
La presidenza imperiale
Vittorio Zucconi su la Repubblica
WASHINGTON. Dalla cenere di Manhattan alla polvere dell'Afghanistan, è resuscitata la "Presidenza Imperiale" che sembrava sepolta con Clinton e la Guerra Fredda e torna infatti sul terreno il braccio armato dell'Impero, i marines. Come robosoldati piovuti dal futuro dentro il passato remoto della guerra, arrivano a Kandahar gli americani sotto gli occhi attoniti di bambini scalzi, donne velate e guerrieri cenciosi che li guardano sbarcare come alieni, chiusi nei loro gusci di antenne, visori, sensori, radio, computer ed elmetti di kevlar. Agli ordini di un Presidente Imperatore che può fare quello che vuole, quando vuole, come vuole, che può addirittura lanciare un gravissimo ultimatum all'Iraq con minaccia di attacco e di allargamento del conflitto oltre ogni limite accettabile per la coalizione, l'America scende dal cielo sulla terra.
L'illusione della battaglia asettica e a distanza, condotta con il telecomando e le bombe intelligenti, sta finendo con lo sbarco dei "marziani a Kandahar", di quei 2.000 marines, domani chissà quanti, che segnalano il salto di qualità strategico, politico e soprattutto umano che sempre l'arrivo delle proprie truppe in country, come si dice nel gergo militare Usa, cioè in territorio nemico, comporta.
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L'ultimatum a Saddam indica che l'Afghanistan era comunque soltanto una «prima fase». L'arrivo dei marines di pronto intervento globale che sostituiscono i guerrieri ombra delle forze speciali, annuncia a chiare lettere che la caccia a Bin Laden e alla testa di Al Qaeda non è possibile senza il controllo del territorio e che le bande del Nord non sono in grado né di esercitare il controllo, come gli agguati ai giornalisti hanno tristemente dimostrato, né di stanare il gruppo dirigente del terrorismo arabo...
Eppure, questo evidente salto in avanti della macchina militare americana e della visione strategica ormai estesa anche all'Iraq minacciato di attacco se non riammetterà gli osservatori Onu, è avvenuto senza che in America si alzino, dalle strade come dai corridoi della politica, voci di dissenso.
Nemmeno di fronte all'invio di una autentica forza di terra esposta al fuoco nemico, come questa brigata di marines, una nazione ancora schiacciata e compattata dall'atrocità subita, osa esprimere preoccupazioni o dubbi. Non li esprime la sinistra, di nuovo ricattata dalla possibile accusa di essere «soft on terrorism» come per decenni fu accusata di essere troppo «soft on communism» e, ancora più sorprendentemente, non protesta neppure la destra, che in America è violentemente antiStato e aveva condotto per tutti gli anni Novanta la guerra alla presidenza e alla supremazia del potere centrale federale, culminata nell'assalto giudiziario a Clinton.
Sull'onda di emozione e di orrore creata dal terrorismo, il presidente Bush può oggi fare quello che neppure al padre e al predecessore, pur eletti con margini e mandati ben più chiari, sarebbe stato mai consentito, senza passare per dibattiti e votazioni di misura come quella che autorizzò la Guerra nel Golfo. Il Congresso gli ha votato poteri di guerra con un solo voto di opposizione e lui può dispiegare armate aeree, flotte navali e oggi forze di terra spendendo fortune del tesoro nazionale, senza che nessuno osi obbiettare. Può lanciare, come ha fatto ieri, un ultimatum all'Iraq di Saddam Hussein, senza che parlamento o mass media s'interroghino sulle conseguenze di un'escalation da Kabul a Bagdad. Può far passare nuove leggi che spazzano via decenni di garantismo costituzionale e autorizzano poteri di controllo poliziesco e di esecuzioni sommarie, come neppure le corti marziali di Roosevelt contro i sabotatori nazisti potevano fare.
