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Bush: "Al Qaeda pronta a colpire. Combattiamo insieme il terrore"
Intervista al presidente Usa alla vigilia del suo viaggio in Europa: "Sarà difficile fermare altri attentati"
Alberto Flores D'Arcais su
la Repubblica

WASHINGTON - "La prima cosa di cui parlerò ai miei amici europei è la necessità di continuare la battaglia contro il terrorismo". George W. Bush non nasconde la sua preoccupazione: gli allarmi su nuovi imminenti attacchi di Al Qaeda contro gli Stati Uniti si moltiplicano, e all'allarme lanciato dal vicepresidente Cheney hanno fatto eco le parole di Robert Mueller, il direttore dell'Fbi, secondo il quale la possibilità che i terroristi di Bin Laden usino sul suolo americano la tecnica dei kamikaze sperimentata in Israele viene ritenuta "inevitabile".

Preoccupato, ma fermo nelle proprie convinzioni - "la nuova guerra alla fine sarà vinta" - il presidente americano ha ricevuto La Repubblica alla vigilia del suo viaggio in Europa, durante il quale visiterà quattro paesi: Germania, Russia, Francia e infine l'Italia, dove a Pratica di Mare verrà formalizzata la nuova partnership tra Nato e Russia.

Che cosa si aspetta dal suo viaggio in Europa?
"Prima di tutto voglio dire che questo è un viaggio a cui sto pensando da tempo, non sono mai stato in Germania e ho preparato un discorso da tenere al Bundestag, un'opportunità per me di parlare di un importante rapporto. Ai miei amici europei ricorderò innanzitutto che la guerra al terrorismo è lontana dall'essere conclusa. Farò un elogio della cooperazione perché è una cosa in cui credo, parlerò con loro delle cose di cui abbiamo bisogno per continuare a combattere per la libertà. Nei miei discorsi, in quelli pubblici ma anche nelle discussioni private dirò loro che noi non vogliamo soltanto un mondo più sicuro, ma un mondo migliore.

Il vicepresidente Cheney ha dichiarato che ci sarà un nuovo attacco contro gli Stati Uniti, che potrà essere domani, fra una settimana o fra un anno. Queste minacce terroristiche sono un modo generico per dire agli americani di stare vigili o riguardano uno specifico e un imminente attacco?
"Ne ho parlato con il direttore dell'Fbi, che ovviamente viene da me ogni mattina. Sono discorsi, considerazioni che si basano sulle molte informazioni raccolte dall'intelligence e che indicano una cosa precisa: che Al Qaeda è attiva, che sta complottando, che sta preparando qualcosa. Lui dice, non sarei sorpreso se ci fosse un nuovo attacco e sarebbe difficile fermarli".

E Cheney?
"Il vicepresidente riflette lo stesso atteggiamento. Ora se e quando ci sia una minaccia specifica, se io potessi dirvi che so che ci sarà un attacco in un certo momento e in un determinato posto ci comporteremmo ovviamente in modo più duro, faremmo in modo che ciò non accada. Non credo che bisogna dare molta pubblicità a questo. Ovviamente la gente che può essere colpita deve essere informata, direttamente informata mentre il paese e il governo si preparano a reagire. Questi sono killer molto preparati. Parlo di loro chiamandoli killer perché questo è quello che sono: degli assassini. Sono lì per uccidere, sono capaci, sanno comunicare. Stiamo imparando molto da loro, sono più sofisticati di quanto si creda. Pensano, pianificano ed agiscono, scavano nelle libere società".


A che punto è la guerra?
"Vede, quella che stiamo combattendo è una guerra unica nel suo genere. Nelle guerre di un tempo c'erano le linee del fronte, i movimenti delle truppe, e si poteva misurare il progresso a seconda del territorio conquistato. Questa invece è una guerra differente e più ci accorgiamo che è differente più dobbiamo investire in intelligence. Ma è una guerra reale, assolutamente reale. C'è gente nel mondo a cui non fa piacere sentirselo dire, perché è più facile non confrontarsi con la verità. Ma questa è una minaccia reale e io mi batterò con tutte le forze e dietro di me ho un grande paese".

