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Dal gandhismo all'atomica
Verso la quinta guerra indo-pakistana?
Alberto Ronchey sul
Corriere della Sera

Già il mahatma Gandhi, dopo aver divulgato fra le sette religiose o etniche la dottrina giainica della «non violenza», fu assassinato nel 1948 da un fanatico indù. Poi nell'84 Indira Gandhi, figlia di Nehru e già primo ministro, fu uccisa da estremisti sikh. Poi ancora nel '91 Rajiv, suo figlio e anch'egli già primo ministro, fu assassinato da un tamil. Ma fra i tanti odi feroci di quel mondo, il più tenace rimane l'irriducibile antagonismo tra induisti e islamisti, ossia tra India e Pakistan dopo la rinuncia inglese a quell'impero, la scissione in due Stati, le quattro guerre combattute dal 1947 in poi, la guerriglia cronicizzata nel Kashmir a sua volta diviso in due. Il Pakistan rivendica la provincia chiamata Jammu-Kashmir, in prevalenza musulmana, sotto la sovranità dell'India per decisione d'un maharaja nel '47 e dopo l'armistizio del '49. L'India non cede, malgrado gli ultimi tredici anni di rivolte o incursioni separatiste con 50 mila morti. Il governo di Delhi, sotto la pressione del nazionalismo indù, finora nemmeno appare disponibile a negoziati con Islamabad. La vicenda è incomprensibile senza ricordare l'odio atavico tramandato in India contro i musulmani.
«Per oltre seicento anni dopo il Mille - ricorda Naipaul - gli invasori musulmani avevano saccheggiato il subcontinente, avevano fondato regni e imperi, s'erano combattuti tra loro, nel Nord avevano distrutto i templi delle religioni locali, erano penetrati in profondità nel Sud profanando i templi anche laggiù». Poi, come si legge nei libri di Narayan, fu il colonialismo a imporre malgrado le sue complesse colpe la «pace britannica», finita nel '47.
Ora, trascorso più di mezzo secolo, l'Unione Indiana comprende 1 miliardo e 27 milioni di abitanti, il Pakistan solo 138 milioni dopo la separazione del Bangladesh. L'uno e l'altro governo dispongono di missili e ordigni atomici, un incubo. Lo scenario non è più quello di Kipling o Tagore, ma quello d'una potenziale catastrofe nella quale secondo il Pentagono i morti sarebbero subito 12 milioni, senza prevedere il numero delle vittime di radiazioni, affezioni genetiche, pandemie, carestie. Musharraf, da Islamabad, proclama che né lui né il suo antagonista di Delhi, Vajapayee, pensano a una sfida nucleare: «Nessuno dei due sarà tanto irresponsabile». Ma rimane il pericolo d'incidenti tecnici, o d'incontrollate reazioni a falsi allarmi, o di congiure del fanatico bellicismo dall'una e dall'altra parte.



L'Fbi contro il terrorismo arruola il Grande Fratello
Arturo Zampagliene su
la Repubblica

NEW YORK - L'Fbi lancia un nuovo allarme, quello di un attacco con missili trasportati a spalla, ad aerei militari o addirittura di linea. Lo ha fatto con una nota riservata, inviata il 22 maggio scorso, ma rivelata dalla stampa americana soltanto ieri, a tutti i dipartimenti di polizia del paese chiedendo di rimanere vigili, pur sottolineando che al momento non si è in possesso di informazioni che indichino che Al Qaeda stia progettando di usare questo tipo di missili contro aerei di linea negli Stati Uniti. Intanto, nel giorno in cui otto milioni di newyorkesi seppelliscono morti e fantasmi dell'11 settembre, con una cerimonia a "ground zero" triste, commovente, essenziale - tante cornamuse, pochi discorsi - il ministro della giustizia di George W. Bush, il super conservatore John Aschcroft, assolda il Grande Fratello per la battaglia anti-terrorismo. E anti-privacy.

D'ora in poi, dice, in barba alle leggi di protezione della privacy, gli agenti del Bureau non dovranno più chiedere permessi speciali o fare anticamera dai magistrati per irrompere nelle comunicazioni Internet, sorvegliare chiese (o moschee, o biblioteche), per mettere qualcuno sotto sorveglianza speciale. "Rispetteremo la costituzione", assicura Bush, appena tornato dal summit di Roma con Silvio Berlusconi, Vladimir Putin e gli altri. "L'unico obiettivo è combattere il terrorismo internazionale", gli fa eco il ministro Aschcroft, da cui dipende l'Fbi, annunciando la "liberalizzazione" delle inchieste. I movimenti per i diritti civili sono meno tranquilli. Parlano - anche se l'espressione non è ancora entrata nel gergo americano - di "anni di piombo". Fanno intravedere un futuro in cui gli agenti del Fbi potranno - per motivi di "sicurezza" - sbirciare in tutte le comunicazioni e-mail e controllare tutti i siti visitati.



