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Capolinea
sommario de
il Manifesto

Strage sull'autobus 32. Alle 8 del mattino un kamikaze si fa esplodere sul pullman che collega Ghilo al centro di Gerusalemme. E' l'ora di punta, il veicolo è pieno di studenti: 20 morti, 50 feriti. L'attentato rivendicato dal braccio armato di Hamas: «Inizia la guerra degli autobus» Il governo israeliano riunisce il Consiglio di difesa, richiama Peres dall'estero e prepara la risposta militare, mentre i tank entrano a Jenin. Tra i rottami dell'autobus Sharon dichiara sepolto lo stato palestinese. L'Anp condanna la strage, nei Territori ci si prepara al peggio.


Giustizia, il premier vara la controriforma. D'Ambrosio: "Resistere, come contro le Br"
sommari de
l'Unità

Parte la controriforma della giustizia. L'annuncia il premier in un'intervista su Libero. Dove dice che separerà le carriere ma che soprattutto abolirà l'obbligatorietà dell'azione penale. D'Ambrosio: "Non ci siamo fatti intimidire dal terrorismo, non ci facciamo intimidire ora". Castelli vorrebbe che chi sciopera lo dichiari per scritto.


Bruti Liberati: azione simbolica per avere una giustizia migliore e più rapida
La lettera del presidente delle toghe «Il disegno di legge sull'ordinamento giudiziario tocca la nostra indipendenza»
sul
Corriere della Sera

Illustre Direttore, l'Anm ha deliberato la astensione dalle udienze per il 20 giugno. Una scelta difficile, gli scioperi dei magistrati negli ultimi decenni si contano sulle dita di una mano, ma meditata e responsabilmente assunta.
Oggi la giustizia è lenta ed inadeguata. Noi magistrati abbiamo le nostre responsabilità, ma non siamo i soli.
La Costituzione è chiara: «Spettano al ministro della Giustizia l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia» (art. 111).
Nel luglio 2000 il Ministro Castelli ha presentato alle Camere un ampio «programma per la giustizia». Quale è lo stato di avanzamento ad un anno di distanza?

Inadempiente sull'organizzazione dei servizi, il ministro si è attivato per un disegno di legge sull'ordinamento giudiziario, che ha destato grandi preoccupazioni perché incide sul principio costituzionale dell'indipendenza della magistratura. I punti sono noti e non li richiamo anche perché nulla avrei da aggiungere al lucidissimo intervento ospitato sul Corriere della Sera del mio predecessore Antonio Patrono. Osservo solo che le nostre preoccupazioni non erano così infondate se il ministro stesso ha convenuto su una parte di esse. Noi abbiamo ritenuto che su ulteriori e rilevanti punti permanesse il nostro dissenso.
Ma soprattutto ci ha colpito l'indifferenza dimostrata per la nostra proposta di una riforma radicale di tutto il sistema di valutazione della professionalità e di progressione in carriera. Ai cittadini utenti della giustizia interessa certo avere eccellenti giuristi in Cassazione, ma anche, e forse prioritariamente, poter contare su un elevato livello medio di professionalità dei giudici di appello e soprattutto di primo grado. Noi abbiamo proposto un sistema di valutazioni ad intervalli più ravvicinati degli attuali, più incisive, che tengano conto anche delle considerazioni degli ordini degli avvocati; un nuovo sistema che rompa alcuni automatismi che non hanno dato buona prova e si fondi su più adeguati e moderni misuratori della professionalità. Non ci è stata data alcuna risposta se non quella che l'iter legislativo del disegno di legge non può subire ritardi.

