scienziati di talento che abbandonano il loro paese, è una realtà nella maggior parte dei paesi dell'Unione europea.

E' imperativo migliorare la situazione della ricerca di base. Appare sempre più evidente, infatti, che lo sviluppo industriale avanzato gravita attorno a centri scientifici che operano alle frontiere della scienza. Questo processo è ben illustrato dalla progressione degli investimenti da parte delle grandi società europee in prossimità dei centri americani di ricerca di base.

Un programma di riforma a sostegno dell'idea della dichiarazione di Lisbona richiederebbe cinque condizioni:
1. Una consistente ridistribuzione del bilancio verso la ricerca e lo sviluppo tale da raddoppiare almeno i finanziamenti attuali.
2. Passaggio dallo sviluppo alla ricerca, in altre parole alla ricerca di base che produce un sapere nuovo.
3. Invece che la «creazione di una rete», un investimento in centri d'eccellenza aperti a tutte le nazionalità, in particolare nei paesi cosiddetti della «coesione» e presso i candidati all'adesione, essendo questi ultimi particolarmente esposti alla fuga di cervelli. 4. Uno sforzo speciale teso ad assicurare la formazione di giovani scienziati con l'obbligo di mobilità da un paese all'altro e la garanzia di un reddito competitivo.
5. Trasferimento della gestione dei programmi di ricerca scientifica dell'Unione europea che passerebbe dall'attuale sistema di pianificazione amministrativa a uno o due comitati per la scienza europea, struttura fondata sulla trasparenza e l'esame tra pari, come accade nel paese che resta ad oggi «l'economia più competitiva fondata sul sapere nel mondo».
Si renderà ben presto indispensabile trovare a livello nazionale nuovi e cospicui finanziamenti per migliorare le dotazioni delle grandi università e consentire loro di accedere alla competizione internazionale. Ma l'aumento dei mezzi finanziari, sebbene necessario, non è sufficiente. Di capitale importanza saranno riforme strutturali tese a creare un ambiente universitario aperto, flessibile e trasparente, in grado di contribuire allo scambio e all'interazione sia a livello nazionale che internazionale.
 
Etienne Baulieu è biochimico, professore onorario del Collège de France, membro dell'Accademia delle scienze. Christian De Duve, Premio Nobel per la medicina 1986. François Jacob è professore onorario del Collège de France, Premio Nobel per la medicina nel 1965. Aaron Klug (Regno Unito), Premio Nobel per la chimica nel 1982. Rita Levi Montalcini (Italia), Premio Nobel per la medicina 1986. Giorgio Parisi (Italia), professore di fisica teorica all'università di Roma-I - La Sapienza. Bengt Samuelsson (Svezia), Premio Nobel per la medicina nel 1982, presidente della Fondazione Nobel.
Copyright Le Monde (traduzione del gruppo Logos)


Rai, via Biagi e Santoro
Aldo Fontanarosa su
la Repubblica

ROMA - L'informazione della Rai sarà affidata a giornalisti interni all'azienda, giovani e che costano poco. E anche i pochi esterni saranno giovani, come Mattia Feltri, figlio di Vittorio, favorito per un programma. E' questa la linea che il vertice della Rai annuncerà oggi a Cannes, presentando i nuovi palinsesti della tv di Stato. Una linea che mette fuori gioco Michele Santoro e rinvia, almeno per ora, il ritorno di Minoli e Lerner. Da RaiUno sparisce anche "Il Fatto" di Enzo Biagi (che il Tg3 tenterà di recuperare come opinionista).

Ce n'è abbastanza perché Gentiloni (Margherita) e Giulietti (Ds) diano un'interpretazione tutta politica alla cosa: "Sentiamo dire che spariranno Santoro, Biagi e lo stesso Fazio che era il principale candidato alla sostituzione del "Fatto" - dice Gentiloni - Sono scelte dettate dal grande caldo. L'azienda rinuncia a risorse chiave e ascolti sicuri, in nome di un'epurazione politica. Altro che giovani".

Degli altri grossi nomi non c'è traccia nel palinsesto della Rai, a partire da Santoro, che sembra fuori anche da RaiTre. Né RaiDue sembra intenzionata a proporre Minoli, già pronto a recuperare il suo "Mixer". Così, quando chiedi in giro chi condurrà le trasmissioni informative della Rai, ti fanno nomi poco noti al grande pubblico: come quello del corrispondente da New York, Giovanni Floris. Critico, in questo clima, è il consigliere d'amministrazione Zanda: "L'esclusione di Santoro e di Fazio sono date per scontate troppo presto, come la nuova collocazione di Biagi. Io resto all'impegno del presidente della Rai Baldassarre: nessuna decisione sarà presa sui personaggi sgraditi a Berlusconi prima di un dibattito in consiglio".



