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Twin Towers, Bush sapeva del rischio dirottamenti
La Casa Bianca ammette: "Avevamo ricevuto allarmi sugli aerei
ma nessuno poteva immaginare che li avrebbero usati come missili"
Su
la Repubblica


WASHINGTON - Il presidente americano George W. Bush era stato avvertito prima dell'11 settembre della possibilità che la rete terroristica legata a Osama Bin Laden potesse dirottare aerei negli Stati Uniti. Ad ammetterlo ieri dopo una serie di indiscrezioni giornalistiche è stato il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer, che ha spiegato come, in seguito a questa segnalazione, da Washington fossero partiti una serie di allarmi diretti alle varie agenzie federali. Allarmi che però non sono bastati a evitare la tragedia dell'11 settembre.

"Le informazioni che il presidente aveva avuto riguardavano dirottamenti aerei di tipo tradizionale, non terroristi kamikaze, non l'uso di aerei come missili - si è giustificato Fleischer - L'amministrazione, riferendosi ad atti di pirateria, mise in moto le agenzie interessate". "Fino a quando l'attacco non ha avuto luogo - ha concluso - nessuno ha avuto sentore di questo tipo di minaccia".

L'ammissione della Casa Bianca è arrivata dopo una serie di notizie pubblicate dal quotidiano New York Times e dal settimanale Time, e riprese dalla rete tv Cbs. Secondo i giornali, l'Fbi aveva raccolto negli anni diverse segnalazioni sull'attività della rete di Al Qaeda, compresi vari piani che prevedevano dirottamenti aerei. In particolare in luglio un agente dell'Arizona aveva avvertito della possibilità che Bin Laden stesse studiando qualche tipo di azione terroristica collegata alle scuole di volo negli Usa. Il rapporto, così come altri relativi alla figura di Zacarias Moussaoui, arrestato in agosto mentre prendeva lezioni di volo negli Usa e ora incriminato come uomo di Al Qaeda, non si tramutò in azioni immediate da parte dell'Fbi.

L'11 settembre, attacchi suicidi con quattro aerei dirottati nei cieli americani fecero complessivamente oltre 3.000 vittime tra New York, Washington e la Pennsylvania, dove uno degli aerei si schiantò al suolo. Due colpirono, incendiarono e abbatterono le Torri Gemelle del World Trade Center di New York; uno colpì e danneggiò il Pentagono a Washington



Quella Parola Maltrattata
Se l'Europa si scopre un po' xenofoba
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera


