
Auguri
su il Manifesto
vignetta di Staino su lUnità
E' nata sulla nave.
Si chiama Marina.
Pesa 3,460 grammi, è nata a mezzanotte, in Italia ma in mezzo al mare Jonio, su un mercantile carico di persone in fuga. Ora si trova nell'ospedale civile di Catania, insieme alla sua mamma che ha 21 anni, è kurda e si chiama Leila, al papà e ai suoi fratellini, di due e quattro anni. Leila ha scelto per la sua bambina un nome che non rinnega il drammatico viaggio verso l'Italia: Marina. "Perché non scordi la sua avventurosa nascita in mare", ha spiegato la giovane mamma. Tra pochi giorni la bambina sarà registrata all'anagrafe. Il fatto che sia nata in Italia le permetterà, compiuti i diciotto anni, di richiedere - se non sarà espulsa - la cittadinanza italiana.
La politica fondata sulla paura
Bossi ha bisogno del senso d'insicurezza della gente per difendere la sua area di consenso
Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica
UMBERTO Bossi è l'imprenditore politico della paura, aspira oggi ad essere il monopolista di un prodotto politico per il quale è sempre pronta una buona domanda. Il ministro per le Riforme ha bisogno della paura degli italiani per l'altro come dell'aria che respira. E' un'insicurezza, un panico morale che il Senatùr è "costretto" a programmare, sollecitare, ingrassare, evocare a mano libera. La paura è la risorsa a cui non può rinunciare, pena una evanescente presenza. Lo spettro che alimenta gli permette, da un lato, di tenere compatta e difendere la sua area di consenso; dall'altra, di ricontrattare all'interno della Casa della Libertà il suo ruolo e conquistare uno spazio politicamente agibile mentre il presidente del Consiglio bisbiglia ai leader europei che "di quel che dice Bossi non bisogna tener conto".
Mille curdi iracheni in fuga dall'oppressione di Saddam Hussein e approdati affamati, laceri, disperati e, loro sì, impauriti sulle coste siciliane sono un'immagine simbolica che perpetua l'esistenza politica di Umberto Bossi e il leader leghista da "animale politico" non se la lascia scappare. Se ne appropria. Evoca il fantasma. Manda avanti i gregari a minacciare addirittura l'uscita dal governo della Lega se l'Italia non "comincia a fare sul serio". Che cosa fa il ministro della Difesa con quella sua benedetta Marina? E il ministro degli Interni con la polizia? Anche Berlusconi che cosa fa? Non vede che gli ambasciatori dormono? Egli stesso esplicitamente censura l'esecutivo di cui fa parte: "Si sta muovendo male".
Bossi ghermisce l'occasione di quella nave di disperati profughi politici come una preda da non perdere in tempi di vacche magrissime. I sondaggi indicano la "sua" Lega al di sotto del 3 per cento.
L'allarme sicurezza, sempre declinato come emergenza immigrazione, è stato nutrito durante la campagna elettorale del 13 maggio con lucidità da marketing politico. I sondaggi consigliavano Silvio Berlusconi di "cavalcare la tigre" perché l'immigrazione e le questioni dell'ordine pubblico collegate erano la seconda emergenza nelle ansie degli italiani, seconda soltanto alla disoccupazione. Per settimane, alla vigilia del voto, l'opinione pubblica è stata assediata da cronache "di paura" e poco importa se le minacce alla sicurezza, con tutti gli indici di criminalità in ribasso, erano più presunte che vere. Ma un discorso è stare all'opposizione o in campagna elettorale, un altro è governare. Se governi, non puoi ingrassare la paura. Hai bisogno di normalità (o normalizzazione) per governare. Se agiti la dimensione simbolica dell'invasione con rappresentazioni pubbliche, definizioni, percezioni, immagini deformate dai mass media (che controlli, cioè quasi tutti) crei focolai di paura nell'opinione pubblica e un clima di "emergenza continua" che non solo rende accidentato il cammino del governo, ma addirittura delegittima alla radice il governare.
La necessità politica di Bossi di riconquistare una centralità riproponendo le "parole d'ordine" della componente etnica svela, anche a chi tra i supporter del centro-destra non l'aveva ancora compresa, l'eterogeneità della coalizione che ha vinto il 13 maggio. Provoca una frattura nel governo difficile da nascondere o ricomporre. E' un nodo che arriva al pettine. Un nodo difficile da sciogliere in un momento importante per l'immagine internazionale dell'Esecutivo e per l'accettazione delle sue componenti nell'élite dei governi dell'Unione. Berlusconi è impegnato a rappresentarsi come "un moderato" agli occhi dell'Europa. Può un "moderato" scatenare la Marina e l'Aviazione contro i "dannati della Terra"? Gianfranco Fini, appena asceso tra i padri costituenti dell'Unione, vuole consolidare le sue credenziali di gollista europeo: molto gli si può chiedere per tenere unita la maggioranza, ma non ingabbiarlo in politiche sociali xenofobe o razziste. I cattolici democratici di Casini, Follini e Buttiglione sono troppo sensibili alle esortazioni della Santa Sede per abbandonare il valore della solidarietà e della dignità umana. Siamo allora di fronte a una contraddizione che può decidere del futuro del governo. Come la scioglierà Berlusconi? Detta meglio, è in grado di scioglierla?