E da ultimo una parola quanto allo strumento sciopero. Lo faremo applicando un codice di autoregolamentazione estremamente restrittivo, che va ben al di là dei servizi strettamente essenziali. Nella stessa delibera di sciopero approvata il 12 giugno abbiamo invitato i colleghi che aderiranno allo sciopero a prendere in considerazione ulteriori ragioni di opportunità ed urgenza per tentare di ridurre al minimo il disagio per gli utenti. Saranno dunque molti i magistrati che il 20 giugno dichiareranno di aderire allo sciopero e continueranno a lavorare. L'astensione dalle udienze ha per noi una valenza essenzialmente di simbolo e ne valuteremo il successo sulla capacità di far comprendere all'opinione pubblica le nostre ragioni e il nostro obbiettivo: che il Paese possa contare su una giustizia più rapida e di qualità migliore.
Edmondo Bruti Liberati
Presidente della Associazione nazionale Magistrati


E nel campo profughi palestinese
Un negoziante dice di aver creato 5mila medagliette con foto. A Nablus i bambini le scambiano e molti le portano al collo.
G.O. sul
Corriere della Sera

GERUSALEMME - Saleh Titti, 14 anni, ha rinunciato alle figurine dei Pokemon. Le ha buttate via sostituendole con qualcosa di meno divertente. Le medagliette con le foto dei «martiri», kamikaze e guerriglieri morti nell'intifada: «Adesso questi sono i nostri idoli, vogliamo essere come loro, imitarli». Da qualche mese nel campo profughi di Balata, a Nablus - ha scritto il quotidiano canadese Toronto Star -, è esplosa la mania di queste immaginette. Piccole, colorate, sono sistemate in piccoli astucci di plastica legati ad una catenina. Qualcuno le mette al collo, ma la maggior parte dei ragazzi ci gioca come fossero le figurine dei calciatori. I personaggi più rari sono Mahmoud Titti, Raed Karmi e Yasser Badawi, tre leader delle Brigate Al Aqsa che avevano la loro base a Balata. I tre sono stati eliminati dagli israeliani con gli omicidi mirati. L'ultima novità, e dunque piuttosto ricercata, la foto di Jihad Titti, 18 anni, cugino di Mahmoud, che si è fatto esplodere in una gelateria di Petah Tivka uccidendo una nonna con la sua nipotina.
Nelle vie di Balata, i ragazzini passano ora a fare scambi. «Se trovo un altro Mahmoud Titti - ha raccontato Assam, 12 anni -. Lo scambio per avere un Badawi».

Il fenomeno è stato accompagnato dall'enorme popolarità dei martiri anche all'interno delle scuole. Migliaia di studenti, in seguito alle ripetute incursioni dell'esercito israeliano, hanno perso metà dell'anno scolastico. In tanti hanno avuto un parente catturato o ucciso dai soldati. A Balata un insegnante nell'istituto gestito dall'Unrwa (l'agenzia Onu per i profughi palestinesi) ha cercato di contenere la kamikaze-mania. «Durante l'ora di ginnastica dovete togliervi le medagliette dei martiri», ha ordinato. Il giorno dopo si è presentato a scuola il papà di un bambino deciso a regolare i conti con il maestro.
Nelle case c'è la cultura della morte e dell'azione suicida. In un angolo vengono allestiti altarini in onore dei miliziani. I poster degli uomini immolatisi contro gli israeliani campeggiano ovunque. Dai muri dei negozi ai corridoi delle scuole. E' un fervore che non si spegne mai, alimentato anche dalle pesanti operazioni militari di Israele. Blitz per neutralizzare le basi degli estremisti ma che spesso coinvolgono persone innocenti.
Per le autorità di Israele Nablus è da sempre il letto caldo del terrore. Dalla città, e in particolare dall'università, sono usciti molti kamikaze. L'ultimo ha compiuto il massacro di Gerusalemme.