A quanto pare in Europa la xenofobia avanza e dilaga. Poco fa con Le Pen in Francia, ora in Olanda (prima dell'assassinio i sondaggi attribuivano a Pim Fortuyn il 17-18 per cento; quindi il successo della sua lista precede il fattaccio). E l'Olanda è, simbolicamente, un Paese importante: civilissimo, profondamente tollerante, di avanzata democrazia sociale, insomma un gioiello. In Francia Le Pen fa parte del paesaggio; in Olanda il professor Pim è stato un fulmine a ciel sereno. Aggiungi che i partiti anti-immigrazione si sono affermati in Austria, Belgio (tra i fiamminghi), Danimarca e Svezia, e dunque anche in altre democrazie esemplari. Cosa succede? Vorrei cominciare dal ridimensionare il problema ridimensionando il significato della parola xenofobia. Nel dizionario leggo che xenofobia è "odio, avversione per gli stranieri". In verità, "fobia" significa soprattutto "paura", non "odio". Non sono per niente la stessa cosa. L'odio è sentimento cattivo, la paura è sentimento umano. E la paura dell'estraneo, di chi è molto o troppo diverso, è iscritta nel nostro codice genetico. Non è peccato. Quand'ero ragazzo i contadini (quantomeno in Toscana) dicevano "mogli e buoi dei paesi tuoi". Forse quei contadini la sapevano più lunga di noi. Comunque sia, il mio primo punto è che la parola xenofobia è da svelenire. Usiamola tranquillamente (come le parole claustrofobia ed agorafobia) senza pulsioni ideologiche, senza sottintesi di scomunica.
Secondo, le xenofobie sono tutte eguali? E perché sono considerate di destra? Cos'è che le "destrifica"? In verità tra Le Pen e Pim - i due casi del momento - non c'è quasi nulla in comune. La Francia ha sempre avuto, dalla Restaurazione del 1815 in poi, una destra antidemocratica. Le Pen s'iscrive in questa tradizione. È anche tanto anti-europeo da proporre l'uscita dall'Europa. Pim non era antieuropeo, difendeva cause progressiste (i diritti degli omosessuali e delle donne) e la sua xenofobia si riduceva a questa constatazione: che l'Olanda è un piccolo Paese già sovraffollato. Dal che ricavava che non c'era più posto e che i confini andavano chiusi. Ma Pim non proponeva nessuna cacciata dei già entrati: chi c'era poteva restare.
Se questa è xenofobia, lo è in modo molto attenuato. E non è "fobia" (e cioè un mero sentire) perché fondato su ragioni, su considerazioni razionali: che non c'è spazio, e che l'Occidente deve difendere i propri valori. Torno a chiedere: perché questi argomenti sarebbero di destra?
La risposta è semplice: è perché la sinistra ha stabilito che la sinistra dev'essere xenofila. Non voglio entrare nelle credenziali ideologico-dottrinarie di questa posizione. A me sembrano dubbie o quantomeno non obbligate. Ma il punto sorprendente è che la sinistra ritiene che la xenofilia sia anche, per lei, una risorsa elettorale, un tema elettoralmente redditizio. La sinistra ha il diritto di battersi per i princìpi che ritiene politicamente corretti. Ma se il suo calcolo è anche elettorale, allora si sbaglia di grosso. Perché i voti che vanno ai partiti anti-immigrazione sono in larga parte voti operai, voti dei quartieri poveri, dove allogeni e nativi coabitano con forti frizioni.
In ogni caso la politica della sinistra in tema di immigrazione è minata da una fondamentale contraddizione. Di recente la sinistra ha sposato la dottrina multiculturale, una predicazione che sostiene che il principio fondante della "buona società" non è l'integrazione raccomandata dal pluralismo, ma, invece, il riconoscimento delle identità culturali nelle loro differenze. Quindi, in Europa l'identità islamica dev'essere non solo rispettata ma promossa. Però in tal caso anche gli europei hanno diritto alla loro identità. Il paradosso è, allora, che la sinistra avalla un multiculturalismo che a sua volta giustifica la resistenza "xenofoba" all'invasione culturale islamica. Proprio non ci siamo.



Olanda, balzo del partito di Fortuyn
Il movimento xenofobo diventa il secondo partito: superati liberali e laburisti. Primi i democristiani
Sommario sul
Corriere della Sera


L'AJA - Svolta a destra in Olanda. Il successo della lista di Pim Fortuyn, il leader assassinato il 6 maggio, provoca un terremoto che renderà difficile formare la nuova coalizione di governo. La lista della destra populista xenofoba, nata appena tre mesi fa su iniziativa del leader ucciso, ha conquistato 26 seggi e diventa il secondo partito dopo i cristiano-democratici (Cda) che ne hanno presi 43-44. Crollano i laburisti, ma la lista di Fortuyn supera anche i liberali: pesante la sconfitta della coalizione di governo guidata, appunto, dai laburisti del premier uscente Wim Kok. L'ondata emotiva seguita all'omicidio di Fortuyn per mano di un fanatico ha influito in modo decisivo sui risultati. Il cosiddetto voto di simpatia ha portato alle urne anche molti astensionisti abituali: ed è proprio da qui che la Lista Pim Fortuyn potrebbe aver pescato buona parte dei consensi.



