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Arafat: «Basta con gli attacchi a Israele»
Il leader in tv chiede ai palestinesi di deporre le armi: «Vogliamo tornare al negoziato»
Sharon scettico sull'appello del presidente dell'Autorità. Peres: aspetto i fatti. Gli Usa: parole costruttive

sul Corriere della Sera

GERUSALEMME - «Vi chiedo di nuovo la cessazione totale di tutte le operazioni, specialmente gli attacchi suicidi» contro Israele. Così ieri Yasser Arafat, presidente dell'Autorità palestinese, ha fatto appello al suo popolo in tv. Chiedendo di deporre le armi il leader ha invitato i suoi a non fornire allo Stato ebraico «il pretesto per lanciare rappresaglie». Arafat ha ricordato che «puniremo mandanti ed esecutori» degli attacchi anti israeliani: la tregua - ha detto - va rispettata anche se a violarla è Israele. Articolate le reazioni al discorso del leader palestinese. Il premier israeliano Ariel Sharon è scettico. Il ministro degli Esteri, Shimon Peres, sostiene che «dobbiamo giudicare dai fatti» e che «il raìs deve dimostrare che può comandare veramente». Gli Usa fanno sapere: «Parole costruttive, ora Arafat intraprenda un'azione concreta».


L'ultima chance
Igor Man su
La Stampa

NON è il discorso del leader forte, sicuro. Non è neanche l'«aiuto» del naufrago che affoga. E' Arafat. Voglio dire che c'è tutto lui - virtù e difetti -, nel discorso enfaticamente annunciato e drammaticamente pronunciato.
Un po' a braccio - e sono i momenti che più convincono -, un po' leggendo un testo, frutto di un lavoro a più mani, una sorta di centona, Arafat annuncia urbi et orbi un cessate il fuoco unilaterale; annuncia d'aver messo il morso al cavallo pazzo dell'intifada; annuncia la messa in mora di Hamas. Cioè la fine del terrorismo suicida. Denuncia la «guerra brutale» scatenata dall'eterno nemico, il centurione Sharon; riafferma la sua autorità sui territori ritornati alla Palestina grazie agli accordi di Oslo e c'è del surreale in questa perentoria declamazione: lui, Arafat, parla e a 200 metri dal suo microfono svettano i carri armati di David. Non è come avere una pistola puntata alla tempia ma poco ci manca.
Ora come ora non sappiamo se il discorso di Arafat sia il risultato d'un accordo con l'ala ragionevole di Hamas, coi “giovani turchi” di Al Fatah ovvero l'estremo tentativo di salvarsi in forza dell'antico carisma.



Hamas: "Non obbediremo ad Arafat"
su
l'Unità

Hamas e Jihad islamica non ci stanno. I principali movimenti dell'opposizione integralista non intendono obbedire ai pressanti appelli del presidente Yasser Arafat per un immediato cessate il fuoco. Fonti palestinesi riferiscono che questi movimenti hanno distribuito oggi in varie città dei Territori volantini in cui promettono di proseguire la lotta armata contro Israele e rilevano che anche gli Stati Uniti devono essere considerati come ostili al popolo palestinese. In futuro, avvertono, potrebbero dunque essere colpiti anche obiettivi americani nei Territori. Nei volantini vengono infine minacciate nuove missioni suicide in Israele.
Ecco perché la situazione in Cisgiordania resta sempre molto tesa. Secondo fonti dell'Autorità nazionale palestinese, ad Hebron un militante di Hamas è stato ucciso in mattinata da alcuni soldati israeliani.


«L'antrace veniva dai laboratori della Cia»
Rivelazione del «Washington Post»: «Il batterio potrebbe essere stato rubato da un consulente dei servizi segreti»
E. C. sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Nelle indagini dell'Fbi sugli attentati con l'antrace negli Stati Uniti a ottobre è emersa una pista inattesa: quella della Cia. La polizia federale ha scoperto che i servizi segreti americani hanno sperimentato nei loro laboratori il carbonchio di tipo Ames usato dagli attentatori. Il carbonchio proveniva dal deposito di antrace delle forze armate, nascosto dall'80 a Fort Frederick nel Maryland presso Washington.

La clamorosa rivelazione è del Washington Post . Il giornale ha spiegato che i laboratori della Cia non figurano tra i 91 registrati al Centro di controllo e di prevenzione delle malattie infettive di Atlanta e che l'Fbi ne è venuta a conoscenza solo a indagini inoltrate. Il Washington Post ha anche precisato che i servizi segreti non sarebbero sospettati degli attentati, ma lo sarebbe qualche tecnico o scienziato di una ditta di consulenza da esso impiegata, di cui s'ignora il nome. Citando «fonti dell'ordine pubblico», il giornale ha aggiunto che «il programma della Cia ha destato grande interesse nella polizia federale» e che «attualmente la pista è la migliore di quelle sinora seguite». Gli 007 - ha concluso il giornale -, dopo avere taciuto per due mesi, «stanno collaborando pienamente alle indagini».