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Osama Bin Laden sta involontariamente ricostruendo quello che Monica Lewinsky aveva demolito.
Per distruggere davvero il terrorismo
Su l'Unità - Traduzione di Stefano Boldrini Copyright IPS
La caduta di Kabul e di Jalalabad - come quella imminente di Kandahar, nucleo originario dei talebani - prefigura, con sufficiente probabilità, la fine del regime degli «studenti» e della sua mano di ferro sull'Afghanistan. Rimane una domanda: e ora? L'Alleanza del Nord minaccia di disgregarsi. L'ipotesi di un governo di unità nazionale sotto la protezione delle Nazioni Unite tarda a concretizzarsi. L'antico re, Zahir Shah, non sembra in grado di attrarre un minimo di entusiasmo tra i suoi sudditi per poter svolgere un ruolo politicamente utile.
Inoltre, il caos si estende tra i guerriglieri locali, armati da americani ed inglesi, con sete di vendetta ed ebbri di un potere appena riconquistato, senza alcuna volontà di rispettare la forma che sarà adottata del nuovo Stato, soprattutto se la pianificheranno gli occidentali della Segreteria di Stato nordamericana o i corridoi dell'Onu.
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Il famoso investigatore della Rand Corporation, Ian Lesser, nel suo libro pubblicato poco prima dell'11 settembre, «Contrastare il nuovo terrorismo», affermò che questo «nuovo terrorismo» si caratterizza nella sua essenza «per essere internazionale, terribilmente distruttivo nelle sue estreme conseguenze, in particolare per quanto riguarda le vittime mortali e, senza fornire rivendicazioni specifiche (gli è sufficiente essere «contro l'impero»), per organizzarsi in forma di rete. Ha nulla a che vedere con il terrorismo che abbiamo conosciuto in Europa o in altre parti del mondo negli ultimi decenni del secolo XX. Come argomenta Lesser, questo terrorismo non si può vincere, al massimo si può contrastare.
Mi permetto di dissentire. Si può vincere se riusciamo a distruggere le radici di cui si nutre: la collera contro quella che si considera l'ingiustizia occidentale, le tremende disuguaglianze, il crescente fosso tra ricchi e poveri, l'arroganza della pseudosapienza occidentale, che si nutre della scienza e delle moderne tecnologie. Abbiamo ripetuto che non vogliamo che la lotta contro il terrorismo degeneri in una «guerra santa», nè in una guerra dei paesi ricchi contro i poveri.
Però non basta affermarlo. È necessario sapere come il mondo arabo valuti la situazione. Adesso tutto il mondo arabo - e non solo quello, compresi anche i paesi in via di sviluppo di Africa, America Latina e Asia - mostrano un grande malessere di fronte ai bombardamenti angloamericani in Afghanistan.
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L'Unione Europea ha reagito, disgraziatamente, in modo dispersivo e sconnesso, affermando la necessaria solidarietà nella lotta contro il terrorismo - come gli era dovuto - però astenendosi dal promuovere iniziative di pace (come doveva fare), soprattutto in Medio Oriente, di fonte all'insopportabile conflitto israleliano-palestinese, di fronte a tali livelli di odio e risentimento tra ebrei e musulmani.
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In un contesto internazionale tanto incerto, il rafforzamento del ruolo dell'Onu ha costituito un segnale positivo. Però ora si deve concretizzare nel concreto. Come? Con l'affermazione dei valori della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; con l'intensificazione degli aiuti umanitari, rendendoli effettivi. Alimentando una cultura di pace e di dialogo, non di diffidenza e di conflitto. Sono i valori che fondano quello che Leopold Sedar Senghor definiva una «civilizzazione dell'universale», che non è né dell'Occidente né dell'Oriente, né del Nord e né del Sud, che è solamente una civilizzazione degli esseri umani, tutti uguali e con identica condizione umana, in questo nostro tormentato e insicuro pianeta Terra.
