
Usa, ogni giorno un allarme. Bush in difficoltà rilancia la paura terrorismo
sommari del'Unità
È l'ora dell'apocalisse. Secondo il direttore dell'Fbi Robert Mueller gli americani devono aspettarsi di essere attaccati da terroristi suicidi con gli stessi metodi usati in Israele. Il nuovo allarme si aggiunge a quello lanciato 24 ore prima del vicepresidente Dick Cheney. Una nuova offensiva di Osama Bin Laden contro gli Stati Uniti, aveva sostenuto Cheney, è «praticamente sicura». Questa volta potrebbero esplodere bombe nei complessi residenziali, massacrando gli abitanti. Sarà un caso, ma tutte queste previsioni catastrofiche vanno di pari passo con la polemica sugli avvertimenti ricevuti dal governo prima dell'11 settembre e sulla mancanza di una risposta adeguata.
Sharon licenzia i ministri ultraortodossi. Crisi in Israele
sommari del'Unità
Terremoto politico in Israele: il primo ministro Ariel Sharon ha licenziato questa notte dal governo tutti i rappresentanti di due partiti religiosi ultraortodossi Shass e Yahadut HaTora perché hanno votato alla Knesset (il parlamento israeliano) contro un piano di emergenza economica basato su drastici tagli di bilancio. Per effetto della decisione la coalizione di governo viene a perdere un blocco di 22 deputati e potrà perciò contare solo su 60 dei 120 deputati, uno meno del quorum necessario.
Mafia, se cala la tensione
Vittorio Grevi sul Corriere della Sera
Se non si vuole contribuire all'onda di retorica, talora anche di dubbia provenienza, che sta investendo il decimo anniversario della strage di Capaci, il modo più serio per ricordare il sacrificio di Giovanni Falcone è quello di riflettere su ciò che resta del suo insegnamento, sia sul piano culturale sia su quello tecnico giudiziario. Un insegnamento che - da sempre radicato in un forte richiamo etico all'esigenza di affermazione della legalità dello Stato di fronte ad ogni manifestazione del fenomeno mafioso - si era a poco a poco tradotto nella individuazione di precise strategie di contrasto contro i vari livelli di Cosa nostra. Proprio quelle strategie che già allora avevano dato frutti assai significativi, ed altri ne avrebbero dati anche dopo la sua uccisione. A 10 anni di distanza, però, il bilancio non è confortante. Oggi della realtà mafiosa quasi non si discute più, quando se ne parla si rischia spesso di suscitare fastidio, e comunque la «questione mafia» è scomparsa dalla lista delle priorità nelle agende politiche e parlamentari.
Tutto ciò non è casuale. Dopo la terribile stagione delle stragi (con la morte di Falcone e di Paolo Borsellino) e dopo la successiva stagione degli attentati di sapore terroristico (a Milano, Firenze e Roma), la mafia aveva infatti cominciato a mimetizzarsi, nascondendosi sotto la cortina di una quotidiana attività criminosa (estorsioni, appalti, traffici illeciti) non accompagnata da orrendi delitti, e mirando in sostanza a rendersi «invisibile». Non solo per riprendersi dai duri colpi subìti (cattura dei più importanti latitanti, condanne esemplari nei processi per le stragi e per gli attentati), ma soprattutto per allentare la pressione degli organi dello Stato. E, al riguardo, qualche risultato non è mancato. Naturalmente si tratta di pure coincidenze, tuttavia si deve registrare che alcuni dei provvedimenti adottati sul terreno politico negli ultimi anni sono andati proprio nella direzione auspicata dai capi mafia storici, a cominciare dal famoso «papello» di Totò Riina. Così le carceri speciali di Pianosa e dell'Asinara sono state chiuse; è stato attenuato il regime carcerario di rigore previsto per i mafiosi detenuti; è stata approvata una legge assai poco incoraggiante nei confronti dei collaboratori di giu stizia, che infatti sono spariti dalle inchieste. Ma non è tutto, poiché altre modifiche si profilano sull'orizzonte del processo penale, in aggiunta a quelle che già hanno abrogato gran parte della «legge antimafia» dell'estate 1992 - anche al di là di quanto imposto dai principi costituzionali sul «giusto processo» - ancora una volta senza alcuna attenzione per la peculiarità dei processi di mafia. E, tra esse, suscita gravi preoccupazioni soprattutto la prospettiva di una inedita ipotesi di revisione delle sentenze di condanna (nel caso di violazione di norme della Convenzione europea sui diritti umani) che, se accolta senza limiti, potrebbe rimettere in discussione decine e decine di condanne anche all'ergastolo pronunciate prima delle più recenti riforme costituzionali.
