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Chirac fa il pieno, Le Pen a secco
Al centrodestra la maggioranza assoluta. Nessun seggio per il Fronte Nazionale. Ma Parigi riserva una sorpresa: a festeggiare la vittoria sono i socialisti
Fabio Isman su
Il Messaggero

PARIGI - E' il trionfo per Chirac; il trionfo della destra. Ormai si conoscono i nomi dei 577 deputati, con diritto alla sciarpa tricolore repubblicana, a un salario di 10.519 Euro al mese e fino a cinque collaboratori stipendiati... Secondo i dati disponibili a tarda ora, 376 appartengono al partito unico voluto dal Capo dello Stato; 155 ai socialisti, minoranza di sinistra (erano 248); 23 vanno ai centristi non federati nell'Unione per la Maggioranza presidenziale; 20 ai comunisti, che mantengono così un gruppo. Tre soli i verdi. Larghissima maggioranza assoluta (399 a 178) per la droite. La gauche, ancora una volta, e lo dimostra il record delle astensioni (38,5 per cento), non è riuscita a mobilitare gli elettori: lo paga caro. Nessun parlamentare va all'ultradestra di Jean-Marie Le Pen: nemmeno la figlia Marina, che pure ci sperava; «così non ci comprometteremo», commenta l'anziano leader a denti stretti. Ed esclusi, bocciati nei ballottaggi, tanti "nomi". Da Martine Aubry, figlia di Jacques Delors, "madre" delle 35 ore (per mille voti: piange), a Jean-Pierre Chevènement (la sua candidatura costò la sconfitta a Jospin). Da Robert Hue, ex segretario comunista (per 244 voti), a Catherine Tasca (è contento Sgarbi?), ex ministro della Cultura; a Dominique Voynet, ex segretaria dei Verdi; a Raymond Forni, Presidente uscente dell'Assemblea…

Questo è il volto della nuova Assemblea nazionale, che sarà presieduta più probabilmente dall'ex ministro dell'Interno Jean-Louis Debré, che dall'ex Premier Edouard Balladur; e che è assai diversa dalla nostra Camera dei Deputati. Il suo ordine del giorno lo fissa il governo, che non ha bisogno della sua fiducia; ma, in compenso, può esserne sfiduciato. Certo, non sarà questo il caso: per la prima volta nella V Repubblica, quasi mezzo secolo, la Francia si ritrova con un potere tutto omogeneo; monocolore al Senato e alla Camera, nei Consigli regionali, le authorities. La sinistra non ha neppure limitato le perdite, né i danni; fatale la rinuncia di Lionel Jospin. La destra regna, anche se Chirac, al voto per l'Eliseo ha ottenuto il peggior risultato di sempre: il 19 per cento. Ma la Francia ha detto no alla cohabitation.

…l'astensione cresce di due punti, al 38,5 per cento. Nuovo record: al secondo turno, mai più del 33. Ma, ironia della sorte, il 25 giugno a presiedere la prima riunione del Parlamento, sarà, come dappertutto e sempre, il decano; che qui è però l'ultimo stalinista rimasto: Georges Hage, 80 anni, un comunista del Nord deputato dal 1973, per cui era «un errore storico» partecipare al Governo Jospin; in minoranza perfino tra i suoi. Il discorso che aprirà una legislatura in cui la destra è in maggioranza assoluta, sarà quello d'un marxista ortodosso: paradosso davvero non male. Resta da dire di Parigi, che riserva mille sorprese. Citiamo a caso: la più vecchia casa intatta (rue de Montmorency, 51: del 1407); una tutta di vetro (di Pierre Chareau, 1930); una alta cinque metri e larga solo uno e venti, su due piani (la più piccola: rue Châteuau-d'Eau 39); un bagno pubblico che è ancora come nel 1905. E, meraviglia tra le meraviglie, anche la sinistra che vince. O almeno, non perde quanto altrove, e vota di più. I socialisti guadagnano tre seggi: ora sono 12 su 21; e nella capitale, diventano la maggioranza.


