
Piovono morti
prima pagina de il Manifesto
Nuovo attentato suicida, una donna kamikaze si fa esplodere vicino al mercato di Gerusalemme: sei morti e decine di feriti. Powell esce a mani vuote dall'incontro con Sharon: nessun ritiro, nessun cessate il fuoco. Solo domani incontrerà Arafat A Jenin è stato un massacro. L'Anp accusa: nelle fosse comuni ci sono cinquecento corpi, di uomini, donne e bambini. Anche l'esercito israeliano ammette la strage. Betlemme, appello al mondo dei francescani chiusi nella chiesa della Natività.
Ci sarà domenica mattina l'incontro Powell-Arafat
su l'Unità on line
L'incontro tra Powell e Arafat si svolgerà domenica mattina alle 10». Lo ha annunciato il negoziatore capo palestinese. Poco prima Arafat aveva usato parole dure nei confronti di «tutte le azioni terroristiche contro i civili, israeliani o palestinesi e in particolare l'ultima operazione a Gerusalemme». E mentre la Corte Suprema di Tel Aviv ha chiesto di bloccare la rimozione dei cadaveri proseguono i rastrellamenti in tutta la regione di Jenin.
Capire per sconfiggere l'odio
sul Corriere della Sera
Un invito alla conoscenza, perché «non prevalgano le posizioni manichee» e con esse l'odio: «Lo sguardo e i pensieri si fermino per cercare di capire la complessità del dissidio, le sue radici profonde. Per non consentire a rabbia e spirito di parte di oscurare la possibilità di giustizia, comprensione e pace». L'appello della regista Andrée Ruth Shammah e di Renato Mannheimer ha raccolto l'adesione di 40 personalità, specie della cultura: tra gli altri, Riccardo Muti, Carlo Fontana, Francesco Rosi, Franco Zeffirelli, Lina Wertmüller, Giorgio Albertazzi, Umberto Orsini, Dacia Maraini, Claudio Magris, Emilio Tadini, Furio Colombo, Massimo Moratti, Umberto Veronesi, Cesare Rimini, Piero Fassino, Roberto Formigoni, Gabriele Albertini.
Due popoli lo stesso diritto
Ezio Mauro su la Repubblica
La crisi del Medio Oriente divide l'opinione pubblica e raduna facilmente - troppo facilmente - una forte maggioranza dei consensi sul rifiuto della guerra e la necessità di riprendere un confronto per riaprire il processo di pace. Ma è vero che in Europa, e in particolare in Italia, in quell'opinione pubblica come in quella generica propensione alla pace esiste una sottovalutazione della questione israeliana. Sto parlando di Israele, delle sue angosce e dei suoi incubi, del "suo" dramma nazionale, che si proietta oggi fino all'interrogativo supremo sul destino di quello Stato.
Non c'è alcun dubbio che la questione della Palestina, delle condizioni di vita di quel popolo, delle sue aspettative frustrate e della "sua" tragedia di nazione senza Stato, trovi in Italia una consapevolezza più ampia, una sensibilità più acuta. Tutto questo, per anni, ha fatto parte di un atteggiamento culturale e politico che veniva considerato come "naturale". Oggi, è arrivato il momento di uscire da vecchi schemi, per provare a dare un nome alle cose.
Le ragioni di questo atteggiamento italiano nei confronti di Israele sono state spiegate su Repubblica con chiarezza, la scorsa settimana, da Sandro Viola e da Adriano Sofri. Entrambi hanno letto, nel pregiudizio italiano davanti a Israele, un ritardo cultural-politico, in particolare a sinistra. Certo, dice Viola, Israele se l'è voluta, scegliendo Sharon e dandogli carta bianca: usata dal premier per scartare ogni dialogo, puntare sull'opzione militare e tentare di sgombrare il campo da Arafat. E tuttavia come non allarmarsi per quell'umore anti-israeliano (non certo provocato soltanto dalla politica di Sharon) che spira nei mezzi d'informazione come negli ambienti politici e nelle opinioni pubbliche occidentali "mentre bruciano le sinagoghe in Francia e le mura delle nostre città s'empiono di scritte antisemite"?
Dunque, la questione è posta, ed è la questione cruciale della percezione che il nostro Paese ha - nelle sue correnti d'opinione - di Israele. Proverò a dire quello che penso. Tenendo presente che su questo tema specifico la sinistra italiana si è spaccata, i sindacati, i Ds e la Margherita hanno rifiutato di marciare a Roma sabato scorso in una manifestazione contro Israele "Stato terrorista", e per la prima volta un segretario dei Ds ha pronunciato le parole chiare di Piero Fassino: "In Medio Oriente non esiste un diritto contro un torto, ma due diritti che devono essere resi compatibili. Per questo non bisogna accettare letture demonizzanti verso Israele".