L'Fbi starebbe prendendo in considerazione tre moventi per gli attentati: una vendetta nei confronti di alcuni politici e giornalisti; un tentativo di fare guadagnare ingenti somme alle ditte specializzate nella lotta contro l'antrace; il desiderio di addossare la colpa degli attacchi all'Iraq e causarne il bombardamento.


Quelle carte truccate
Massimo Giannini su
la Repubblica
 
Cala il sipario sul vertice di Laeken. E di questo Consiglio d'Europa restano soprattutto i due colpi di scena di Silvio Berlusconi. Il suo sproloquio sulla «Internazionale giacobina della magistratura». E la sua affermazione, secondo la quale, per adottare il mandato di cattura europeo, l'Italia dovrà varare «le necessarie modifiche costituzionali».
Lo sproloquio sulla magistratura è noto. La forzatura sul mandato di cattura europeo, invece, non è affatto nota.
….
E così l'Italia «aderirà al mandato di cattura europeo quando il Parlamento avrà varato le necessarie modifiche costituzionali» .
È da martedì che il premier confonde con queste parole l'opinione pubblica. Subito dopo il vertice a Roma con il presidente belga Verhofstadt, che ha risolto in qualche modo un colossale pasticcio di politica estera, Berlusconi annunciò: «Al vertice di Laeken l'Italia dirà sì al mandato di cattura europeo. Ma per far questo, abbiamo convenuto che l'Italia dovrà dare inizio ad un processo di cambiamento della Costituzione e dell'ordinamento giudiziario, in modo da renderli compatibili con il mandato di arresto Ue» . Non solo. Il premier aveva aggiunto che «l'Italia dà il suo impegno ai partner affinché il Parlamento italiano modifichi la legge costituzionale» .
La strategia del Cavaliere è evidente: sfruttare il mandato di cattura Ue per ottenere il timbro dall'Europa sulle radicali riforme della giustizia che il Cavaliere vagheggia da tempo. Non solo quindi riscrittura dell'art. 26 della Costituzione, che disciplina l'estradizione. Ma anche degli articoli 107 e 108 sulle garanzie e l'indipendenza dei pm, dell'art. 112 sull'obbligatorietà dell'azione penale, e dell'art.111 sul giudice naturale e sul giusto processo. Tutte le misure che, fino ad oggi, la magistratura italiana ha vissuto come un pericolo, e che il centrosinistra ha osteggiato per difendere la divisione dei poteri e il bilanciamento tra le istituzioni. «Ora non vi potete rifiutare — è lo schema del Cavaliere — perché queste modifiche ce le impone l'Europa» .
Dalla conclusione del vertice di Laeken emerge una verità esattamente contraria. Non solo l'Europa non ci impone nulla. Ma ci chiede, semmai, di applicare il mandato di cattura Ue rispettando la nostra Costituzione. Le carte parlano chiaro. Martedì, Palazzo Chigi aveva reso noto con un comunicato il testo ufficiale dell'accordo BerlusconiVerhofstadt. Vale la pena di rileggerlo: «Per dare esecuzione alla decisione quadro sul mandato di cattura europeo, il governo italiano dovrà avviare le procedure di diritto interno per rendere la decisione quadro stessa compatibile con i principi supremi dell'ordinamento costituzionale in tema di diritti fondamentali, e per avvicinare il suo sistema giudiziario ed ordinamentali ai modelli europei, nel rispetto dei principi costituzionali» .

L'esatto opposto, dunque, di quello che Berlusconi ha raccontato dopo l'incontro con il premier belga ed ha confermato a Laeken sabato sera.
Questa verità dei fatti, che interessa poco gli alleati europei, è scomoda per il governo italiano. Berlusconi ha bisogno di usare a fini interni il ricorso ad una revisione costituzionale, in materia di giustizia, della quale non c'è traccia negli accordi ufficiali sottoscritti con l'Europa. Ma per lui, usarla, è fondamentale. E' una minaccia costante, rivolta contro le toghe rosse che perseguitano lui e i suoi pretoriani, e con la quale intimidisce e condiziona i processi in corso. E' una pistola puntata contro l'opposizione, che cadendo nel tranello rischia di votare no alle riforme e di caricarsi sulle spalle anche la paradossale colpa di una linea antieuropeista. E' uno strumento di pressione dentro la sua maggioranza, soprattutto verso la Lega di Bossi che non vuole emendare la carta fondamentale perché ce lo chiedono i «tecnocrati e pedofili dell'Europa»

Sono giochi di prestigio, che da grande illusionista gli riescono meglio quando è in seria difficoltà. Ma quando si impone la verità, restano i giochi, meschini per un uomo di Stato. E svanisce il prestigio, perduto da un'intera nazione.



