
La casa delle proprietà
su il Manifesto
Il conflitto di interessi sparisce per legge. La camera ha approvato ieri l'articolo 2 del disegno di legge che salva Silvio Berlusconi e chiunque, in possesso di un impero economico, miri a cariche pubbliche: non c'è alcuna incompatibilità. Scontro furibondo in aula.
L'opposizione attacca al grido di "vergogna" e "servi", anche il vicepresidente della camera si butta nella mischia, la seduta viene più volte sospesa. Oggi il voto finale in diretta televisiva: l'Ulivo lascerà l'aula. 30.000 persone in piazza a Napoli per la legalità
Pochi sono consapevoli del rischio lacerazione
Stefano Folli sul Corriere della Sera
Una delle giornate più aspre e convulse nella storia recente del Parlamento. Una giornata in cui tutto si è mescolato: le polemiche sul grosso petardo esploso al Viminale e lo scontro sul conflitto d'interessi. Luciano Violante che vendica la dignità ferita dell'opposizione e respinge le insinuazioni (per la verità grossolane) sul nesso tra gli umori del Palavobis e il botto di via Nazionale. La vedova D'Antona che invita il presidente del Consiglio a essere prudente in materia di terrorismo. Gli incidenti in aula a Montecitorio; le urla («servi, servi...») contro i partiti di governo; il vicepresidente Biondi che, nell'intento di calmare gli animi, getta altra benzina sul fuoco... Alla fine rimane l'amarezza espressa da Casini: altro che «civiltà del confronto». E da Palazzo Madama anche Pera mette in chiaro come il «gesto criminale» di Roma non interferisca «con il libero dibattito che si svolge nelle aule parlamentari, nelle piazze e nelle strade».
Ma tant'è. Alla prova dei fatti, emerge la fragilità, quanto meno l'immaturità del bipolarismo italiano. Nel quale la reciproca legittimazione, cioè il vicendevole rispetto tra maggioranza e opposizione, è ben poca cosa. Anzi, viene smentita e va in pezzi alla prima spinta.
Per il governo, in alcuni dei suoi massimi esponenti, gli oppositori di Berlusconi tendono addirittura a fomentare il terrorismo. Per l'opposizione, come ha notato Cossiga, il centrodestra che ha vinto le elezioni equivale a una banda di criminali impadronitisi del governo centrale. Si capisce allora che gli incidenti esplosi in tale clima hanno qualcosa di inquietante. Non è questione di toni concitati ma, come si è detto, di quel tanto di rispetto reciproco essenziale per salvaguardare il tessuto politico del paese.
Il ministro addita "gli oltranzisti estremisti"
E in aula irrompe l'accusa di Olga D'Antona a Berlusconi
su il Manifesto
"Le indagini si stanno orientando verso gli ambienti dell'area della contestazione oltranzista e antagonista di tipo anarcoide". Lo ha detto ieri il ministro degli Interni Claudio Scajola, nella sua relazione sulla bomba al Viminale di fronte al parlamento. Significa che nel mirino del governo c'è il movimento. Ma il ministro ha confermato anche le accuse rivolte da Berlusconi alle manifestazioni di protesta, prima fra tutte quella del Palavobis. "Il clima di scontro - ha affermato Scajola - rischia di alimentare inconsapevolmente itinerari pericolosi".
Il ministro non ha indicato alcun elemento concreto a supporto della sua accusa. Ammette anzi che alla pista anarchica si è arrivati "per esclusione". Il movimento respinge ogni addebito. "Scajola - risponde Luca Casarini - è un bugiardo". Se il ministro mira ai movimenti, Umberto Bossi se la prende invece con i "servizi segreti guidati dalla sinistra".
La festa della destra è stata rovinata a Montecitorio dalla vedova di Massimo D'Antona, ucciso nel '99 dalle Br. Olga D'Antona ha chiesto di parlare in aula all'ultimo momento. "Non posso dimenticare - ha detto - il commento di Berlusconi dopo la morte di mio marito: `Un regolamento di conti interno alla sinistra'. Le parole di Castelli dopo il Palavobis mi sono sembrate una minaccia"
Un referendum da non sottovalutare
Augusto Minzolini su La Stampa
Oltre alla confusione, i tanti movimenti che sono nati nelle ultime settimane, dal girotondo di Nanni Moretti a quello dei professori messo in campo da Francesco Pardi, detto Pancho, passando per quello che ha avuto i natali al Palavobis di Milano, hanno suscitato nella sinistra - nel bene e nel male - una sorta di autocoscienza collettiva. La prima conseguenza politica di tanto agitarsi sarà un referendum abrogativo sulla legge sul conflitto di interessi che il Parlamento si appresta a varare. In questa atmosfera nessuno nel centro-sinistra - né Rutelli, né Fassino, né D'Alema - potrà sottrarsi a una simile iniziativa, pena la delegittimazione definitiva. E' uno sbocco quasi naturale. Innanzitutto perché la via referendaria è la preferita da tutti gli schieramenti in crisi: su un quesito si possono compattare forze politiche e movimenti che sono incapaci di governare insieme e magari si possono ritrovare personaggi opposti come Mario Segni e Fausto Bertinotti. In secondo luogo perché la storia recente insegna che tutti i grandi cambiamenti in questo paese sono scaturiti da uno scontro referendario.