Le misure speciali di Scajola
Luca Fazio su il Manifesto
E' spiacevole sentir dire a un ministro degli interni "ho dichiarato lo stato d'emergenza". Se poi si chiama Scajola, fa ancora più impressione e poco importa se magari si tratta dell'ennesimo proclama propagandistico. "Il provvedimento - ha detto Scajola da New York - sarà portato all'esame del consiglio dei ministri, affinchè si dotino i prefetti di tutti i poteri necessari ed eccezionali per gestire questo flusso che ci preoccupa in maniera particolare".
E così anche il ministro Scajola, con l'approssimarsi della bella stagione, scopre Lamerica e si rende conto che non basta certo una legge, ancorché pessima come la Bossi-Fini, per arginare un fenomeno come la migrazione. Il problema esiste, e per il governo potrebbe diventare anche un problema di immagine, visto che si è vantato di aver espulso un gran numero di "clandestini" e di aver militarizzato le coste. Con quali risultati, è sotto gli occhi di tutti.
Il ministro, tanto per non smentire la sua verve poliziesca, e per far imbestialire quel "provinciale" di Bossi (parole sue), ha detto che quella nave fin dal 12 marzo era nel mirino dell'intelligence, "perché avrebbero potuto essersi imbarcati anche interessanti criminali". Dopodiché, ha ammesso Scajola, tanto per replicare al provinciale, "a bordo ci sono persone che stanno scappando dal dittatore iracheno e abbiamo il dovere di garantire l'asilo ai perseguitati". Troppo buono per essere vero.
Piero Fassino (Ds), con l'aria di chi certe gatte le ha dovute pelare quando era al governo, è perplesso ma non si scandalizza per lo stato di emergenza: "E' libero di farlo, l'importante è che questo tema venga affrontato con ragione e equilibrio e non con i proclami". Pietro Folena (Ds) è meno conciliante e parla di "spettacolo penoso". Giusto Catania, segretario regionale del Prc siciliano, non vede altra scelta se non quella di avviare una vera politica di accoglienza e accusa di sciaguratezza la legge Bossi-Fini. "E' disumano che i disperati approdati a Catania, fuggiti dalla fame e dalla guerra - aggiunge - siano rinchiusi nei cosiddetti centri di permamenza temporanea, veri e propri lager di stato, in attesa di essere rispediti a casa". Il presidente dei Verdi, Alfondo Pecoraro Scanio, commenta lo stato di emergenza dicendo che si tratta "dell'ammissione del fallimento di questo governo". Un invito a non drammatizzare gli sbarchi è venuto da Alfredo Maria Garsia, vescovo di Caltanisetta e presidente della fondazione Migrantes: "Da una parte non mi sembra il caso di drammatizzare perché non si tratta di una catastrofe naturale ma di un massiccio gruppo di persone da curare, dall'altra è comprensibile che si sia decretato lo stato di emergenza perché è lo sbarco più massiccio conosciuto sulle nostre coste".
Mastella & Di Pietro, la politica vuole l'accento
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
«Ué». «Ué». «Embè?». «Embè che?». «Ecché è?». «Vabbè!». Manco il tempo che venissero ricostruite le prime fasi del dialogo transappenninico, e la notizia del nuovo asse «Clemé-Tonì» ha squassato il mondo della politica. Che s'interroga attonito: cosa avranno in mente Clemente Mastella e Tonino Di Pietro e dove vorranno arrivare con la loro alleanza sannito-molisana? Insomma: che «c'azzeccano» l'uno con l'altro? Un comune denominatore, dicono, ha il volto di Rutelli: sta nel gozzo a tutti e due. Da sempre. Ma soprattutto dal giorno in cui l'ex sindaco riuscì a strappare agli alleati la nomina a leader dell'Ulivo al posto di Amato. Troppo diversi, i tre, sul piano caratteriale. Troppo distanti su quello culturale. Dialogo impossibile.
Un altro punto di contatto dicono sia l'appoggio (muto) di D'Alema.
Il quale D'Alema vedrebbe con favore un rallentamento del processo di aggregazione della Margherita, che rischia di prendersi troppo spazio prima che i Ds abbiano il tempo di ripartire.