Povertà bambina
Cresce il numero dei minori in stato di indigenza

Chiara Saraceno su
La Stampa
La sessione speciale dell'Onu sull'infanzia ha dovuto prendere atto che, nonostante gli impegni solennemente assunti nel 1990, tra i bambini il rischio di rimanere in grave povertà, e addirittura di morire di povertà, non mostra sensibili miglioramenti; anzi vi sono segnali di peggioramenti. Nel mondo, un bambino ogni dodici continua a morire prima dei 5 anni. Se i casi di poliomelite sono diminuiti drasticamente, grazie al diffondersi delle vaccinazioni, i casi di Aids sono in aumento: 600 mila bambini sono stati contagiati nel 2000 e si stimano in 13 milioni gli orfani a causa dell'Aids. Se ci sono oggi più allievi nelle scuole che in qualsiasi altro periodo della storia, secondo i dati Unicef, rimane vero che 120 milioni di bambini (il 17% di tutti i minori) continuano a non frequentare alcun tipo di scuola; tra loro prevalgono le bambine e le ragazze. La povertà, la diffusione delle malattie che diventano mortali solo perché non curate, il lavoro minorile (che, inclusa la prostituzione e l'arruolamento forzato in qualche esercito, riguarda il 25% dei bambini tra i 5 e i 12 anni) sono questioni che toccano soprattutto i paesi che eufemisticamente chiamiamo "in via di sviluppo", ma che spesso vedono il proprio sviluppo soffocato non solo da regimi autoritari e corrotti, ma dagli effetti di una globalizzazione senza principi, quando non da norme imposte dagli organismi mondiali per erogare prestiti. Anche per questo non possiamo ignorarla come se non ci riguardasse. Non possiamo ignorarla anche perché l'immigrazione per motivi economici ce la fa incontrare ormai quotidianamente nelle nostre strade e, per fortuna, anche nelle nostre scuole. Come è stato ricordato all'incontro internazionale di Castiglioncello sui temi dell'infanzia che è avvenuto negli stessi giorni della riunione dell'Onu, con il titolo suggestivo "il bambino sconfinato", il 2,2% di tutti gli allievi delle scuole italiane oggi sono stranieri, di cui una quota in fuga dalla povertà. Ma alcuni di questi vedono messo a rischio il proprio percorso di integrazione dalla legislazione attuale e ancor più da quella in corso di definizione: se non sono regolari oggi rischiano di essere espulsi una volta raggiunti i 18 anni; con la legge attualmente in discussione ciò potrebbe succedere già a 14 o 16 anni, con buona pace dei solenni impegni internazionali presi a favore del benessere di tutti i minori. Ma anche i bambini italiani non sono esenti dal rischio di povertà e meriterebbero un impegno pubblico esplicito sistematico e coerente: nel 2000 in Italia si trovavano in povertà 1 milione e 704 mila minori, il 17% circa di tutti i minori. Tra di loro sono concentrati i rischi di una mortalità e morbilità infantile elevata, di una scolarizzazione interrotta e di cattiva qualità, di un percorso di crescita accidentato.         



Bossi-centristi, resa dei conti sull´immigrazione
L´udc vuole evitare il muro contro muro sull´emendamento Tabacci
Giacomo Galeazzi su
La Stampa


