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Russi e americani tagliano le armi nucleari, ottomila in meno entro dieci anni
sommari de
l'Unità

Si apre una «nuova era nei rapporti tra Russia e Stati Uniti». Ne sono convinti i presidenti russo Vladimir Putin e americano George W. Bush dopo aver firmato venerdì mattina al Cremlino il “Trattato di Mosca” sulla riduzione degli armamenti nucleari strategici dei due Paesi. L'accordo prevede la riduzione dei rispettivi arsenali nucleari di due terzi entro il 31 dicembre 2012. Entro quella data entrambi i Paesi, che attualmente dispongono di circa seimila testate ciascuno, dovranno disporre di un numero massimo di testate atomiche compreso tra le 1.600 e le 2.200.


Due ore di show tv tra cartelli e canzonette
Il premier da Vespa racconta le confidenze di Putin
e di come Powell provò a piazzare tutti i palestinesi in Italia
Concita De Gregorio su
la Repubblica

ROMA - Abbiamo appena cominciato, per fare quel che abbiamo in mente ci vuole tempo: "Una legislatura, o due", dice Silvio Berlusconi prima agli imprenditori di Confidustria poi agli italiani di Porta a Porta, in quest'ultimo caso accompagnato alla chitarra dal suo personale chansonnier napoletano, l'ex posteggiatore Mariano Apicella. Perciò pazienza, per favore. Ci vorrà ancora un po' di tempo per avere un quadro preciso di cosa sarà la Rai a progetto concluso.

Per il momento è quel posto dove mentre i consiglieri si scambiano dell'imbecille i dirigenti di rete studiano come giubilare Biagi, il neo direttore di Rai Due Marano passa al vaglio preventivo il programma di Santoro e Berlusconi srotola nello studio di Vespa un poster intitolato "il buco", tre rettangolini colorati una specie di grafico, Castagnetti gli chiede "scusi presidente, ma in quale scritto dello Stato è documentato questo fantomatico buco?", Berlusconi gli risponde "Castagnetti faccia il bravo, lei confonde gli ascoltatori".

Mentre il presidente del Consiglio racconta la politica estera e nostrana come fosse un superalbo dell'Uomo Ragno, i suoi assistenti in sala stampa spiegano che fa benissimo, solo così gli italiani capiscono. Difatti Bonaiuti, spesso inquadrato dalla regia, è entusiasta e annuisce. In studio ci sono anche Graldi e Sorgi, direttori di giornale, nonché sul finire il ministro Lunardi nel ruolo di comparsa tecnica, ma è evidente che nessuno può nulla di fronte allo spettacolo preparato da Vespa: una verifica del contratto con gli italiani completa di scrivania, contratto medesimo, poster esplicativi appositamente colorati da palazzo Chigi. "Stiamo andando benissimo", illustra Berlusconi. Castagnetti osserva che le tasse non sono affatto diminuite, di nuovi cantieri non se ne è aperto nessuno, la microcriminalità è cresciuta, in certe regioni per andare al pronto soccorso bisogna pagare il ticket, la riforma della scuola è ferma, chi ha figli di cinque anni non sa se iscriverli alla materna o alle elementari.

Appiccicando un tabellone a due penne e lasciandolo penzolare in primo piano Berlusconi ride, replica "non è vero, lei mente"…


Sindacati cauti sul premier
Roberto Giovannini su
La Stampa

ROMA - Delusi da Antonio D´Amato, interessati - ma con mille cautele - dall´«apertura» di Silvio Berlusconi. I sindacalisti di Cgil-Cisl-Uil registrano la dichiarazione del presidente del Consiglio, che sembra voler riaprire un tavolo negoziale e fa intendere che - in cambio di un accordo globale, e soprattutto della pace sociale - potrebbe rivedere al ribasso l´intervento sull´articolo 18. «Vedremo», dice il numero uno della Uil, Luigi Angeletti. «Se il governo ha una proposta da fare ci convochi», afferma il leader cislino Savino Pezzotta. «Nessuna novità», commenta il vice di Cofferati, Guglielmo Epifani. Ma dietro le cautele, è chiaro che negli stati maggiori sindacali si comincia ad attrezzarsi per una fase nuova della contesa. Una fase in cui non sarà facilissimo per le confederazioni mantenere l´unità d´azione faticosamente raggiunta negli ultimi due mesi.

Al contrario, i tre leader sindacali sono apparsi decisamente uniti nel bollare la relazione del presidente di Confindustria Antonio D´Amato come «priva di novità». Nessun passo sull´art.18, e unica concessione, il riconoscimento formale e l´apprezzamento nei confronti del ruolo del sindacato. E così, mentre l´Auditorium di Confindustria si svuota, il segretario generale della Cgil era più che mai gelido: «D´Amato riconosce il nostro ruolo? - chiedeva retoricamente Cofferati - È un po´ come dire che a Roma c´è il Colosseo.

