prima pagina pagina precedente salva il testo



Morto o morto
su il Manifesto

"Personalmente lo preferisco morto". Il ministro della difesa degli Stati uniti Rumsfeld annuncia la sorte di Osama bin Laden. Il "re del terrore" lo rassicura: "Non mi avrete vivo" e fa testamento. Lo sceicco ormai è in fuga, ma il Pentagono promette: "Lo cercheremo ovunque". Anche in Iraq?
In Afghanistan si continua a combattere attorno a Kunduz e Kandahar, anche ieri bombardate. Nella notte la Cnn annuncia: i taleban vicini alla resa. Mentre Bush ammette: "La guerra è entrata in una fase difficile. C'è ancora molto da fare". Pronti i marines


L'angoscia delle afghane: «I mujaheddin sono criminali e stupratori»
Appello all'Onu dell'associazione Rawa:
«Fermate l'Alleanza del Nord ci fa più paura dei Taliban. Serve una forza di pace»
Giacomo Galeazzi su
La Stampa

ROMA. Un grido disperato da Kabul, un messaggio nella bottiglia lanciato dalle donne, vittime invisibili di una tragedia infinita. Recluse in casa, obbligate a matrimoni di convenienza e a indossare il velo integrale; schiave di una perenne grata davanti agli occhi che permette appena di vedere dove mettere i piedi. Le afghane non hanno possibilità di studiare o lavorare, vittime di un atroce apartheid sessuale. «Aiutateci prima che sia tardi. Per sete di potere, l'Alleanza del Nord compie orrendi massacri ed esaspera i conflitti religiosi ed etnici, appiccando il fuoco della guerra civile».
Più che mai schiave del burqa per volontà dei nuovi dominatori, ovvero gli «stupratori e saccheggiatori mujaheddin», le afghane si appellano all'Onu: conosciamo l'Alleanza del Nord e ci fa più paura dei taleban. Sgomento per il futuro e lucida consapevolezza del presente si mescolano nell'accorato messaggio inviato alle Nazioni Unite dall'Associazione femminile Rawa, un'organizzazione con sede a Peshawar in Pakistan che opera nei campi profughi pakistani e, clandestinamente, in varie province dell'Afghanistan. «La cacciata dei terroristi taleban da Kabul è uno sviluppo positivo - affermano le donne afghane - ma l'ingresso nella capitale degli stupratori e saccheggiatori dell'Alleanza del Nord è un evento spaventoso e terribile per i circa due milioni di residenti a Kabul. Le ferite subite tra il 1992 e il 1996 non si sono affatto rimarginate».



La destra giacobina
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Il rispetto che si deve a Carlo Azeglio Ciampi e al suo ruolo di supremo garante della Carta costituzionale è un dovere sempre e non una discrezionale opzione. Troppi ieri in Parlamento sono venuti meno a questo dovere perché affogare le parole del capo dello Stato in un balletto ipocrita, dove il suo monito scolora in ovvia predicazione, è mancare di rispetto alla sua persona e alla funzione che svolge. Per evitare che le parole del presidente cadano inascoltate o tradite, bisogna allora riflettere su che cosa ha detto Ciampi, a chi lo ha detto, perché lo ha detto.
Il presidente della Repubblica ha pubblicamente ricordato che «il cardine delle moderne democrazie è il principio della divisione dei poteri. Titolare delle funzione legislativa è il Parlamento. Spetta, in via esclusiva, alla Corte costituzionale il giudizio sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e la decisione dei conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato. E appartiene unicamente alla magistratura la funzione giurisdizionale che si esercita interpretando e applicando la legge perché l'autonomia e l'indipendenza della magistratura costituiscono valori intangibili, consacrati come tali dalla Carta costituzionale che vuole i giudici soggetti soltanto alla legge».



