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Berlusconi: «Sondaggi inattendibili»
brevissime del Corriere della Sera

«I sondaggi che danno in calo Forza Italia e la popolarità del governo sono assolutamente inattendibili. Non hanno mai indovinato i risultati...». Berlusconi critica i dati pubblicati ieri dal Corriere e Datamedia aggiunge: «La crisi c'è stata, ma c'è già una risalita». Per Mannheimer «i dati pubblicati, compresi quelli di Datamedia, ci dicono che la base elettorale potenziale di Forza Italia è diminuita rispetto a febbraio».


Al servizio dello sceicco
brevissime del
Corriere della Sera

Sono stati rinviati a giudizio a New York un avvocato e un traduttore al servizio dello «sceicco cieco». Insieme ad altre due persone sono accusate di aver fornito appoggio, mezzi e risorse finanziare all'organizzazione terroristica islamica che fa capo allo sceicco Omar Abdel Rahman, in carcere negli Stati Uniti. L'avvocato, Lynne Stewart, è la prima donna americana a finire sotto accusa nell'ambito dell'indagini sul terrorismo. Il suo ruolo sarebbe stato in particolare quello di «messaggera» dello sceicco, approfittando delle visite in carcere. Rahman è stato condannato nel 1995: la sua organizzazione stava preparando attentati alla sede delle Nazioni Unite e ad altri obiettivi a New York.


I veri nemici della pace
Ugo Tramballi su
Il Sole 24 Ore

Sono molti i nemici in Medio Oriente dai quali Colin Powell deve guardarsi. Ma solo due di loro tenteranno veramente, avendone i mezzi, di far fallire la sua missione: perché un successo del segretario di Stato sarebbe l'inizio della fine della loro troppo lunga carriera politica. Ariel Sharon e Yasser Arafat, nemici mortali, occasionalmente alleati. Quello che gli americani chiederanno al primo ministro israeliano e al leader palestinese, è l'unica strada percorribile per tornare alla trattativa di pace, ma è anche qualcosa d'impossibile per loro. In realtà questa missione Powell, il cuore stesso del nuovo progetto diplomatico di George Bush per uscire dalla palude, prevede esplicitamente l'esclusione degli attuali capi dei due popoli. L'amministrazione americana vuole uscire dal confronto diretto israelo-palestinese che aveva guidato gli sforzi di pace di Bill Clinton. Partendo dalla proposta saudita - relazioni normali fra Israele e mondo arabo in cambio del ritiro dei primi da tutti i Territori occupati - Bush vuole in sostanza ricollocare la questione fra israeliani e palestinesi in un contesto regionale. Non più Oslo e Camp David, ma Madrid, una nuova conferenza allargata a tutti i protagonisti, come quella del novembre 1991 che avviò il dialogo arabo-israeliano dopo la guerra del Golfo. George W. Bush ritorna semplicemente alla formula mediorientale di George Bush senior.

Ma gli americani sanno che i loro sforzi saranno difficili, forse impossibili, fino a che Sharon e Arafat restano al potere. Trovando un modo per convincere il palestinese a farsi da parte o i suoi a sostituirlo (ipotesi al momento altamente complicate), a Washington sono convinti che questo spingerà gli israeliani a liberarsi di Sharon. L'esistenza politica di uno alimenta l'esistenza dell'altro: senza gli errori di Arafat, l'anno scorso gli israeliani non avrebbero mai eletto un primo ministro improbabile come Sharon. Per convincere i palestinesi ad accettare il cessate il fuoco che il mediatore Anthony Zinni propone da settimane, gli americani tenteranno d'imporre subito agli israeliani di offrire un orizzonte politico: una dichiarazione che annunci il congelamento degli insediamenti ebraici nei Territori occupati. Ma Sharon non potrà mai accettarlo: perché le colonie sono parte del suo credo ideologico e perché le destre toglierebbero il sostegno essenziale alla sua sopravvivenza politica. Poi c'è Arafat: gli americani vogliono che dichiari alla sua gente, immediatamente e in arabo, il cessate il fuoco e la fine del terrorismo. Ma nel momento in cui gli israeliani si ritireranno dai Territori, come Bush pretende, Arafat venderà questo come una sua grande vittoria: per gli errori di Sharon, i palestinesi hanno già ripreso ad amarlo.



