
su il Manifesto
No, in Italia non si può. La camera vota il divieto di fecondazione eterologa: non saranno più possibili gli interventi di procreazione assistita con il ricorso alla donazione di seme o di ovociti. Un divieto che non esiste in nessun paese europeo Dopo un duro scontro parlamentare, la proibizione passa con il voto della maggioranza e di parte dei cattolici dell'Ulivo. Gli ultrà leghisti scatenati: «Così difendiamo la famiglia naturale». (Nell'immagine, un caso famoso e particolare di fecondazione eterologa)
Fecondazione, no ai donatori
Bocciata l'inseminazione eterologa. Procreazione assistita solo all'interno della coppia. Diritto alla terapia per i conviventi, single esclusi.
brevissime del Corriere della Sera
Non sarà più possibile, per le coppie sterili, ricorrere a un donatore esterno. La Camera, che ha approvato i primi sei articoli della legge sulla fecondazione, ha infatti bocciato l'inseminazione eterologa. La procreazione assistita sarà consentita solo all'interno della coppia. Una decisione duramente contestata dall'opposizione, che teme i «viaggi della speranza» all'estero. Anche le «coppie di fatto» potranno ricorrere alle tecniche di procreazione assistita «omologa», mentre sono esclusi i single e gli omosessuali. Per il Vaticano, il riconoscimento del diritto dei conviventi a ricorrere alla terapia è un errore, un via libera indiretto alla legalizzazione delle famiglie di fatto. La seconda giornata di votazioni ha di nuovo spaccato i Poli. I cattolici hanno fatto muro. Il ruolo di Casini. Protesta delle donne
Un'intesa sui valori che cambia il costume
Stefano Folli sul Corriere della Sera
La Camera sta scrivendo in questi giorni una delle pagine più importanti, controverse e drammatiche della legislatura. La legge sulla procreazione assistita, nella forma assunta via via dal testo, cambia il costume e riflette un clima diverso rispetto a poco più di un anno fa. Allora, nella scorsa legislatura, il Senato era tentato, spinto dai Ds, di accettare il punto di vista laico sulla fecondazione «eterologa», correggendo in senso liberale il testo licenziato dalla Camera. Ma poi il Parlamento venne a scadenza e tutto fu annullato. Adesso Montecitorio capovolge quella linea e ritorna a un'interpretazione restrittiva, stringendo bene i bulloni. Come testimonia la raffica di «no» risuonati ieri in aula a tutti gli emendamenti favorevoli alla pratica «eterologa» (con un donatore terzo, dunque esterno alla coppia).
«Un'ipocrisia», sostiene la sinistra e quel fronte laico trasversale che ha qualche paladino anche all'interno di Forza Italia e di An (ad esempio Cicchitto e Romani, Alessandra Mussolini, gli esponenti del Nuovo Psi). Un modo per marcare il distacco tra il fatidico «paese reale», cioè il sentire comune, e il Parlamento.
Ma questa accusa non tiene conto degli equilibri politici che sono mutati il 13 maggio 2001. Né del fatto che anche i cattolici della Margherita, salvo eccezioni, hanno condiviso il «no» alla fecondazione eterologa, vivendola come la più tipica questione di coscienza, sia pure senza oltranzismi: da Castagnetti a Rosy Bindi.
Almeno altri due fattori sembrano decisivi. Il primo è l'affievolirsi dentro Forza Italia dell'anima liberale, persino con venature radicali, che nella scorsa legislatura era piuttosto vitale. Oggi il partito di Berlusconi ha completato la sua trasformazione anche sul piano dei valori. Ed è sempre più la sezione italiana del Partito Popolare Europeo.
Il secondo riguarda la capacità dei centristi dell'Udc di legare tra loro, in nome di comuni valori, tutti i partiti di ispirazione cattolica; creando un ponte verso settori dell'opposizione sotto l'occhio attento della Chiesa. Una strategia alla fine vincente. Il compromesso consiste nel riconoscere il diritto alla fecondazione in provetta anche alle coppie «di fatto». Oltre che nell'escludere qualsiasi nesso tra la difesa dell'embrione, codificata da questa legge, e la normativa che regola l'aborto. Ma nonostante tale accorgimento le regole sulla fecondazione assistita rischiano di avere una portata rivoluzionaria per i costumi dell'Italia del Duemila.
I magistrati: «Costretti allo sciopero». E per il Csm la riforma è incostituzionale
sommari de l'Unità
La Giunta dell'Associazione nazionale magistrati ha confermato lo sciopero dei giudici. Si farà il 20 giugno. Era stato rinviato una prima volta per cercare un accordo con il Governo, che evidentemente non c'è stato. Lo sciopero si farà - spiegano l'Anm in un comunicato - per ribadire la necessità di difesa dell'autonomia e indipendenza della magistratura «secondo il dettato costituzionale» e del ruolo del Csm, la «tutela della dignità dei magistrati italiani» e per chiedere quelle riforme «indispensabili affinché ai cittadini sia resa una giustizia più rapida ed efficace, idonea ad assicurare l'effettiva tutela dei diritti e l'uguaglianza di tutti dinanzi alla legge».