Io credo che in Italia sia giusto e sia doveroso affermare con forza e con nettezza, quando si discute del Medio Oriente oggi, che il problema della sicurezza di Israele deve essere vissuto come un problema di tutta la comunità internazionale, non del governo di quel Paese. Io lo sento come un mio problema. Capisco anche come da questo problema drammatico possa nascere in Israele un sentimento di insicurezza sul destino stesso di quello Stato, e sulla sua sopravvivenza. Su tutto questo, c'è in Italia un ritardo e una sottovalutazione. Soprattutto in Italia. Soprattutto a sinistra, e nel mondo cattolico. È giusto riparare a questo ritardo, che essendo storico, politico e culturale, diventa un errore. È giusto farlo oggi.
È giusto farlo in modo integrale, netto e forte, come questo giornale ha fatto, come la sinistra riformista sta finalmente facendo, con chiarezza. Trovo profondamente sbagliato che per raggiungere questo obiettivo si scelga una strada come quella indicata dal manifesto della "Giornata per Israele", organizzata dal Foglio di Giuliano Ferrara, su un testo siglato da un gruppo di firme bipartisan. Quel testo è, per conto mio, perfettamente condivisibile in ogni sua parola, quando dice che "Israele deve vivere, la sua esistenza è un pegno della memoria universale", quando sostiene che "antisemitismo e antisionismo sono la faccia più odiosa dell'intolleranza moderna".
Solo che quel testo, per affermare un diritto sacrosanto, o anzi sacro, sceglie di tacere su un altro diritto in conflitto col primo, e altrettanto legittimo e universale, quello dei palestinesi ad avere una patria
Si poteva e si doveva anzi, nel contesto italiano di oggi, con i suoi ritardi e i suoi errori, fare una scelta rudemente squilibrata, con tutte le affermazioni su Israele che quel manifesto contiene. Ma si doveva, in una riga moralmente e intellettualmente doverosa, dire che tutto questo non significa affatto non avere coscienza dei diritti dei palestinesi. Era semplicissimo. Nulla avrebbe tolto all'efficacia dell'iniziativa.
Quel diritto che in Italia è stato per troppo tempo sottaciuto, non si afferma oscurando e nascondendo quell'altro diritto che in Italia si è molto più facilmente esaltato. E davanti alla tragedia mediorientale non possono esistere due momenti distinti e diversi, quello dello schieramento ideale, e quello delle valutazioni storiche e politiche. Si può difendere il diritto israeliano alla sicurezza e alla sopravvivenza, contro il terrorismo divenuto arma strategica dei palestinesi, senza tacere sui diritti negati alla Palestina. Anche perché ognuno sa che da quei due diritti bisognerà ripartire per cercare il filo della pace. Noi continueremo a camminare per questa strada, attraverso il nostro giornale, seguendo "le regole cui deve richiamarsi un cronista - come ha scritto qui Bernardo Valli - quando le parole cominciano a
Io, musulmano vi spiego l'Islam (senza veli)
Hassan Bin Talal* sul Corriere della Sera
L'11 settembre del 2001 siamo stati testimoni di un attacco perverso alla civiltà, di un crimine condannato dal genere umano. In risposta, l'Europa, l'America e molti altri Paesi hanno promulgato leggi antiterrorismo. E in questi Paesi, gli uomini e le donne di fede musulmana ritengono di essere visti con timore e, a volte, con grave sospetto. Prima dell'11 settembre avevo fatto riferimento, in molte occasioni, all' «islamofobia». La paura dell'Islam, come molti di noi ricordano, ha preceduto quel perfido attacco alla civiltà. E' stato detto: «Terrorista diventa qualsiasi popolo straniero che non ti piaccia». Ci troviamo ora di fronte alla conferma di questa visione? Oggi, il 75% della popolazione musulmana ha meno di 25 anni. Nel mondo islamico di adesso, le politiche del petrolio, l'autoritarismo, la corruzione e la scarsa capacità di governare rendono virtualmente improbabile che i valori islamici, universali in natura, possano davvero offrire un ulteriore contributo alla civiltà umana.
E' largamente accettato che, come gran parte del mondo in via di sviluppo, le società musulmane siano state soffocate dai loro stessi metodi di governo. Questo deve essere ricordato se vogliamo comprendere il differente impatto della globalizzazione: non un'ideologia da accettare o da respingere, ma un vasto progetto da gestire con serietà e pragmatismo. Mentre questo processo guadagna sempre più terreno, il mondo islamico pare scivolare in un atteggiamento mentale che favorisce un approccio alla Jihad al quale sfugge il vero significato della Jihad . La più grande Jihad dell'Islam è la lotta dell'io.
Nell'Islam è esplicito che coloro che sono indifferenti all'oppressione sono oppressori a loro volta. E' la consapevolezza di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, del bene e del male, che distingue il vero mujahid da colui che proclama a voce alta, ancorché falsamente, di essere attivamente impegnato in una Jihad .
Troppi Paesi islamici vivono sotto sistemi politici nei quali il potere è monopolizzato e dove le libertà di opinione e di parola sono limitate o inesistenti; dove repressione, negazione dei diritti fondamentali e violazione della dignità umana sono il fardello quotidiano dei cittadini, non vi è, comprensibilmente, speranza di creare un ambiente favorevole allo sviluppo delle risorse umane, della conoscenza e al progresso della società nel suo assieme.