Le condizioni per riaprire il dialogo sono note: via le modifiche all´art.18, dalla delega e da qualsiasi altro provvedimento. «Se non lo farà - concludeva Cofferati - metteremo in campo un nuovo programma di iniziative di lotta che, secondo me, deve comprendere tante cose e, in ultimo, anche la possibilità di un secondo sciopero generale». Ma a parte la freddezza di Cisl e Uil su questa proposta, adesso il quadro cambia: se la convocazione di Berlusconi arriverà, di mobilitazione unitaria per un po´ non si parlerà più.


Più intolleranza contro gli arabi: l'Europa scopre l'«islamofobia»
Rapporto dell'Osservatorio sul razzismo: in Italia non ci sono rappresaglie, ma crescono i sentimenti ostili
A. Bo. sul
Corriere della Sera

BRUXELLES - Dopo gli attentati dell'11 settembre sono cresciuti in Europa i sentimenti anti-islamici e di intolleranza verso gli immigrati musulmani, anche se i casi di vera e propria violenza fisica «si sono mantenuti a un livello relativamente basso». E' la conclusione del rapporto presentato ieri a Bruxelles dall'Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofobia che ha addirittura coniato il termine «islamofobia».

In Italia, riferisce l'Osservatorio, la situazione è contraddistinta da «una mancanza di atti di rappresaglia contro i musulmani o altre minoranze», ma anche da «un significativo cambiamento di atteggiamento verso gli immigrati e le persone di origine araba». Il rapporto cita un sondaggio del sito Internet del Corriere, secondo cui il 38% degli intervistati ritiene che «gli arabi non ispirano fiducia», mentre solo il 36% non condivide l'affermazione.
Tra i fattori che possono aver alimentato l'islamofobia, l'Osservatorio cita l'articolo di Oriana Fallaci «La rabbia e l'orgoglio», pubblicato sul Corriere e poi il successivo dibattito aperto con interventi che hanno espresso «rammarico per il fatto che simili prese di posizione possano legittimare idee razziste». L'Osservatorio cita anche le dichiarazioni (poi ritrattate) di Silvio Berlusconi a Berlino sulla superiorità della civiltà occidentale, concludendo che «è difficile stabilire quale influenza abbiano avuto». Il rapporto, infine, nota che «alcuni partiti, in particolare la Lega Nord, hanno rafforzato le loro campagne anti-immigrati con chiari elementi anti-musulmani».


Consulta, Sgarbi «punito»
Frasi '93 anti D'Alema
brevissime del
Corriere della Sera

La Consulta non «perdona» Sgarbi. Ha infatti ritenuto non coperte da insindacabilità parlamentare le affermazioni di Sgarbi che, allora deputato, nel '93 in tv, nel corso di Sgarbi Quotidiani , sostenne, in base alle dichiarazioni di un pentito, che anche D'Alema aveva ricevuto tangenti per conto del suo partito.


Un paese abnormale
Riccardo Barenghi su
il Manifesto

Un qualsiasi dizionario della lingua italiana dice che abnorme significa fuori dalla norma. Sempre quel dizionario, se si va a guardare alla voce norma, dice tra l'altro: «Regola di condotta che ha la funzione di disciplinare l'attività pratica dell'uomo imponendo doveri di comportamento». Il tribunale del riesame di Napoli ha ieri reso pubbliche le motivazioni dell'ordinanza con la quale ha annullato l'ordine di arresto per i poliziotti accusati di aver commesso violenze contro giovani portati arbitrariamente (l'avverbio è nostro) nella famigerata caserma Raniero e lì picchiati gratuitamente. La parola chiave di tutta l'ordinanza è appunto quell'abnorme di cui sopra. Il comportamento di alcuni poliziotti in quel pomeriggio del 17 marzo dell'anno scorso, all'interno dei bagni e della sala benessere (il paradossale sostantivo non è nostro) fu appunto fuori dalla norma, cioè fuori dalle regole di condotta che eccetera eccetera.

L'ordinanza dice anche di peggio, parla di comportamenti violenti e vessatori, di modalità irrituali e illecite, di norme (ancora loro) violate, di abuso di autorità. E afferma che i testimoni, sia quelli picchiati sia quelli che hanno solo visto, sono attendibili. Non riscontra tuttavia il reato di sequestro di persona e dunque rimette in libertà i poliziotti, anche confidando nella loro sospensione dal servizio che verrà disattesa, con un colpo da prefetto, il giorno dopo.

Se gli uomini del governo e della maggioranza avessero aspettato ad applaudire l'ordinanza di scarcerazione, se avessero avuto la pazienza di leggere queste pagine prima di salutare il provvedimento come una sorta di assoluzione anticipata degli agenti indagati, avrebbero evitato una pessima figura politica e uno scomposto scivolone giuridico. Il Tribunale della libertà di Napoli, semmai, rincara le accuse: non tanto per quello che dice ma perché lo dice. E lo dice proprio nel momento in cui emette un provvedimento favorevole agli imputati: vi rimetto in libertà solo perché non è sequestro di persona quello che avete fatto, o almeno noi non lo possiamo definire così. Ma tutto il resto, tutte le altre ragioni per cui siete stati indagati e sarete processati non solo non mancano ma sono piuttosto fondate.