Fine delle alchimie Un uomo solo al comando
Massimo Nava sul
Corriere della Sera

PARIGI - Bizzarra, anarcoide, verbalmente violenta, paurosa ed esaltante, la lunga stagione elettorale della Francia si è conclusa nel modo più razionale e semplificato, come se lo spirito di Cartesio avesse richiamato all'ordine un elettorato imprevedibile e capriccioso. Tanta voglia di cambiamento e la tempesta perfetta delle spinte centrifughe e contrastanti, alla fine, hanno prodotto la «Restaurazione» della Quinta Repubblica e il «Bonapartismo», consegnando tutto il potere ad un uomo, Jacques Chirac, che all'inizio della maratona era dato per logoro e sulla strada di Sant'Elena. Nel fondo dell'anima, i francesi hanno bisogno di certezze e sicurezza (anche fisica, visto l'aumento impressionante della criminalità) e l'hanno dimostrato. Meglio una maggioranza solida del lungo e confuso periodo della coabitazione istituzionale.
Meglio il vecchio ed eterno Chirac (35 anni nelle stanze del potere) dell'oscura deriva lepenista. Meglio il «provinciale» Raffarin, il nuovo primo ministro, della lezione illuministica del professor Jospin e dei teorici del lavorare meno lavorare tutti (clamorosa, la bocciatura di Martine Aubry, il ministro delle 35 ore). Questo «meglio», sull'onda delle emozioni e per effetto del sistema elettorale, si è tradotto in una maggioranza schiacciante a favore del centrodestra, in una sconfitta pesante per la sinistra e nell'eliminazione delle estreme dall'Assemblea. Nessun seggio per Jean-Marie Le Pen, nonostante oltre cinque milioni di voti raccolti. Nessun seggio per le varie frange trotzkiste e tardomarxiste che, con la dispersione del voto, hanno soltanto contribuito a rendere più grave il bilancio e più incerto il futuro della sinistra.
Il risultato di ieri ha semplificato la contesa, portando la Francia ad un bipartitismo quasi perfetto. Da una parte l'Ump, il cartello dei partiti di destra, che eredita il disegno istituzionale del gollismo senza de Gaulle. Dall'altra il partito socialista, la cui forza resta quasi intatta, ma diventa, più che unitaria, quasi unica nel panorama della sinistra: sopravvivono i comunisti, ai minimi termini i verdi. Alla fine della tempesta perfetta, la Francia si propone come laboratorio delle democrazie mature che, all'ultimo stadio della confusione sociopolitica, lasciano fuori dal gioco, assieme a grandi progetti e ideologie, quindici milioni di elettori assenteisti (il 38,5%) e consegnano la vittoria ad un uomo e a uno slogan: Ump, unione per la maggioranza presidenziale.



L'ordine di Bush alla Cia "Uccidete Saddam Hussein"
Lo rivela Bob Woodward sul Washington Post, citando fonti anonime. Forse è il preludio all'attacco armato
su
la Repubblica

WASHINGTON - Da qualche mese alcuni 007 americani hanno in tasca un'esplicita autorizzazione del presidente Bush a condurre operazioni clandestine in Iraq. Con tanto di licenza di uccidere Saddam Hussein.

A rivelarlo, oggi sul Washington Post, è Bob Woodward, veterano del giornalismo americano nonché uno dei due protagonisti del Watergate (di cui proprio adesso ricorre il trentennale). "Agenti della Cia e unità delle Forze Speciali simili alle squadre impiegate in Afghanistan dopo l'11 settembre potranno essere usate in Iraq. Queste forze saranno autorizzate a uccidere Hussein": la rivelazione è stata fatta a Woodward da una gola profonda dell'amministrazione.

L'amministrazione ha già stanziato decine di milioni di dollari per il programma clandestino che una fonte Usa ha definito "preparatorio" a un attacco militare su grande scala. La direttiva potrebbe essere la prova che l'amministrazione Bush ha cominciato a scaldare i motori per un'offensiva in grande stile contro uno degli "stati carogna" identificati dal presidente come parte dell'Asse del Male (di cui farebbero parte anche Iran e Corea del Nord).

Il piano di Bush ha trovato però qualche riserva nel Congresso: "Siamo stati consultati e siamo tutti daccordo che Saddam se ne debba andare. Il problema però è il quando e il come", ha detto oggi alla rete televisiva Fox il capo della maggioranza democratica in Senato, Tom Daschle.