«Quel progetto di oleodotto che spinse Washington ad appoggiare i talebani»
Ahmed Rashid Feltrinelli sul Corriere della Sera
Dopo la fine della guerra fredda, la politica di Washington verso la regione comprendente Afghanistan-Pakistan-Iran-Asia centrale è ostacolata dalla mancanza di un quadro strategico. Tra il 1994 e il 1996, gli Stati Uniti hanno sostenuto politicamente i talebani attraverso i loro alleati Pakistan e Arabia Saudita, fondamentalmente perché Washington vedeva i talebani come antiraniani, antisciiti e filoccidentali. Gli Stati Uniti ignoravano per convenienza lo stesso programma fondamentalista dei talebani, la loro politica oppressiva nei confronti delle donne e la situazione d'allarme che avevano creato in Asia centrale. In effetti, Washington non era molto interessata al quadro complessivo. Tra il 1995 e il 1997, il sostegno Usa sarà persino più esplicito con l'appoggio al progetto Unocal ( il progetto di una pipeline fra il Turkmenistan e il Pakistan che avrebbe dovuto passare attraverso l'Afghanistan . La compagnia petrolifera americana Union Oil Company of California aveva inizialmente aderito al consorzio multinazionale CentGas che sosteneva il progetto per poi ritirarsi nel 1998, ndr ) - anche se all'epoca gli Usa non avevano nessun piano strategico di accesso all'energia centroasiatica.
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Morte ai vinti, massacri di Mazar-i-Sharif e Kunduz
Mimmo Càndito su La Stampa
Massacri. Massacri. Massacri ancora, disperatamente. Da Mazar-i-Sharif a Kunduz, da Qalai Janghì a Jalalabad e ora, prossimamente, anche a Kandahar, questa cronaca di una guerra che si va spengendo giorno dopo giorno è diventata ormai un elenco raccapricciante di nomi, di storie, di geografie, che si ripetono uguali dovunque. L'Afghanistan appare ormai schiacciato nel disgusto di questo sangue inutile, crudele, di questa macelleria che ancora una volta accompagna il percorso dei vincitori.
L'ipocrisia della guerra disvela in questi giorni tutto il suo inutile apparato di agenzie umanitarie, di promesse politiche, di impegni che i comandanti prendono sul campo (ora perfino facendo telefonate con il satellitare alla Bbc, come ha fatto ieri il generale Daud da dentro Kunduz che veniva liberata) e poi, quando i giornalisti girano le spalle, ecco che, immancabile, arriva il via libera alla strage. A Kunduz c'erano diecimila «arabi», ora non ce n'è più nessuno.
Il generale Dostum dice che seicento si sono arresi, ma al conto ne mancano novemilaquattrocento...
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La violenza più dura si scatena contro gli «arabi» che diventano l'obiettivo di una caccia all'uomo spietata, continua, quasi casa per casa dovunque; e se sono presi vivi, sanno bene che per loro non c'è scampo. Ma anche per i talebani spesso una raffica di kalashnikov chiude ogni tentativo di trattare la resa, di rendere le armi in cambio dell'impegno ad aver salva la vita.
La cronaca tragica di quanto è avvenuto a Qalai Janghì, la fortezza-galera dove l'Alleanza del Nord aveva rinchiuso seicento, forse anche ottocento, dei prigionieri catturati a Mazar-i-Sharif, è un episodio esemplare di questa guerra che non risparmia nemmeno coloro che si sono consegnati al vincitore. Dentro il forte, i massacri a passo scientifico, metodico, e un aereo americano, che da terra gli agenti della Cia coordinavano via radio, ha bombardato sistematicamente il cortile, per reprimere la rivolta dei talebani e degli «arabi» che si erano presi le armi dei guardiani. La rivolta era stata una scelta disperata, forse anche suicida, di chi sa bene che non ha alternative a un futuro di morte...
