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In nome del popolo italiano
Gian Carlo Caselli su
l'Unità

Allo sciopero (che ha riscosso un'adesione davvero massiccia, con buona pace, ancora una volta, di coloro che vorrebbero esorcizzare un disagio diffusissimo circoscrivendolo a pochi assatanati «militanti») i magistrati italiani sono arrivati dopo un percorso tormentato e difficile. La stessa fissazione dello sciopero a distanza di ben 40 giorni dalla sua proclamazione e poi il suo rinvio avevano lo scopo evidente di «consentire l'emergere di segnali di disponibilità e di impegni concreti che evidenziassero un mutamento di clima rispetto all'attuale attacco alla giurisdizione e l'apertura di un serio confronto» (così il Comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati in un documento del 12 giugno). La scelta è stata dolorosa, soprattutto per l'enorme peso - morale e istituzionale - che hanno gli appelli del Capo dello Stato. E tuttavia, alla fine la decisione di scioperare è stata - con fatica - mantenuta e attuata, sia pure con modalità anche assai diverse a seconda delle sedi, degli uffici e persino dei singoli soggetti. Ciò perché concreta preoccupazione dei magistrati, nel portare avanti le loro rivendicazioni, è stata non solo quella di osservare il codice di autoregolamentazione previsto in caso di sciopero, ma anche quella di «considerare ogni ulteriore ragione di opportunità che possa indurre a celebrare il procedimento», al fine di «ridurre per quanto possibile il disagio degli utenti» (così nel documento sopra citato).

Quali le motivazioni della clamorosa iniziativa dei magistrati italiani? Essenzialmente due: l'inefficienza del sistema giustizia e una diffusa preoccupazione per l'indipendenza e autonomia dell'ordine giudiziario. Efficienza ed indipendenza sono infatti perno di un'effettiva tutela dei diritti dei cittadini e dell'eguaglianza di tutti di fronte alla legge.
Sono questi i problemi che i magistrati han voluto denunziare con lo sciopero. E sono - senza ombra di dubbio - problemi collegati ad interessi generali. Nulla di corporativo, a dispetto di qualunque tentativo di far credere il contrario (profittando della disponibilità di molti media ad avallare, spesso senza contraddittorio, simili tesi: tanto che l'ANM, qualche mese fa, fu costretta a comprare uno spazio sui principali quotidiani italiani per far conoscere anche le sue ragioni…).
E dire che se si guardasse non ad interessi di parte ma a quelli di tutti, l'inconsistenza di certe tesi emergerebbe subito. Basterebbe ricordare, ad esempio, che all'inizio degli anni '90 il nostro Paese stava rischiando la bancarotta. Il debito pubblico aveva raggiunto livelli insopportabili, anche per effetto di una corruzione che imponeva opere pubbliche costosissime (ma spesso inutili o destinate a restare incompiute), con vantaggi che riguardavano esclusivamente gli appaltatori, i partiti che si finanziavano illecitamente ed i singoli che ne profittavano per arricchirsi.. Con Tangentopoli, la magistratura contribuì potentemente a creare le condizioni per un risanamento dell'economia, scongiurando una possibile tragedia come quella argentina. Su di un altro versante, incisive indagini dopo le stragi mafiose del '92, indirizzate non solo verso l'ala militare di «Cosa nostra» ma anche verso le collusioni politico-istituzionali, impedirono che il nostro Paese diventasse uno stato-mafia, inghiottito da un baratro di tipo colombiano.

Come si vede, il controllo di legalità è fondamentale (e corrisponde sempre ad un effettivo vantaggio per la società) non solo quando è in gioco la sicurezza quotidiana, ma anche per i reati che si consumano silenziosamente nelle stanze del potere. Presupposto indispensabile perché tale controllo possa esercitarsi è una magistratura autorevole ed indipendente. Da tempo, invece, la magistratura è sottoposta a forti tensioni: a causa di potenti campagne di aggressione e di interventi che vanno contro il tradizionale principio della divisione dei poteri (l'indebolimento strutturale del CSM ed i vari progetti di sottoposizione del PM al potere esecutivo sono due esempi fra i tanti).Ma perché il controllo di legalità sia funzionante, il rispetto della divisione dei poteri non basta. Ci vuole anche efficienza. E qui sta il punto dolente del nostro sistema. La durata media dei processi (civili e penali) è superiore a tre anni in primo grado, superiore a sette anni se si considerano i gradi di impugnazione. Un disastro, le cui cause sono notissime (stanziamenti insufficienti; «geografia» giudiziaria obsoleta; scarsi controlli sulle sacche di neghittosità; cavilli a non finire che hanno trasformato il processo in una corsa ad ostacoli…), ma poco si è fatto e si fa per migliorare la situazione. Fino al punto che si potrebbe parlare di «inefficienza efficiente», cioè funzionale ad un raffreddamento del controllo di legalità quando la giustizia debba occuparsi di imputati eccellenti. Prova ne sia che tutte le riforme in campo (CSM; separazione delle carriere; reclutamento e scuola dei magistrati; direttive politiche sulle priorità di trattazione degli affari penali; sottrazione della polizia giudiziaria al controllo del PM, ecc.), oltre a costituire altrettanti problemi per l'indipendenza della magistratura, sono «pensate» con riferimento ai processi degli imputati che contano. Non riguardano la giustizia del quotidiano che interessa i cittadini comuni. E difatti, nessuna di quelle riforme diminuirà anche solo di un giorno i tempi biblici dei processi.