Niente assessori? Verdi via dall'Ulivo
Monza
brevissime del
Corriere

I Verdi fuori dall'Ulivo per protestare contro l'estromissione degli ambientalisti dalla nuova giunta di centrosinistra di Monza, la terza città della Lombardia. Lo ha chiesto ieri Domenico Lomelo, responsabile Enti locali dei Verdi, al presidente del partito Alfonso Pecoraro Scanio.


Dollaro, un falso mito
La valuta Usa scivola verso la parità con l'euro
joseph e. Stiglitz sul
Corriere della Sera

Il dollaro continua a scivolare, ma a mio avviso oggi il problema non è tanto la sua caduta, quanto piuttosto che cosa intende fare in proposito il governo degli Stati Uniti. Il segretario del Tesoro Paul O'Neil, uomo che ama parlar chiaro, suggerisce che gli Stati Uniti possono e vogliono fare ben poco per sostenere il dollaro. Le sue affermazioni sono state criticate da alcuni, che vi hanno visto l'abbandono della politica del dollaro forte che caratterizzò l'amministrazione Clinton. Una delle responsabilità della leadership economica è quella di dissipare i miti economici, certamente non quella di crearli. La politica del «dollaro forte» rappresenta un esempio particolarmente significativo di mito economico. Sembra suggerire che il Tesoro possa e debba sostenere la valuta Usa, poiché questo è vantaggioso per gli Stati Uniti. Quando presiedevo il collegio dei consiglieri economici del presidente, mi è stato spesso chiesto se sostenessi la politica del dollaro forte. Replicavo che credevo in un «dollaro di equilibrio».
I tassi di cambio non sono diversi dagli altri prezzi.
Perciò dovrebbero essere le forze di mercato a determinarli, come avviene per i prezzi delle mele e delle arance. Chiunque affermasse di credere in una «politica dell'arancia forte» si renderebbe ridicolo. Tuttavia, proprio alcuni di coloro che sembrano avere la massima fiducia nelle forze di mercato trattano i tassi di cambio come se fossero governati da leggi diverse da quelle della normale economia, quasi che una parola o uno sguardo di un ministro delle Finanze potessero indurre le valute a levitare o a precipitare.
Naturalmente c'è una buona dose di irrazionalità nei mercati valutari. Keynes descrisse una volta i mercati dei capitali come concorsi di bellezza il cui obiettivo non è stabilire qual è la persona più bella, ma quale persona è considerata più bella dagli altri. Nei mercati valutari l'obiettivo è spesso, effettivamente, indovinare cosa penseranno gli altri. Ma se l'intervento dello Stato può condizionare i tassi di cambio nel breve termine, nel lungo termine sono i dati fondamentali del mercato che contano. Lo Stato può avere un ruolo legittimo nel limitare l'eccessiva volatilità, ma se quei dati fondamentali non determinano i tassi di cambio, su cosa poggia la nostra fiducia nel sistema di mercato?

Vi è la necessità di un dibattito con gli Stati Uniti, poiché il dollaro forte ha condotto a una situazione anomala: il Paese più ricco del mondo sembra incapace di vivere con i propri mezzi e deve continuamente prendere in prestito dall'estero centinaia di miliardi di dollari per finanziare i propri enormi deficit commerciali. Il dollaro forte ha contribuito molto più del protezionismo nipponico a incrementare il deficit della bilancia Usa col Giappone. Ha anche incrementato il protezionismo americano, visibile nelle nuove tasse d'importazione sull'acciaio.
E'ora che l'assurdità della politica del dollaro forte venga sepolta. Su questo O'Neill dovrebbe avere un ruolo. Forse possiamo cominciare a pensare più seriamente alla creazione di un sistema economico internazionale che riconosca gli effetti devastanti che la volatilità di mercato tra le maggiori valute ha sui Paesi meno sviluppati e che assicuri una maggiore stabilità. Per troppo tempo abbiamo fatto ricadere la colpa sulle vittime. E non abbiamo avuto il coraggio di affrontare con severità il problema della riforma del sistema.

Joseph E. Stiglitz Premio Nobel 2001 per l'Economia
(Traduzione di Nicoletta Boero)


   22 giugno 2002