L'altolà del Colle
Massimo Giannini su
la Repubblica

Prima il falso in bilancio, il rientro dei capitali dall'estero, le rogatorie. Poi la riforma drastica del Csm, con l'introduzione mascherata della divisione di ruoli tra magistratura inquirente e magistratura giudicante. Sullo sfondo, un sottosegretario di Stato che grida «arrestate i giudici». C'è un inquietante filo rosso che collega le mosse del governo Berlusconi sul fronte caldo della giustizia. Ciampi, ieri, ha reciso quel filo. Con un intervento misurato, ma netto, che ristabilisce il rispetto dei ruoli tra politica e magistratura. E che svela una crisi profonda nei rapporti interni alla maggioranza.

Ciampi conosce questi rischi. La legge sulle rogatorie è stato un test importante, per misurarli e calcolarne la portata. Per il Colle era evidente la forzatura tentata da Berlusconi, che dopo l'attacco all'America e in piena guerra al terrorismo ha scaricato nelle aule parlamentari un provvedimento incomprensibilmente «garantista» e lo ha difeso contro una parte della sua stessa maggioranza e contro il parere della comunità internazionale. In quei giorni di fine settembre l'opposizione ha invocato una presa di posizione ufficiale del Quirinale. Ciampi ha preferito il silenzio. Ma anche in quell'occasione non è stato assente.

Il presidente della Repubblica ha sperato che, finita quella battaglia, la guerra sulla giustizia avrebbe vissuto almeno una tregua. Ma non è stato così. Il conflitto è riesploso, persino più violento di prima. Ciampi non può più tacere.
La sua esternazione ha un duplice effetto. Il primo è di natura politica. Fa esplodere le contraddizioni del centrodestra, forse mai come ora in modo tanto visibile. I franchi tiratori che un mese fa alla Camera hanno impallinato il primo voto sulle rogatorie erano il sintomo di un malessere politico ma «funzionale» della maggioranza. I centristi del Polo, sviliti e stanchi di ratificare in aula i decreti blindati trasmessi da Palazzo Chigi, hanno suonato al premier un campanello d'allarme: un modo per dire «ci siamo anche noi», e niente di più. Ma il voto sulla mozione contro Taormina presentata dall'Ulivo, all'esame delle Camere ai primi di dicembre, può sancire un dissenso politico «essenziale» dentro la maggioranza.

Il secondo effetto del messaggio di Ciampi è di natura istituzionale. Il Quirinale non prende posizioni di merito sui giudici di Milano o su Taormina e Forza Italia che lo sostiene. Non si schiera, nel braccio di ferro tra politica e giustizia. Il suo «ufficio» gli impone di difendere insieme i tre poteri, il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario. Esige il rispetto assoluto del primato del Parlamento. Ma quando ricorda la «sacralità» del principio di autonomia e di indipendenza della magistratura, che non solo applica, ma interpreta anche le leggi, traccia un confine costituzionale invalicabile. Per Berlusconi, che continua a parlare di «guerra civile» e di «giudici comunisti», sarà difficile non tenerne conto. Il caso Taormina è un'occasione utile. Dopo l'appello del Colle, il Cavaliere non può far finta di niente. Ha un'opportunità. Può svelenire il clima. Può dimostrare che, da uomo di stato responsabile sa liberarsi dalle sue antiche ossessioni. La Costituzione è la casa di tutti gli italiani, non un manualetto ad uso esclusivo (e facoltativo) della Casa delle libertà


Ma il sottosegretario insiste: farò piazza pulita
E il governo cambia le regole per l'elezione del Csm
su
il Manifesto