Vittime della vergogna
Federico Geremicca su
La Stampa

Soffocati e poi carbonizzati come topi in trappola, rinchiusi nelle loro stanzette probabilmente serrate addirittura a chiave. Soffocati e poi carbonizzati, mentre risultava impossibile dare perfino l'allarme, considerata la distanza del più vicino centro abitato e l'impossibilità - in quella sorta di buco nero - di utilizzare i telefoni cellulari.

Un dato per tutti sintetizza l'antico e il nuovo che, fusi insieme, hanno fatto da miccia per quest'ultima tragedia: i poveri prefabbricati nel quale hanno trovato la morte i diciannove disabili psichici erano lì da dopo il terremoto, da quasi vent'anni, utilizzati, poi inutilizzati e infine utilizzati di nuovo; la trentina di persone che vi era ricoverata stava lì in ossequio a una legge di certo “moderna” - la cosiddetta legge-Basaglia - che ha disposto la chiusura dei manicomi, finendo però per occuparsi (per proprie carenze o per irresponsabile applicazione) più del prima che del dopo dei malati di mente.

Verranno avviate, come da prassi, una o più inchieste. Su quei prefabbricati in fiamme e sui poveri morti leggeremo j'accuse e denunce. Si ricorderà perfino che, non lontano dalla zona del tragico rogo, vivono in catapecchie e roulotte i figli e i nipoti delle vittime del sisma del 1930.

Qualcuno, infine, risolleverà il velo che ha ricoperto la vergogna di vent'anni di post terremoto. E dire che non fu una tragedia minore, quella del 23 novembre '80. Non lo fu e non lo è per le migliaia di morti che seminò; non lo fu e non lo è per le inchieste, le commissioni d'indagine e i protagonisti che, in un modo o nell'altro, segnarono gli anni immediatamente successivi il terremoto.

Quel che resterà, al termine, sarà solo un'immagine: le strutture annerite e i corpi fumanti di quei «matti» sistemati lontani da tutti, dentro prefabbricati altamente infiammabili, in uno sprofondo dove nemmeno la tecnologia dei telefoni cellulari ha voglia di arrivare.


La dimensione europea è ormai in primo piano in molti, ...
sul
Corriere della Sera

La dimensione europea è ormai in primo piano in molti, rilevanti settori della vita del Paese. Lo è in politica, dove è divenuta uno dei contesti principali per l'attività del governo e ove quest'ultimo deve fare scelte decisive per il destino del Paese. E lo è, naturalmente, in economia, specie in queste settimane di passaggio dalla lira all'euro. Questa generale attualità dei temi europei ha ulteriormente accresciuto l'interesse e la partecipazione degli elettori a tutto ciò che riguarda la progressiva unificazione, economica e politica, del Vecchio Continente. Come si sa, gli italiani hanno da sempre attribuito all'Europa una valenza indiscutibilmente positiva e hanno anche spesso visto nel contesto continentale una sorta di possibile «via di salvezza» dei nostri guai domestici, sia sul piano economico sia su quello strettamente politico.

L'elevata fiducia nei confronti delle istituzioni europee è forse all'origine della relativa tranquillità espressa riguardo al passaggio dalla lira all'euro. Secondo un sondaggio condotto recentemente da Indicod (l'ente che provvede al coordinamento dei codici a barre), la maggioranza dei cittadini si ritiene sufficientemente informata su tutti gli aspetti della questione e, ciò che è forse più sorprendente, appare «fidarsi» dell'euro al punto da ritenere che gli aumenti dei prezzi, se vi saranno, assumeranno una dimensione modesta, forse trascurabile.
Ma la grande fiducia degli italiani nell'Europa rende delicata la posizione del governo in questo periodo. Come si sa, esso sta compiendo, proprio in questi giorni, scelte che hanno visto il nostro Paese assumere posizioni spesso diverse da quelle della maggioranza degli altri Stati appartenenti all'Ue. Si è trattato in molti casi, come lo stesso premier Berlusconi ha rilevato, di decisioni apparentemente impopolari. Che si possono tradurre in una ulteriore accentuazione del trend negativo dei consensi verso l'esecutivo, in atto già da diversi mesi. Ma anche, forse, in una inversione dello stesso.



L'euro e i bambini
Da oggi e per un mese insieme con il Corriere della Sera si può acquistare il manuale «Evviva l'euro!» (costa mille lire, 0,52 euro), dedicato ai bambini. Trentadue pagine per conoscere la moneta unica con giochi, quiz e vignette.