Mandato di cinque anni per «cambiare il volto del Paese»
Fabio Isman su
Il Messaggero

PARIGI - Per la Francia suona l'ora delle decisioni, chissà quanto popolari. Ormai, la destra non ha più alibi; Chirac ha perso la scusa della cohabitation, paralizzante almeno a suo dire. Tutto il potere, ma tutto davvero, è à lui («le Parisien» s'interroga in prima pagina: «Trop?»), trasformato in una sorta di "monarca repubblicano". E già marcia a tappe forzate: reincarica Jean-Pierre Raffarin, che, nella stessa serata, presenta il nuovo governo. Ampiamente allargato (37 ministri, di cui 13 nuovi; anche Casa, Famiglia, Anziani, Handicappati, Francofonia, Commercio Estero, Ex combattenti, Cooperazione; ma un po' più "rosa": nove donne, con la prima astronauta e l'ex presidente del Parlamento europeo, Nicole Fontaine), e con una sola sostituzione. Se ne va il ministro agli Affari europei Renaud Donnedieu de Vabres, indagato per un affaire di soldi al suo partito, il liberale, nel 1988. Confermati tutti i big; anche l'unico ministro bocciato, una donna: Dominique Versini, battuta a Parigi; ironico che sia proprio il ministro all'Esclusione (lei) l'unico escluso. S'intende, a destra; perché, invece, sette dei 22 ministri già di Lionel Jospin, non sono più nemmeno deputati.

Ma nonostante questo, e nonostante l'assoluta e schiacciante maggioranza parlamentare della destra (399 seggi, di cui 369 al partito unico voluto da Chirac; contro 178 alla sinistra, di cui 141 ai socialisti e 21 ai comunisti), al partito che ha perduto è andata meno peggio che non si potesse pensare. Al secondo turno, ha raccolto il 35,4 per cento, e oltre il 45 la sinistra tutta assieme. Una forza parlamentare assai superiore ai 57 deputati del 1993…

Ma la vera svolta è questa: il Paese ha affidato a Chirac cinque anni di tempo per «cambiare la Francia». E l'ha fatto creando un bipolarismo senza precedenti: otto voti su dieci se li spartiscono due partiti. Unici precedenti, ai tempi di De Gaulle (387 parlamentari), e perfino del primo mandato a Chirac (nel 1993, una "Camera bleu" forte di 472 effettivi: ma durò appena tre anni). Se Monsieur le Président ce la farà ben venga (la Borsa, intanto, migliora di 4,35 punti); se non ce la farà, o forti malcontenti dovessero divampare in piazza, magari si tornerà a votare anzitempo. Il gioco è ormai tutto nelle mani di Chirac, assai più che in quelle di Raffarin.
Il Paese chiede soprattutto sicurezza (il 52 per cento, secondo un sondaggio recente); e poi, certezze economiche. Ma mostra anche tanta disaffezione: è il record assoluto dei non votanti.
Resta da capire perché è successo. E qui Parigi, dove invece è accaduto l'opposto (per la prima volta, la sinistra si fa maggioranza: 12 deputati su 21; è «l'ultimo bastione»), può forse spiegare qualcosa. Se la frattura sociale e il tema delle 35 ore possono essere costati cari alla sinistra sul piano nazionale, nella capitale l'ha premiata il buongoverno del sindaco Bertrand Delanoë. Se la lontananza dei leader dalle masse (come si direbbe con linguaggio arcaico) non la ha certo favorita, l'opposto è avvenuto a Parigi; città, per di più, senza gravi problemi di insicurezze. Così, un Paese si trova dalla parte (politica) opposta della sua Capitale.

Che brutta storia, senor Moreno così ha vinto il calcio dei sospetti
Ecuadoriano, 32 anni, conosciuto in Sudamerica come "tarjeta amarilla", cartellino giallo...
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Nella via crucis del nostro calcio nazionale, si contempla da ieri sera, tra corone di spine e cornetti, il ritratto del signor Byron Moreno, l'ecuadoriano che ci ha inchiodato al Mondiale. Accanto alle icone ben note di Pak Doo Ik, del palo di Baggio, della traversa di Di Biagio, del rigore di Maradona, degli ineffabili arbitri britannici di Carosio, della finale di Rotterdam, la sagometta di Byron, bombolotto con occhi un po' sporgenti, avrà per sempre diritto a un altarino speciale, perché un arbitraggio così è una schifezza rara da vedere, anche negli annali del vittimismo calcistico italiano, nella notte in cui tredici fra i giocatori meglio pagati del mondo non sono riusciti a fare due gol alla Corea guidata da un povero cristo del Perugina.