Boccassini: "Falcone un italiano scomodo"
"Paese ipocrita, ora lo celebra anche chi lo tradì"
Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica
MILANO - Dottoressa Boccassini, oggi al ministero della Giustizia sarà scoperta una targa in memoria di Giovanni Falcone, a dieci anni dalla morte...
"Dal 1971 ad oggi, se non sbaglio, sono stati uccisi in Italia ventiquattro magistrati. Mi chiedo perché soltanto per Giovanni Falcone, anno dopo anno, tanti onori, celebrazioni, accensioni polemiche".
Buona domanda, qual è la sua risposta?
"Credo che la ragione vada rintracciata nell'ipocrisia del Paese, nel senso di colpa della magistratura, nella cattiva coscienza della politica. Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento. E' soltanto il più macroscopico paradosso della vita e della morte di Giovanni Falcone: la sua breve esistenza, come oggi la sua memoria, è stata sempre schiacciata dal paradosso, a ben vedere. Ce ne sono di clamorosi... Non c'è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E' stato sempre "trombatissimo". Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso.
Un altro paradosso. Non c'è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di "amici" che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito".
Polemiche, ancora polemiche, venti lustri dopo? Non le sembra una maledizione di cui conviene, una buona volta, liberarsi?
"Non voglio risse né polemiche. Voglio ricordare, ragionare e capire perché - credo - così si rispetta il sacrificio di questo strano tipo di italiano, grande e scomodo, che è stato Giovanni.
Ancora un ricordo. Leoluca Orlando Cascio, nel 1990, sostenne e non fu il solo, soprattutto nella sinistra - che "dentro i cassetti della procura di Palermo ce n'è abbastanza per fare giustizia sui delitti politici". Quei cassetti, dove si insabbiava la verità sulla morte di Mattarella, La Torre, Insalaco, Bonsignore, erano di Falcone. Ritorna l'accusa di Amatucci e Viglietta: Falcone è un "venduto". Delle due l'una, allora. O quelle accuse erano fondate e allora non si beatifichi come eroe un magistrato che ha fatto commercio della sua indipendenza o quelle accuse erano, come sono, calunnie e gli artefici avvertano la necessità di fare pubblica ammenda. In dieci anni, non ho ancora ascoltato una sola autocritica nella magistratura e nella politica. Fin quando ciò non accadrà, io sentirò il dovere di ricordare. Perché solo ricordare le umiliazioni subite da Giovanni Falcone permette di comprendere il significato del suo sacrificio, il suo indistruttibile senso del dovere e delle istituzioni
Qual era, secondo lei, la "diversità" di Falcone?
"Una parte della magistratura italiana è stata sempre "sensibile" agli interessi della politica e la politica ha sempre desiderato la magistratura "sensibile" alla ragion di Stato, agli equilibri di governo, alla difesa dello status quo, alle convenienze dei più forti. Era vero venti anni fa quando i procuratori generali mai pronunciavano la parola "mafia" nei discorsi inaugurali dell'anno giudiziario, è vero oggi. Anche ora alcuni magistrati tra i migliori della nostra Repubblica, conservatori o riformisti che siano, sono attenti al gioco e agli interessi della politica. Magari questa attenzione è meno esplicita, più laterale e mediata, diciamo più scolorita e indiretta, ma è ancora presente. Bene, Giovanni Falcone è stato sempre sensibile soltanto all'indipendenza e all'autonomia della sua funzione: erano, per lui, valori ineliminabili. Non equivalevano a un privilegio di casta, come appare ad alcuni miei colleghi, né un riconoscimento che declina una sostanziale irresponsabilità, come credono altri. Al contrario, pensava che autonomia e indipendenza fossero le gravose responsabilità che la Costituzione ha affidato al magistrato per garantire l'imparzialità del giudizio, l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l'efficienza della macchina giudiziaria.