"Quelle molotov alla Diaz erano su camion della Celere"
Carlo Bovini su
la Repubblica

La notte della "Diaz" è un incubo che ritorna, un fragile castello di bugie della cui ombra il Viminale non riesce a liberarsi. Raccontano un Gianni De Gennaro indignato. Ne riferiscono lo sfogo: "Non è concepibile che la responsabilità di pochi o addirittura di un singolo sporchi il difficile lavoro di decine di migliaia di poliziotti che fanno limpidamente e con sacrificio il loro dovere. La magistratura faccia il suo lavoro, individui le responsabilità personali, e chi ha truccato le carte finisca in galera".

Chi ha dunque truccato le carte? Quando? Come? Perché?
Il nome, i nomi, di chi, nella notte del 21 luglio, a Genova, accusando degli innocenti che sapeva tali, ha tradito il Paese, la propria divisa e la Polizia sono in due bottiglie di scadente vino rosso agli atti della Procura di Genova. Perché la storia di un'infame menzogna è la storia di un "Colli Piacentini" e un "Merlot". Due "bocce" svuotate della loro broda e riempite di benzina. Mai tirate per uccidere, usate per calunniare.

Reperto numero 1 - Per comprendere la meccanica di una messa in scena e individuarne la mano conviene stare ai fatti. Alla loro coda, fissando la scena che alle 23.40 del 21 luglio si stampa nel ricordo di una fonte del Dipartimento di Pubblica sicurezza presente a Genova.

Racconta la fonte a Repubblica: "Entrai nella Diaz quando le operazioni si erano ormai concluse. Nell'androne della scuola, notai, ben disposti, come se qualcuno li avesse ordinati, una serie di oggetti che, il mattino successivo, sarebbero stati mostrati ai giornalisti in questura. Delle mazze, dei coltelli, mucchi di stracci e, sicuramente, due bottiglie molotov". E' il bottino di una serata maledetta, di una "perquisizione" che ha imbrattato di sangue i muri della scuola e riempito di feriti gli ospedali cittadini. O almeno così si vuol far credere. Certamente ne dà atto il verbale di sequestro che, quella stessa notte, funzionari della Digos di Genova redigono ad uso del questore Francesco Colucci. Si legge al reperto numero 1: "due molotov già confezionate - bottiglia vino rosso "Colli Piacentini" e bottiglia vino rosso Merlot". Il verbale di voci ne conta 32. Difficile intravedere la scoperta di un arsenale: "9 passamontagna neri, 4 bracciali borchiati, 6 paia di parastinchi, 8 di gomitiere, 15 macchine fotografiche, 3 telefonini, 5 bastoni di legno lunghi un metro circa, 2 mazzuole da cantiere di chilogrammi cinque con manico lungo, un piccone, 10 bombolette spray, un thermos, bottiglia di plastica con chiodi arrugginiti, confezione di doposole, medicinali, assorbenti interni, 4 cartucce lacrimogene cariche, una pettorina da giornalista, 3 pennarelli indelebili, 2 kit di protezione per moto, 3 tascapani, 7 barre di ferro di 80 centimetri, 3 mappe della città, 17 maschere da sub, 25 coltelli di tipo "svizzero", libro di Paul White, agenda, striscione di stoffa, decine di bandiere del movimento anarchico, 7 maschere antigas, pacco di ciclostili, mucchi di indumenti neri".
Gli oggetti - annota chi verbalizza - vengono "rinvenuti al pianterreno dello stabile". E' un particolare apparentemente marginale. Vedremo presto, al contrario, quanto rivelatore.
[ * * *]
Le quattro "verità" - Non c'è addetto ai lavori che, scorrendo il dettaglio del "bottino" della notte, non sappia che una e soltanto una delle 32 voci del verbale di sequestro "giustifica" l'immediato fermo di quanti si trovino all'interno della "Diaz". Le due "bocce" di scadente rosso trasformate in molotov. Sono armi da guerra. Chi le detiene ne risponde con il carcere. Il buon senso dice che anche per questo ci si debba affannare a individuarne i possessori. Non la pensa così chi è presente nella scuola in quel momento. Il "colli Piacentini" e il "Merlot" vengono avvolti negli stracci "neri" sequestrati e avviati in questura dove, il mattino successivo, saranno esibiti come trofei della caccia.