Quel manipolo in lotta (disperata) contro gli sperperi
Il caso della Corte dei Conti
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Ce lo dicano: non vogliono impiccioni. Non vogliono gente che spulci nelle spese delle Regioni modello e di quelle briccone, dei Comuni efficienti e di quelli sgarrupati. Sapete quanti sono i procuratori delle sedi regionali della Corte dei Conti in Campania, Puglia e Calabria istituite proprio 10 anni fa come «provvedimento urgente in tema di lotta alla criminalità organizzata» che da sempre succhia soldi pubblici? Undici. Per 12 milioni e passa di abitanti. Mandati a battersi a mani nude, in nome di uno Stato distratto, contro realtà piagate da illegalità di massa così ammorbanti che trovi paesi dove il 98,6% degli abitanti non si sogna neanche di pagare l'acqua.

Ma è tutta l'Italia che nella trincea della guerra agli sperperi è in condizioni disastrose. Basti dire che i ruoli da procuratore contabile sparsi sul territorio, in un Paese come il nostro in cui la sola Tangentopoli ha lasciato una voragine nei conti pubblici calcolata dal «Centro Einaudi» di Mario Deaglio in almeno 154 mila miliardi, sono 114.
Un organico miserabile, che negli anni si è ridotto a numeri reali umilianti: 77.

E' nel Mezzogiorno, tuttavia, che il panorama è disperato. In quella Sicilia che ha visto programmare gite per 231 ospiti (17 milioni a testa) in Giappone, buttare tre miliardi in un praticello di erba finnica in riva al mare, comprare due orche assassine per l'acquario mai costruito di Sciacca, sperperare migliaia di miliardi in pensioni baby come quelle che fino al 2004 renderanno possibile a qualche donna sposata e madre di un figlio di andarsene a 41 anni contro i 60 delle altre italiane, i procuratori contabili sono sette.
In quella Campania in cui i treni nuovi di zecca della Linea Tranviaria Rapida sono stati murati nel sottosuolo di Napoli per addio ai lavori e il 48% dei progetti produttivi del post-terremoto si è rivelato un bidone, sono sei. In quella Basilicata che ha registrato gli investimenti industriali più folli del mondo (3 miliardi e mezzo ogni posto di lavoro a Baragiano) e una truffa colossale sulle superstrade, sono due. In quella Puglia dove l'orizzonte barese è ostruito dai palazzi abusivi di Punta Perotti e dove l'Acquedotto ha dato sempre «più da mangiare che da bere» (lo diceva Moro) sono quattro.
Per non parlare della Calabria. Oltre 60 mila finti braccianti agricoli processati nella piana di Gioia Tauro perché truffavano l'Inps fingendo d'essere assunti da finti poderi dov'erano finti gli ulivi, finti i certificati catastali e le planimetrie e tutti, ma proprio tutti, i documenti dei vari uffici. Centinaia di medici di base citati a giudizio perché continuavano a intascare la quota di 17 mila pazienti morti da anni. Un danno erariale di 849 miliardi per l'uso assurdo dei fondi destinati alla ricostruzione dei Comuni alluvionati nel 1972, tra i quali Nardodipace dove le prime case sono state consegnate l'anno scorso. Altri 819 miliardi per la costruzione della diga sul Metramo, che all'inizio avrebbe dovuto costarne una quindicina e ha avuto complessivamente 76 aumenti di prezzo successivi.

Troppo pesante, la realtà da tenere sotto controllo. Basti ricordare il bilancio '99 di Comuni come Gioiosa Jonica (36 miliardi d'entrate previste, 624 milioni d'entrate accertate, 160 milioni d'entrate effettive) o l'evasione sistematica di tutti i tributi municipali. La Corte dei Conti ha monitorato 34 Comuni. Media della riscossione dell'imposta sui rifiuti: 31%. Sull'acqua: 6,5%. Sulle fognature: 4,7%. Il che significa che evadono non solo le famiglie più povere (anche se per loro ci sarebbero semmai le esenzioni) ma anche i negozi, gli studi professionali, le industrie, i laboratori. Tutti.
E lo Stato che fa? Guarda da un'altra parte. Proprio in questi giorni, a Catanzaro, la Corte dei Conti ha celebrato i suoi 10 anni di vita. Più che un compleanno, però, è sembrato essere in certi momenti la celebrazione d'un fallimento. Celebrazione che Leone, uno di quei servitori fedeli e accaniti dello Stato che vengono quotidianamente delusi, avrebbe voluto chiudere con le parole usate per aprire l'anno giudiziario: «Non c'è bisogno di rifare la Bicamerale per abolire la Corte dei Conti. Basta creare le condizioni perché non sia in grado di operare».




  17 dicembre