Se uno vedesse i due film, presentati in questi giorni a Cannes, che raccontano quelle giornate del luglio genovese, difficilmente potrebbe sopprimere un sentimento di commozione mischiato a furia per quei ragazzi massacrati (uno ucciso) e quegli altri che, selvaggi, picchiano (e uccidono). Rivedendo quelle immagini, si ha la semplice ma brutale sensazione di non essere liberi.

Quando era all'opposizione, il cav. Berlusconi parlava spesso di stato di polizia. Aveva ragione.


Un girotondo per votare
Una lettera di Francesco Pardi su
l'Unità

Caro direttore, metto subito le mani avanti. Può darsi che l'assunto principale di queste righe suoni sgradevole e magari anche un po' presuntuoso. Me ne scuso e tuttavia ritengo che rappresentare una verità scomoda possa essere un servizio utile. Provo dunque a seguire la linea della massima semplicità. Per lunghi mesi dopo il successo elettorale del centrodestra l'opposizione parlamentare ha languito in stato di stupefazione mentre il governo cominciava a realizzare non il vantato programma dei cento giorni ma la legalizzazione dell'illegalità necessaria a sgravare il presidente del Consiglio dai suoi non pochi problemi giudiziarii.
Nemmeno il sussulto momentaneo seguito ai fatti di Genova riusciva a scuoterla dalla mancanza d'iniziativa. Si continuava a ripetere «rigore e intransigenza» ma l'offensiva crescente del governo contro l'indipendenza della magistratura e la libertà d'informazione veniva fronteggiata solo con una tattica rinunciataria e autolesionista. Opposizione incapace, elettorato sfiduciato, avvilito dalla consapevolezza di aver consegnato un Paese risanato in mani indegne.
È stato necessario il movimento che si è mosso dal gennaio di quest'anno perché si potesse respirare un'aria diversa. Tutta un'opinione di centrosinistra, che non credeva più di esistere, affogata nella rassegnazione, si è risollevata con le sue sole forze, si è riscoperta attiva e riunita da una nuova speranza.
Mi guardo bene dal voler enfatizzare un fenomeno ancora labile e incerto. Ma è grazie al suo scatto soggettivo che si è potuta realizzare quella combinazione positiva tra i lavoratori in lotta e i cittadini in difesa delle libertà civili che si è vista nella manifestazione romana del 23 marzo e nel successivo sciopero generale. Un'atmosfera che fin dall'inizio ha prodotto una nuova dinamica dentro i partiti di opposizione. La richiesta di assemblee aperte ai non iscritti è stata accolta da una parte dei Ds con la proposta di «Aprile», da parte sua Rifondazione ha accentuato il suo aggancio allo spirito di Porto Alegre. Sono segni di una disponibilità dei partiti a un dialogo più aperto con la società.

Dare una mano in questo contesto ci espone anche al rischio di essere presi per i sostenitori di un personale politico troppo stagionato e inamovibile. Ma è un rischio che bisogna correre senza esitazione, di fronte al pericolo di vedere crescere il consenso verso il centrodestra anche nelle amministrazioni locali. Perciò abbiamo sentito l'obbligo di prendere la parola a favore di alleanze unitarie e della capacità di costruirle con la rinuncia di ognuno a una parte della propria potestà.
In qualche collegio perderemo. È facile prevederlo nei luoghi in cui non solo la coalizione ma anche i partiti continuano a sfrangiarsi in una sequela di liste contrapposte (inutile fare l'elenco dolente degli esempi, vero?). Le esperienze di Bologna e Parma non sono bastate. Nemmeno l'esempio francese riesce a scoraggiare il frazionamento delle liste né la pratica dell'astensionismo di sinistra: nel nostro contesto attuale, vero e proprio delitto civico. Al contrario, nei collegi in cui si saprà costruire uno schieramento unitario sarà possibile vincere.
Sappiamo bene che passa una bella differenza tra un dignitoso recupero di consensi per il centrosinistra alle amministrative e la costruzione di una nuova sinistra e di una nuova coalizione capace di competere alle prossime politiche. È chiaro che il movimento, e soprattutto la sua parte giovane, vuole molto di più, ma in questa situazione è opportuno anche soltanto riuscire a non perdere terreno: obbiettivo poco ambizioso ma da non sottovalutare, soprattutto se si considera il controllo totalitario sull'informazione televisiva da parte del governo. Una cosa sola chiediamo senza false ipocrisie. Se riusciremo tutti insieme in questo compito minimale di riguadagnare qualche consenso alle amministrative, coloro che hanno fin qui teorizzato e ahimé praticato l'arte dell'opposizione più ragionevole e più subalterna ci risparmino per favore l'attribuzione del merito di questa piccola vittoria alla saggezza della loro linea. Del resto, non ci crederebbe nessuno.


   24 maggio 2002