"Il camion del reparto mobile" - Il 10 giugno scorso, in quel di Gravina, provincia di Bari, il sostituto procuratore Domenico Seccia incrocia forse un abbozzo di risposta. I pm genovesi Francesco Pinto e Enrico Zucca lo hanno incaricato di ascoltare uno sconosciuto funzionario, il commissario Pasquale Guaglione. Era a Genova il 21 luglio. Svela - è storia di mercoledì - che le due "bocce" della "Diaz" sono fasulle, perché è lui che, inconsapevolmente, le riconosce per quelle ritrovate il pomeriggio del 21 luglio in corso Italia. Assai lontane dalla scuola, almeno sette ore prima del sequestro, nascoste dentro un'aiuola (lo stratagemma utilizzato dai magistrati per assicurarsi della autenticità dei ricordi di Gravina è tacergli da dove provengano le due bottiglie).
Già così la verità di Guaglione è rumorosa, ma nasconde un dettaglio che potrà forse sciogliere il rebus sulla mano che colloca quelle bottiglie sette ore dopo alla "Diaz" per accusare degli innocenti. Il commissario mette a verbale di aver "consegnato le due molotov ad un camion del reparto mobile", gli uomini di Canterini, che incrociava in Corso Italia al momento del ritrovamento. Un furgone che in quei giorni Genovesi girava ramazzando dal terreno corpi di reato destinati agli uffici della Questura.

Il magistrato incalza Guaglione: "Perché fece menzione del ritrovamento nella sua relazione di servizio e non stilò un verbale di sequestro?". "Perché la confusione era tanta e sapevo che ci avrebbero pensato in Questura...". In questura - ne è certo l'ex questore Colucci - non ci pensò nessuno, perché il "colli Piacentini" e il "Merlot" lì non sarebbero mai arrivati. O, almeno, lo escluderebbero le carte (nessun verbale di carico) e la logica (le molotov avrebbe richiesto l'intervento di artificieri che le disinnescassero prima di riporle su una rastrelliera).
Se Colucci ha ragione, vuol dire che la chiave della messa in scena è allora proprio in quel furgone del reparto mobile che avrebbe raccattato "fonti di prova" adatte ad aggiustare alla bisogna operazioni finite male. Un'attrezzeria viaggiante pronta alla messa in scena. Se Colucci ha torto - o quantomeno gli è stato taciuto quanto avvenuto nell'ufficio corpi di reato - vuol dire allora che un'altra mano, la notte del 21 luglio, trafugò dalla questura quelle due molotov che erano forse già state disinnescate. Le ricaricò alla buona, le lasciò scivolare nell'androne della Diaz. I sostituti Pinto e Zucca non sembrano escluderlo. In quel "Colli Piacentini" e "Merlot" - almeno per come sono stati ritrovati - c'è qualcosa che non torna. I segni di una "manipolazione". La firma di chi ha calunniato degli innocenti, che De Gennaro augura presto in galera e su cui - è impegno strappato ieri dal questore Fioriolli ai magistrati genovesi - indagherà proprio la Polizia.


«Berlusconi si vergogni»
brevissime del
Corriere

Il piglio deciso, a quanto pare, in casa Sgarbi è di famiglia. E anche mamma Rina, commentando la revoca dalla carica di sottosegretario ai Beni culturali per il figlio, non va certo per il sottile.
«Berlusconi deve vergognarsi», dice la signora Rina Cavallini. «Sì, Berlusconi deve vergognarsi: questa è la mia dichiarazione».
E ancora: «Vittorio si è preso 200 querele per difendere Berlusconi e i suoi amici - ricorda la madre di Vittorio Sgarbi - e ora viene cacciato in questo modo... se c'è uno che capisce di arte e che dovrebbe stare in quel ministero è mio figlio».


Auto e moto, nuove regole: fari accesi anche di giorno
brevissime del
Corriere

ROMA - Fari accesi per moto e motorini anche di giorno: per le automobili solo in autostrada. Uso del telefonino consentito alla guida, ma con l'auricolare. Limiti più restrittivi per i tassi di alcol nel sangue. Fine dell'obbligo di contestazione immediata per le infrazioni registrate con l'Autovelox. Sono queste le quattro norme, in vigore tra una decina di giorni, che il Consiglio dei ministri ha anticipato ieri con un decreto legge, in attesa del nuovo Codice della strada previsto per la primavera del 2003. Il ministro dei Trasporti Lunardi ha però smentito l'esistenza di una nuova norma che preveda penalità scontate per camionisti, tassisti e autisti quando commettono infrazioni stradali durante il lavoro.