Da Spielberg a Fleischer, il peso della comunità ebraica in America
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Nel conflitto mediorientale, il 50 per cento degli americani appoggia Israele, e solo il 15 per cento i palestinesi. E il 49 per cento giustifica Sharon, mentre il 66 per cento condanna Arafat.
E' un richiamo al divario formatosi tra l'Ue e la superpotenza sulla più grave crisi israeliana dell'ultimo ventennio, e una conferma della influenza che le lobby ebraiche esercitano sull'opinione pubblica oltre che sulla politica in America. Numericamente, le etnie ebraica e araba si equivalgono, formano ciascuna il 2 per cento circa della popolazione. Ma la prima è assai meglio organizzata e in posizione di maggiore potere che non la seconda.
Negli ultimi giorni, per spiegare la simpatia di Bush per Sharon e la sua antipatia per Arafat, i media americani si sono soffermati sui legami personali tra il presidente e il premier. Tre anni fa, quando era ancora governatore del Texas, Bush visitò Israele: Sharon, allora ministro degli Esteri, lo portò in giro in elicottero, facendogli notare quanto sia piccolo il Paese («nel mio stato ci sono tenute più grandi», commentò il suo ospite); e lo accompagnò al Muro del pianto a Gerusalemme, dove Bush, un uomo religioso, pregò con lui, visibilmente commosso. Arafat, al contrario, rifiutò di ricevere il governatore. Bush ripartì confidando alla moglie Laura di avere vissuto «la più grande esperienza della mia vita», ma furente nei confronti del leader palestinese. La guerra contro il terrorismo fece il resto: sebbene la Casa Bianca lo neghi, inizialmente Bush paragonò le battaglie di Sharon con i gruppi terroristici Hamas, Jihad ed Hezbollah alla sua contro Al Qaeda.

Al Senato, dove il presidente è in minoranza, il dieci per cento sono ebrei, tra cui Joe Lieberman, il democratico ex candidato alla vice presidenza; alla Camera, dove ha un'esigua maggioranza, lo sono il cinque per cento. I Pac, Political action committee , persuasori e finanziatori dei partiti, sono una sessantina.

Rispetto all'amministrazione Clinton, dove la politica estera era affidata a una troika di discendenza ebraica, il segretario di stato Madeleine Albright, il consigliere della sicurezza della Casa Bianca Samuel Berger, e il ministro della difesa, William Cohen, quella di Bush è un passo indietro: i «big» ebrei sono solo il portavoce del presidente Ari Fleischer, il sottosegretario alla difesa Paul Wolfowitz e il ministro dell'energia Spencer Abrahams. Ma Bush deve tenere conto anche della suggestione esercitata dalle lobby ebraiche sulla pubblica opinione tramite parte dei media e di Hollywood: tra i personaggi più potenti vi sono Mike Eisner, il capo della Disney e della Tv Abc , e il regista Steven Spielberg.


Quel giorno con Leah
Carla Fracci su
il Manifesto

Leah Rabin l'ho conosciuta pochi mesi dopo che quel ragazzo, integralista israeliano di estrema destra, aveva sparato a morte a suo marito, Yitzhak Rabin, leader Nobel per la pace, ebreo come lui che aveva sparato. Era l'agosto 1996, a Rabin quel ragazzo sparò l'11 novembre dell'anno prima. La signora Rabin era una donna molto bella, per fierezza naturale, di appartenenza, una leonessa di grande razza. Sembrava scolpita, ebano e seta bianca, gli occhi poi così chiari che diventavano, quando il fervore la possedeva, via via sempre più chiari, fino a diventare due pozze di sola luce. La onoravano già chiamandola Pasionaria per la pace.

Le proposi di andar via e, appena finito il gelato, pagammo e di nascosto, come due fuggiasche, ritornammo all'auto e ricominciammo, riprendendo la via del ritorno, facendo strade diverse, e il tramonto aveva avuto vittoria sulla pioggia e quella terra sembrava davvero risorta nella luce. «Andiamo a cena a Cetona?» e andammo. Lei si era portata con sé un pacchettino dove si intuiva un libro e con un rigonfio su una superficie. Finalmente ci sedemmo io e lei sole. Era prima sera e quelli della trattoria gentilissimi.

Prima di ordinare mi allungò il pacchettino, lo aprii emozionata. Conteneva una scatolina d'argento che a sua volta conteneva tante cialdine del tranquillante leggero leggero e un libro... Una vita insieme: il suo libro, dedicato a Yitzhak, al suo uomo da sempre, sparato a morte dal ragazzo estremista...

Tre colpi e la fine di una idea. Tre colpi che fecero allontanare, forse per sempre, l'idea di un futuro di pace. Tre colpi ai quali poi si aggiunsero tanti altri colpi e che sparsero laghi di sangue. La guardai smarrita, restai zitta, interrogandola con gli occhi dal profondo di me.

«Non c'è nessun urlo per dire di quel dolore... Meglio silenzio definitivo...

