
Le retate segrete di George W. Bush
Arresti indiscriminati, detenzioni senza garanzie, presto giudici militari: guerra sui diritti civili
Francesco Malgaroli su la Repubblica
ROMA - Un migliaio di persone sono in carcere negli Stati Uniti e non si sa nulla di loro, altre 5.000 sono di fatto "ricercate" per ordine del dipartimento della Giustizia, per gli stranieri anche solo sospettati di avere collegamenti con terroristi c'è il rischio di un processo davanti a tribunali militari americani. Agli attentati dell'11 settembre l'amministrazione Bush non ha dato solo una risposta con le armi in Afghanistan. Ha anche scelto una progressiva limitazione delle garanzie costituzionali, caposaldo del sistema americano. E si tratta di provvedimenti e interventi di polizia tutti diretti soltanto o in larga parte agli stranieri.
Le disposizioni più recenti sono quelle relative ai tribunali speciali e l'ordine emanato da John Ashcroft. Il dipartimento della Giustizia ha preparato una lista di 5.000 nomi. Sono uomini tra i 18 e i 33 anni entrati negli Stati Uniti dal 1[b0] gennaio 2000 con visti turistici, per studiare o per affari. Le autorità americane dicono solo di volerli interrogare, ma non vuole rendere noti né i nomi, né i paesi di provenienza. Il New York Times sostiene che provengano da paesi del Medio Oriente che si ritiene abbiano ospitato accoliti di Osama Bin Laden. Obiettivo degli interrogatori: prevenire nuovi attentati, ha spiegato Mindy Tucker, una portavoce del ministero.
Le critiche alla dottrina Bush in materia di giustizia arrivano non solo dalle organizzazioni per i diritti civili, ma da giornali, politici e studiosi spesso sostenitori dell'amministrazione in carica
"Sono detenzioni che violano le nostre procedure costituzionali" ha detto a Newsweek Morton Halperin, del Council on Foreign Relations, che lavorò per il Pentagono durante la guerra del Vietnam. "Assistiamo ogni giorno ad azioni che violano fondamentali libertà civili e i diritti delle persone a un processo corretto", ha rincarato.
Le maggiori accuse sono piovute sulla direttiva presidenziale per l'istituzione dei tribunali militari. William Safire, celebre editorialista conservatore del New York Times l'ha definita "un ordine infame", il presidente si è avocato "poteri dittatoriali di imprigionare e giustiziare stranieri". Ma Bush non ha ascoltato neppure lui e lunedì sera ha replicato alle accuse: "la possibilità di usare tribunali militari durante una guerra è perfettamente sensata"; quella decisione è stata "la cosa giusta da fare"; "stiamo combattendo una guerra contro le più malvagie delle persone. Devo avere la possibilità di avere a portata di mano strumenti straordinari".
La tentazione atomica di Bush in Afghanistan
Dal 1997 negli arsenali Usa c'è la B61-11, una minibomba equivalente a trecento tonnellate di tritolo e concepita per distruggere bunker sotterranei: penetra nel terreno fino a 6 metri ed esplode in profondità
Hervé Kempf su La Stampa
E' l'ultimo parto degli arsenali americani, leggera, potente e con un cuore di plutonio: la «mininuke» è l'arma ideale per distruggere i bunker. Sarà utilizzata in Afghanistan? Solo alcuni parlamentari hanno accarezzato l'idea. Ma comunque quest'arma esiste. Di forma affusolata (3,59 metri per un diametro di 34 centimetri) ha una potenza equivalente a 300 tonnellate di tritolo. Viene sganciata ad altissima quota e ha un «muso» che le consente di penetrare nel terreno fino a 6 metri di profondità, dove esplode.
Il problema del suo impiego in Afghanistan per il momento è teorico, anche se parte degli americani lo considera accettabile: un sondaggio pubblicato il 7 novembre dall'istituto Zogby International rivela che il 54% degli intervistati ritiene che l'uso di ordigni nucleari sarebbe efficace nella guerra al terrorismo. La pensano così anche alcuni rappresentanti dell'America, seguaci del Dottor Stranamore: il 21 ottobre un deputato dello Stato di New York, il repubblicano Pete King, ha detto alla radio Wabc di «non escludere l'uso di atomiche tattiche se lo ritenessi necessario».