Magistrati, confermato sciopero del 20 giugno
Dopo undici anni proclamata la nuova agitazione. Magistratura Indipendente vota no, Davigo si astiene. Castelli: "E' solo un atto politico"
su la Repubblica
ROMA - Dopo undici anni i magistrati torneranno ad incrociare le braccia. Lo faranno il 20 giugno prossimo. Il documento dell'Associazione nazionale magistrati è stato approvato con 26 sì, sei no, (Magistratura Indipendente) e l'astensione di Pier Camillo Davigo, anch'egli componente di Magistratura Indipendente. In mattinata poi il Csm aveva bocciato la riforma del governo non risparmia "critiche", sia sul versante della costituzionalità che su quello dell'efficienza delle soluzioni proposte.
"Abbiamo lavorato perché non si arrivasse a una decisione di questo tipo. Purtroppo abbiamo ricevuto risposte non adeguate per cui siamo stati costretti a questa scelta" commenta il presidente dell'Anm Bruti Liberati. Una decisione che arriva nonostante l'invito del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi ad evitare "forme estreme di protesta". Secca la replica del ministro della Giustizia, Giancarlo Castelli: "Qualsiasi cosa avessi detto, avrebbero deciso comunque per l'astensione dal lavoro. E' uno sciopero politico, in contrapposizione con il governo e per la difesa a tutti i costi delle proprie posizioni corporative".
Dunque i magistrati si fermeranno. Lo faranno, spiegano, per difendere l'autonomia e indipendenza della magistratura "secondo il dettato costituzionale" e il ruolo del Csm; per tutelare "la dignità dei magistrati italiani". Il tutto accompagnato dalla richiesta delle riforme "indispensabili affinchè ai cittadini sia resa una giustizia più rapida ed efficace, idonea ad assicurare l'effettiva tutela dei diritti e l'uguaglianza di tutti dinanzi alla legge".
L'Anm rivendica di aver mostrato senso di responsabilità, prima fissando lo sciopero a "ben 40 giorni di distanza dalla proclamazione" e poi rinviandolo. Scelte in attesa di "segnali di disponibilità e di impegni concreti" che mostrassero "un mutamento di clima rispetto all'attuale attacco alla giurisdizione e l'apertura di un serio confronto".
Fao, si chiude il vertice ma le Ong restano deluse
Berlusconi: "I loro suggerimenti sono lontani dalla realtà". Il forum: "Speriamo che li valuti gente più esperta di lui".
su la Repubblica
ROMA - Il vertice Fao chiude i battenti. Ma le divergenze che per quattro giorni hanno opposto l'agenzia delle Nazioni unite e le Organizzazioni non governative (Ong) restano aperte. Proprio mentre il premier italiano Silvio Berlusconi salutava i partecipanti, ribadendo la validità indiscutibile" del summit, e bocciando le proposte delle Ong ("Gli stimoli mi paiono abbastanza lontani dalle possibilità reali"), il rappresentante di queste ultime presentava al controvertice il suo bilancio: "Delusione, profonda e collettiva delusione per la dichiarazione finale del vertice della Fao".
"Si propone un nuovo piano d'azione che contiene gli stessi errori di cinque anni fa", ha detto Sarojeni Rengam ai 2.000 delegati delle Ong. "Quel piano è fallito perché si è basato su politiche che incentivano la fame nel mondo, incentivano la liberalizzazione economica".
Come a dire che le distanze restano immutate. E per un Berlusconi che annuncia che l'Italia cancellerà o convertirà un miliardi di dollari di credito nei confronti dei paesi in via di sviluppo e che nel 2006 lo 0,39 per cento del pil italiano sarà devoluto a favore del terzo mondo, c'è un Sergio Marelli (portavoce delle Ong italiane) che ribatte: "Dobbiamo constatare che il presidente del Consiglio non ci legittima mentre la Fao sì.
Il tutto, naturalmente, condito dal consueto show del premier. "Un uomo affamato è un uomo disperato", dice Berlusconi. Che però aggiunge: "Forse un uomo pericoloso. E può venire convinto a partecipare ad azioni terroristiche". Poco prima il presidente del Consiglio aveva anche tentato di ribaltare il vecchio detto "Piove, governo ladro". Ecco la sua versione: "Roma ha offerto un tempo eccezionale, è tutto merito del governo italiano".