Quel che è certo è che i due, a vederli infine insieme, al congresso dell'Udeur, sembrano fatti apposta per capirsi. Intendiamoci: un contatto ravvicinato c'era già stato. Era la primavera 1996, la leadership di Berlusconi era appannata, Gianfranco Fini non diceva ancora che la fase buona di Mani pulite era finita nel '94 e Mastella, che teorizzava la sostituzione del Cavaliere Azzurro con quel Tonino amato dalle folle («una posizione che non impegna il partito ma ha la sua validità», gigioneggiava «Pier» Casini), fu beccato col mitico eroe di Mani pulite a cena dalle parti di Bergamo. Sul piatto, pare, c'era una polenta taragna. Nell'aria il puzzo di sigaro del mediatore: Gabriele Cimadoro. Quello che qualche mese più tardi, Tonino regnante, sarebbe stato salutato perfino in un comunicato del ministero dei Lavori Pubblici come «il Cognato», con la «c» maiuscola. Pareva allora che il destino dell'ex Pm, dopo le confidenze sulla sua famiglia «da sempre democristiana», fosse segnato con l'ingresso nel Ccd, sotto quel simbolo scudocrociato cantato da un inno furbetto: «sciogli la Vela, la rotta c'è già / è stata tracciata duemila anni fa». Macché: saltò tutto.
Eppure...
Eppure, sia pure da lontano, hanno continuato a seguirsi. E a riconoscersi via via l'uno nella progressiva emarginazione dell'altro, soffrire delle stesse gelosie, ribollire insieme per la crescente invadenza di Rutelli, sospirare sulla perdita quotidiana di spazi, scalciare davanti alla prospettiva di finir tutti inglobati nello stesso contenitore dell'Ulivo, nella funzione di portatori d'acqua, strillare per gli stessi affronti. Primi fra tutti l'offensivo rifiuto all'uno e all'altro del microfono nelle occasioni che contavano. Come se, per dirla col colorito linguaggio mastelliano, fossero degli appestati: «Abbiamo l'Aids? Mi dispiace, vorrà dire che dovranno mettersi il preservativo».
E forse è stato proprio lì, sul linguaggio, che i due erano destinati a intendersi. Nessuno, nell'arido pianeta politico, è così lussureggiante. La stessa guasconeria, con Mastella a dire: «Questi signori non han capito una cosa: se io non ci sto i voti non arrivano. Non è che nell'area meridionale i voti arrivano per conto proprio». E Di Pietro a rispondere: «Ce la faremo. E' sicuro. Sicuro. Sicuro. Mal che vada, io vado in mezzo a uno stadio e chiamo a raccolta tutti». La stessa passione per le metafore più ardite, col primo a giurare «io non pratico l'ascarismo» e il secondo a bacchettare «le cicale che cinguettano». La stessa creatività, con l'uno ad avvertire «io non distillo alambicchi» e l'altro a intimare: «Basta coi candidati che se non è zuppa è pan bagnato, Nicola o Ciccio!» L'accademia della Crusca non li apprezza? Spallucce. «Sarò sgrammaticato ma almeno mi faccio capire», spiegò un giorno Tonì. E Clemé, a chiarezza, non è da meno: «Non vedo in giro nessun Maradona della politica... Vedo invece qualche Dalai Lama che a giorni alterni...».
Fassino-Flores, lite su Craxi
brevissime del Corriere della Sera
Botta e risposta tra Paolo Flores d'Arcais, direttore di MicroMega e Piero Fassino su Bettino Craxi, nel corso di un'iniziativa organizzata dal movimento dei girotondi. Attacca Flores: Fassino definì «coraggioso» il discorso di Craxi alla Camera, pronunciato nei giorni caldi di Tangentopoli, ma «non si possono fare concessioni al ritorno del craxismo». Replica Fassino: «Non ho detto quelle cose su Craxi. Sono sempre stato avversario di Craxi, non sono mai stato infatuato come sei stato tu».
Ripudio fuori tempo massimo
Bertinotti, Stalin e il vino andato a male
Filippo Ceccarelli su La Stampa
OGNI tanto, sulle bancarelle dei raduni politici dell'estate, si legge che qualcuno ha messo in vendita delle bottiglie di «rosso Stalin», recanti sull'etichetta, oltre all'icona accigliata di Baffone e ad alcune sue prescrizioni, la scritta: «vino comunista». E' una trovatella che fa sorridere, meglio se in vacanza, oppure suscita al massimo una qualche rassegnata riflessione sulla deriva folcloristico-commerciale di alcuni astuti mastri vinificatori, forse di sinistra.
Quello del rosso comunista, quel tipo in bianco e nero con i baffoni e il berretto da soldato, che avrà pure sconfitto la Germania hitleriana, tanti anni fa, ma prima e dopo ha fatto ammazzare un sacco di gente, fra cui moltissimi comunisti.