La Cgil e gli altri
Riccardo Barenghi su
il Manifesto

Che un attacco così profondo ai diritti di chi lavora fosse portato da un governo presieduto dal cav. Berlusconi, vicepresieduto dall'on. Fini e cogestito dagli on. Bossi e Tremonti non è sorprendente, ce lo aspettavamo. Che dietro tutti costoro ci fosse l'anima rampante della Confindustria, anche questo ce lo aspettavamo. Che questi due gruppetti riuscissero, dopo qualche fatica, a inglobare nel loro gioco di società anche due confederazioni sindacali come la Cisl e la Uil, ce lo aspettavamo un po' meno ma non ci ha comunque lasciati di stucco. In ogni caso è un fatto che rischia di cambiare (in peggio) i rapporti tra sindacati per i prossimi dieci o forse più anni. Se dobbiamo essere sinceri fino in fondo, ci aspettavamo anche che l'Ulivo, se ancora si chiama così, non sarebbe stato particolarmente affettuoso con la battaglia della Cgil di Cofferati. Né esso Ulivo né il suo principale partito, i Ds. Ma, ipocriti, abbiamo finto di dimenticarci che D'Alema aveva proposto lui per primo di cancellare l'articolo 18, che Rutelli ha scoperto l'esistenza dell'articolo solo di recente, che Fassino - per usare un eufemismo - è sempre stato un politico più sensibile ai problemi di chi dirige un'impresa che ai diritti di chi l'impresa la subisce. D'altra parte, c'era una bella atmosfera nei mesi scorsi, perché guastarla: si scendeva in piazza, si scioperava, si girava attorno ai palazzi del potere. C'era fermento, il governo era il nemico ma anche l'amico non era tanto amato. Tanto valeva non star lì a guardare il capello.

Abbiamo fatto male. Oggi che la Cgil resta sola, abbandonata per un piatto di lenticchie (indigeste a luglio) dai suoi compagni di strada, oggi che tutti si riuniscono intorno a un tavolo governativo, tutti tranne lei, oggi che non è facile dire io non cambio idea e come il 23 marzo, come il 16 aprile, come quando scioperarono i metalmeccanici, come tutto l'anno, io mi schiero con chi non molla, oggi che comincia l'estate, che i girotondi sono spariti, le elezioni sono passate e Forza l'Italia che vince, oggi che c'è più bisogno di me, io che faccio? Mi riservo, avanzo dubbi, mi defilo.



Giustizia, in nome del capo
Gian Carlo Caselli su
l'Unità

Bilancio di un anno nel campo della Giustizia? Di riforme capaci di ridurne i tempi e di migliorarne l'efficienza, poco o niente. Di veleni, un mare. Prima le leggi (falso in bilancio e rogatorie) che un autorevole studioso come Alessandro Pizzorusso ha definito «di assoluzione», perché possono sembrare finalizzate ad originare «sentenze di assoluzione» conseguenti, e quindi ad eliminare i «carichi pendenti» di prestigiosi esponenti dell'attuale maggioranza politica. Poi gli attacchi di uomini di governo contro i magistrati che osano interpretare la legge deludendo le aspettative dei parlamentari-difensori che quella legge avevano elaborato.
Una serie di attacchi sfociati in una mozione approvata dal Senato contro la quale circa 300 professori di diritto di tutte le università italiane hanno sottoscritto un documento che parla di «intimidazione» e di attentato «alla libertà di valutazione dei giudici». Un pezzo dopo l'altro, ecco delinearsi un quadro dove si scrive «giustizia giusta», mentre sono in molti a leggervi altro. Per esempio che la giustizia ordinaria non vale davvero per tutti; che l'autonomia della magistratura deve essere «raffreddata» quando sono in gioco gli interessi di chi ha denaro e potere. In questo quadro è venuto ad inserirsi - da ultimo - il progetto di riforma dell'ordinamento giudiziario varato dal Governo il 14 marzo 2002. A giudizio dei magistrati, che hanno persino indetto uno sciopero, alcuni punti del progetto mortificherebbero il Csm, garante della libertà dei giudici, sostituendolo con la Cassazione per alcune delicate funzioni (formazione professionale, progressione in carriera…), sulle quali il Governo potrebbe esercitare un'influenza assai forte. Un pericolo per l'indipendenza della magistratura e quindi per la possibilità stessa che la legge sia uguale per tutti.



Mucche per due torri
Massimo Granellini su
La Stampa

Q UANDO si dice: la globalizzazione. Gli abitanti di un misero villaggio del Kenya meridionale sono appena venuti a conoscenza di un evento straordinario: gente cattiva ha buttato giù due grattacieli in America, dissolvendo migliaia di vite. In tutta fretta i Masai hanno convocato il consiglio degli anziani, che in quelle terre dove il tempo è relativo ma la fame assoluta, capita spesso che abbiano 20 anni.
Alla presenza di donne e bambini vestiti a lutto, quindi in modo sgargiante, i «guerrieri» si sono subito trovati d'accordo sul fatto che bisognasse donare qualcosa ai parenti delle vittime e che questo qualcosa, per avere un senso, non avrebbe dovuto rappresentare un'elemosina, ma un sacrificio. Così hanno deciso di rinunciare al loro bene più prezioso: le mucche.
Quattordici esemplari, che all'indice Nasdaq dell'appetito equivalgono più o meno a un mese di pranzi, sono stati solennemente consegnati all'ambasciatore americano William Brencik. Il quale ha dovuto ricorrere a tutto il cinismo imparato in diplomazia per riuscire a non piangere.



   4 giugno 2002