Ma il meglio arriva quando il Cavaliere si rivolge a Jacques Diouf, direttore generale della Fao. In francese: "Il faut que vous maigressiez un peu", dice. In italiano suona così: "Bisogna che voi dimagriate un po'". Il riferimento è alle spese di organizzazione dell'agenzia: "Ogni dieci anni si possono diminuire del 30% gli organici delle aziende e aumentare del 10% i profitti". Vista la circostanza, la frase suona però un po' stonata. Diouf, comunque, non si scompone. E fa arrivare al premier un bigliettino: "Signor Berlusconi, dal '96 ad oggi siamo già dimagriti del 30%".
L'elenco di tutte le gaffes
su l'Unità
La ricetta per la fame
«Bisogna che dimagriate un po'»
Impegni concreti
«C'è un proverbio italiano che dice: aiutati che il ciel t'aiuta. Ciascun Paese deve anche aiutarsi da solo»
Ma che colpa abbiamo noi
«Non credo che la colpa dello scarso sviluppo dei Paesi poveri sia dei Paesi industrializzati; non si può dire che la colpa sia loro se l'80 per cento della ricchezza del mondo sia nei Paesi occidentali e solo il 20 per cento nei Pvs»
L'analisi sociologica
«L'uomo affamato è un uomo disperato, forse pericoloso, può essere convinto a partecipare ad azioni terroristiche contro uomini che hanno l'unico torto di far parte dei paesi industrializzati»
Il bello della politica
«Ora ho il piacere di annunciarvi l'intervento di Casini, l'ottimo nostro presidente della Camera che è anche il più bello dei politici europei. Quindi le signore che si sono fermate avranno soddisfazione...»
Il rispetto
«Credo proprio a questo punto che ci sia un controvertice alla toilette»
Piove, governo...
«Roma ha offerto un tempo eccezionale, è tutto merito del Governo italiano»
L'assurda guerra delle impronte
Gli italiani, gli immigrati, il razzismo
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Prima, ai bei tempi del comunismo rampante, l'ideologia era una cosa seria. Ma a comunismo ammosciato (Bertinotti me lo lasci dire) non lo è più. Eppure senza ideologia la nostra sinistra non riesce a carburare. Perduto il marxismo, lo sostituisce con il «politicamente corretto». E così s'infila di volta in volta in cause sballate, in guerre assurde. Quale, oggi, la guerra (santa?) sulle impronte digitali. Il problema è molto semplice; in una società ordinata dobbiamo essere identificabili, dobbiamo avere un'identità personale. Io non voglio essere scambiato con un delinquente che si appropria del mio nome. E se debbo pagare le tasse, chiedo che le paghino tutti. Identificabili come? Dipende. In Italia abbiamo l'anagrafe; ed è in base all'anagrafe che gli italiani sono identificati da una carta d'identità corredata da fotografia. Non basta più? Per carità, se non basta più io sono prontissimo - senza sentirmi né umiliato né infamato - a dare le impronte della mano, e anche quelle dei piedi, del naso, persino del mio deretano. Nessun problema (tanto più che so che la mia privacy sarà tutelata ad oltranza da Rodotà). Ma ho moltissimi problemi se l'argomento è che «è molto strano prendere le impronte ad alcuni e non ad altri» (Romano Prodi) e che rilevare le impronte digitali ai soli immigrati è «discriminazione» e addirittura «razzismo».
In verità, se dobbiamo essere tutti eguali, allora i diseguali sono, ad oggi, gli italiani. Gli italiani sono «schedati» dall'anagrafe, gli immigrati da niente. Davvero una bella diseguaglianza. Una diseguaglianza che può essere «pareggiata», appunto, dalla rilevazione delle impronte digitali. A chi? Ovviamente a tutti coloro che non possono essere identificati altrimenti. E quindi - va da sé - anche agli immigrati regolari e non soltanto ai clandestini. Perché anche i regolari potrebbero, una volta entrati in Italia, sparire. E senza gonfiature ideologiche il problema sarebbe chiuso e risolto lì.
Io le mie impronte le ho fornite (entrando negli Stati Uniti) e non sono un galeotto, e nemmeno un sospettato. Le impronte si prendono quando è utile; e non si dovrebbero prendere quand'è inutile.
In tutto questo cosa c'entrano la discriminazione e il razzismo? Niente, assolutamente niente. Eppure Verdi, Pdci e Rifondazione comunista strillano a perdifiato che prendere le impronte è «razzista, xenofobo, infame, pericoloso». Nientepopodimeno. E anche i meno agitati, i diessini, ci spiegano che per «evitare ogni sospetto di razzismo» le impronte vanno prese a tutti, o se no a nessuno. Così l'ideologo sottoporrà 50 milioni di italiani a una vessazione innecessaria che servirà soltanto a intasare l'anagrafe. Per una questione di lana caprina. Come ha scritto su queste colonne Angelo Panebianco ( Corriere del 3 giugno), non prendere le impronte agli immigrati è «incoscienza». Prenderle a tutti è l'alibi di una cattiva coscienza, di una coscienza contorta.
13 giugno 2002