Come reagisce alle critiche che le hanno rivolto sul modo in cui lei era stato informato?
"Fanno parte delle cose che succedono a Washington. Ci sono abituato. Molti dei deputati eletti anche tra i democratici sono cittadini responsabili, conoscono come lavora l'intelligence. Posso dire solo che noi siamo un paese unito e in questo paese sia i repubblicani che i democratici sono uniti nella guerra contro il terrorismo. E io apprezzo lo spirito che c'è a Washington".

Parliamo del Medio Oriente. Lei ritiene possibile la pace con Arafat?
"Prima di tutto voglio ricordare cosa ho detto il 4 aprile, quando ho sostenuto che Arafat sta rovinando i palestinesi. Lui ha avuto una chance per guidare il suo popolo, ha avuto la possibilità di raggiungere un accordo di pace con il mio predecessore. Ha avuto occasioni dopo occasioni e non sfruttandole ha portato alla rovina i palestinesi. Dico questo con molta angoscia nel mio cuore, perché sono colpito dalla situazione dei palestinesi, poveri, isolati e frustrati. Capisco che nei loro cuori ci sia poca speranza e questo è frustrante. Nonostante questo dico che Arafat non ha il mio rispetto perché non è stato in grado di guidare il suo popolo. Detto questo io credo che la pace sia possibile e ritengo importante che lavoriamo alla costruzione di due Stati che possano vivere fianco a fianco, in pace. Sapendo che è necessaria per la sicurezza di Israele e per la speranza dei palestinesi" .

Ci sarà la conferenza di pace?
"Per arrivare ad una soluzione è necessario che si coinvolgano tutte le parti: il coinvolgimento degli Stati Uniti per continuare a guidare l'iniziativa e noi lo faremo; un impegno di Israele per fare le difficili scelte necessarie affinché uno Stato palestinese esista; l'impegno dei palestinesi a rinunciare a combattere con mezzi terroristici; l'impegno degli Stati arabi a non guardare solamente agli aspetti umanitari della regione ma diventare parte integrante nella costruzione di uno stato palestinese. Questo può iniziare soltanto con la creazione di un apparato di sicurezza che agisca per il bene dei palestinesi, per combattere il terrore e per respingere ogni estremismo. Questo è il primo gradino necessario".

E dopo?
"Il secondo passo è quello di aiutare i palestinesi che soffrono a ricostruire la loro comunità, a creare delle istituzioni civili. Questo potrà accadere quando l'autorità palestinese sarà riformata e dinostrerà la propria responsabilità. Bisognerà poi evitare che gli aiuti finanziari finiscano in mano a gente corrotta".

Molti in Europa e non solo in Europa ritengono che la Nato non serva più a niente, che possa scomparire. Lei che ne pensa?
"Io credo che la Nato sia più necessaria che mai. Mi lasci spiegare bene perché. La natura di ciò che ci minaccia, e sottolineo il ci collettivo, è cambiata. Quello che abbiamo imparato è la capacità tra le nazioni di scambiare informazioni su chi ci minaccia, di tagliare i finanziamenti per la rete terroristica, tutto questo è stato un enorme sforzo collettivo. La Nato è per sua definizione un insieme di pasi che amano la libertà. Quindi la Nato deve cambiare la sua missione, o meglio non la sua missione il suo focus, per affrontare le nuove minacce che ci arrivano. Quindi la Nato è molto importante".

Cosa sarà il nuovo consiglio Nato-Russia?
La Russia potrà intervenire sulle scelte della Nato? "Essere parte dei 20 non dà alla Russia alcuna possibilità di porre veti sulle questioni militari della Nato. E questo è importante che si sappia. Viceversa si è voluto riconoscere che la Russia è un importante partner per la pace in Europa e in un primo momento la Nato lavorerà con i la Russia sulla non proliferazione e ovviamente nella lotta al terrorismo. La Russia è minacciata dal terrorismo esattamente come lo è l'Italia. E' importante che i vostri lettori sappiano che la minaccia è reale, anche se a volte può non sembrare che sia così. Il presidente Putin capisce perfettamente questa minaccia e questo è il motivo per cui la Russia è un partner della Nato ed è il motivo per cui confermeremo a Roma questa nuova relazione".