Non è bastato il richiamo del presidente della repubblica a stemperare il "caso Taormina" e a chiudere le guerre esplose sulla giustizia. L'Ulivo continua a chiedere le dimissioni del sottosegretario-avvocato che vuol far arrestare i giudici. Così Ciampi invoca il "rispetto delle competenze", nella vana speranza di far rispettare le istituzioni. Risposta di Taormina dagli schermi della Rai, ospite di Enzo Biagi: "Libererò il paese dalle escrescenze". Cioè dal "manipolo di magistrati settari". Ma An insiste: "O Berlusconi risolverà la questione, o la risolverà il parlamento". Il premier però tace e in privato rassicura i ministri: "Ci penso io, gli parlerò...".
Ieri palazzo Chigi ha licenziato il disegno di legge che riforma le elezioni al Csm. Prevede l'abolizione delle liste (e quindi delle correnti), ma anche l'assegnazione dei seggi ai togati in base alle carriere (solo quattro i posti riservati ai pubblici ministeri...). Tutti elettori ed eleggibili, con preferenza unica. Immediate le dure critiche dell'Associazione nazionale magistrati e dei ds che annunciano al Senato un disegno di legge alternativo a quello del governo.
Infine, una lettera di Berlusconi destinata proprio al Csm ha negato l'autorizzazione a lavorare all'estero ai tre magistrati (Vaudano, Piacente e Perduca) destinati all'Olaf, l'organismo europeo antifrodi.


La rivoluzione di Scajola
Mario Calabresi su
La Stampa

ROMA. LA scommessa è ardita, mescolare la cultura manageriale berlusconiana e il controllo democristiano dell´apparato, due modelli antitetici per eccellenza. Per farlo, Claudio Scajola è partito con un terremoto, dando vita al più vasto movimento di prefetti del dopoguerra. Settantasei spostamenti in un solo giorno. Ed è solo la prima puntata, dedicata a cambiare la geografia del potere dell´Italia profonda, prossimo passo le grandi città, in calendario per l´inizio dell´anno nuovo. Potrebbe essere un colpo che paralizza la macchina burocratica del Viminale o, come scommette Scajola, un nuovo inizio, una scossa che spazzi via incrostazioni burocratiche e vecchi riti. Una rivoluzione nel cuore dello Stato, fatta in silenzio, senza interviste, ma con due modelli ben presenti, il Cavaliere naturalmente, e Scelba, il siciliano di ferro, l´autentico rifondatore del Viminale.

Che le cose sarebbero cambiate drasticamente lo si poteva capire dalla domenica mattina in cui Berlusconi salì al Quirinale con la lista dei ministri. La scelta di Scajola significava la volontà di incidere pesantemente sulla macchina dello Stato. L´ex sindaco democristiano di Imperia è l´uomo a cui il Cavaliere, deluso dall´inconsistenza del movimento degli eletti, aveva dato carta bianca per la costruzione di un partito vero, radicato sul territorio. Scajola glielo creò, non senza farsi un buon numero di nemici, ma alla fine vinse la sua scommessa. Ora ci riprova. Vuole fare un nuovo ministero dell´Interno: «Oggi non può essere solo il ministero della polizia, ma deve diventare il ministero delle garanzie e delle libertà civili», con uno slogan: «Ci vuole una nuova cultura dei fatti e non degli atti». La base di partenza era il progetto di riforma messo a punto dal suo predecessore Enzo Bianco, che ridisegna le strutture del Viminale, riducendo a quattro dipartimenti le nove direzioni esistenti. Ma la difficoltà stava nel trasformare un Viminale, animale a tre teste, un incrocio tra Stato, Sud e Democrazia cristiana in una macchina moderna, che recepisse anche la cultura nordista e manageriale.

