
Francia, la sfida sarà tra Chirac e Le Pen
Clamoroso spostamento a destra. Il presidente sfiora il 20% dei suffragi, il leader nazionalista supera il 17%, il candidato socialista fermo al 16%
Fabio Isman su Il Messaggero
PARIGI - Clamorosa svolta a destra in Francia: Lionel Jospin, il Primo ministro in carica e leader dei socialisti, viene escluso dal ballottaggio per l'Eliseo, e annuncia il ritiro dalla vita politica. Tra 15 giorni, al Presidente uscente Jacques Chirac, che è in testa al primo turno, contenderà il primato l'"ultradestro" Jean-Marie Le Pen. Sotto la spinta dei problemi della sicurezza e di un aumento di reati dell'8 per cento sull'anno scorso, la "Francia multicolore" sceglie chi, da noi, sarebbe un amico di Rauti: l'ex parà in Vietnam e in Algeria, per il quale le camere a gas della Shoah sono solo «un dettaglio», e che riesuma lo slogan filonazista di Vichy, «Lavoro, Patria, Famiglia». E' un inedito assoluto: l'ultradestra, nella Quinta Repubblica, non era mai arrivata a tanto; né dal '69, duello Pompidou-Poher, i socialisti, e il centro-sinistra tutt'intero, non erano mai stati esclusi da una simile competizione elettorale. Non solo: ma quanto è accaduto dimostra che, nello spazio di un mattino, l'eredità di François Mitterrand, inquilino per 14 anni dell'Eliseo, non solo s'è appannata, ma è andata pressoché dispersa. E' finita davvero un'era.
La sorpresa provoca grossi choc in quasi tutta la Francia. Manifestazioni immediate alla Bastiglia, Grenoble e Tolosa. «Un cataclisma per il Paese», dice subito Laurent Fabius. Il Presidente in carica, Chirac, spiega in tv che «è in causa la coesione nazionale; vanno difesi i diritti dell'uomo; i principi della Repubblica sono in discussione; occorre un soprassalto democratico, io mi appello al Paese; la Francia ritrova se stessa nell'apertura agli altri». In tv, corrono paroloni come «fascista, razzista, xenofobo, candidato non repubblicano». «Voto per il diavolo», si dice tra gli ebrei. Trema la Francia multietnica (quattro milioni di cittadini stranieri). Ma, paradossalmente, questo priva d'interesse il ballottaggio del 5 maggio: non sono certo i due punti e mezzo in percentuale con cui Chirac sopravanza Le Pen (19,8 a 17,2, secondo le analisi del dopo-voto) a certificare che l'elezione per l'Eliseo è già archiviata; ma l'evidenza che ai propri, nel secondo turno, Le Pen potrà aggiungere quasi soltanto i suffragi di Bruno Mégret, un suo ex collaboratore scissionista, accreditato di un misero 2,4 per cento: già le proiezioni per il ballottaggio parlano di un 80 a 20.
Ma non è solo perché il demagogo destrorso Le Pen sarà con Chirac nel ballottaggio, che queste elezioni indurranno a profondi mea culpa: mai tanta l'astensione; mai così immensa la dispersione dei voti; mai così profonda la disaffezione dei cittadini. Quasi tre Francesi su dieci (il 28 per cento) non hanno votato; e non solo per le vacanze scolastiche in corso, che inducono a periodi di ferie quattro milioni di loro: un aumento di sei punti percentuali e mezzo rispetto a sette anni fa, e quel 21,6 per cento era già un record. E uno su tre di chi ha votato, ha espresso voti di protesta. Così, gli sfidanti del 5 maggio raccolgono, nell'insieme, il consenso di poco più che un elettore su tre: ed è un altro primato negativo. Certo, a Chirac (che piace a nemmeno un quinto dei cittadini), e a Jospin (clamorosamente escluso dal ballottaggio), non hanno certamente recato vantaggio i cinque anni di "coabitazione", che hanno reso uniformemente grigio il panorama politico; annullato tutti i benefici che, in un sistema maggioritario e semi-presidenzialista, il principio dell'alternanza è in grado di recare.