Passiamo a l'Iraq. Pensa che sia per il momento sotto controllo, oppure gli Stati Uniti interverranno?
"Sicuro. Io sono un uomo paziente, ma la parola controllo non funziona quando c'è qualcuno che è in grado di sviluppare armi di distruzione di massa. Come si può controllare qualcuno che ha la capacità di lanciare un arma così potente? Sono convinto di ciò perché conosco la natura di quel regime e conosco la potenziale minaccia che potrebbe esserci se le organizzazioni terroristiche entrassero in possesso di quelle armi".

Quindi ci sarà una guerra all'Iraq?
"So che nel mondo c'è molta preoccupazione per i discorsi che ho fatto sull'Iraq e sugli altri paesi che appoggiano il terrorismo: ma io ho la responsabilità di parlare nella maniera più chiara possibile, di spiegare la natura di questi regimi. Ho tutta l'intenzione di continuare a farlo".


Casus belli
Giulietto Chiesa su
il Manifesto

Cosa sapeva l'Amministrazione di Washington prima dell'11 settembre? Andiamo con ordine. Che la versione ufficiale del «siamo stati colti di sorpresa» non stesse in piedi nemmeno alla più elementare delle verifiche, non è sfuggito a molti osservatori. In pochi giorni, apparentemente, subito dopo il disastro, Fbi e Cia riuscirono a individuare i nomi di diciannove dei venti kamikaze (i nomi, sia ben chiaro, perché le vere identità rimangono tuttora oscure), i luoghi dove alloggiarono alcuni di loro (per esempio la cittadina di Fort Laudersdale, in Florida), in molti casi perfino le fotografie, le carte di credito usate (stranezza delle più inquietanti, che quei signori usassero per pagare il mezzo più facilmente esposto a indagini). In pochi giorni non si ottengono questi risultati se non esistono dei files precedentemente aperti.

Il fatto è che il ventesimo kamikaze lo avevano già in mano fin dal 16 agosto. Zacarias Moussaui, arrestato dall'Fbi a Eagan, Minnesota, 26 giorni prima dell'11 settembre. Allievo pilota nella locale Pan Am Flight Academy. Un solerte cittadino avvisa; il locale ufficio dell'Fbi fulmineamente agisce, ma la pratica si ferma. Non si sa dove.

Se si torna indietro nel tempo si vede che l'arresto di Moussaui non poteva passare inosservato. Per il semplice fatto che rappresentava la conferma di quasi tutte le tracce precedentemente accumulate dai servizi segreti americani. In particolare quella del 5 luglio (meno sessanta giorni all'impatto) e quella del memorandum della Cia del 6 agosto (meno trentasei giorni all'impatto). Nel primo caso fu Richard Clark, capo dell'antiterrorismo, a riferire a tutti gli altri capi dello spionaggio che «qualche cosa di terribile, di spettacolare sta per accadere» e che l'obiettivo «sarà un edificio». Nel secondo caso furono allertate le compagnie aeree civili. Evidentemente si erano ricordati del rapporto dei servizi che Bill Clinton aveva ricevuto nel settembre 1999, dove si diceva che «combattenti suicidi (...) potrebbero gettarsi con un aereo (...) contro il Pentagono, la sede della Cia o la Casa Bianca». Anticipazione quasi perfetta.

La vera novità di questi ultimi giorni consiste nella rivelazione - questa davvero sconvolgente - che il sabato immediatamente precedente la catastrofe, cioè all'incirca tre giorni prima, il presidente Bush (o qualcuno per lui) aveva già fatto compilare quello che la stampa usa definisce un «ordine presidenziale», per la preparazione dell'offensiva militare contro Al Qaeda in Afghanistan. In contemporanea, per giunta, con l'assassinio, nella Valle del Panshr, di Ahmad Shah Massud.