Prima ancora che cominciasse, avevo notato, e me lo confermerà più tardi Tommasi, che dei nostri è sicuramente il più onesto, che Bombolo Byron aveva respinto voltando la testa, la mano tesa da quattro giocatori italiani, insospettendoli, nella loro ombrosità di purosangue. Al quinto minuto aveva già ammonito Coco, per un'entrata che era certamente un fallo, ma che soltanto il Moreno, conosciuto in America Latina come "el senor tarjeta amarilla" per la facilità con la quale agita il cartoncino giallo, aveva giudicato criminosa. Eppure, eravamo in vantaggio. Loro, i cosidetti "Olandesi" d'Oriente, poveri Olandesi che fine hanno fatto, mostravano tutta la loro modestia, che neppure il correre come guidatori di risciò, secondo la definizione un po' razzista di Trapattoni, riesce sempre a coprire.

E noi, nonostante una difesa senza i nostri due migliori, malgrado giocassimo in dieci per l'assenza di Del Piero, tornato nel suo sepolcro azzurro dopo la effimera resurrezione, le neghittosità di Totti, la scarsa creatività dei nostri umili e robusti centrocampisti, navigavamo sereni verso la fine. Persino la tanto attesa furia rossa dei tifosi coreani si era spenta nella cafonata del richiamo al 1966 e nella noia di una partita che doveva soltanto essere chiusa da un secondo gol come avrebbero fatto i brasiliani o persino i tedeschi. Dirà piu tardi Panucci, ancora stravolto e incredulo: "Non hanno fatto un...per 88 minuti". Appunto. Negli ultimi minuti, ormai esaurita la propria capacità di fischiare a capocchia, per rendere meno osceno un arbitraggio che aveva visto l'Italia battere la Corea per cinque cartellini gialli a zero fino a quel momento, il Byron del nostro paradiso perduto aveva osato fischiettare qualcosina anche contro i pupilli del potente Mister Kim, che ha pagato fortune per portare mezzo mondiale in casa e aveva agitato qualche "tarjeta" gialla contro di loro.

Vieri aveva avuto una stupenda occasione per fare gol o, meglio, per passare la palla a Totti che lo aveva seguito, liberissimo in mezzo all'area, in posizione che neppure il guardialinee Larsen, quello della Croazia, avrebbe potuto giudicare male. E su quel gol sbagliato, il destino, il complotto, la congiura, il Golgota, insomma la nostra incapacità di battere la Corea si sono materializzati, come sempre. Zambrotta si è fatto male, rimpiazzato dal portafortuna di Trapattoni, Di Livio, che ha ben altri piedi. Panucci si è incartato su una palla in area, finita a uno di loro. Vieri, ormai sull'orlo dell'asfissia ma che Trapattoni si guardava bene dal rimpiazzare con qualcuno ancora vivo riservandolo per un domani che non c'è, ha sbagliato un gol da partita cantanti contro attori. E a quel punto, Bombolo Moreno si è scosso dal proprio torpore, vedendo, praticamente dalle natíe Ande tanto era distante dalla palla, una simulazione di Totti che non c'era. Maldini, che per un'ora era sembrato tornare il Pa-Pa-Paolino di ieri, è rimasto senza molle nelle gambe e ha lasciato saltare da solo Ahn, il guardalinee ha annullato un gol a Tommasi e il signor Moreno, colui che in Argentina ancora ricordano con tenerezza da quando li ridusse a giocare in otto in una "Coppa America" per la sua smania di agitare cartellini, ci ha lasciato nell'alternativa di scegliere fra due teorie diverse: se egli sia semplicemente un brocco "fisicamente incapace" e troppo immaturo, a 32 anni, per arbitrare una partita così, come dirà poi ancora Tommasi, o se avesse assaggiato il sapore della munificenza del signor Kim, uno dei più famigerati nella notoria gang della Fifa.



   19 giugno 2002