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La protesta più forte è arrivata dal Pakistan, che accusa i mujaheddin di aver preso l'occasione della rivolta per liberarsi di tutti i prigionieri. La ferocia di questi episodi trova comunque radici nella storia della società afghana, dove la crudeltà e il disprezzo del nemico sono caratteri costanti del comportamento di questo popolo. Le montagne aspre, le gole strette, l'assenza quasi ovunque di strade di comunicazione, hanno diviso il territorio in una miriade di piccoli feudi, all'interno dei quali le leggi sono segnate dall'esercizio della forza come strumento di risoluzione di qualsiasi contrasto. In queste terre non c'è un uomo - nemmeno i ragazzi ancora adolescenti - che non abbia un fucile in spalla (soltanto i taleban avevano tentato di imporre un ordine di disarmo); la durezza del paesaggio diventa lo sfondo naturale di una cultura della violenza che si fa organica, integrale.
Al tempo dell'invasione sovietica, negli Anni 80, i soldati dell'Armata Rossa avevano imparato assai presto che, piuttosto che cadere vivi nelle mani dei mujaheddin, era preferibile ammazzarsi. I mujaheddin torturavano i loro prigionieri prima di ucciderli, ma spesso gli tagliavano il naso e le orecchie e poi li mandavano ai quei disgraziati delle loro guarnigioni, per terrorizzarne i compagni e incrinare il morale dei nemici.
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La frammentazione della geografia sociale, e le forme obbligate di una sopravvivenza difficile all'interno di questo territorio aspro, duro, fatto di deserti pietrosi e di montagne invalicabili, rende naturale la violazione degli impegni presi, gli accordi conclusi non hanno altra vigenza che il rispetto degli interessi; cambiare di campo, o tradire la parola data, sono apparsi sempre come scelte sulle quali nessuno manifesta censura, e negli anni della guerra tra i mujaheddin i comandanti che stringevano patti e poi, immediatamente, si trasferivano dall'altra parte con i loro uomini, era la normalità piuttosto che l'eccezione.
Il generale Dostum, uno dei signori della guerra, ha fatto questi «viaggi» più volte, trovando sempre ad attenderlo un pacco di dollari e una nuova bandiera. Il ministro Abdullah che rassicura che i prigionieri saranno trattati con ogni rispetto delle convenzioni internazionali - mentre poi a Qalai Janghì o altrove vengono ammazzati con indifferenza - e i comandanti che negoziano con i loro nemici la resa promettendo di rispettarne la vita - e poi li fanno ammazzare dai loro uomini, tradendo senza vergogna l'impegno appena preso - sono la cronaca ordinaria di questa guerra. La geografia fa la storia, il tempo della pace in Afghanistan è ancora lontano.
L'Europa del Cavaliere tra luci e ombre
Stefano Folli sul Corriere della Sera
La giornata di ieri ha detto due cose. La prima, che l'Italia di Silvio Berlusconi e l'Europa di Romano Prodi sono in sintonia. La seconda, che il sentiero europeo resta insidioso per il governo di Roma alla vigilia del vertice franco-italiano: come testimonia proprio stamane l'intervista del presidente francese Chirac alla Stampa . L'intesa Berlusconi-Prodi non è una novità. Dopo il 13 maggio il rapporto tra il presidente della Commissione e il governo di centro-destra è sempre stato positivo. Ma l'incontro di Palazzo Chigi acquista un particolare significato alla luce dell'offensiva mediatica e politica subìta da Prodi negli ultimi mesi. Difficoltà che rivelano l'affanno del progetto europeo, la rivincita delle cancellerie, il rischio di un rinvio delle scadenze (a cominciare dall'allargamento previsto per il 2004).