Nel Paese che fu di Mitterrand, vanno "in finale" destra e ultradestra; è un Paese in subbuglio; l'ultrasinistra, per converso, avanza, e tutto si radicalizza. Le Pen si dice antieuropeo: «Candidato delle vittime dell'euromondialismo di Maastricht»; «di sinistra, perché il fascismo fu fondato da un socialista, Mussolini in Italia, e io ho poco a che fare con lui». Chirac replica: «La democrazia è il bene più prezioso».
Il dramma rosso e l'ombra nera
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Il mediocre risultato di Chirac, la sconfitta di Jospin e il successo di Le Pen sono senza dubbio, secondo la malinconica definizione del ministro delle Finanze Laurent Fabius, un «cataclisma politico». Mai, dall'avvento della Costituzione gollista, la percentuale degli astenuti aveva toccato il 28,5%. Mai, prima d'ora, l'estrema destra aveva raccolto tanti consensi. E mai, infine, il voto si era altrettanto disperso fra candidati che non hanno mai avuto alcuna possibilità di vittoria, ma riflettono gli umori e le delusioni della società francese. I presunti protagonisti, Jacques Chirac e Lionel Jospin, ne escono egualmente malconci. Il primo conquisterà la presidenza al secondo turno, il 5 maggio, ma sarà un vincitore dimezzato. La Francia avrà un capo dello Stato, ma privo del mandato morale che l'elezione diretta, nello spirito gollista, dovrebbe conferirgli. In un Paese dove il presidente ha poteri fondamentali (controlla Esteri e Difesa, scioglie l'Assemblea, può rinviare le leggi alla Camera) un mandato risicato, tiepido e conquistato soltanto grazie al voto di coloro che non possono votare per il leader dell'estrema destra priverà l'inquilino dell'Eliseo di buona parte della sua autorità. All'origine della crisi vi sono almeno due ragioni, strettamente collegate. La prima è la «coabitazione». La sconfitta subita alle elezioni parlamentari del 1997 ha costretto Chirac a convivere per cinque anni con un governo di sinistra. Questo nuovo «regime» (le coabitazioni precedenti erano state brevi) ha privato il Paese di una reale dialettica politica. Egualmente interessati a evitare una crisi costituzionale, i leader della destra e della sinistra hanno dovuto rinunciare al diritto di confrontarsi da posizioni contrapposte. Hanno litigato, quando non potevano farne a meno, a mezza bocca, con fredda cortesia e brevissimi scatti d'ira. Non è sorprendente, in queste circostanze, che i francesi abbiano progressivamente perduto il senso della differenza tra i due schieramenti.
La seconda ragione, su cui anche a noi converrebbe riflettere, è che ogni governo dell'Unione, di destra o di sinistra, è oggi costretto a fare, sia pure con qualche differenza nazionale, la politica dell'Europa e a perseguirne gli obiettivi. In Francia, dove questa politica è stata sostanzialmente condivisa dal capo dello Stato e dal capo del governo, l'euroscetticismo ha scelto, a destra e a sinistra, i partiti ostili all'Europa. Non tutti gli elettori di Jean-Marie Le Pen sono «fascisti» e non tutti gli elettori dell'estrema sinistra sono trozkisti o nazionalisti di sinistra. Li unisce, tuttavia, una forte diffidenza per l'Unione Europea e per la modernizzazione economico-sociale che essa impone alle nostre società. L'«anti Europa» rappresenta oggi in Francia il 30 per cento del corpo elettorale. Nessuno, a Bruxelles e a Francoforte, potrà fingere d'ignorare, d'ora in poi, questo risultato.