Invasione di giovani per Padre Pio santo
sommari del
Corriere della Sera

ROMA - Davanti a 300 mila pellegrini, molti dei quali giovani, giunti da ogni parte del mondo nella piazza di San Pietro, Giovanni Paolo II ha ieri mattina proclamato santo Padre Pio da Pietrelcina, il frate cappuccino con le mani piagate venerato da milioni di persone, che lo pregano e lo invocano ricordando i suoi miracoli. Nel calendario sarà festeggiato il 23 settembre, giorno della sua morte. Il «privilegio». Stanco, ma felice, Wojtyla ha ricordato le «difficoltà», accettate «per amore», che il nuovo santo «incontrò» con le autorità della Chiesa, poi, improvvisando, ha rievocato il «privilegio» d'essere stato confessato, quand'era giovane prete, dal «santo frate del Gargano».
Saluto alla folla. Il Papa alla fine della celebrazione ha voluto percorrere sull'auto scoperta tutta via della Conciliazione per salutare la folla, forse la più grande che mai abbia avuto a San Pietro e si è complimentato «con quanti hanno affrontato il sacrificio di rimanere in piedi, in questo calore per lungo tempo».
Gli idranti. Sono stati 750 gli interventi della Croce Rossa per il gran caldo: cinque i ricoveri. Un po' di refrigerio è stato dato con gli idranti.


Il santo globale
Valentino Parlato su
il Manifesto

Siamo il manifesto, ma cerchiamo di resistere al nostro fisiologico snobismo: oggi la santificazione di Padre Pio di Pietrelcina è il più importante evento culturale (in senso antropologico) del nuovo secolo. Da vecchio comunista oserei aggiungere che è più importante dell'abbattimento del Muro di Berlino. Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nato a Pietrelcina, in provincia di Benevento, nel 1887 ha avuto una corsia preferenziale per la santità e ha liquidato tutti i santi e santuari concorrenti: un vero tycoon, neppure negli Usa ci sono stati imprenditori o manager di così rapido e straordinario successo. I santi nostrani, a parte quelli colti o intellettuali come Agostino, Tommaso o Francesco, ma anche quelli più popolari come Antonio o Gennaro, sono stati stracciati. Quest'anno i visitatori di San Giovanni Rotondo saranno dieci milioni, assai più di quelli di Loreto (7 milioni), di san Francesco (6 milioni) di sant'Antonio da Padova (5 milioni). Ma non solo in Italia: in quanto a frequenze San Giovanni Rotondo ha superato Lourdes e Fatima. Resiste, ma in difficoltà, il santuario messicano di Nostra Signora di Guadalupe.

Padre Pio, nonostante le religioni ambiscano a essere universali, è il primo santo veramente globale. La tv e i web trionfano; nel mondo ci sono - dalla Cina all'Islanda - 2156 gruppi di preghiera. A San Giovanni Rotondo oltre ad alberghi, ospedali eccetera, è in costruzione un enorme santuario di circa seimila metri quadri progettato da Renzo Piano. Il giro d'affari di tutto questo marchingegno è stato valutato pari a 500 milioni di euro annui.

Il fenomeno è enorme e ingigantito dai media, televisioni, Internet e tutte le diavolerie delle nuove tecnologie e dell'informatica: a pensarci bene la crocifissione di Cristo in mondovisione sarebbe stata molto diversa da quel che ci hanno raccontato gli evangelisti. Tutto questo possiamo darlo per scontato ma, da laici non snob, dovremmo avere l'obbligo di tentare qualche spiegazione. La via più facile e laicamente antica si racchiude nella vecchia massima: la natura ha orrore del vuoto.

Ma questa dell'horror vacui è una risposta antica, scontata e oggi tragicamente vera ma indefinita: niente affatto soddisfacente. Evitiamo di contentarci delle spiegazioni semplici, fondate su antiche certezze, che non sono più tali. Quel che forse (potrebbe anche essere un tentativo sbagliato) dovremmo cercare di capire è che padre Pio è un prodotto nuovo, o relativamente nuovo. Un prodotto dell'attuale globalizzazione che non è riducibile solo al commercio e alle regole del Wto.