Il diritto di parlare, di esprimere le differenze di ciascuno, di innovare, di fare conoscere le scoperte di ognuno, resteranno soltanto illusori fintanto che non verrà assicurato il rispetto dei diritti umani e lo stato di diritto. Il ruolo essenziale delle donne non viene pienamente riconosciuto. Impedendo il progresso del mondo femminile, abbiamo impedito l'emancipazione di metà della nostra società.
Come musulmano, credo che Dio non ordini alla gente di fare cose malvagie; credo che Dio sia dentro ciascuno di noi. L'imperativo etico centrale dell'Islam è di governare secondo giustizia e benevolenza, non solo nei principi ma anche nelle azioni quotidiane. In fondo al cuore, sappiamo che né «religione» né «ambizione» né «denaro» sono la radice di tutti i mali umani. Si tratta invece di grandi forze per il bene o per il male, a seconda della natura delle nostre azioni ed intenzioni. E' la perversione di queste forze - gli estremismi, l'avidità di potere, la povertà abietta che mendica dall'opulenza satolla - che allontana la pace.
Abbiamo bisogno di elevare la consapevolezza di chi noi siamo e dei nostri diversi rapporti reciproci e con l'universo. Il Corano ci invita ripetutamente ad osservare «il perpetuo variare dei venti», «l'alternarsi del giorno e della notte», «la varietà dei colori e delle lingue umane», «l'alternarsi di giorni di successo e di rovescio tra la gente» - per riflettere sul nostro ruolo nella completezza di una creazione meravigliosa per la sua varietà.
Mettiamoci al lavoro per adottare e promuovere una mentalità comune che veda lo sradicamento della povertà, del razzismo, del terrorismo, delle disuguaglianze, dell'astio e dell'intolleranza come un imperativo morale ineludibile per ciascuno di noi. Questo richiede altruismo piuttosto che paternalismo, partecipazione come opposto della sopravvivenza e contributo invece di passività. Dobbiamo dare alle generazioni future la speranza fattiva che sia possibile costruire non un mero nuovo ordine mondiale ma un nuovo atteggiamento mondiale.
Diamo tutti insieme annuncio dell'era dell'equilibrio e della saggezza, dell'altruismo. Re Hussein di Giordania diceva: «Gli esseri umani sono il nostro patrimonio di maggior valore». Non è solo uno slogan, ma piuttosto una metodologia di lavoro che quasi si innalza al livello della fede. E, ancora, nelle recenti parole di Giovanni Paolo II: «Sembra che in Medio Oriente sia stata dichiarata guerra alla pace».
(Discorso pronunciato alla riunione della Commissione Trilaterale, svoltasi a Washington dal 5 all'8 aprile)
*Principe di Giordania
Con una gaffe, Berlusconi annuncia l'accordo Russia-Nato
i sommari de l'Unità
L'annuncio è sicuramente importante: l'accordo Russia-Nato. Ma anche in questa occasione, il premier non s'è smentito. Ha voluto anticipare gli alleati e ha convocato in fretta e furia una conferenza stampa per dare l'annuncio. Fissando anche una data: a fine maggio summit in Italia per benedire la nuova cooperazione. Forte l'irritazione nella Nato, visto che mancano molti dettagli da definire.
Il Pil italiano al 2,9% nel 2003
Fondo Monetario Internazionale. Le anticipazioni sulle stime di crescita dell'Outlook di primavera. Le previsioni per il nostro Paese (1,4% nel 2002) identiche a quelle di Eurolandia.
su Il Sole 24 Ore
Venti di ottimismo per l'economia internazionale, e per quella statunitense e europea in particolare. A ormai neanche una settimana dalla presentazione ufficiale del World Economic Outlook (Weo) di primavera, il Fondo Monetario Internazionale - secondo quanto anticipato dall'Ansa- ha ripreso ancora una volta in mano le proprie stime di crescita per rivedere al rialzo quelle della locomotiva statunitense e, a cascata, quelle mondiali, di Eurolandia ed Italia.
A livello dei paesi della zona euro il Fmi ha ritoccato al rialzo di due decimi di punto la propria stima di progresso del Pil, dall'1,2% all'1,4%, mantenendola invariata al 2,9% per il 2003. E, a cascata, anche le attese per la performance dell'economia italiana hanno registrato un miglioramento e
viaggiano ora di pari passo e con gli stessi 'numerì di Eurolandia. La revisione al rialzo per l'Italia è infatti pari a 0,2 punti percentuali nel 2002, con un Pil al +1,4%. Per il prossimo anno il Fmi punta su una crescita al 2,9% (dal 2,8% delle stime precedenti). Livelli che risultano tuttavia più contenuti rispetto a quelli del Governo che per il 2002 si attende una crescita al 2,3% e per il 2003 al 3%. Quanto al rapporto tra deficit e Pil, le ultime stime del Fmi parlavano di un 1%nel 2002.
(servizio Ansa)
13 aprile 2002