Tra le "fissazioni" di Falcone, non è soltanto il rito accusatorio a segnare il passo. La legge per i "collaboratori di giustizia" è un arnese inutile ormai. L'unicità di comando di Cosa Nostra appare un residuo culturale. La centralità delle investigazioni, un'opzione non necessaria. L'intero "quadro" legislativo e di metodo nato dall'esperienza di Falcone appare in crisi. Le chiedo: è vero? E, se è vero, chi o che cosa ne porta la responsabilità?
"Anche a rischio di apparire provocatoria, le rispondo che quel "quadro" legislativo e di metodo, come lo chiama lei, è in crisi perché chi lo ha utilizzato, in alcuni casi, lo ha fatto senza la necessaria professionalità e rigore. Mai Falcone avrebbe interrogato un mafioso di Cosa Nostra, come Giovanni Brusca, alla presenza di dieci pubblici ministeri venuti a Roma da procure diverse, come è purtroppo accaduto. Mai credo avrebbe accettato una convivenza tra Stato e mafia, il "quieto vivere" che abbiamo sotto gli occhi. Si dice addirittura che siano in corso trattative con i capi di Cosa Nostra!".
Si riferisce alla lettera che Pietro Aglieri ha inviato al procuratore Vigna?
"Sì, a quei brani pubblicati dai giornali. Quella lettera, e lo dico per la mia esperienza, non mi sembra possibile che sia stata scritta da Pietro Aglieri: è un italiano troppo corretto ed efficace. Chi gliel'ha scritta? Mi auguro, anzi sono sicura, che non si è aperta nessuna trattativa. Ma non mi spiego perché quelle lettere non finiscano nel cestino della carta straccia. Questi signori sono i responsabili dei più efferati delitti. Hanno ucciso bambini innocenti, sciolto cadaveri nell'acido, massacrato servitori dello Stato. Sono stati giudicati responsabili, con sentenze passate in giudicato, di migliaia di omicidi commessi negli Anni Novanta, un eccidio degno di una guerra civile. Ora si fanno avanti annunciando di volersi dissociare. Che poi vuol dire ammettere l'esistenza di Cosa Nostra senza accusare nessuno. Non capisco che cosa ci possa guadagnare lo Stato da una trattativa come questa. Sappiamo già che Cosa Nostra esiste, senza che ce lo dicano loro, e sappiamo che loro sono i capi e gli assassini di Cosa Nostra. Non c'è nulla da trattare".
Da quel che si è capito, il motivo ufficiale è l'abolizione del cosiddetto 41bis, vogliono un carcere meno severo.
"Meno severo del 41 bis di oggi, annacquato come un vino di quart'ordine, c'è soltanto il carcere-grand hotel di una volta. Il 41 bis in origine prevedeva isolamento pieno in un'isola, un colloquio al mese e nessun contatto tra detenuti. Ora i mafiosi hanno anche l'ora di socialità. Potrebbero accontentarsi, ma non si accontentano. Vogliono riunirsi, organizzare un tavolo di trattative. Chiedono di ricostruire il loro potere e c'è chi gli dà spago, a quanto pare".
Che cosa bisogna fare, secondo lei?
"Il loro potere criminale deve essere distrutto. Hanno avuto un giusto processo. Sono stati condannati. Che il carcere per loro sia severo, come accade negli Stati Uniti, dove per assassini come Aglieri la tolleranza è zero. Vogliono un carcere meno duro? Dicano quello che sanno. A cominciare da collaboratori come Brusca che non hanno detto tutto".