"La fine della sinistra in Europa"
sul Wall Street Journal riportato da Il Sole 24 Ore
«La fine della sinistra d'Europa. Il socialismo perde in casa». Così il quotidiano statunitense Wall Street Journal Europe (Wsje) titola oggi un suo editoriale sulle elezioni presidenziali in Francia. Il voto di ieri è stato «una catastrofe per la sinistra europea che adesso è stata fatta a pezzi nel suo campo», afferma il giornale finanziario americano ricordando che la sinistra ha perso, «in rapida successione», in Austria, Italia e Danimarca mentre si pensava potesse «resistere» proprio in Francia. I francesi non si sono convertiti «alle opinioni xenofobe e anti-immigrati di Le Pen», assicura il Wsje, ma si sono dimostrati «stanchi di un continuo declino sotto governi gestiti da un branco di socialisti, comunisti e verdi». Il premier Lionel Jospin inoltre, nel tentativo di «fare l'impossibile comportandosi come un socialista ortodosso che non spaventa la classe media», ha perso «in parte perchè gli elettori di sinistra lo hanno abbandonato» votando candidati ancora più a sinistra di lui. «La classe media non lo ha ritenuto capace di liberalizzare l'economia» e ha respinto la sua «politica sociale che asfissia le imprese francesi» (le 35 ore che riducono il reddito pro capite, le privatizzazioni fatte solo a metà). «In un'economia globalizzata - conclude l'edizione europea del quotidiano statunitense - non puoi avere un piccolo socialismo. La vecchia sinistra è morta e sepolta».
E' finita la prima fase dell'offensiva israeliana
Sharon: la lotta al terrore continua con altri sistemi.
Guido Olimpio sul Corriere della Sera
RAMALLAH - Israele aveva promesso agli Stati Uniti un ritiro «entro domenica». E, a modo suo, ha cercato di mantenere l'impegno. Nella notte i carri armati hanno lasciato Nablus e il centro di Ramallah. Un movimento accompagnato, ieri mattina, dall'annuncio del premier Ariel Sharon:«La prima fase dell'offensiva è terminata. La lotta al terrore continua con altri sistemi».
Parole che sottintendono un ridispiegamento delle unità per creare zone di sicurezza anti-infiltrazione. Basta un ordine e i mezzi corazzati possono rientrare nei territori appena lasciati.
Resta in piedi invece il dispositivo militare attorno al Mukata, il quartier generale di Yasser Arafat a Ramallah, e alla Chiesa della Natività, a Betlemme. «L'annuncio del ritiro è soltanto una mossa per le televisioni e per tranquillizzare Washington», ha denunciato il negoziatore palestinese Saeb Erekat, sostenendo che gli israeliani non hanno mollato la presa. Gli americani hanno invece gradito. Il segretario di Stato Colin Powell si è detto «soddisfatto», ma ha invitato Israele ad allentare il confino di Arafat passando «al processo politico».
Ma Gerusalemme non sembra disposta a concessioni. Anzi, nelle ultime ore sono cresciuti i segnali sulla volontà israeliana di chiudere una volta per tutte la partita con il raìs. Nell'esecutivo il dibattito è aperto: a parte il ministro degli Esteri, il laburista Shimon Peres, tutti sono d'accordo sull'espulsione. E si parla di un possibile blitz per arrestare i responsabili dell'uccisione del ministro del Turismo Zeevi, nascosti nel Mukata. Un'azione che potrebbe terminare in modo tragico. I collaboratori di Arafat sostengono che il raìs «è pronto al martirio». E nessuno sa cosa potrebbe accadere in caso di scontro armato all'interno della palazzina.