Dunque il governo americano non era affatto distratto, non stava con le mani in mano. Stava anzi preparando un'offensiva militare su larga scala. Adesso sappiamo che «Infinite Justice» era stata preparata prima dell'11 settembre.



Napoli, i poliziotti liberati dal Riesame perché «sospesi». Ma sono tutti in servizio
sommari de
l'Unità

Provvedimenti sospesi perchè i poliziotti indagati per le violenze alla caserma Raniero, erano temporaneamente sospesi. Peccato che subito dopo la sentenza, il Capo della polizia De Gennaro abbia provveduto a reintegrarli in servizio. Ad ogni modo, per i magistrati napoletani non esiste nessun pericolo di reiterazione dei reati, d'inquinamento di prove e di vendette nei confronti degli accusatori.


Genova, avvisi a 48 poliziotti «Pestaggi nella scuola Diaz»
brevissime del
Corriere della Sera

GENOVA - La Procura di Genova ha inviato 48 nuovi avvisi di garanzia agli agenti del Reparto mobile di Roma. I poliziotti, guidati dal comandante Vincenzo Canterini, sono sotto accusa per l'irruzione notturna nella scuola Diaz, che provocò 63 feriti tra i manifestanti no global. I reati ipotizzati contro gli agenti sono, a vario titolo, il concorso in lesioni e il non avere impedito i pestaggi. Altri 29 poliziotti del Reparto mobile avevano già ricevuto l'avviso di garanzia negli scorsi mesi: in totale 77 appartenenti all'unità della Capitale sono indagati. «Non mi risulta che i nuovi avvisi siano già stati notificati», ha commentato l'avvocato Silvio Romanelli, difensore del comandante Canterini e dei suoi agenti: «I miei assistiti si difenderanno nelle sedi più opportune, nel pieno rispetto della giustizia». L'irruzione notturna nella scuola Diaz, dove dormivano molti dei manifestanti no global, è stato il momento più discusso degli scontri del G8 genovese. Avvenne il 22 luglio, all'indomani della morte di Carlo Giuliani: la polizia arrestò 93 persone, accusandole di resistenza e lesioni. I pm intendono chiedere l'archiviazione per tutti i 93, ritenendo che non sia possibile attribuire ai singoli dimostranti responsabilità penali.


Mafia, scontro tra i poli su Falcone
Il presidente del Consiglio: ci ispiriamo alle sue idee. Violante: no, agevolate oggettivamente le cosche
brevissime del
Corriere della Sera

ROMA - Polemiche e scambio di accuse nel giorno della commemorazione ufficiale del giudice Giovanni Falcone, assassinato dieci anni fa dalla mafia a Capaci. Silvio Berlusconi ricorda che «la riforma dell'ordinamento giudiziario» voluta dal governo «si rifà a molte di quelle intuizioni che furono di Falcone» e subito scoppia la bagarre. Luciano Violante (Ds) replica: «Ispirati da Falcone? Speriamo. Allora la Casa delle Libertà ritiri le sue proposte di legge che oggettivamente agevolano il fenomeno mafioso». Per il procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna, si tratta di «una lite che rattrista». E annuncia che il suo ufficio ha adottato tutte le precauzioni per evitare «scarcerazioni dovute a distrazioni» in vista del processo in Cassazione che a partire dal 30 maggio esaminerà i 29 ergastoli inflitti in appello per la strage di Capaci.


L'Istat smentisce il Governo: l'articolo 18 non frena l'occupazione
sommari de
l'Unità

Non è vero che l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori condizioni lo sviluppo delle imprese. Lo afferma l'Istat nel suo rapporto annuale, presentato martedì mattina a Roma. La dinamica delle assunzioni per le imprse con più o meno di 15 dipendenti è la stessa, smentendo così le tesi del Governo. Impressionanti le cifre del sommerso: quasi un quarto dei lavoratori del sud è in nero, il che conferma il fallimento del piano di riemersione che ha portato "alla luce" solo 450 lavoratori.


   22 maggio 2002