Quello in questione probabilmente si terrà tra un anno e, nei fatti, sarà su Silvio Berlusconi. L'ultimo di una serie. Ma se nel '95 sulle tv il paese venne chiamato a giudicare il Cavaliere imprenditore, sul conflitto di interessi il voto riguarderà direttamente il Cavaliere politico. E se allora Berlusconi vinse dall'opposizione, il prossimo referendum lo affronterà da premier. Un dato su cui riflettere visto che in Italia è più facile vincere queste consultazioni dall'opposizione che non dalla maggioranza: l'esito di quella sulla legge elettorale del '92, ad esempio, che si risolse in un pronunciamento contro Craxi e la prima Repubblica, docet.
Ecco perché si tratta di un referendum da non sottovalutare e che cambierà, e forse rivoluzionerà, il calendario che non prevedeva elezioni rilevanti prima dei prossimi due anni. Si tratta di un'arma formidabile, ma a doppio taglio per il centro-sinistra. Se vincerà il referendum, il quadro politico ne risentirà non poco visto che il paese boccerà la stessa figura politica del premier. Ma se il centro-sinistra perderà questa battaglia, Berlusconi sarà mondato di tutti i peccati di cui oggi è accusato. A quel punto nessuno potrà sbarrargli la strada nella corsa al Quirinale. Più o meno consapevolmente chi promuoverà il referendum innescherà il primo surrogato di elezione diretta del Capo dello Stato in Italia.
Martini, un punto cardinale
Filippo Gentiloni su il Manifesto
Sta per andare in pensione, a 75 anni, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano da più di 20 anni. Un personaggio fra i più noti anche al di fuori della sua diocesi e del cattolicesimo italiano. Impegnato come pochi altri sul fronte e dell'ecumenismo e del dialogo con i non credenti. I libri di lui e su di lui sono da anni fra i best sellers dell'editoria cattolica in tutto il mondo.
Martini è stato sempre molto prudente, attento ad evitare che le circostanze lo facessero diventare, contro la sua volontà, una sorta di leader di un cattolicesimo diverso da quello wojtyliano, se non addirittura contrapposto. E' stato evidente che Martini non condivideva alcune delle preferenze vaticane: penso, ad esempio, al ruolo dell'Opus Dei e anche di Comunione e liberazione. Così facendo, raccoglieva - forse - l'eredità di Montini che lo aveva preceduto anni prima come arcivescovo di Milano. Comunque, Martini è stato sempre attento ad evitare spiacevoli polemiche e spaccature.
Ma mi sembra importante sottolineare una caratteristica di questi dialoghi che, di anno in anno, Martini ha organizzato e intrapreso. Per lui la divisione non è fra persone credenti e persone che non lo sono: è, invece, fra il credente e il non credente che si trova in ciascuno di noi. Una precisazione nuova e importante. In ogni non credente autentico si trova una ricerca, quindi un credente in ricerca. Così in ogni credente autentico si trova anche un non credente, un dubbio che spinge a progredire. Altrimenti il credente è un fondamentalista, un idolatra. E Martini non si pone di fronte ai suoi interlocutori come il credente che dovrebbe insegnare, convincere. No. Anche nell'ultimo volume, sul tempo: "Lo scopo della Cattedra è stato fin dall'inizio quello di dar voce al dialogo tra il credente e il non credente che abita ciascuno di noi". Così uno dei temi ricorrenti in maniera fissa e stereotipata nella cultura del nostro paese - sei credente o non credente? - è stato smantellato. Nella conclusione di Figli di Crono: "Dagli interventi e dal dialogo con i loro autori emerge la questione di come il non credente e il credente che sono in noi vivano dialetticamente la dimensione del tempo". E non soltanto: speriamo che, grazie a Martini, questa dimensione dialettica si inserisca sempre e definitivamente nel dialogo culturale del nostro paese.
Lo possiamo constatare anche da alcuni interventi sull'attualità più scottante. Interventi prudenti (forse anche eccessivamente) ma significativi. La legge, ad esempio, deve garantire la salute di tutti: anche degli immigrati clandestini. E ancora: in pieno dibattito sul famoso articolo 18, Martini attacca il ricatto governativo e confindustriale della flessibilità "che si traduce in precarietà". Quindi no, in buona sostanza, al "liberismo selvaggio". E anche alla guerra: è difficile "definire legittima difesa atti di rappresaglia che colpiscono gli inermi". Voci autorevoli, ma piuttosto isolate in un insieme cattolico o addirittura berlusconiano o, nel migliore dei casi, piuttosto silenzioso.
Lo rimpiangeremo il cardinale Martini. Dice che andrà a passare il resto della sua vita nella città santa, a Gerusalemme, "dove scoprii le mie radici". Speriamo che da lì possa contribuire a quel dialogo fra le parti che appare sempre più difficile.
28 febbraio 2002