Se Berlusconi riceve l'antico rivale Prodi nel clima cordiale, persino amichevole che si è respirato ieri a Palazzo Chigi, la conclusione è una sola. L'Italia appoggia con determinazione il «suo» presidente della Commissione. Dietro Prodi non c'è soltanto il centro-sinistra: quel che più conta, adesso ci sono soprattutto la maggioranza (quasi tutta) e l'esecutivo della Casa delle Libertà. Questo non basta certo a risolvere i problemi, ma segnala in Europa che Prodi non è solo. Alle sue spalle, un governo politicamente lontano da lui si ritiene ormai impegnato nello stesso progetto a lunga scadenza.
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Il crollo della Quercia: è al sei per cento
Salvi accusa: «Un risultato catastrofico, si parla troppo di socialdemocrazia»
m.t.m. su La Stampa
ROMA. Il risultato siciliano, al Botteghino, non ha sorpreso nessuno. Il segretario è a Santo Domingo, per l´Internazionale socialista. Ha avuto le cattive nuove dall´Italia, ma non si aspettava granché: lo ha giudicato, e non avrebbe potuto fare altrimenti, «un risultato negativo», ma definirlo stupito, perché convinto di chissà quali rivincite, sarebbe troppo. Semmai, quel che è successo spinge Fassino a intensificare i suoi sforzi per «accelerare» il processo di rinnovamento del partito. Ciò non significa, però, che quel dato elettorale non faccia male. Anche perché, come è già accaduto nelle elezioni molisane, la Margherita - che pure ha preso una bella botta - in alcuni Comuni, ha ottenuto gli stessi voti della Quercia e in altri ha sorpassato i Ds.
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Cesare Salvi... il vice presidente del Senato, che è uno degli esponenti di spicco del cosiddetto «correntone», ha definito senza mezzi termini «catastrofico» il risultato elettorale. E già questo esordio non è stato molto apprezzato: nel senso che negare l´evidenza, in certi casi, è assai difficile, ma poi calcare la mano con la scelta di certi aggettivi non è strettamente necessario. Ciò che soprattutto la nuova dirigenza Ds non ha gradito per nulla è stato un altro passaggio della dichiarazione di Salvi. Lì dove il vice presidente del Senato ha lasciato intendere che se la Quercia va avanti con «ragionamenti astratti e ben poco attraenti, come quelli sull´attualità della socialdemocrazia», il partito, di sicuro, non si riprenderà. Anzi. Insomma, una critica nemmeno tanto implicita alla linea politica inaugurata dal nuovo segretario.
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Dell´Utri: il centrosinistra ha chiuso
«Sui paladini di Orlando il voto cala una pietra tombale»
Aldo Cazzullo su La Stampa
ROMA. Senatore Dell´Utri, ora Musotto si pentirà amaramente? «Temo proprio di sì. Abbiamo tentato di tutto per recuperarlo, fino al minuto prima che annunciasse la sua lista. Lui è stato testardo. Ed è rimasto con un pugno di mosche».
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Sentivamo che ce l´avremmo fatta comunque. Il voto di domenica ci conferma nella nostra sensazione. E ci consegna due ottime notizie». Quali? «Il caso Musotto si chiude prima ancora di aprirsi. E si cala una pietra tombale sui paladini di Orlando, a suggellare in modo inequivocabile la fine di una stagione».
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Che ne è stato di Orlando? «L´orlandismo è finito perché era un fatto di testa, privo di radicamento sociale. La Rete non è nata dal popolo, non era basata sui veri sentimenti e sui veri interessi dei cittadini. Per questo ha lasciato il tempo che ha trovato». La fine dell´orlandismo coincide con l´inizio di nuova stagione dei rapporti tra politica e giustizia, a Palermo e nel paese? «Potrebbe esserlo. E´ una stagione terribile, quella che è passata. Forse non è un caso che oggi pomeriggio qui a Palermo si vada tutti da padre Pintacuda, all´inaugurazione dell´anno accademico del suo Centro di formazione. Padre Pintacuda è stato l´ideologo di Orlando e della sua Rete. Ora sembra quasi il fondatore di Forza Italia...Tutto questo mi fa pensare...» Chi ha cambiato idea? Padre Pintacuda? «Diciamo che padre Pintacuda è persona aperta al cambiamento. Ha capito che le cose non potevano andare nel senso che avevano preso. E ha fatto un´inversione di 180 gradi. Guardi, io ci spero molto, che anche nelle aule giudiziarie si cominci a guardare ai fatti anziché alle persone. Che alla stagione della pazzia segua quella della normalità».