In un palazzo in cui si sono consumati riti burocratici consolidati, dove la lentezza, l´allusione e la sottigliezza erano virtù positive, non sono mancati momenti di sgomento e irritazioni. Prefetti di lungo corso messi sotto esame, costretti a confrontarsi con domande cui non erano abituati. «I prefetti - teorizza Scajola - devono essere l´interfaccia delle autonomie locali, devono crescere, diventare dei manager». A sentire l´ultima parola molti si devono essere irrigiditi sulla sedia. Ma avevano capito bene: «Non voglio prefetti burocrati - ha scandito - ma collaboratori veri dei cittadini, dei sindaci, la cerniera tra lo Stato e la società civile». Non tutti hanno sorriso e non sono mancate le bocciature di chi - si racconta al Viminale - «non ha fatto buona impressione, non ha ispirato fiducia». Come in un colloquio di lavoro. Una cosa che farà anche storcere il naso. Alla fine una dozzina sono stati «collocati a riposo», altri sono stati richiamati a Roma, ma - e questa è una vera novità - parecchi hanno fatto il percorso inverso: dal Viminale sono tornati in prima linea. Scajola giura di non aver subìto pressioni dai suoi colleghi di governo e maggioranza per promozioni legate al colore politico: «Le scelte sono avvenute solo sulla base della professionalità, dell´efficienza e sulle attitudini». Ieri in Consiglio dei ministri non è volata una mosca, la rivoluzione è passata in un attimo. Solo Gianfranco Fini aveva visto la lista in anticipo, conosceva i dettagli dell´operazione. La sua auto martedì si era fermata davanti al Viminale e così il leader di An è stato il primo ad accorgersi che non c´è più la cancellata alzata e che di fronte alla facciata sono state piazzate fioriere e piantati melograni. Attenzioni che farebbero felice Berlusconi, che si illumina per questi particolari, basti ricordare quando al vertice del G8 di Genova fece cucire i limoni sulle piante spoglie di fronte a Palazzo Ducale. Ma il Cavaliere verrà, lo aspettano per Natale, prima del nuovo anno, quando si prevede un terremoto che farà ancora più rumore e investirà le grandi città e i vertici delle forze dell´ordine.


Oggi su Internazionale.it

Cinque ragazzi palestinesi morti a Gaza mentre andavano a scuola.
HA'ARETZ, Israele      
www.haaretzdaily.com

Medio Oriente:
Secondo le autorità palestinesi l'esplosione è stata provocata da un carro armato israeliano. L'esercito israeliano nega però di aver compiuto operazioni nella zona.

Afghanistan: scontri tra i taliban e l'Alleanza del Nord.
THE TIMES OF INDIA, India        www.timesofindia.com

Questa mattina sono scoppiati violenti scontri vicino a Kabul tra l'Alleanza del Nord e i taliban. Oggi scade l'ultimatum fissato dall'Alleanza del Nord per la resa di Kunduz che è ancora in mano dei taliban. Secondo un comandante dell'Alleanza del Nord oltre il 97 per cento dei taliban sarebbe pronto ad arrendersi.

Stati Uniti: polizia divisa sugli interrogatori ai cittadini mediorientali.
THE NEW YORK TIMES, Stati Uniti       www.nytimes.com

Il ministro della Giustizia John Ashcroft ha chiesto alla polizia di interrogare migliaia di cittadini mediorientali. La polizia è incerta se accogliere la richiesta ed è preoccupata che si tratti di un comportamento razzista.
Secondo il capo della polizia di Portland, nell'Oregon, la richiesta va contro le leggi dello Stato che impediscono di interrogare gli immigrati che non siano sospettati di aver compiuto un reato.

Mancano 39 giorni all'Euro - La nostalgia degli europei.
DIARIO DE NOTICIAS, PORTOGALLO www.dn.lusomundo.net

Sono gli italiani i più nostalgici della propria moneta: l'81 per cento conserverà delle lire come ricordo. Lo rivela un sondaggio compiuto in cinque paesi europei. Gli olandesi sono i meno nostalgici ma quelli che hanno descritto in modo più preciso le loro banconote nazionali.

Trasformata dalla morte in Afghanistan.
THE GUARDIAN, GRAN BRETAGNA www.guardian.co.uk

Maria Grazia Cutuli è morta e l'Italia è in lutto. Due giorni fa era quasi sconosciuta ma un agguato su una strada polverosa per Kabul ha cambiato tutto. Ora la giornalista è diventata un simbolo di coraggio e fonte di orgoglio per un paese in cerca di eroi.


  22 novembre