Viva la paura
Valentino Parlato su il Manifesto
Viviamo tempi allegri: la merce che si vende meglio è la paura. La paura del terrorismo, la paura degli immigrati, la paura dei genitori, la paura dei figli. Per paura ci si ammazza, ma anche si fa carriera. Ad aprire un negozio con la scritta: qui si vende paura c'è da far soldi. Ma veniamo alle ultime vicende. Il giovine W. Bush, considerato da tutti un inetto, ha avuto la fortuna delle due torri e così, improvvisamente, è diventato il difensore assoluto, non solo dell'impero, ma dell'umanità, gli sono stati consegnati i poteri di guerra infinita. E' stata l'apoteosi. Ma anche negli Usa c'è il capitalismo, nel quale la democrazia si intreccia con la concorrenza. Ecco così che alcuni concorrenti hanno accusato il giovane Bush di essere stato informato dell'attacco dell'11 settembre e di non aver predisposto una difesa opportuna. Un'accusa pesante: o inetto o complice, tutta la colpa della tragedia dell'11 settembre ricadeva sul giovane Bush, il quale peraltro aveva dichiarato di essersi salvato dall'alcolismo, solo per la fede in dio. Affermazione poco edificante per chi dovrebbe essere il capo dell'impero mondiale: un dealcolizzato per grazia di dio non può presentarsi come un profeta.
Il povero giovane presidente era sotto i colpi e non ce la faceva più. Ecco allora che il buon papà (il vicepresidente Cheney, definito da Kissinger, l'uomo più cattivo che lui abbia mai conosciuto) ha trovato la via d'uscita. Ha resuscitato Bin Laden e ha annunciato prossimi terribili attentanti contro gli Usa e il mondo civile: ha venduto paura e solo la paura può salvare il giovane presidente dal disastro nel quale lo avevano cacciato i suoi concorrenti. Se la paura ritorna alla grande, Bush ritrova il suo ruolo: la resurrezione di Bin Laden resuscita anche l'imbelle Bush.
Le rane e i buoi
Francesco Merlo sul Corriere della Sera
E' finita con Berlusconi che fa il Ronconi e difende la satira, e con Ronconi che fa il Berlusconi e censura la satira. Il potente ha infatti invitato l'artista a mettere sulla scena di Siracusa le caricature contro i potenti, e l'artista ha deciso di smetterle, perché «in fondo non c'è stata censura». Entrambi sanno che l'assenza di quelle gigantografie di Berlusconi, di Fini, di Bossi e di La Russa dal teatro di Siracusa sarà ora più pungente della loro presenza, perché lì c'è un'orma gigantesca e tutti andranno a vedere quel che non si vede. Ma se il finale è scontato, ci rimane lo spasso del dibattito, in quel salotto-palude di Siracusa, tra il sottosegretario Miccichè e il grande regista Ronconi, tra il sottopanza istituzionale e la sentinella dell'essere. Miccichè gracidava la protesta minacciando una censura, e il genio malinconico recitava di non sapere l'identità di quel catone maldestro ancorché sottosegretario all'aoristo. «E' Miccichè, è Miccichè» gli sussurravano. Ma Ronconi affettava: «Micci chi?». E l'altro miccicava : «Lei offende chi le dà i soldi, sputa nel piatto dove mangia, morde la mano che la nutre». Finché, accusandolo di ingratitudine, Miccichè se ne andava, con un'uscita di scena che preparava la scena al maestro di scena, il quale subito si impadroniva del copione.
E' un successo strepitoso, è una genialità artistica dell'accoppiata vincente Berlusconi-Ronconi, che hanno mutato Le Rane in buoi, le hanno fatte gonfiare e scoppiare di ridicolo, poltiglia di comicità stucchevole, commedia sui prefetti zelanti, i sottosegretari indignati e gli artisti feriti, con la ministra frastornata e il commentatore avvelenato. Hanno dato ai fantasmi il corpo della polemica italiana, e alle ombre la sostanza del nostro ridicolo presente.