Ma ora il peggio arriverà implacabile, passerà poco tempo, pochi giorni e il peggio si abbatterà implacabile. Allora il dolore tra la povera gente farà da padrone negriero. Lo strazio tra la gente sarà uguale di là e di qua e i lutti saranno senza confini...

Chi possiede molto avrà molto di più. Chi possiede pochino avrà ancora meno di quello che ha ora. Ma chi possiede molto non avrà che pochissimo amore. L'amore è cosa molto importante... Lo sa chi l'ha avuto e non ce l'ha più... perso per sempre...» e poi Leah Rabin, con un filo di voce, aggiunse: «Non ero presente al momento degli spari, furono tre colpi... So che l'ultimo gesto della sua vita fu quello di accendersi una sigaretta... Poi, all'ospedale, nella tasca sinistra della giacchetta di Yitzhak ritrovai il testo della canzone che aveva cantato poco prima di quei tre spari. Era macchiato di sangue... Era una canzone per la pace».

Sono quei tre spari che hanno cambiato la storia del Mediterraneo?!

Chi armò veramente la mano di quel giovane integralista?!

Chi considerò per primo il petrolio un liquido più importante del sangue di tante donne e di tanti uomini scomparsi?!


La kermesse delle pistole
E' la più grande fiera delle armi leggere del mondo. Si chiama Exa 2002 e si apre sabato a Brescia. Ma contro l'esposizione bellica sono già annunciate molte manifestazioni di protesta
Luca Fazio su
il Manifesto

Che ve ne pare di un fucile come il 12 Super Magnum, il Winchester Super X 2, «concepito per sparare tante cartucce e come arma da usare in condizioni ambientali particolarmente pesanti»? Di giocattolini come questi ne troverete a migliaia, e anche di peggio, se solo avrete lo stomaco per mettere piede alla fiera Exa 2002, la più grande esposizione internazionale di armi leggere in programma a Brescia dal 13 al 16 aprile cui partecipano 573 espositori di tutto il mondo, per la gioia di 30 mila visitatori appassionati (per sport, ovviamente). Perciò non fatevi impressionare dagli sguardi omicidi dei clienti che si fissano sul bersaglio quando provano un nuovo fucile. Mica sparano davvero (per ora) e poi, come va ripetendo da giorni l'industriale Pietro Gussalli Beretta, delegato della holding di famiglia che produce la celebre pistola (345 milioni di euro di fatturato 2001), l'Exa 2002 arma «lo sport, l'hobby, il collezionismo e soprattutto la difesa». La tesi del signor Beretta è debole - basta dare un'occhiata a cataloghi e giro d'affari... - e comunque non ha convinto le decine di associazioni che stanno lavorando con il Brescia Social Forum per contestare l'Exa 2002; con un corteo che si annuncia partecipato nonostante l'imbarazzata defezione della Cgil bresciana (sabato 13) e con il convegno a più voci e senza defezioni intitolato Un mondo senz'armi è possibile (domenica 14). «Affrontare questi temi non è facile - scrive la Fiom - però se si vuole attenuare l'ingiustizia dilagante bisogna provarci...partecipare e contribuire alle iniziative di riflessione e di discussione che siano finalizzate a valutare e progettare un'alternativa produttiva alla fabbricazione e vendita di armi da offesa...». Detto questo, è probabile che sabato davanti all'Exa 2002 si facciano vedere anche alcuni esponenti del sindacato.

Le agitazioni pacifiste mai come quest'anno infastidiscono gli armieri della Val Trompia (Bs), dove è concentrato il 90% della produzione di armi «sportive». La famiglia Beretta, molto riservata, questa volta è partita all'attacco. «In questi giorni si è letto e detto di tutto sulle armi - si è risentito il figlio Pietro - e finché ci accusano di avere ottimi rapporti con gli Stati Uniti ci sta bene, è vero da sempre. Ma è triste vedere come la mia famiglia è stata presa di mira con argomenti falsi. I no global hanno detto che abbiamo società controllate in Israele ed è un falso, dicono che alimentiamo le guerre in Africa ed è un altro falso clamoroso che ci offende. Ai no global ricordo che semmai sono i kalashnikov, fucili mitragliatori dell'ex Unione Sovietica che costano 100 dollari l'uno, ad alimentare le guerre tra poveri e non certo le armi italiane».

La lunga replica del Brescia Social Forum parte da un'affermazione del segretario generale dell'Onu, Kofi Hannan, che lo scorso luglio ha definito le cosiddette armi leggere «strumento per lo sterminio di massa», dando il via a una campagna, tutt'ora in corso, per la loro messa al bando. Secondo Amnesty International nel mondo circolano più di 500 milioni di armi leggere e il mercato cresce ogni anno del 10% per un volume d'affari che si aggira tra i 5 e i 10 miliardi di dollari.