Cosi' vince bin Laden
Se in nome dell'emergenza gli Stati Uniti limitano le libertà
Gore Vidal sul
Corriere della Sera

La scorsa primavera ha visto gli anniversari di tre eventi fondamentali che hanno spianato la strada all'ulteriore erosione della libertà personale in America. Nove anni fa a Waco l'Fbi portò a termine un'operazione che ebbe come risultato la morte di 82 aderenti alla setta dei «davidiani», tra cui 30 donne e 25 bambini, colpevoli unicamente di essere membri di una comune religiosa.
Sette anni fa, al secondo anniversario degli omicidi di Waco, 168 tra uomini, donne e bambini furono uccisi a Oklahoma City a seguito della bomba al Murrah Federal Building: molti credettero che avvenne come protesta contro quegli orribili eventi, per i quali non era mai stato individuato come responsabile alcun impiegato federale. Per l'attentato di Oklahoma City venne condannato e giustiziato Timothy McVeigh.
Sei anni fa, in risposta all'attentato di Oklahoma City, il Congresso approvò l'«Anti-Terrorism and Effective Death Penalty Act».
Si tratta di una legge «antiterrorismo» che non solo conferisce al procuratore generale la facoltà di usare le forze armate contro la popolazione civile, praticamente azzerando l'Atto del 1878 (che proibiva l'uso di truppe federali per l'applicazione della legge ordinaria), ma selettivamente sospende anche l' habeas corpus , il cuore della libertà angloamericana.

Secondo il Corano, era un martedì quando Allah creò il buio. Lo scorso 11 settembre, quando i kamikaze fecero schiantare degli aerei di linea commerciali contro affollati edifici americani, non ebbi bisogno di guardare il calendario per vedere che giorno era. Il «Martedì Buio» gettava la sua lunga ombra. Mentre gli amici di Bush, impazienti, si preparavano alla prossima guerra progettando il nuovo scudo spaziale, l'astuto Osama Bin Laden sapeva che tutto ciò di cui necessitava la sua guerra santa contro gli infedeli erano degli aviatori disponibili a uccidersi.
Il pauroso danno che Osama&Company ci hanno arrecato quel «Martedì Buio» non è nulla in confronto al colpo finale sferrato contro le nostre libertà che vanno dileguandosi: l'Anti-Terrorist Act del 1996 e il recente «Usa Patriot Act». Quest'ultimo, tra le altre cose, prevede poteri speciali aggiuntivi per effettuare intercettazioni senza ordine del giudice e per espellere dal Paese residenti permanenti in regola, visitatori e immigrati clandestini senza un equo processo.

Secondo un sondaggio di Cnn e Time (novembre 1995), il 55% delle persone riteneva che «il governo federale fosse diventato tanto forte da porre una minaccia ai diritti dei cittadini comuni». Lo stesso presidente George W. Bush, in un discorso al Congresso, ha offerto la propria interpretazione delle motivazioni di Osama Bin Laden e dei suoi discepoli: «Odiano quello che vedono proprio qui». Immagino che un milione di americani abbia annuito. «I loro leader si sono autonominati. Odiano le nostre libertà, la nostra libertà di religione, di parola, di votare, di riunirci e di non essere d'accordo l'uno con l'altro». Se la motivazione dei terroristi è veramente questa, il loro successo va addirittura oltre le loro aspettative perché ogni giorno, con ogni estensione dei «poteri di emergenza», la nostra Carta dei diritti viene ulteriormente stracciata.
Una volta alienato, un «diritto inalienabile» si appresta a essere perso per sempre, nel qual caso saremo solamente un logoro Stato imperiale i cui cittadini vengono messi in riga dalle squadre speciali di polizia.

2002 Gore Vidal/Independent Institute. Distribuito da Los Angeles Times Syndacate International
(traduzione di Nicoletta Boero)


Traumi
(jena) su
il Manifesto

Se chiedi a un dirigente dei Ds che notizie arrivano dall'America, cioè da D'Alema, ti risponde sconsolato: mah, quello non scrive, non telefona. E subito dopo, chissà perché, ti racconta la barzelletta di quello che torna dall'Africa depressissimo, allora l'amico gli chiede perché e lui gli spiega di essere stato sodomizzato da un gorilla. L'amico tenta di consolarlo, coraggio, dai, ormai sei in Europa, supererai il trauma. Ma l'altro scoppia in singhiozzi: altro che trauma, quello non scrive, non telefona.


   21 giugno 2002