E' rottura sui licenziamenti
Berlusconi: «Sull'articolo 18 non si torna indietro». Maroni: «Il testo non è blindato, siamo pronti a recepire intese fra le parti». I sindacati confederali decidono scioperi dal 5 al 7 dicembre.
Il testo del provvedimento e commenti vari.
Massimo Mascini su Il Sole24Ore
È rottura tra Governo e sindacati. Silvio Berlusconi e Roberto Maroni ieri hanno respinto la richiesta di Cgil, Cisl e Uil di modificare la delega sulla riforma del mercato del lavoro eliminando i riferimenti all'arbitrato e all'articolo 18 sui licenziamenti senza giusta causa. «Non possiamo ritirare quel provvedimento - hanno spiegato - perché è già stato depositato al Senato». Il Governo ha però chiesto al sindacato di avviare una trattativa con gli imprenditori per cercare un avviso comune su questi temi delicati, impegnandosi fin da adesso a modificare la sua proposta in presenza di un accordo tra le parti sociali. Il sindacato ha però declinato questo invito affermando che non esistono né il tempo, né le condizioni per un accordo del genere. I sindacalisti hanno riferito che il Governo ha chiesto loro di trovare un accordo entro il 15 dicembre. «Ma in due settimane - questa la loro risposta - non si negozia nulla».
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Le conseguenze di questa «grave rottura politica», come l'hanno definita i leader di Cgil e Uil, Sergio Cofferati e Luigi Angeletti, saranno esaminate domani mattina dai tre sindacati, che hanno convocato una conferenza stampa per le 14. «È una frattura abbastanza profonda», ha spiegato il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta. «Pensavamo prevalesse la ragionevolezza - ha aggiunto il sindacalista - eravamo stati molto chiari nella nostra richiesta, spiegando perché l'avevamo avanzata, ma non ci hanno voluto ascoltare».
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Il ministro (Maroni) nega del resto che ci sia stata una chiusura da parte del Governo. «Non abbiamo potuto accettare la richiesta del sindacato - ha spiegato - perché c'è già materialmente in Parlamento la nostra proposta, ma siamo pronti a emendarla, a sostituirla nel caso in cui le parti sociali riescano a trovare un accordo tra loro su questa materia diffficile. Non c'è quindi chiusura, ma piena disponibilità da parte nostra. Tempo a dispozione - ha aggiunto - ce n'è quanto se ne vuole, perché passeranno delle settimane, almeno un paio di mesi prima che la delega sia approvata dalle due Camere e quindi si può ampiamente intervenire. Ma è chiaro che si deve volere un accordo, altrimenti non bastano anni».
Maroni ha spiegato ancora una volta che l'intenzione del Governo non è quella di liberalizzare i licenziamenti, ma al contrario di aiutare l'occupazione e l'emersione dal sommerso. Il provvedimento, ha spiegato, si applicherebbe solo a una minoranza di lavoratori per aiutare settori in difficoltà, chi è in nero, le piccole aziende che vogliono crescere, i lavoratori precari che vedono stabilizzato il loro rapporto. «Per milioni di lavoratori - ha detto - non cambia assolutamente nulla». Il ministro ha assicurato che tutte le posizioni, politiche e sindacali, sono state vagliate con attenzione dal Governo prima di decidere, comprese quelle delle aree di dissenso interne alla maggioranza. Ma senza un accordo delle parti sociali, ha aggiunto, la delega non cambierà.
27 novembre