Ormai gli italiani sanno che non c'è caricatura, lazzo, fraseggio e gioco di parole che non spinga lo stesso Berlusconi o, ancora peggio, qualcuno dei suoi, al rimbrotto, alla paternale, alla minaccia di censura, ora contro Santoro e Biagi e ora contro Ronconi. Berlusconi e i suoi hanno il complesso dell'impiccato: appena vedono una corda si toccano il collo.
Andando avanti così, in poco tempo non esisterà spettacolo che non preveda di stuzzicare la permalosità di Berlusconi, il quale è forse destinato a diventare quel che nel teatro, non solo aristofaneo, è «un tipo», una maschera fissa della commedia. E dunque un giorno tra le statuette di gesso o di cera sulle bancarelle di Porta Portese, tra i grandi classici di pronta riconoscibilità, accanto al militare borioso, al falso sapiente e al servo impiccione forse ci sarà pure il Berlusconi, il potente disprezzato ma non temuto.
Rapporto Istat 2001: effetto Internet sulla società italiana
La rete sta modificando i comportamenti di consumo, di "fruizione della cultura" e di partecipazione sociale. Il 27,2% delle famiglie ha un pc, il 60% dei navigatori si collega per cercare notizie.
speciale de Il Sole 24 Ore
Il Rapporto annuale dell'Istat 2001 mette in evidenza soprattutto l'effetto che l'avvento di Internet e la sua diffusione hanno avuto sulla società e l'economia italiana. Per quanto riguarda la cosiddetta "fruizione culturale", l'irruzione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione è sempre più marcata. E Internet è quella che più di altre innovazioni sta modificando i comportamenti di consumo e cultura degli italiani, come si legge nel capitolo 4 del Rapporto, "Comportamenti di consumo, cultura e partecipazione sociale".
Il 27,2% delle famiglie ha un pc
La ricerca dice anche che il 30% della popolazione italiana dai 6 anni in poi usa il computer, e a Internet si collega il 19% delle persone dagli 11 anni di età. La diffusione delle nuove tecnologie informatiche è sempre più rapida: rispetto al 1995 è infatti raddoppiata la quota di chi utilizza il pc a casa propria, e la crescita è marcata soprattutto tra le donne. Inoltre il ricorso alle nuove tecnologie ha carattere di assiduità: il 54% degli utilizzatori fa un uso quotidiano del pc e il 31% si collega ogni giorno alla rete web.
Internet, più svago che lavoro
Il mondo di Internet è utilizzato soprattutto per svago (69%), per lavoro (52%), mentre per lo studio lo usa appena il 16%. La quota invece di chi si connette del dialogare in rete tramite «chat», «forum» e «newsgroup» è pari al 20%. A giudizio del 9% degli utilizzatori (cioè 870mila persone), Internet va bene anche per fare acquisti, e infatti li fa.
Il 60% dei navigatori cerca news on line
Il 60% degli internauti, 5 milioni e 600 mila, è a caccia di news on line. Il 22% invece di informazioni di pubblica utilità. Il lavoro lo cerca su rete il 6,9%. Effettua operazioni finanziarie il 3,7%.
Libri, cala l'acquisto nelle famiglie
Poco il denaro speso dagli italiani per la cultura. Diminuisce la percentuale di famiglie che acquista libri non scolastici, passata dal 11,15% al 10% tra il '95 e il 2000. Secondo il Rapporto è anche calata la quantità di giornali, riviste, fumetti che entrano nelle case passando dal 67% nel '97 al 63% due anni fa. Male anche per le enciclopedie e per gli abbonamenti a manifestazioni sportive.