A Stalin, dunque, Bertinotti, supposto leader no-global, intende rinunciare nella primavera del 2002 - con il che rivelando che fino a ieri lo si poteva considerare un personaggio se non ammirevole, almeno accettabile, forse un po' risoluto. E pur con tutto il rispetto per le altrui credenze, e senza nemmeno farla troppo lunga sulla psicosi sanguinaria del tiranno comunista georgiano, varrà giusto la pena di far presente che Stalin nacque poco dopo la breccia di Porta Pia (1879), successe a Lenin nell'anno della marcia su Roma (1922) e dopo essersi alleato con i nazisti (1939) e aver proceduto a un certo numero di «purghe», partecipò alla conferenza di Yalta e morì nel 1953, quando Bertinotti era in seconda media.
Già tre anni dopo il suo successore, pure comunista, rivelò che Stalin, quello del vino, era in realtà un mostro. Archeologia dell'altro secolo, insomma, ma ormai anche roba dell'altro mondo.
La stampa estera
The Guardian «Disastro di immagine»
The Times «Anticipo i sindacati»
Financial Times «Realpolitik al limite»
brevissime del Corriere della Sera
Il Festival di Venezia «rischia di degenerare in un disastro di immagine» per Berlusconi. Lo scrive il Guardian . Tre possibilità: una guida «senza esperienza», «trasformarlo in controversia politica», il «boicottaggio» di registi e attori. «Oppure, se sei il governo italiano, fare tutte e tre le cose»
«Sono un uomo di centro, un moderato per eccellenza» e Forza Italia «potrebbe addirittura essere descritto come un partito di centrosinistra», ha detto Berlusconi al Times di Londra. «Nelle mie aziende non ho mai subìto un giorno di sciopero perché so anticipare le domande dei sindacati»
«La nuova amicizia tra Blair e Berlusconi - secondo il Financial Times - ha portato la realpolitik al limite». Berlusconi controlla media e società finanziarie «e, incredibilmente, con aria di offesa innocenza afferma che non c'è conflitto d'interessi. E deve anche rispondere di accuse di corruzione»
«Forza Italia è di centro, anzi di centrosinistra»
Berlusconi al «Times»: sono un moderato. E parte la campagna sul lavoro per rassicurare i diffidenti
Paola Di Caro sul Corriere della Sera
ROMA - Un messaggio per la platea internazionale, con un occhio anche a quella italiana: «Sono un moderato, e Forza Italia è un partito di centro, se non di centro-sinistra». E un messaggio diretto soprattutto al sindacato, a chi scenderà in piazza sabato contro le modifiche all'articolo 18 e a quella parte di elettorato del centrodestra che le ultime mosse del governo non le capisce e non le condivide: «Il dialogo con i sindacati non è ancora morto, ma noi vogliamo solo creare più lavoro al Sud e andremo avanti». E' in questi passaggi il senso dell'intervista che Silvio Berlusconi ha rilasciato, sabato pomeriggio, al quotidiano inglese The Times . Ed è su questi temi che insisterà a battere nelle prossime settimane, almeno fino al pressoché certo sciopero generale di metà aprile. Sì perché, ormai è chiaro, quella di Berlusconi è una vera e propria strategia comunicativa volta a rassicurare chi diffida di lui, sia all'estero che in patria. Strategia obbligata se è vero che, almeno per quanto riguarda gli affari di casa, i sondaggi sono unanimi nel registrare le difficoltà del governo nel far passare le proprie ragioni sulla modifica dell'articolo 18 e, ancora di più, sulla «minaccia» rivolta ai sindacati: «Se avessi voluto, avrei potuto dare loro ragioni vere per scioperare...».
Ma definirsi «moderato» non basta a rassicurare quei lavoratori inquieti per le riforme economiche messe a punto o ventilate dal governo, e per questo Berlusconi dice di più. Il dialogo con i sindacati? «Non è ancora morto», assicura. Le modifiche all'articolo 18? «Sono in parte volte a creare posti di lavoro nel Sud, dove la disoccupazione è alta, specialmente tra i giovani», dunque chi sciopera «dovrà spiegare perché scioperi contro gli interessi dei giovani italiani del Mezzogiorno». Un Berlusconi iperliberista? «Ma se io non ho mai subito un giorno di sciopero nelle mie aziende, perché so anticipare le domande dei sindacati. Del resto non uso mai la parola "dipendente", ma "collaboratore"».
E però Berlusconi, che secondo i suoi non ha mai davvero inteso minacciare i sindacati sulle pensioni, conferma di non temere «un testa a testa» con le confederazioni, e di voler andare avanti perché «l'Italia è rimasta indietro, l'economia è gravata da una legislazione obsoleta e iperprotettiva, e l'obiettivo adesso è creare un sistema flessibile e capace di far emergere l'economia sommersa».
19 marzo 2002