La resa dei conti è fissata per il Consiglio dei ministri di oggi. Umberto Bossi andrà all´attacco con i colleghi centristi Giovanardi e Buttiglione per un chiarimento sull´emendamento Tabacci, ovvero la discussa modifica che estende la regolarizzazione pure agli stranieri che lavorano nelle imprese. L´Udc chiede di allargare la sanatoria, la Lega si mette di traverso rifiutando rinvii alla legge anti-clandestini e gli alleati di centrodestra danno ragione al Carroccio. "Le nuove norme vanno approvate prima delle amministrative - tuona il leader leghista - anche con sedute ad oltranza". In realtà i tempi tecnici rendono quasi scontato che se ne riparli dopo il voto del 26 maggio. La modifica proposta dai centristi è stata bocciata dall´organismo ristretto che istruisce il lavoro dell´aula. "Si è recepito tutto ciò che è coerente con gli impianti e l´obiettivo del testo - precisa il sottosegretario all´Interno Mantovano - non certo quello che lo sconvolge". Un lavoro istruttorio che ha scatenato le proteste del centrosinistra. "Hanno blindato il provvedimento - afferma il diessino Carlo Leoni - hanno bocciato persino alcuni emendamenti della maggioranza". E si annuncia battaglia. "Tanto - sostiene Giannicola Sinisi della Margherita - tutto potrà essere riproposto all´aula, compresi gli emendamenti Tabacci e Rivolta: il primo sulla sanatoria allargata a ogni lavoratore in nero, il secondo sullo sponsor che agevola l´inserimento in Italia". Rispetto alla linea di apertura dei post dc, dunque, sembra prevalere l´asse An-Lega. "I patti vanno rispettati - evidenzia Alessandro Cè, capogruppo leghista alla Camera - noi di sanatoria non vogliamo neppure sentir parlare e siamo più che mai decisi ad eliminare la piaga dell´immigrazione clandestina. I giochetti dei centristi ricordano quelli dei democristiani, abilissimi a tenere i piedi in più scarpe. Noi non ci stiamo". Il "Biancofiore", per il Carroccio, tira una corda che sta per rompersi: "Abbiamo già ammesso la deroga sulle badanti". Di ora in ora, quindi, il braccio di ferro nella Casa delle libertà fa arrancare alla Camera il provvedimento, costretto a dare la precedenza ad una raffica di decreti legge in scadenza. "La legge va votata così com´è - intima Umberto Bossi - basta con le provocazioni e le sanatorie". L´Udc, però, non cede e invoca la permanenza in Italia di ogni clandestino che, avendo un alloggio e una fedina penale pulita, potrà regolarizzare la sua situazione occupazionale.




Fiat in crisi, pagano i lavoratori
tremila esuberi, diecimila in cassa integrazione
Bianca Di Giovanni su
l'Unità


È iniziato poco prima delle 19 di ieri il primo tavolo Fiat-sindacati dopo i numeri-shock sulle perdite del primo trimestre 2002 annunciati all'assemblea di mercoledì. Le prime conclusioni sono trapelate a notte inoltrata. Eccole: 2.887 esuberi di cui 2.442 nell'auto. Di questi più della metà sono concentrati nell'area torinese: 1.655 lavoratori di cui 1.334 operai e 321 impiegati. Nel faccia-a-faccia i sindacati hanno continuato a chiedere garanzie sul mantenimento dei siti produttivi in Piemonte e sul piano industriale. Decisive, per i rappresentanti dei lavoratori, le strategie che si intendono adottare per uscire da una delle situazioni più critiche che il gruppo ha affrontato negli ultimi 30 anni. Un confronto nervoso e difficile, partito con l'annuncio della cassa integrazione già programmata per giugno. La sospensione del lavoro coinvolgerà complessivamente 10mila addetti e "cancellerà" dalla produzione di 14.700 veicoli.
L'azienda punta ad una gestione soft delle eccedenze utilizzando per 1.831 operai e 611 impiegati la mobilità ordinaria fino alla maturazione dei requisiti per la pensione, ha spiegato all'incontro il responsabile relazioni sindacali del gruppo Paolo Rebaudengo. Significativi i tagli negli stabilimenti del mezzogiorno: a Termini Imerese sono complessivamente 233 le eccedenze, a Pomigliano 216, a Cassino 97. Ad Arese sono 131 gli esuberi. Nelle sedi commerciali sono stati individuati 110 lavoratori in eccedenza. Nella stessa riunione la Fiat ha anche annunciato 445 esuberi tra i dipendenti delle società che forniscono servizi a Fiat Auto: 305 alla Gesco e 140 alla Sepin. Inoltre il gruppo, che ha già avviato le procedure per la mobilità, si è detto pronto ad aprire con il sindacato una trattativa come è stato fatto nelle crisi precedenti.