Pochi giorni prima anche Steve Buyer, parlamentare repubblicano dell'Indiana, aveva espresso questa opinione, nel caso in cui l'epidemia di carbonchio si fosse rivelata opera di Bin Laden: «Buttiamo un piccolo ordigno atomico (nelle grotte dei terroristi, ndr) e li fermeremo per un migliaio d'anni
Pur senza insistere su questa eventualità, l'amministrazione Bush non vuole escluderla del tutto. E' la strategia della dissuasione: non dire che cosa non farai mai, ma dì quello che puoi fare. Il 28 settembre il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha inviato un memorandum alle parti in causa nella guerra che si prospettava in Afghanistan - un'iniziativa abituale in caso di conflitto e destinata a ricordare ai belligeranti i loro vincoli - in cui diceva: «L'arma nucleare è incompatibile con il diritto internazionale umanitario». La rappresentanza americana a Ginevra ha immediatamente protestato, e ha chiesto la cancellazione del passaggio, sostenendo che il diritto internazionale non vieta il ricorso all'atomica.
Lunedì a Berlino il vertice Onu per l'Afghanistan
Bruno Marolo su l'Unità
La partita diplomatica sul futuro dell'Afghanistan si giocherà in campo neutro, ma la squadra per cui gli americani fanno il tifo non ha giocatori e ha lanciato una frenetica campagna acquisti. L'Alleanza del nord, che ha il potere di fatto ma rappresenta una minoranza della popolazione, ha accettato di misurarsi con la maggioranza in una conferenza convocata dall'Onu a Berlino per lunedì 26 novembre. Tuttavia, con una punta di sarcasmo, ha chiesto alle Nazioni Unite di trovarle un interlocutore. Infatti la comunità di lingua pashto, cui appartengono sei afghani su dieci, è stata dominata fino ad ora dal regime dei taleban e non riesce a trovare un'alternativa credibile.
A Berlino si ascolteranno probabilmente molte belle parole sulla necessità di formare un governo democratico e pluralista, che rappresenti tutti gli afghani. Ma intanto a Kabul c'è un presidente di fatto: Burhanuddin Rabbani, sostenuto dall'alleanza del nord e dalle comunità dei tagichi e degli uzbechi, che insieme rappresentano meno del 30 per cento della popolazione. Come è comprensibile, Rabbani non ha la minima intenzione di cedere il potere, e fa di tutto per consolidarlo in pratica mentre accetta che venga messo in discussione soltanto in teoria.
Detto questo, tanto l'Onu quanto le tre grandi potenze che hanno influenza in Afghanistan, Russia Cina e Stati Uniti, si sono pronunciate per un governo di coalizione e in qualche modo devono salvare la forma: difficilmente lasceranno che l'Alleanza del Nord conservi tutto il potere.
Camera, tutti d'accordo sul voto per gli italiani all'estero
sul
Corriere della Sera
ROMA - Con 35 voti contrari contro 412 favorevoli (e 20 astenuti), la Camera ha approvato in prima lettura la legge sul voto agli italiani all'estero. Ora tocca al Senato pronunciarsi sulla riforma costituzionale. Esulta il ministro Mirko Tremaglia (An) che aveva minacciato di dimettersi se il testo fosse stato stravolto: «E' stata una bella pagina del Parlamento ma ho avuto paura fino all'ultimo». E' stato infatti superato lo scoglio dello scrutinio segreto sull'articolo 8 che prevede il requisito di risiedere all'estero per gli italiani che si vogliono candidare nella «circoscrizione mondiale» che eleggerà 12 deputati e 6 senatori. Soddisfatta anche l'opposizione. Fassino: «Ha prevalso l'impegno a onorare la parola data.
Taormina, maggioranza divisa
Fini: "Il problema va risolto". Il sottosegretario: "Non mi dimetto"
su la Repubblica
http://www.repubblica.it/online/politica/macherio/fini/fini.html
ROMA - Dopo l'opposizione, il caso Taormina scuote anche la maggioranza. Il sottosegretario agli Interni ribadisce che "i magistrati di Milano hanno sbagliato per negligenza e quindi vanno puniti" e gli alleati di Forza Italia storcono il naso. La versione ufficiale la detta il vicepremier, Gianfranco Fini: "Taormina deve essere consapevole, mi auguro che lo sia, che avendo un incarico istituzionale deve avere sempre un atteggiamento corretto e rispettoso nei confronti delle altre istituzioni". Parole chiare, che Taormina non sembra recepire ed è lapidario: "Non penso a dimissioni".
Il leader di An non avrebbe chiesto esplicitamente la sostituzione di Taormina, ma avrebbe fatto notare al portavoce del premier le questioni di "opportunita" della sua permanenza al Viminale.
Le soluzioni restano due: o il presidente del Consiglio ottiene da Taormina un impegno formale ad evitare comportamenti che potrebbero essere oggetto di critiche, oppure le dimissioni del sottosegretario all'Interno sembrano inevitabili.
La legge del padrone
Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica
Carlo Taormina non è un matto. Magistrato per dieci anni, avvocato da venti, ordinario di procedura penale all'università di Roma, il sottosegretario all'Interno conosce il significato delle parole e non le usa a sproposito. Quando sollecita l'arresto dei giudici di Milano per violazione dell'ordine costituito o quando sostiene che a Milano è in corso «non un confronto giudiziario, ma una guerra dichiarata contro Berlusconi», dice esattamente quel che pensa al termine di un ragionare a suo modo coerente.