La radio guadagna ascoltatori "laureati"
La radio perde ascoltatori tra i giovani (fino ai 24 anni), che comunque restano i principali utenti ma riacquista pubblico adulto (dai 25 ai 64). Il Rapporto Istat ha verificato come nel periodo compreso tra il 1995 al 2000 si sia anche modificato l'utilizzo di questo mezzo: aumenta chi l'accende durante gli spostamenti, usando sia l'autoradio (dal 32,4 al 50)
- ·Il capitolo 4 in breve: Comportamenti di consumo, cultura e partecipazione sociale
- ·Il testo del capitolo 4 (52 pagine in formato pdf)
Coppa America, oggi a Punta Ala primo test in mare.
Ecco la nuova Luna Rossa, riparte la sfida italiana
Carlo Marincovich su la Repubblica
MILANO - "Stella maris sia la rotta per voi....". Don Sandro, il parroco di Punta Ala battezza così la nuova Luna Rossa che porta sulla vela il numero Ita 74. Poi la bottiglia di champagne che Miuccia Prada ha rotto sulla prua al primo colpo con mano di ferro, del resto la delicata lady della moda italiana di vari se ne intende e sa come fracassare una bottiglia.
Riparte così l'avventura della barca italiana più leggendaria e amata. Si riparte per Auckland, si riparte per la Vuitton Cup e poi, chissà, a Dio piacendo, per la America's Cup. Si ricomincia prima di tre anni fa, il primo ottobre nel golfo di Hauraki, quasi agli antipodi, quasi sotto i piedi di noi italiani che staremo attaccati alla tv.
Com'è la nuova Luna Rossa? A vederla sembra il ponte di una portaerei, lunghissima, con una poppa che non finisce mai. "L'apparenza non deve ingannare - dice Bertelli - ormai queste barche si assomigliano tutte. E' come in Formula 1: la Minardi sembra uguale alla Ferrari, poi una vola e l'altra no".
Oggi Ita 74 esce già in mare a Punta Ala per misurarsi con la vecchia Luna Rossa Ita 45 e con Young America Ita 53. Tra qualche giorno già sapremo se va e quanto va. Poi a luglio partenza per la Nuova Zelanda insieme a Ita 80, un'altra Luna Rossa che partirà in aereo. Ricordi, speranze, ambizioni: questo è il carico che Luna Rossa porterà sicuramente con sé. Dopo l'esperienza di tre anni fa con la vittoria della Vuitton Cup e la sconfitta nella America's Cup, stavolta tutti vorrebbero qualcosa in più, in pratica una cosa sola: vincere la Coppa e portarla in Europa, nel Mediterraneo.
"Andiamoci piano - dice Bertelli - stavolta sarà più dura perché tutti partono con soldi ed esperienza e voglia di vincere. Noi abbiamo cercato di mettere a frutto tutto quello che abbiamo imparato tre anni fa, a cominciare dalla nuova barca che è completamente diversa dalla vecchia Luna Rossa. I soldi sono una bella cosa ma se non ci sono le idee non servono a niente".
Ecco, i costi: 90 milioni di euro, 160 miliardi di vecchie lire, più di quanto costò l'avventura della prima Luna Rossa.
L'equipaggio non è più lo stesso, sono cambiati molti nomi. "Purtroppo la Nuova Zelanda è lontana - dice Bertelli - e c'è chi non l'è sentita di stare via tanti mesi, problemi di famiglie. Però il nucleo è quello, io sono per la stabilità e la continuità". E lo skipper? "Non ci piove - dice Bertelli - era de Angelis, è de Angelis". Qualche novità però c'è: Il pozzetto, cioè il ponte di comando a poppa, non sarà più di due sole persone, de Angelis e Grael. Stavolta saranno in quattro, visto che ai due si affiancheranno Rod Davis, americano, ex allenatore e ora tattico e Gavin Brady, neozelandese, nel nuovo ruolo di stratega. Qualcuno malignamente dice: tre anni fa litigavano in due, de Angelis e Grael, figuriamoci ora che sono quattro. Risponde Bertelli: "E io che ci sto a fare? Ci penso io, ci penso io...".
21 maggio 2002