Secondo Pier Luigi Bersani, responsabile economico dei ds, è prematuro parlare di provvedimenti a favore della Fiat perché "la situazione non è tanto chiara da consentire interventi immediati". La soluzione da preferire per un gruppo come quello torinese - secondo bersani - è senza dubbio quella industriale, "Anche se non solo nazionale". Dunque, nessuna preclusione ad interventi stranieri.
Secondo il deputato diessino l'alternativa che si trova di fronte il management torinese in questo momento è chiara. Continuare a puntare sull'auto, sapendo che questo significa investimenti e dismissioni. Oppure restare in posizione difensiva, rimanendo una conglomerata sostanzialmente finanziaria. È toccato a Vincenzo Visco chiarire il senso della "rottamazione" adottata dal governo dell'Ulivo. "Non l'abbiamo fatta per la Fiat - ha spiegato l'ex ministro - bensì per due motivi: uno di carattere ecologico, l'altro per rilanciare i consumi".
Il programma di cassa integrazione di giugno è così articolato. Tra il 10 e il 16 sarà fermata la produzione della Multipla a Mirafiori. Tra il 17 e il 23 saranno bloccate le produzioni della Punto a Termini Imerese, della Lybra e della marea a mirafiori. L'ultima settimana del mese saranno fermate le produzioni di Multipla, Lybra, Marea e Punto a Mirafiori e la Punto a Termini Imerese.



Morto che parla

Il paese dei tulipani bianconeri

Cecile Landman e Luca Tomassini su
Il Manifesto


AMSTERDAM - Il terremoto è arrivato. Come previsto. Il crollo di Pvda, Vvd e D66 - i tre partiti della coalizione di governo uscente in Olanda - è secco e drammatico. A tutto vantaggio dei democristiani della Cda, che volano al 31% con 40 seggi. Ma il secondo exit poll delle 23 fa scivolare addirittura i socialdemocratici della Pvda al terzo posto, con 24 seggi, sopravanzati anche dalla Lista Pim Fortuyn, che ne guadagnerebbe 26. Quanto basta ai vertici del partito xenofobo per avanzare la richiesta di ingresso in un governo di coalizione a guida Cda. Ma a patto che alla Lista Fortuyn siano garantiti tre dicasteri: sanità, immigrazione e interni. I grandi vincitori sono comunque i democristiani della Cda, che passano dal 18,4% al 31%. Una crescita dalle dimensioni inaspettate, che porta il partito al primo posto nel paese e nel parlamento, con 40 seggi. Se la tradizione sarà rispettata, com'è molto più che probabile, sarà pertanto il capolista Peter Balkenende a diventare il prossimo premier. L'entusiasmo in casa Cda era ieri alle stelle: per il numero due Maria van der Hoeven il risultato "è al di là delle più ottimistiche previsioni". Su quali siano gli orientamenti del partito nella formazione del nuovo governo non ha però voluto dire una parola.

E sarà difficile non tenere conto del risultato della Lista Pim Fortuyn, al 15,5% nella prima stima e successivamente accreditato di 26 seggi, secondo dopo la Cda. Il partito, com'è noto. era alla sua prima apparizione sulla scena politica nazionale e Freddy Hoogendijk si è definito "commosso". Mentre Peter Langendam, nominato alla testa del partito meno di una settimana fa, non pare pensarla allo stesso modo, e ha annunciato che oggi abbandonerà il partito.

Facce scurissime, invece, al Paradiso (un centro socio-culturale prima occupato e poi donato negli anni `60 alla gioventù Provo di Amsterdam), dove i socialdemocratici del Pvda si sono radunati per l'attesa del verdetto degli elettori. Il partito passa dal 29% al 19,2%, la perdita più massiccia della sua storia. Poi il secondo dato: 24 seggi, terzo posto, sotto la Lista Fortuyn. "E' una sconfitta tremenda. Un risultato disastroso, peggio di una valanga", dice il responsabile della campagna elettorale Jacques Monasch. Per Ad Melkert, il capolista e delfino del presidente Kok, significa dimissioni.




   16 maggio 2002