Può essere chiaro a tutti che Taormina dice con sfacciata e scomposta ferocia quel che con forme più composte, ma con la stessa determinazione ripete il capo del governo. Appena sette giorni fa Silvio Berlusconi ha sostenuto che l'intera Tangentopoli «è stata un'azione lungamente studiata dal partito comunista che ha introdotto nella magistratura elementi propri che hanno costituito una corrente che ha fatto e fa politica attraverso le indagini, i processi, le sentenze».
Berlusconi dice allo stato liquido, quel che Taormina trasforma in solide accuse perché se un magistrato fa politica e aggredisce il capo del governo e vuole condannarlo per una pretesa politica e non giuridica attenta a un organo costituzionale e merita la galera. Perché allora discutere di Taormina e non di Berlusconi?
Soltanto questo spirito riformatore avrebbe potuto liberarlo da quell'anomalia avvertita nel Vecchio Continente «come un conflitto di ruoli che non ha uguali nell'Unione europea: un capo del governo, che è anche imputato, e che come premier concepisce leggi dalle quali, come imputato, trae vantaggio» (dalla Suddeutsche Zeitung).
Nulla di tutto questo è accaduto, per il momento. Berlusconi appare come prigioniero di qualcosa o di qualcuno. Forse soltanto della sua ossessione e del suo passato. Forse soltanto degli interessi della sua impresa o della consorteria dei padri fondatori come Cesare Previti e Marcello Dell'Utri. Quale che sia la ragione, egli è spinto a mettere in discussione lo stesso principio liberale della separazione dei poteri.
Sembra che Berlusconi, al fondo, chieda e voglia soprattutto deformare in modo definitivo l'articolo 101 della Costituzione: «La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge».
Il capo del governo sembra non comprendere che le due frasi di questa disposizione affermano, la prima, il collegamento tra la funzione giurisdizionale e la sovranità popolare, la seconda, l'indipendenza del giudice dalle altre espressioni del potere politico.
Berlusconi legge quell'articolo a suo modo. Io sono il popolo perché il popolo mi ha eletto. Io sono la legge perché il «mio» Parlamento scrive la legge. Se sono popolo e legge, i magistrati non devono fare altro che ubbidire e applicare la legge come la intendo e la interpreto io. Come si vede, qui non è in gioco una «forma» della giustizia, ma la giustizia stessa, l'indipendenza di chi l'amministra, lo stesso principio fondativo di ogni moderna democrazia e stato di diritto che fraziona il potere in tre ordini, uno chiamato a emanare le leggi, un altro ad applicarle, un terzo a controllare che quell'applicazione sia coerente con la lettera e lo spirito della norma.
E' quel controllo che, come in uno Stato assoluto, il «liberale» Berlusconi vuole annettersi trasformando il giudice in un dipendente dello Stato e del Parlamento e la professione del magistrato in una routine burocratica. Come Carlo Taormina non si vergogna di chiedere a voce alta.
Carte scoperte
Luigi Pintor su il Manifesto
L' era berlusconiana non durerà vent'anni perché siamo per fortuna una società instabile (senza parlare del quadro internazionale). Ma limitandosi a valutare il gioco politico non si vede né un'alternativa (di sostanza) né un'alternanza (di facciata) di qui all'eternità.
L'ulivo non arriverà alle prossime elezioni. Non è più da tempo una coalizione ma una alleanza litigiosa tra una quercia e una margherita, chiamate impropriamente gambe, entrambe azzoppate. Lasciamo perdere adesso la margherita e il suo leader inventato per appeal elettorale presunto. La quercia, l'altra gamba, più che azzoppata è amputata.
Il partito diessino (ma che nomi, uno più infelice dell'altro) è un dead man walking, ha deciso congressualmente di cambiare e morire, come sinistra e come forza popolare. Si chiamerà socialista chissà perché ma non sarà né socialdemocratico né riformista (lo sono tutti) ma modernamente liberista. Sarà un partito medio, tra il 10 e il 15 per cento come il craxiano precedente (oggi è dato al 12), che avrà come interlocutore privilegiato il mondo imprenditoriale e si offrirà come ceto ministeriale di ricambio.
Una scelta senz'anima, l'aridità è il dato che più ha colpito gli osservatori. Dovranno darsi un simbolo minerale, i vegetali sono ricchi di linfa. E' augurabile che i vecchi dirigenti eletti al 60 per cento da un congresso eletto dal 30 per cento degli iscritti chiudano al più presto la pratica. Sarà la fine tardiva ma benvenuta di un equivoco a sinistra.
21 novembre