Le mille anime di Pannella
Tra marijuana e hashish, travestimenti e digiuni, cinquant´anni di politica
su
La Stampa

DUNQUE è tornato, Pannella. A un paio di giorni dall´elezione, il nuovo segretario del partito radicale transnazionale è subito riuscito a «sconvolgere», come promesso, l´agenda del Palazzo imponendo se stesso all´ordine del giorno della vita pubblica italiana. Per cui ieri pomeriggio, in rapida successione, ha incontrato il presidente della Camera, per la seconda volta, poi quello della Rai e infine quello del Consiglio. Con il Presidente della Repubblica, d´altra parte, aveva parlato per telefono alla fine del mese scorso. E´ già molto perché Carlo Azeglio Ciampi ha qualche ragione supplementare per ritenere particolarmente delicato ogni contatto con Pannella. Lo scorso anno, su «Libero», il leader radicale annunciò provocatoriamente di voler «uccidere» il Capo dello Stato in quanto complice delle violazioni della legalità repubblicana.

Ora, bisogna sapere che nei sacri palazzi istituzionali Pannella ha già di per sé e per lunga tradizione il dono di suscitare il panico. Ma nella presente circostanza, a 71 anni e rotti, con quattro bypass e quattro operazioni subite, Pannella minaccia anche di iniziare dopodomani un rovinoso sciopero della sete. Ecco: si diano perciò una regolata. E´ plausibile che se la diano. Con tutto il rispetto, Pannella conosce non solo i suoi polli, ma l´intero pollaio politico-mediatico. E´ anche per questo che i suoi l´hanno fatto «tornare». O meglio: «Convinti che abbia slancio e chiarezza strategica», come recita la mozione, l´hanno invitato «calorosamente» a riprendere le redini del partito, che nel frattempo si era diviso e forse, comprensibilmente, anche scoraggiato.

Sulle ragioni, o se si preferisce sul segreto di tale longevità politica l´analisi si fa evidentemente più complessa. C´è chi dice che Marco ha mille vite. E «Mille Marchi», in effetti, s´intitolò nel 1995 un opuscolo fotografico che celebrava le molteplici trasfigurazioni iconiche pannelliane. Vero è anche che il personaggio, o meglio la sua immagine è sembrata scontare negli ultimi tempi una qualche eclissi, in parte per ragioni di salute, forse per evitare un eccesso di sovrapposizioni con Emma Bonino. E in ogni caso devono aver pesato logoramenti ideali, cambi di cornice, inflazione di referendum (50 comunque ne ha fatti votare agli italiani in 22 anni), insuccessi e sperperi elettorali, oltre alla sempre più grave difficoltà di sfondare il muro del silenzio.

E tuttavia, se solo si guarda ai temi dominano oggi l´agenda politica - dagli Stati Uniti d´Europa all´informazione, dall´articolo 18 alla legalità, dal bipolarismo al terrorismo passando per il pacifismo, Israele, la fame del terzo mondo e la questione genetica - beh, ci si accorge che in fondo sono tutti argomenti per così dire «radicali»: come minimo anticipati, spesso sviscerati, non di rado «bruciati» da Pannella nell´indifferenza generale il linea con il crudele destino dei profeti. Gli stessi girotondi attorno alle sedi Rai hanno precedenti (marce, con tanto di complessi musicali) che affondano nell´iniziativa radicale degli anni settanta e novanta. Idem la battaglia antiproibizionista: Pannella ha «fumato» e distribuito derivati della canapa ormai a distanza di vent´anni. Nel gennaio scorso ha cercato invano di farsi arrestare in Inghilterra offrendo bustine di marijuana e hashish, ma il bobby si è limitato a prendergli il nome, notificandogli con cortesia che lì perseguire quel genere di reato è una perdita di tempo. Più e più volte hanno dato per finito Pannella. Ma lui, che pure non va mai al cinema, ha risposto un giorno: «Avete presente il finale di Luci della ribalta, quando Calvero, dice: "Non vi preoccupate, sono morto tante volte"? Ecco, io mi limito a dire che tante volte sono stato proclamato morto». L´esempio filmico calza a pennello. Nessuno ha intuito prima di Pannella (che si è imbavagliato e travestito da clown, Babbo Natale, gangster e miliziano croato) il dominio delle scene, degli spettacoli e delle rappresentazioni televisive. Nessuno può sorridere, insomma, se Pannella è Pannella.


   10 aprile 2002