Una battaglia propagandistica feroce che si è accesa anche sul dramma di Jenin. Secondo i palestinesi, nel campo profughi della città amministrata dall'Anp l'esercito israeliano ha compiuto un massacro: centinaia i morti tra i miliziani, ma soprattutto tra i civili. Gli israeliani, compatti, negano, e parlano di alcune dozzine di vittime, in gran parte militanti armati. Nel confronto si è inserita, con decisione, la comunità internazionale che ha sollecitato Gerusalemme a fare chiarezza. E il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all'unanimità l'invio di una missione per accertare quanto è avvenuto. Nei giorni scorsi, l'inviato Onu, Terje Roed-Larsen, aveva compiuto una ricognizione fra le case distrutte di Jenin («Sconvolgente - aveva detto -, è qualcosa che va oltre l'immaginazione») denunciando «i metodi ripugnanti» impiegati dall'esercito. Israele ha reagito in modo scomposto. Secondo la radio, Sharon avrebbe ordinato ai suoi ministri di sospendere i contatti con il diplomatico, ma un portavoce ha smentito. Altri ministri hanno proposto che Larsen venga dichiarato «persona non grata». Alle pressioni politiche si sono aggiunte quelle non meno velenose di alcuni giornali che rinfacciano all'emissario di essere stato uno degli artefici dell'accordo di pace di Oslo (1993). Un impegno che oggi per molti israeliani equivale a una colpa.
Del resto, Sharon con la scusa della lotta al terrore ha demolito, fisicamente e politicamente, l'impianto che aveva permesso di costruire l'Autorità palestinese. Con l'obiettivo di rendere infine impossibile ogni forma di dialogo. Forte del sostegno di Bush, capace di definirlo «un uomo di pace», il premier ci ha regalato ieri una delle sue visioni: «Non rinuncerò mai alle colonie».
Medio-Oriente un gesto clamoroso per la pace
Aldo Rizzo su La Stampa
Probabilmente, Thomas L. Friedman, columnist del "New York Times", Premio Pulitzer, è oggi il più autorevole e brillante commentatore americano di politica internazionale, specie sulla questione mediorientale. I suoi articoli meritano attenzione non solo come testi giornalistici, ma anche come contributi «politici» al dibattito sulle vie d'uscita dalla tragedia arabo-israeliana. Questo anche a causa dei contatti che egli intrattiene con le parti in causa, oltre che con i vertici americani. Un po' come accadeva, un tempo, per Walter Lippmann.
Per esempio, Friedman, un paio di mesi fa, anticipò il piano di pace saudita, poi adottato dalla Lega Araba il 28 marzo al vertice di Beirut. Andò così. Friedman scrisse in una sua «column» che sarebbe stato un grosso passo avanti se i Paesi arabi tutti insieme, invece di continuare a condannare o anche solo criticare Israele, avessero finalmente proposto un loro progetto di accordo, basato sul riconoscimento unanime dello Stato ebraico, in cambio ovviamente del ritiro dai Territori. Poi volò a Riyadh a incontrare il principe ereditario, e di fatto reggente, Abdullah, e questi gli chiese: ma lei ha rovistato nei miei cassetti? Il piano di cui lei parla, io ce l'ho già. Forse Friedman lo sapeva da prima. Purtroppo, lo stesso giorno in cui si chiudeva il vertice di Beirut, Sharon, esasperato dagli attacchi dei kamikaze, lanciò la sua drammatica offensiva nei Territori.
Ed ecco la nuova idea di Friedman sul "New York Times " di tre giorni fa. L'offensiva di Sharon non può certo dirsi risolutiva, ma anche i palestinesi dovrebbero aver capito che la strategia del terrorismo suicida non paga, se non in termini di lutti e devastazioni in entrambi i campi. Dunque un'«impasse», che può essere rotta solo da un gesto clamoroso di pace, come quello di Sadat nel 1977 a Gerusalemme.
Friedman ritiene che non possa essere altri che Bush, il quale, uscendo dai suoi amletismi mediorientali, dovrebbe lanciare un progetto di ferro: mandato Onu, sorretto dalle forze Usa e Nato, per proteggere e sviluppare l'autonomia palestinese, ponendo fine a attentati e rappresaglie, con un calendario per il ritiro israeliano e la conclusiva soluzione politica. Certo, meglio sarebbe che fosse una delle parti in causa, come già Sadat, a prendere una clamorosa iniziativa di pace. L'ipotesi «internazionale» ha tante incognite e difficoltà. Però, se Tom avesse l'«ok» di Bush, come già quello di Abdullah...