Girotondini in conclave: «Rischio di autoritarismo mediatico»
Gigi Marcucci su
l'Unità

Hanno cercato l'ispirazione all'Eremo di Ronzano, sulla prima cintura dei colli bolognesi, luogo che il Carducci definisce “rifugio agli spiriti che nei silenzi di un grande aspetto di terra e di cielo cercano l'ideale e trovano forse un riposo”.
Tra una passeggiata nel chiostro e un pasto frugale nel refettorio, i girotondisti arrivati da quindici città italiane hanno gettato la base del loro manifesto nazionale, un documento che si articola in 7 punti principali e, come spiega lo storico Nicola Tranfaglia, trova nella difesa dei diritti costituzionali la sua filosofia di fondo. “Abbiamo deciso di rafforzare i collegamenti tra le organizzazioni che tra l'inverno e l'inizio della primavera sono nate spontaneamente”, si entusiasma Vittorio Boarini, ex presidente della Cineteca nazionale di Bologna, annunciando che il movimento dei girotondisti avrà tra breve un sito internet nazionale (www.girotondi.it) che fungerà da veicolo di un'elaborazione comune. “Nel nostro documento”, dichiara Boarini, “c'è allarme per il fatto che il governo Berlusconi tende a sovvertire la parte prima della Carta costituzionale, quella contenente i principi nati dalla Resistenza, che negli ultimi cinquant'anni hanno regolato la nostra convivenza civile”.
Il documento contiene anche un garbato ma solenne richiamo al centrosinistra, a cui gli autoconvocati della politica italiana contestano di non prendere sul serio i rischi di affermazione di un “regime mediatico e autoritario” nel nostro Paese. “Il nostro allarme”, spiega Boarini, “è tanto maggiore in quanto non ci sembra condiviso fino in fondo dalle forze del centrosinistra”.
“Se indicare un rischio significa essere apocalittici”, si infiamma Salvatore D'Agata, presidente di una delle associazioni bolognesi confluite nel coordinamento nazionale dei “girotondi”, “ebbene personalmente mi dichiaro un apocalittico. Quando si lancia un allarme si indica un rischio. Se qualcuno ritiene che il rischio non sussista lo dica, ma altra cosa è accusarci di fare dell'allarmismo. Intendiamo esercitare una pressione positiva che faccia maturare un allarme più adeguato delle forze di opposizione”.

Ma ecco cosa dice il documento approvato ieri, sostanzialmente l'agenda delle priorità indicate da chi ha promosso e attivato una rete di movimenti e associazioni che vanno dai “girotondi” al megaraduno del Palavobis. “L'articolo 21 della Costituzione, di fronte alla concentrazione radiotelevisiva e giornalistica esistente, è in pericolo, compromettendo gravemente la libertà di espressione e di informazione”. Il secondo punto si riferisce alla legge delega sull'ordinamento giudiziario, “che minaccia l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura dal potere esecutivo, costringendo i giudici a scioperare dopo 11 anni”. Il terzo riguarda la legge delega sulla scuola, che “provocherà, se approvata, lo smantellamento della scuola pubblica e la distruzione del diritto di tutti a un'istruzione superiore”. Il quarto i tagli del governo alle Regioni sulla sanità, che “vanno nella direzione di una privatizzazione selvaggia dei servizi sanitari che produrrà più spese da parte dei cittadini”.
Un punto del documento, il quinto, è invece dedicato all'articolo diciotto: “Il governo attacca diritti vecchi e nuovi dei lavoratori e indebolisce nello stesso tempo il movimento sindacale”. La settima parte è riferita alla legge Tremonti sul patrimonio pubblico, quella che ha provocato l'intervento del presidente Ciampi. Anche in questo caso si parla di “norme che appaiono contrarie alla Costituzione”. Ultimo, ma non per ordine di importanza, la legge Bossi-Fini sull'immigrazione, che “lede la dignità umana degli immigrati e rischia di provocare un aumento incontrollato dei clandestini”.


Afghanistan: mille delegati lasciano il Consiglio tribale per protesta
sommari de
l'Unità

Un migliaio di delegati afgani ha abbandonato per stanchezza e protesta la Loya Jirga, il Consiglio tribale aperto la scorsa settimana a Kabul per eleggere il nuovo governo di transizione afgano. Da oltre una settimana i lavori del Consiglio sono bloccati da un braccio di ferro fra etnie e fazioni avverse sui criteri di nomina del Parlamento, mentre il dibattito sulla costituzione del governo è passato in secondo piano. I delegati chiedono una mediazione del presidente Karzai per addivenire ad un compromesso, altrimenti - dicono - potrebbero scoppiare nuovi combattimenti nel paese.


   17 giugno 2002