Lodo Mondadori, Previti vuole la sospensione, ma il processo va avanti
sommari de l'Unità
Non ha avuto successo l'ennesimo tentativo di Cesare Previti di sospendere il processo Lodo Mondadori, accampando le solite e improbabili «gravi urgenze istruttorie». Il processo infatti proseguirà senza alcuna sospensione. I giudici della IV sezione penale hanno respinto tutte le richieste avanzate dalla difesa del deputato di Forza Italia, per risentire Stefania Ariosto e per sospendere il procedimento dopo il giallo del presunto verbale scomparso di un dirigente di Efibanca
Alla prima che mi fai
Luigi Pintor su il Manifesto
Perché Berlusconi ama la volgarità? E' ricco, potente, bello no ma neanche tanto brutto, ha fortuna e allori. Perché è così poco signorile? E' un padrone per indole e professione, ma anche un padrone può salvare le apparenze. I signorotti di campagna inglesi erano impietosi ma coltivavano rose e allevavano suini che gareggiavano nei concorsi internazionali.
La volgarità è allora un prodotto obbligatorio della società moderna e informatica? Neanche questo è del tutto vero, l'avvocato Agnelli non licenziava di persona ma lo lasciava fare a subordinati sia pure di rango come il professor Valletta o il dottor Romiti.
Perché invece il capo del governo licenzia via internet Enzo Biagi? Poteva telefonare al presidente dell'Eiar, che invece concede la grazia alla vittima come un clemente governatore californiano.
Se Silvio Berlusconi sia così inelegante per calcolo o per ignoranza delle buone maniere è difficile da stabilire. Forse pensa che la volgarità piace, che i metodi sbrigativi destano ammirazione e perciò ne inventa una alla settimana. Oppure ignora semplicemente le convenienze e le forme per carattere o cattiva educazione. Vai a capire.
Le categorie della politica sono vecchie e trascurano la psicologia del profondo. Eppure Lenin mise in guardia per testamento contro l'ascesa di Stalin in considerazione del suo pessimo carattere pur apprezzandolo come il più qualificato marxista del comitato centrale bolscevico.
Ma se il comportamento di Berlusconi non è caratteriale bensì calcolato gli sarà giovevole o gravemente nocivo alla salute come c'è scritto sulle sigarette? Anche questo è difficile da stabilire. Secondo Giuliano Ferrara, che gli è affezionato come un figlio, può alla lunga risultare suicida. Ma alla lunga quanto? Fino al prossimo sciopero, clamorosamente già proclamato dalla magistratura?
Alla prima che mi fai ti licenzio e te ne vai. C'era un personaggio del Corriere dei piccoli, quando non c'era l'art. 18, che usava sempre questo ritornello. Oggi il Corriere è diventato grande e quel personaggio è presidente del consiglio dei ministri, i quali per altro sono anch'essi precari (come il compianto Ruggiero) e rimpastabili ogni 6 mesi.
Gli operai è ovvio. Ma a parte il presidente della repubblica, che può ritenersi relativamente garantito come anche le casalinghe, non c'è più prestatore d'opera (giornalista, giudice, insegnante, maniscalco, ambulante, ambasciatore, mimo) che alla prima che gli fa non succeda che se ne va.
Avrei però un'interpretazione ottimista. Forse l'onorevole Berlusconi teme che quella sentenza possa valere anche per lui e questa eventualità lo innervosisce sommamente. Un 13 maggio si era convinto di non avere più opposizione mentre un 23 marzo e un 16 aprile si è accorto di avercela. E ora se ne accorgerà di nuovo il 6 giugno. Non la sopporta e dà in escandescenze. E' più prepotente perché è meno potente. O no?
Forse no, troppo ottimista. Forse lui non è signorile perché signori si nasce e non è il caso suo. E se questo può alla lunga nuocere gravemente alla sua salute, alla breve nuoce alquanto alla nostra.
22 aprile 2002